il sonno della ragione genera mostri
La persecuzione razziale fu anche questo: una somma di gesti, a volte molto banali, compiuti però da un numero incredibilmente alto di persone (dirigenti, funzionari, semplici impiegati e dipendenti); il risultato di decisioni prese
da innumerevoli burocrati, nell’ambito di una vasta macchina amministrativa
«E’ suonata l’ora finalmente di liberare la nostra Italia e l’Europa intera da questa lurida setta che ha fomentato e voluto la guerra contro la civiltà e la religione cristiana»


LEZIONI DI TERRITORIO – Edizione Speciale
CULTURA EBRAICA A FERRARA
Martedì 28 ottobre 2008
La legislazione antiebraica e le sue conseguenze
Nell’estate-autunno del 1938 il regime fascista avviò l'elaborazione di una serie di leggi finalizzate  alla persecuzione antiebraica, un sistema normativo articolato in ogni suo aspetto e preceduto da una vasta campagna di stampa,
diffamatoria e umiliante, che venne portata avanti con particolare virulenza dai maggiori quotidiani nazionali
con la diffusione dei peggiori stereotipi antisemiti. (soprattutto quello del “complotto ebraico per la conquista del mondo”. “Pericolo ebraico, necessità di difendere la purezza della razza italica dall’influenza corruttrice ebraica”).

Le prime disposizioni emanate riguardarono l’istituzione degli uffici statali incaricati della persecuzione (la Direzione generale per la demografia e la razza, conosciuta come Demorazza) e la predisposizione di uno speciale censimento cui furono sottoposti solo gli ebrei italiani e stranieri residenti nel nostro paese. L'accurata rilevazione statistica costituì un’operazione preliminare indispensabile: il suo fine principale fu quello di stabilire chi era ebreo in base all’appartenenza di razza e non solo di religione e di tracciare un confine netto tra chi doveva essere assoggettato alla normativa persecutoria e chi poteva considerarsi immune. Il censimento, condotto il 22 agosto 1938, portò ad accertare che nel paese vi erano 48.032 ebrei italiani e 10.380 stranieri (che corrispondeva all’uno per mille della popolazione italiana).

Il censimento fu solo il primo atto dell’impressionante attività di registrazione e di segnalazione attuata dal regime nei confronti dei cittadini ebrei: seguirono varie rilevazioni (ad esempio quelle compiute nei luoghi di lavoro per individuare ancora una volta chi era ebreo) e successivi aggiornamenti della raccolta dei dati, tutte operazioni censitarie che produssero informazioni per comuni, prefetture e questure e che costituirono uno dei momenti cardine della politica antiebraica
del regime.

A questi atti seguirono l'espulsione degli ebrei stranieri dal paese e i decreti che favorirono l'epurazione degli ebrei dalla vita culturale italiana. Nel settembre del 1938, infatti, vennero cacciati dalle scuole di ogni ordine e grado insegnanti e studenti; in seguito fu estromesso anche il personale non docente e sostituiti i nomi degli istituti scolastici «intitolati a persone di razza
ebraica». Fu infine disposto il divieto di adozione nelle scuole di libri di testo redatti da autori ebrei.

Gli studenti espulsi furono circa 6.000; numerosi anche i docenti, tra cui 174 professori delle scuole medie superiori.
Anche nelle università italiane l’estromissione avvenne in modo drastico: vennero allontanati 104 ordinari, 196 liberi docenti e un numero imprecisato di assistenti e volontari; circa 200 studenti universitari furono condannati all'espulsione, anche se fu consentito il proseguimento degli studi ai ragazzi già iscritti negli anni precedenti solo se in corso; coloro che riuscirono a terminare gli studi si ritrovarono scritta la propria appartenenza alla “razza ebraica” anche sul diploma di laurea.

