Rosarno, la rivolta dei braccianti africani. Troppa tolleranza? Di che parla Maroni?
LA RABBIA E LA VERITÀ
Massimiliano Perna (ass. Arrakkè – centro per i diritti umani)
Quest’Italia bacchettona e razzista ha scoperto finalmente, come svegliata da un sonno profondo, che i migranti sono uomini, molto più uomini di tanti italiani vigliacchi e servili. Lo hanno scoperto all’improvviso, solo perché la tv ha deciso di dare spazio alla notizia della ribellione dei lavoratori immigrati di Rosarno. Una ribellione non nuova. La terza ribellione in Italia dopo quella di Castel Volturno, in Campania, nel settembre del 2008, e quella successiva, sempre a Rosarno, nel dicembre dello stesso anno. Se quello campano è stato il caso più eclatante, seguito al barbaro assassinio di sei onesti lavoratori africani da parte della camorra, le due rivolte di Rosarno sono la risposta fiera e coraggiosa agli atti di violenza subiti dagli immigrati, rei
di lavorare e di essere visibili, di chiedere i loro diritti. Conosco molti ragazzi africani che vivono e lavorano nelle campagne rosarnesi, alcuni hanno potuto affittare una casa, altri dormono all’addiaccio nei campi o nei casolari o dentro il famoso capannone abbandonato. Ho parlato con alcuni di loro, in questi anni e mesi, mi hanno descritto l’inferno in cui vivono, l’ambiente ostile, violento, irrimediabilmente marchiato dalla presenza capillare della ‘ndrangheta. Ho ascoltato le stesse parole che è possibile leggere nel bel libro curato dal mio amico Antonello Mangano (Gli africani salveranno Rosarno e robabilmente anche l’Italia). Non mi sono mai stupito, perché ormai so bene a quale inferno vanno incontro questi ragazzi d’Africa quando arrivano in Italia. E so bene, anche se fa male sentirglielo dire, che per molti di loro anche questo schifo è sempre meglio che la morte certa o l’assenza di opportunità a cui erano condannati nelle loro terre di origine. Molti di loro sono rifugiati politici, gente che aveva solo una scelta: scappare o morire. E l’Italia, gli italiani, quelli con l’immagine di “brava gente” esportata in ogni dove, sembravano l’appiglio migliore, l’approdo in cui trovare diritti, solidarietà, comprensione, se non altro per il recente passato di emigrazione che ancora pulsa nelle vene degli italiani.

O almeno dovrebbe, visto che la realtà ci racconta di un passato di cui non si ha memoria. Questi ragazzi vengono qui e ricominciano tutto, lontani da casa, affetti, dal profumo di una terra incantevole che sono stati costretti ad accantonare. Si rimboccano le maniche e si mettono al lavoro, mentre i nostri giovani tengono le chiappe bene al caldo e frignano per un telefonino nuovo, per un amore incrinato o per una festa non riuscita. Non è una predica, una paternale, ma di fronte a questi ragazzi africani dovremmo provare vergogna.
Vergogna per il silenzio a cui li costringiamo, per l’assenza di solidarietà, per l’incapacità di percepire la grandezza, la ricchezza, il privilegio di incontrare storie di vita vera, culture, linguaggi, sensibilità diverse, nuove, incantevoli. A Rosarno, e non solo lì, questa gente lavora 14 ore al giorno, duramente, senza pause e senza diritti; poi accade che chiedono la cosa più
semplice e normale in un mondo civile: la paga, una paga misera ma pur sempre il prezzo del proprio lavoro, soldi utili per vivere e per far vivere i propri familiari in Africa. Un immigrato non può restare senza soldi, non può aspettare, accettare ritardi, perché per lui è una continua lotta per la sopravvivenza. A Rosarno non ci sono ritardi, c’è la ‘ndrangheta, ci sono i
“padroni” delle campagne che usano il caporalato per le “assunzioni” e poi spesso, a fine lavoro, al momento di pagare, decidono di non pagare, si rifiutano. E se il lavoratore immigrato protesta ecco che spuntano le armi, le pistole ed i fucili impugnati dagli scagnozzi del capo e dal capo stesso, che circondano il lavoratore e lo “invitano” ad andarsene. Se qualcuno non obbedisce allora sparano. Oppure ci sarà qualche balordo che andrà a sparargli in serata, magari mentre il ragazzo immigrato si trova in strada e cammina verso il campo in cui dorme. A Rosarno è roba quotidiana. Molti miei amici
migranti me lo hanno raccontato più volte, continuano a raccontarmelo. Stamattina, uno di loro, mi ha spiegato cosa accade, mi ha raccontato dell’atmosfera mafiosa che opprime Rosarno. Mi ha detto che l’anno scorso anche lui ha lavorato per una settimana e non è stato pagato. E quando ha protestato sono spuntate le armi.

