Salerno-Reggio
Calabria, racconto senza fine
26 marzo 2008 Andrea Di Consoli
chiamatela come volete,
Cordone ombelicale, imbuto,
inferno, budello miasmatico, percorso a ostacoli:
ma tutto è, l’autostrada
Salerno-Reggio Calabria, fuorché una strada normale.
Simbolo di un Sud in movimento, ma sempre polveroso, incolonnato
e straccione; metafora di una terra che, più che all’export e al
movimento interconnesso della modernità, è votato all’espatrio,
al viaggio della speranza, all’emigrazione forzata. Se ne sono accorti
anche i cardinali, con qualche anno di ritardo; sul Corriere della sera
del 25 luglio 2007, infatti, il cardinale Renato Martino tuonava contro
l’insopportabile disumanità dei disagi della Salerno-Reggio Calabria.
Vecchiette coi piedi gonfi, in fila nelle toilette degli autogrill, che
vanno a trovare i figli laureati e disoccupati nel Centro-Nord (o i loro
figli piccolo-borghesi «realizzati» col «posto fisso»
nelle pubbliche amministrazioni d’Italia), camionisti incattiviti e spazientiti,
turisti già stanchi prima di arrivare in albergo, malati in cammino
verso i tanti San Raffaele del mondo, commercianti coi furgoni pieni di
roba comprata a Napoli, pullman stipati di studenti di Scienze delle comunicazioni,
e brutti ceffi coi Suv che lampeggiano a tutta velocità: ecco l’umanità
dolente e arrogante della Salerno-Reggio Calabria, un «sottomondo»
che non è stato neanche reputato degno di pagare il pedaggio autostradale.
Una delle tante umiliazioni per una popolazione che, secondo Leandra D’Antone,
non ha mai saputo «pretendere» democraticamente. S’intitola
proprio Senza pedaggio (Donzelli, 121 pagine, 14,50 euro; sottotitolo:
Storia dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria) un bel libro che Leandra
D’Antone, docente di Storia contemporanea all’Università La Sapienza
di Roma, ha dedicato alla strada più famigerata d’Italia. Ciò
che sembrava normale (la costruzione di un’autostrada) si è repentinamente
trasformato in una neoformazione mostruosa (ma anche la santa faccia di
Voltaire, data in pasto all’individualismo anarchico dei meridionali, tempo
qualche anno, e poi s’inebetirebbe, ricoperta di sputi, ricatti e derisioni.
Date al Sud una buona idea e, nel volgere di poco tempo, quella buona idea
diventa un incubo). La Salerno-Reggio Calabria è una vena varicosa
travolta da trombosi e necrosi diabetica, ché troppo zucchero, negli
anni, troppi soldi sono stati spesi senza criterio, magari sotto la pressione
salvifica dell’emergenza. Benvenuti, comunque, sull’autostrada «di
Giacomo Mancini» (importante esponente socialista calabrese, segretario
del Psi, ministro dei lavori pubblici e della sanità, presidente
dell’Anas, sindaco di Cosenza), colui che riuscì, forse non a torto,
a far accantonare il tracciato tirrenico della Salerno-Reggio Calabria
a favore dell’entroterra, cioè della sua Cosenza, a costo di pesanti
lievitazioni di budget (ma non fu lo stesso Mancini, come ci testimonia
l’imprescindibile Buio a Reggio, pubblicato in due volumi dalla casa editrice
Città del Sole di Reggio Calabria, a volere, insieme all’altro plenipotenziario
cosentino Riccardo Misasi, il ministro dei bidelli, e al catanzarese Ernesto
Pucci, sottosegretario agli Interni, l’esclusione di Reggio Calabria da
ogni ruolo istituzionale? Non furono i tre «ras» calabresi,
portando il capoluogo di Regione a Catanzaro, l’Università e l’autostrada
a Cosenza, a creare i sacrosanti, anche se strumentalizzati, «moti
di Reggio» del 1970?). Scrive la D’Antone: «Se il percorso
costiero ionico mostrava lo svantaggio di essere in assoluto il più