«Perché la serie delle misure antiebraiche fu aperta proprio da quelle relative alla scuola? E’ stato detto che ciò fu dovuto ad esigenze pratiche perché bisognava raccordarsi con l’apertura dell’anno scolastico. Ma la scelta dei tempi rispondeva a tutt’altro criterio, obbediva cioè a una logica interna del regime. Incidere sulla scuola significava incidere su un settore istituzionale di carattere e di rilevanza strategica. Una simile decisione voleva indicare il ruolo prioritario che il regime attribuiva alla scuola come istituzione portante della trasformazione politico-culturale di cui la campagna per la razza era parte integrante. Cominciare dalla scuola voleva dire porre in primo piano l’immagine e la missione dell’uomo fascista, che era stato sempre l’obiettivo di un processo globale di rigenerazione dal punto di vista della società italiana, voleva dire puntare sulla mobilitazione di quei settori della società, in primo luogo i giovani, che si presumeva, e non sempre a torto, fossero maggiormente sensibili alle istanze volontaristiche e alle spinte giovanilistiche che il regime intendeva alimentare. 
L’intervento della scuola va visto come il tentativo di coinvolgere un settore chiave della società in un processo di mobilitazione e di trasformazione di lunga durata, nonché di grande risonanza politica ed anche emotiva. La scelta della scuola significava la possibilità di utilizzare anche per la circolazione del verbo razzista una struttura di capillare diffusione che penetrava in ogni angolo del paese» (Enzo Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Roma, Laterza, 2003, p.70).

Nel quadro della “arianizzazione” della cultura italiana il regime fascista dispose poi ulteriori vessazioni: fu emanato il divieto di stampa, circolazione e inclusione nei cataloghi delle case editrici di volumi di scrittori ebrei e vennero soppresse le riviste ebraiche; dall’intero settore dello spettacolo vennero bandite le opere di autori ebrei e licenziati tutti i dipendenti (dai dirigenti agli operai).

Altro settore completamente arianizzato fu quello economico, infatti lo slogan coniato dal regime «Impedire ogni ingerenza giudaica nei vari settori della vita italiana» venne applicato in modo rigoroso soprattutto in questo campo dove la legislazione antiebraica fu particolarmente persecutoria: il regime eliminò gli ebrei dalla pubblica amministrazione, dalle industrie, dai
commerci, dalle libere professioni e ne limitò le proprietà immobiliari (Regio Decreto Legge del 17 novembre 1938 titolato “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”con il quale il regime, inoltre, vietava i matrimoni tra «ariani» ed ebrei).

Impossibile stabilire esattamente quanti ebrei persero la propria occupazione a iniziare dal 1938; certo è che da quel momento vennero progressivamente sanciti divieti per varie attività lavorative, mettendo a dura prova la loro possibilità di mantenere un dignitoso livello di vita, tanto che molti furono costretti ad emigrare (nel continente americano e in Palestina).

Un passo tratto da una testimonianza di Enzo Levi che sobriamente descrive gli effetti della legislazione antiebraica sulla sua vita, sulla sua famiglia:

"Io ebbi precluso l’esercizio della professione di avvocato, con la quale guadagnavo quanto occorreva per mantenere i numerosi familiari. Dei miei sette figli, la maggiore, laureata e sposata, aveva vinto un concorso d’insegnamento, ma la legge glielo precluse; il marito, impiegato al tribunale, e che si preparava agli esami per il passaggio alla Magistratura, fu licenziato con un’indennità ridicola. Altri due miei figli, laureati in Scienze e in Legge, furono posti nell’impossibilità di svolgere attività in impieghi pubblici e in grave difficoltà per trovar lavoro in aziende private. Gli altri miei figli erano ancora agli studi e furono cacciati dalle scuole pubbliche […] Economicamente ero nelle condizioni peggiori, per la preclusione di tutte le fonti di reddito; soltanto un modestissimo patrimonio immobiliare offrì la possibilità di realizzare quanto occorreva per vivere, esaurendo il capitale, per alcuni anni". (Enzo Levi, Memorie di una vita, Modena, StemMucchi, 1972, pp. 85-86).

Lo stillicidio dei divieti, alcuni crudeli altri assurdi, tutti comunque lesivi dei diritti più elementari, si estese di giorno in giorno, innovando e ampliando il regime di oppressione anche in ambito sociale: gli ebrei furono espulsi dal Partito nazionale fascista (Pnf), venne vietato loro di figurare nell'elenco del telefono, di pubblicare necrologi, di essere serviti da domestici «ariani», di recarsi in luoghi di villeggiatura, di frequentare biblioteche, di fare parte di associazioni culturali, sportive,
sociali, morali, ecc. … E questo in nome del «principio della separazione delle razze».

Credo sia necessario, per capire come vivevano all’epoca gli ebrei, ascoltarne direttamente le loro voci. Citerò due brani da testimonianze di donne che riuscirono a sfuggire alla deportazione, all’epoca adolescenti. Sono, infatti, soprattutto i giovani di allora ad essere colpiti in modo drammatico dalla promulgazione delle leggi razziste. Solo loro che ancor oggi ricordano con maggiore sofferenza l’emarginazione nella vita sociale, emblematicamente rappresentata dall’espulsione dal mondo scolastico e l’esclusione progressiva cui erano sottoposti:

“Per me è stata una cosa terribile quella di non poter andare a scuola. Il clima che si viveva in casa era molto drammatico. Moralmente io ero veramente depressa… perchè bisogna ricordare un’altra cosa: da quel momento nessuna delle mie compagne, con le quali avevo fatto 4 anni di scuola, nessuna mi è mai venuta a trovare”. (Luisa Modena, 17 anni)

Sempre nei più giovani si sviluppa in misura maggiore la consapevolezza dell’essere considerati “negativamente diversi” e, per questo, letteralmente estromessi dalla comunità nazionale. La ghettizzazione nella vita quotidiana viene vissuta con tale senso di frustrazione ed umiliazione da spingere spesso le giovani più sensibili all’autoisolamento, come accaduto ad Elena Heiman:

“Non desideravo andare in giro, farmi vedere… Che poi devo dire che un mio compagno di scuola se mi incontrava per strada cominciava a gridare: “Ebrea! Ebrea!” e questa cosa mi turbava molto e in principio non andavo più fuori, dico la verità! C’era quel muro che ci divideva perché gli altri facevano cose che noi non potevamo fare: ad esempio andare in vacanza a Rimini…Noi non vivevamo...Noi cercavamo di non metterci in vista, bisognava stare ai margini!” (Elena Heiman, 15 anni)

Quale era l’obiettivo del regime?
L’azione governativa era rivolta ad eliminare tutti gli ebrei dal territorio nazionale, obiettivo che, data la loro profonda integrazione, fu perseguito in modo progressivo e raggiunto solo parzialmente: il regime cercò di separarli dal resto della nazione ed emarginarli dalla società, di rendere sempre più difficile le loro condizioni di vita e limitate le possibilità di istruzione e di lavoro, stimolando “oggettivamente” i perseguitati ad emigrare.
Tuttavia la maggior parte degli ebrei rimase al proprio posto, adattandosi a vivere con le leggi discriminatorie, cercando una sistemazione e un’attività lavorativa che permettesse di mantenere la famiglia.

Le cause
Nel 1936 il regime fascista decise di introdurre in Italia l’antisemitismo, apparentemente senza necessità. Sulle sue cause non c’è accordo tra gli storici, le interpretazioni principali sono sostanzialmente tre: una di politica estera, due di politica interna.

Per  la prima interpretazione, l’Italia adottò l’antisemitismo sostanzialmente per rafforzare l’alleanza con la Germania, dopo aver constatato il suo isolamento in seno alla Società delle nazioni causato dalla guerra di conquista dell’Etiopia.

Per la secondainterpretazione, il fascismo essendo una ideologia antiegualitaria e antidemocratica conteneva in sé fin dal principio i germi dell’intolleranza verso le minoranze, quella maggiormente colpita fu la comunità ebraica per la carica di idee, simboli e significati negativi, consolidati fin dall’antichità, che essa portava con sé. (si veda l’antigiudaismo cattolico)

Vi è una terza più recente interpretazione secondo la quale il razzismo doveva servire alla costruzione del modello di “italiano nuovo” (l’uomo nuovo fascista). L’uomo nuovo fascista doveva essere orgoglioso di fare parte della nazione, dell’Italia fascista che proclamava la superiorità della razza italica. Il regime dunque puntava sull’orgoglio di razza.