lungo e di ben 172 chilometri, perché all’itinerario notevolmente
più breve lungo il Tirreno fu preferito quello enormemente più
disagiato nell’entroterra? La risposta più ovvia è che ciò
sia avvenuto per inglobare nel percorso la città di Cosenza, dietro
l’influente pressione del socialista Giacomo Mancini e del democristiano
Riccardo Misasi, entrambi cosentini. In particolare Mancini, già
deputato e segretario regionale calabrese del Psi, ebbe modo di intervenire
sulle scelte relative alla grande opera pubblica nell’intero corso della
sua realizzazione, grazie ai poteri acquisiti dal 1963 nell’esecutivo dapprima
come ministro della sanità del primo governo Moro, poi come ministro
dei lavori pubblici nonché presidente dell’Anas dal 1964 al 1969,
e successivamente come ministro per il Mezzogiorno nel 1974». E si
sappia, giusto per dare un senso a queste date, che la Salerno-Reggio Calabria
fu costruita proprio tra il 1964 e il 1974, anni del grande potere politico
di Giacomo Mancini. La soluzione «interna», comunque, rispetto
a quella tirrenica, presentava anche numerosi lati favorevoli; ché
anzitutto bisogna tener conto che sul Tirreno c’era già la linea
ferroviaria, e questo avrebbe creato uno sbilanciamento delle comunicazioni
longitudinali (e anche tutta una serie di problemi di tracciato); e poi,
come ebbero a scrivere alcuni ingegneri cosentini nei primi anni Sessanta:
«(La soluzione interna) provocherà il coinvolgimento dei traffici
del Metapontino fino alla Piana di Sibari ed a Crotone, ed in senso più
lato dalla costa adriatica alla Sicilia; investirà nelle sue zone
di influenza gran parte della Lucania e la quasi totalità della
Calabria settentrionale». A volte, perciò, al di là
di ogni valutazione politica, interessi particolari e buon senso coincidono
fortunosamente (a conferma della complessa ambiguità morale del
potere). Lo studio di Leandra D’Antone s’inserisce nel proficuo filone
di nuovi studi meridionali che hanno tra i propri esponenti nomi come Piero
Bevilacqua, Carmine Donzelli e Domenico Cersosimo; tutti studiosi sistematici
ed empirici, propensi a segmentare i problemi del Sud (il Sud è
plurale), e a razionalizzarli in un contesto di precise relazioni tra carattere
antropologico e scelte strutturali (politiche) e infrastrutturali. Una
vera e propria «scuola», che ha trovato nella rivista Meridiana
e nella casa editrice Donzelli una solida cassa di risonanza. L’indignazione
e la rabbia di questi studiosi è sempre nascosta negli studi, nella
valutazione non ideologica della realtà; e anche in Senza pedaggio
le perplessità politiche e culturali sono sempre finali, frutti
(a posteriori) di un’analisi accurata dei fatti. La D’Antone fa una rapida
ricognizione della storia autostradale italiana; ci spiega il ruolo dell’Iri
e dell’Anas; spiega perché l’Autostrada del Sole (costruita tra
il 1956 e il 1964 a partire da Milano) si sia fermata a Napoli. Ci racconta
la genesi della «eccezionalità» della Salerno-Reggio
Calabria (sia per le difficoltà ingegneristiche, sia per l’assenza
di pedaggio, sia per le ingerenze, durante la costruzione e durante il
rifacimento dell’ultimo decennio, del malaffare: «L’autostrada senza
pedaggio, senza controlli in ingresso e in uscita, ha facilitato, in aree
sempre più soggette all’azione della criminalità organizzata,
quel controllo del territorio divenuto per esse vitale»). Ci racconta,
insomma, 442,9 km di storia meridionale (tante è lunga la Salerno-Reggio
Calabria). Però ci fornisce anche dati interessanti sulla eccezionalità