Ma il regime puntava anche alla totale fascistizzazione della società (il totale allineamento), infatti la “lotta al diverso” diventava strumentale alla costruzione del regime totalitario.
Il regime, per conservare il potere, doveva forzatamente contare sul consenso e sull’unità ideologica della nazione. La compagine ebraica era l’unica isola di non conformismo ai fortissimi modelli proposti dall’alto, con tradizioni, usi, religione, peculiari e diversi dalla maggioranza. La sua sola presenza costituiva un attentato a quell’immagine monolitica dell’unità della nazione che il regime voleva rimandare ai suoi cittadini. L’ostilità antiebraica in questa terza ipotesi poteva
riassumere due funzioni; una punitiva nei confronti degli ebrei stessi, una pedagogica nei confronti degli altri cittadini, dissuasi in tal modo dalla tentazione di percorsi autonomi e diversi rispetto all’ideologia fascista.

Torniamo agli avvenimenti del 1938…
L’antisemitismo e la campagna di odio diffusi dal regime cominciarono a dare i loro spregevoli frutti immediatamente: nel periodo 1938-1943 si verificarono nelle principali città italiane (Trieste, Ferrara, Torino, Ancona, Venezia, Pisa, Padova, Mantova, ecc.) gravi manifestazioni di intolleranza antisemita dirette contro persone e luoghi di culto.

Alcuni esempi: 

a Trieste, dall’autunno del 1938 in poi, furono messe in atto diverse aggressioni a cittadini ebrei (percossi con calci e pugni, imbrattati di nerofumo, rasati, minacciati, beffeggiati) e vennero saccheggiati e devastati negozi; mentre nell'ottobre 1941 e nel luglio 1942 fu presa d'assalto la Sinagoga.

A Ferrara, nell'estate del 1940, furono distribuiti una serie di volantini dal testo particolarmente violento e insultante nei confronti degli ebrei («Italiani, combattete gli ebrei con ogni mezzo. Sorvegliate le loro azioni ed i loro intrighi e soprattutto colpite senza misericordia…». E ancora:  «E’ suonata l’ora finalmente di liberare la nostra Italia e l’Europa intera da questa lurida setta che ha fomentato e voluto la guerra contro la civiltà e la religione cristiana») mentre nel settembre del
1941 venne profanata la Sinagoga.

E ancora nel maggio del 1940, ad Ancona,
si verificarono assalti alle vetrine, aggressioni e pestaggi
in occasione di manifestazioni di studenti, con la diffusione di volantini che riproducevano il disegno di una forca su cui avrebbero dovuto salire i «giudei tutti».

In molte città italiane, una forma di vessazione particolarmente ignobile e volgare fu costituita dalla affissione, nelle vetrine di alcuni locali pubblici, di avvisi che vietavano l'ingresso agli ebrei o di cartelli che segnalavano l’ «arianità» del proprietario. 
L’affissione si diffuse, forse perché ritenuta dagli esercenti un’azione promozionale che poteva aumentare le vendite, tanto che venne pubblicizzata, nell’inverno del 1938, sulle pagine dei maggiori quotidiani italiani.

Appare arduo valutare in quale misura tali atti siano stati il prodotto di un reale antisemitismo diffuso tra la popolazione o se debbano invece attribuirsi essenzialmente ad azioni di fanatici fascisti.
Certo è il carattere capillare assunto dalla propaganda antiebraica, che arrivò a coinvolgere ampi settori della società civile predisponendo la popolazione all'accettazione della persecuzione, se non addirittura al consenso e alla partecipazione attiva.

Le varie organizzazioni fasciste erano attivamente impegnate nel lavoro di propaganda antisemita: non solo giornali e trasmissioni radiofoniche quotidianamente ripetevano i consueti pregiudizi - gli ebrei erano colpevoli di spionaggio e tradimento, i maggiori responsabili della guerra - ma gli stessi argomenti erano riproposti sistematicamente in corsi di aggiornamento per docenti, in lezioni per studenti.

Nell’agosto ’38, poi, era iniziata la diffusione del quindicinale «La difesa della razza», affidato a Telesio Interlandi e costruito con una grafica aggressiva e articoli giocati tra la propaganda più violenta e una parvenza di pseudoscientificità. La rivista era diffusa in tutte le scuole, le biblioteche, i circoli culturali, ecc. Quindi si può dire che già dall’estate del 1938 lo spazio pubblico della comunicazione era completamente saturo delle teorizzazioni e delle accuse razziste.

Il veleno del pregiudizio antiebraico era stato assorbito da una parte dell’opinione pubblica e, in modo particolare, dai giovani più sensibili alla propaganda del regime, propaganda tesa a sviare il malcontento crescente della popolazione sugli ebrei.

Possiamo tentare di misurare l’antisemitismo della opinione pubblica rilevando i comportamenti degli italiani all’epoca:

- gli antisemiti convinti.

- i profittatori, coloro che andarono ad occupare i posti di lavoro lasciati liberi dalla cacciata degli
ebrei da interi comparti economici, a volta una vera e propria rincorsa che rese evidente perlomeno
l'insensibilità e l'opportunismo che accompagnarono la discriminazione contro gli ebrei.

- pensate poi al numero di individui e dal ruolo da loro svolto nella emanazione e nella applicazione delle disposizioni.
Non pochi italiani, più o meno direttamente, concorsero alla diffusione della prassi persecutoria:
pensate agli addetti alle prefetture, alle questure, agli uffici anagrafici, i direttori didattici, i presidi, i rettori, gli ufficiali dell’esercito, i carabinieri, il personale amministrativo dello stato; insomma, tutta la burocrazia pubblica e privata.
Ogni impiegato rimaneva fedele al compito assegnato, anche se spaventoso, trovando giustificazione nella circoscritta pratica abitudinaria della propria mansione: la segretaria si preoccupava di battere a macchina gli elenchi di ebrei da internare, l’impiegato dell’ufficio di collocamento poneva il timbro “ebreo” su ogni pagina del libretto di lavoro, il bibliotecario
impediva l’accesso alle sale studio dei giovani ebrei, il preside segnalava quali insegnanti dovevano essere cacciati, etc. Quelle singole azioni individuali potevano apparire “innocenti”: viste separatamente dal fine ultimo - la persecuzione di esseri umani -
sembravano e, in realtà, non differivano in alcun aspetto tecnico da altre analoghe mansioni organizzate, programmate, seguite e controllate in innumerevoli uffici… ma le loro azioni individuali erano funzionali all’intero processo.

La persecuzione antiebraica fu anche questo: una somma di gesti, a volte molto banali, compiuti però da un numero incredibilmente alto di persone (dirigenti, funzionari, semplici impiegati e dipendenti); il risultato di decisioni prese da innumerevoli burocrati, nell’ambito di una vasta macchina amministrativa.

- Abbiamo poi la maggioranza che assistette con indifferenza a quello che stava succedendo, una indifferenza acquiescente e un silenzio colpevole che diedero alle misure razziste una sorta di legittimità.

Negli anni successivi la progressiva estensione e l’inasprimento delle misure vessatorie portarono il regime ad esercitare interventi capillari in tutti gli ambiti della vita sociale, economica e culturale, e con l’entrata in guerra dell’Italia venivano disposte misure di internamento per tutti gli ebrei stranieri presenti in Italia e per quelli italiani ritenuti «pericolosi». In base a questa ordinanza oltre 6.000 ebrei stranieri e circa 350-400 italiani vennero arrestati e imprigionati nei circa cinquanta
campi di internamento che si trovavano per lo più nelle regioni centro-meridionali, scelte per la lontananza da centri di importanza militare, per la scarsa densità abitativa e per la minore politicizzazione della popolazione. I maggiori furono quelli di Ferramonti di Tarsia (in provincia di Cosenza), Campagna (in provincia di Salerno) e Civitella del Tronto (in provincia di Teramo).

L’istituto dell’internamento è un provvedimento restrittivo della libertà di una persona, una misura di sicurezza interna e militare che, in caso di conflitto, ogni Stato ha il potere di mettere in atto nei confronti di stranieri di nazioni nemiche residenti nel suo territorio; è regolato da leggi internazionali e prevede l’allontanamento degli individui ritenuti «pericolosi nelle contingenze belliche» da zone del paese militarmente importanti, e il conseguente invio in località dove sia facile esercitarne la sorveglianza.

Questo provvedimento, ritenuto quindi una logica conseguenza delle misure legislative prese da uno Stato in caso di conflitto, venne tuttavia alterato, nelle sue finalità e concezioni di fondo, dal regime fascista in quanto, allo scoppio della seconda guerra mondiale, fu esteso anche e soprattutto nei confronti di cittadini italiani ritenuti pericolosi per le loro idee politiche contrarie al regime e in questa categoria vennero compresi anche quegli ebrei italiani, considerati «capaci di attività di
spionaggio, di sabotaggio» e di «propaganda disfattista». Le misure di internamento, quindi, assunsero una netta connotazione antiebraica e si legarono strettamente alla politica razzista portata avanti dal regime.