di tanto lavoro fatto (basti pensare ai tanti viadotti, alle gallerie,
ai ponti). Scrive la D’Antone, mettendo così in risalto i violenti
chiaroscuri di una Grande Opera italiana: «La realizzazione dei viadotti,
opere audacissime e spettacolari, coinvolse i migliori ingegneri italiani
tra cui Silvano Zorzi e Riccardo Morandi. Quest’ultimo fu consulente di
Enzo Bedeschi, Lucio Casciati e Gino Covre, autore del progetto esecutivo,
per la realizzazione del viadotto sul fiume Lao, lungo 1160 metri su 19
campate, di cui le tre centrali in acciaio con luci fino a 175 metri, noto
per avere conseguito il primato europeo per altezza dei piloni sul fondovalle
- 255 metri - e per questo denominato “Italia”». Questo è
solo un esempio di come la Salerno-Reggio Calabria, soprattutto nel tratto
più complicato, ovvero quello tra il monte Sirino, il Lao e Campotenese,
sia anche stata una straordinaria prova di bravura e di coraggio di tanti
ingegneri e operai (anche se furono decine, purtroppo, gli operai che persero
la vita in quei titanici lavori). Leandra D’Antone riflette empiricamente
sulle soluzioni adottate nel rifacimento della Salerno-Reggio Calabria
dal 1997 a oggi (l’autostrada che «non è un’autostrada»,
secondo i Piani ministeriali); discute scelte, oppone argomentazioni; dice,
addirittura, che probabilmente sarebbe stato più razionale rifarla,
anziché rimaneggiarla. E riflette, ovviamente, sulla centralità
delle infrastrutture nel Sud, anche se in Mezzo giorno (Donzelli, 2000),
libro a quattro mani di Carmine Donzelli e di Domenico Cersosimo, si sosteneva
che non sono le infrastrutture a creare sviluppo, ma è lo sviluppo
a creare infrastrutture. I problemi che la D’Antone affronta sono tanti,
e di difficile soluzione: c’è il dramma della rete viaria siciliana,
le lunghe tratte a binario unico delle ferrovie meridionali, la scarsezza
di collegamenti diagonali, la difficile creazione di un sistema integrato
dei trasporti (pensiamo al Porto di Gioia Tauro che, non importando e non
esportando prodotti calabresi è, per dirla con Cersosimo, «un
porto vicinissimo al mondo intero, ma paradossalmente lontanissimo da Gioia
Tauro»), l’annosa questione del Ponte sullo Stretto, psicodramma
propagandistico dei partiti, ma straordinaria avventura di progettazione
ingegneristica e culturale. È da più di mezzo secolo che
tutti gli apparati dello Stato e della grande industria nazionale e internazionale
(dalla U.S. Steel alla Fiat, dalla Pirelli alla Falk) discutono e lavorano
intorno alla possibilità del Ponte; e sicuramente un approccio meno
ideologico (come quello della D’Antone) può non dico convincere
gli scettici, ma almeno aiutare a riportare la discussione intorno al Ponte
su percorsi meno rigidi. Scrive, sconsolata, la D’Antone: «Così
il ponte finalmente deciso e progettato, quello sospeso a campata unica,
per uno strano scherzo della lingua e della storia, rimase “in sospeso”».
Poi, in conclusione, certamente non si può nascondere il fascino
oscuro che la Salerno-Reggio Calabria esercita a livello di immaginario
letterario (e proprio in virtù dei suoi aspetti meno civili). Ma
si vorrebbe non vedere tutti questi morti, tutte le scritte tristi sulle
porte delle toilette degli autogrill, le deviazioni, i troppi ingorghi,
la troppa solitudine di certe sere sulle tratte della Campania del Sud:
Polla, Sala Consilina, Padula; o della Calabria del Nord: Morano, Castrovillari,
Sibari. E poi i bagagli dei migranti: quei teli colorati che vibrano nel
vento, e si lasciano il mare, o la dura montagna, alle spalle.
 |
|