Per gli ebrei italiani, effettivamente, l’appartenenza razziale precedeva e si confondeva con i motivi di ordine pubblico e/o di sicurezza nazionale e militare per i quali ufficialmente l’internamento era stato istituito ed avrebbe dovuto essere comminato. Anzi, da alcuni sondaggi effettuati sulle motivazioni dell’internamento, risulta, in realtà, che l’essere ebreo veniva a
configurarsi come un’aggravante se non come una caratteristica determinante nell’adozione della misura stessa, vista l’assenza e la debolezza delle ragioni politiche.

«A. A., il più noto e facoltoso ebreo di Ancona; A. V., ebreo dedito all’ozio; B. R., ebreo, non ha mai dimostrato di sentire italianamente; S. V., ebreo, vecchio brontolone, la misura dell’internamento deve essere di monito agli altri; C. G., ebreo, sospetto organizzatore di feste da ballo»: sono queste le motivazioni che portarono molti ebrei italiani all’internamento, una
tendenza cui contribuiva in notevole misura il diverso zelo mostrato dagli organi preposti alla repressione, i quali adottarono provvedimenti arbitrari, non fondati su prove reali, ma su semplici presunzioni, conferendo all’internamento un esteso carattere di profilassi sociale con forti venature antisemite.

Per quanto riguarda gli ebrei stranieri avrebbero dovuto essere internati, secondo il principio internazionalmente accettato, solo quelli appartenenti a nazionalità nemica – come, ad esempio, i francesi – mentre venne disposto l’arresto anche dei cittadini di nazioni alleate, come i tedeschi.

Vennero fermati anche se in possesso di permessi di soggiorno e di passaporti validi (non furono risparmiate nemmeno le donne) e messi, prima di tutto, in carcere insieme ai delinquenti comuni, dove soggiornavano in attesa di essere destinati ai vari campi di internamento.

L'ennesima disposizione ministeriale persecutoria venne emanata il 6 maggio 1942: la cosiddetta
«precettazione obbligatoria a scopo di lavoro» in base alla quale gli ebrei, di ambo i sessi, compresi fra i 18 e i 55 anni dovevano essere avviati al lavoro coatto; per i trasgressori era previsto l'arresto e la denuncia ai tribunali militari. Di fatto, furono costretti a svolgere esclusivamente lavori manuali, separati dai lavoratori «ariani», e a ricevere paghe inferiori a parità di mansione.

Nella primavera-estate del 1943, quindi ben prima dell’occupazione nazista, avvenne un vero e proprio «salto di qualità» nella persecuzione attuata dal regime: furono, infatti, programmati campi di concentramento per il lavoro forzato degli ebrei dai 18 ai 36 anni, di ambo i sessi, da istituire in Veneto, Lombardia, Piemonte e Lazio. Questa gravissima misura corrispondeva alla
revoca della libertà personale, alla rottura di nuclei familiari, allo schiavismo giuridico ed economico, alla deportazione interna. Soltanto la caduta del regime fascista bloccò la realizzazione di una disposizione normativa, completamente articolata in ogni suo aspetto, che avrebbe consentito il concentramento di 9.146 ebrei, secondo quanto riportato in un prospetto della Demorazza.

La legislazione antiebraica durante la Repubblica Sociale Italiana (1943-1945)
La prassi persecutoria del periodo 1938-1943 – la legislazione antiebraica- determinò le premesse politiche e materiali per l'eliminazione fisica degli ebrei presenti nel nostro paese, attuata dai nazisti dopo l'8 settembre 1943, con la complicità attiva della Repubblica sociale italiana.

Infatti, nella Carta di Verona, suo testo programmatico, stilata nel novembre 1943, gli ebrei italiani venivano infatti dichiarati stranieri e appartenenti a nazionalità nemica. 

Il 30 novembre 1943, con l'ordine di polizia n. 5, veniva poi disposta la confisca dei loro beni, mobili e immobili, e ordinato il loro internamento in un unico grande campo di concentramento a Fossoli di Carpi, in provincia di Modena (nel frattempo erano stati allestiti dai tedeschi quelli di Borgo San Dalmazzo in provincia di Cuneo e la Risiera di San Sabba a Trieste) e successivamente in quello di Bolzano, tappe obbligate per i campi di sterminio.

L'occupazione dell'Italia da parte dei tedeschi e la costituzione della Rsi, dunque, peggiorarono ulteriormente le già precarie condizioni di vita degli ebrei: dall'8 settembre 1943 tutti quelli residenti nelle regioni centro-occidentali si trovarono sottoposti ai programmi nazisti di deportazione, che in breve tempo il nuovo governo fascista fece propri.

Solo le prime retate, infatti, furono effettuata dalle SS i tedeschi fossero provvisti degli elenchi nominativi forniti loro dalla polizia italiana.
Le altre invece, furono direttamente gestite dalle autorità fasciste: le abitazioni di tutti gli ebrei vennero perquisite, devastate, saccheggiate e sottoposte a sequestro, intere famiglie furono arrestate.
Molti riuscirono a fuggire alla macchina di morte nazi-fascista, lasciando le città e nascondendosi nelle campagne circostanti oppure cercando scampo in Svizzera; diversi parteciparono al movimento di resistenza.

Un fenomeno particolarmente diffuso durante la RSI fu la pratica spregevole della delazione, in cui spesso si concretizzò l’avversione antiebraica. Spie e informatori prezzolati collaborarono in vari modi alla cattura e all’assassinio di ebrei, dietro ricompensa.

Questa lettera anonima (una delle tante) portò alla cattura di Augusta Voghera e dell’anziana madre Giulia Leoni. Le due donne furono dapprima inviate al carcere di San Vittore a Milano e successivamente internate nel campo di concentramento di Bolzano, dove trovarono la morte, rispettivamente il 7 e il 10 febbraio 1945, in seguito a maltrattamenti. «L’autore del messaggio probabilmente recepì il compenso promesso dalle autorità per ogni ebreo denunciato: poche manciate di lire contro una vita».

Vorrei che un dato fosse chiaro:
Gli ordini di arresto, la costituzione del campo di Fossoli, le confische dei beni rispondono a decreti legislativi emanati dal Ministero dell'Interno e rappresentano il preciso orientamento del governo fascista; sono, dunque, questi gli atti che rendono evidenti le responsabilità, se non il ruolo autonomo svolto dalla RSI nell'attuazione delle deportazioni.

Fossoli di Carpi (Modena)
Fossoli fu il più importante campo di concentramento italiano, appositamente allestito per internare gli ebrei italiani e stranieri arrestati in seguito all'ordine di polizia n. 5. Diventò il maggiore centro di raccolta e smistamento, l'ultima tappa verso la morte: da qui infatti partirono la maggioranza dei convogli diretti ai Lager nazisti.
Fossoli venne scelto dalle autorità italiane in quanto struttura già collaudata per la raccolta di prigionieri – aveva, infatti, “ospitato” militari inglesi e neozelandesi – e per la collocazione geografica che poteva facilitare la partenza dei convogli, essendo la stazione di Carpi lungo la linea ferroviaria per il Brennero.

Il campo venne gestito in piena autonomia dalla prefettura di Modena dal dicembre 1943 al marzo 1944 quando passò sotto amministrazione tedesca; a tale data però il suo funzionamento era già perfettamente predisposto, l'invio degli ebrei aveva già assunto un ritmo crescente ed erano già partiti due convogli di deportati, prigionieri questi ancora sotto il comando italiano, almeno formalmente.

A Fossoli vennero internate intere famiglie, anziani e bambini. La scarsa e frammentaria documentazione non permette di determinare esattamente il numero degli ebrei transitati per Fossoli, si può comunque parlare di 2.500-2.600 internati per “motivi razziali”.

La giornata era scandita metodicamente: sveglia alle sette, appello due volte al giorno nello spiazzo del campo, ritirata alle diciotto. Le donne venivano impegnate in lavori domestici o di ufficio, gli uomini in lavori agricoli, di riordino del campo, a volte rimanevano inattivi. La corrispondenza veniva rigidamente regolata e controllata: gli internati potevano scrivere solo quattro volte al mese (su carta intestata fornita dalla direzione del campo) e le comunicazioni ricevute venivano costantemente sottoposte ad accurata censura.

Il cibo era scarso, il freddo nei mesi invernali particolarmente intenso. Le malattie più diffuse erano dissenteria, edemi da denutrizione e scabbia. Non mancavano le umiliazioni, i maltrattamenti, le vessazioni quotidiane che rientravano nell’ordinaria amministrazione: nel febbraio - marzo 1944, un mese appena, dieci internati ebrei trovarono la morte a Fossoli, alcuni per malattia, altri per atti di ferocia, uccisioni a freddo, di cui restano testimonianze:

Una mattina il sottoufficiale tedesco Haage offrì ben altro e più inaudito saggio delle atrocità di cui era capace: estrasse improvvisamente il grosso revolver che teneva nella fondina e, come se si esercitasse al tiro a segno, senza tradire la benché minima emozione, calmo e preciso, prese sotto mira un internato ebreo scaricandogli l’arma addosso (Dante Bizzarri, Episodi dal campo di Fossoli, “Rassegna annuale dell’Istituto storico della resistenza di Modena”, 3, 1962, p.76).

Fossoli non aveva camere a gas, né crematori: era soltanto un luogo di transito sulla via dello sterminio.
Con l’arrivo dei tedeschi, la disciplina divenne ancora più rigida e le condizioni di vita dei prigionieri si fecero sempre più difficili; inoltre, sul campo incombeva l’incubo della deportazione verso destinazione ignota.

Nel febbraio 1944 partì il primo convoglio di ebrei diretto al campo di sterminio di Auschwitz.
Primo Levi ne faceva parte e ha rievocato l’episodio:
Il mattino del 21 [febbraio] si seppe che l’indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione. Anche i bambini, anche i vecchi, anche gli ammalati. Per dove, non si sapeva. Prepararsi per quindici giorni di viaggio. Per ognuno che fosse mancato all’appello, dieci sarebbero stati fucilati.
Soltanto una minoranza di ingenui e di illusi si ostinò nella speranza: noi avevamo parlato a lungo coi profughi polacchi e croati, e sapevamo che cosa voleva dire partire. […]
Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni
caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare? 

[Il giorno seguente arrivarono i tedeschi per prendere in consegna gli ebrei] Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello. Alla fine, - Wieviel Stück? - domandò il maresciallo; e il caporale salutò di scatto e rispose che i “pezzi” erano seicentocinquanta, e che tutto era in ordine; allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla
stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?
I vagoni erano dodici, e noi seicentocinquanta; nel mio vagone erano quarantacinque soltanto, ma era un vagone piccolo. Ecco dunque, sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, una delle famose tradotte tedesche, quelle che non ritornano, quelle di cui, fremendo e sempre un poco increduli, avevamo così spesso sentito narrare. Proprio così, punto per punto: vagoni merci, chiusi dall’esterno, e dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà, come merce di dozzina, in viaggio verso il nulla, in viaggio all’ingiù, verso il fondo. Questa volta dentro siamo noi (Primo Levi, Se questo è un uomo, in Opere, Torino, Einaudi, 1997, vol. I, pp. 8-11).
In totale, nell’arco di sei mesi, partirono da Fossoli sei trasporti diretti principalmente al campo di sterminio di Auschwitz, per un totale di circa 2.600 persone; di questi solo 541 furono i sopravvissuti.

Un ultimo dato: in Italia, dall'ottobre 1943, vennero deportati oltre 7.000 ebrei, di cui solo 800 furono i sopravvissuti.
Centinaia sono poi gli ebrei che trovarono la morte, nel nostro paese, in circostanze diverse dalla deportazione, uccisi da fascisti o tedeschi: ci riferiamo ai caduti nelle stragi di Ferrara, del Lago Maggiore, delle Fosse Ardeatine, di Forlì, di Cuneo - per citare solo le più note - ma anche a coloro che si diedero la morte per non cadere nelle mani dei persecutori e agli ebrei deceduti perché non furono in grado di affrontare la detenzione o la vita clandestina: più di 300 ulteriori vittime della
persecuzione antiebraica messa in atto da fascisti e nazisti.