È stato allora che ha capito una cosa che nelle zone di mafia tanti di noi sanno e in troppi accettano: “Se sei intelligente – mi spiega – e capisci la situazione, ingoi il rospo, dici che non c’è nessun problema e te ne vai, se non sei intelligente ti prenderai le pallottole addosso. Io capì la situazione e me ne andai. Adesso andrò via, qui a Rosarno non voglio stare più. Troppo brutto questo posto”. Non sempre però si decide di star zitti, di subire. C’è chi ha capito un’altra cosa: è intelligente in quel momento risparmiare la pelle, ma è ancor più intelligente, subito dopo, organizzarsi e scendere in piazza, sfidare tutti insieme l’arroganza vigliacca di questi criminali senza palle, di questi vermi mafiosi, maleodoranti e rozzi, forti con le armi in mano ma palesemente codardi quando si trovano a mani nude di fronte a chiunque, a maggior ragione di fronte a un popolo che si incazza e li sfida apertamente, nelle piazze, nelle strade, in quel territorio che i boss pensano sia loro, o almeno lo fanno credere ad una cittadinanza che accetta tutto e si chiude in casa con i calzoni sporchi di urina, marchiati da una paura illogica e
incivile. I migranti, invece, non hanno paura. Tutti insieme sanno di essere più forti, possono dimostrare che il territorio è di chi lo sa difendere, di chi sa occuparlo senza timori, invadendo le vie, guardando in faccia quei mezzi uomini che pensano di comandare il mondo. Hanno avuto il coraggio di sfidare la ‘ndrangheta, da soli, senza perdere tempo con i discorsi, con le tecniche organizzative. Un moto spontaneo, rabbioso, che ha sfogato tutta la propria rabbia per strada, che ha gridato un basta che parte da lontano, dall’omicidio del rifugiato politico sudafricano Jerry Masslo, ucciso a colpi di pistola da quattro balordi nel 1989 a Villa Literno, in Campania, passando per i morti di Castel Volturno, fino a Rosarno. Un urlo di protesta che porta con sé la voce di tutti quei migranti uccisi dall’indifferenza, dalla violenza, dal lavoro senza sicurezza, nelle campagne, nei cantieri edili, nelle baracche di fortuna, da nord a sud. Una rabbia giusta, la rabbia di esseri umani veri, che hanno vissuto un’Odissea, che hanno affrontato mille ostacoli, attraversato l’inferno, si sono aggrappati alla vita, e che ora non hanno intenzione di svenderla o sottometterla al ridicolo potere mafioso. I migranti non hanno paura delle mafie, non ne avranno mai, non possono averne. E forse saranno davvero loro, come dice il mio amico Antonello, a salvare l’Italia, a svegliare gli italiani, a far capire loro che non si può vivere nel torpore di un silenzio vigliacco, di una rassegnazione insensata, di una
società che accetta tutto purché non si tocchi la propria sfera individuale e quel piccolo mondo, ricco di false certezze e di valori artificiali, che ognuno di noi si costruisce per poi rinchiudersi dentro. Quella di Rosarno è la rivolta fisica di un’Italia che non accetta le leggi disumane di un governo xenofobo, chinatosi al volere rozzo e putrido della Lega, di quel manipolo di
beoni padani che vogliono assassinare la democrazia e il diritto, violentando l’umanità e la solidarietà, il rispetto per la vita umana. Il ministro dell’Interno, Roberto “Eichmann” Maroni, ha commentato la situazione di Rosarno con la sua consueta arroganza, facendo ricadere la responsabilità non sulla ‘ndrangheta, bensì sui “clandestini”, colpevoli del degrado e dell’aumento della criminalità. La stessa logica becera di quegli schifosi maschilisti che, davanti allo stupro di una donna, dicono che è la vittima che se l’è andata a cercare. Ma cosa aspettarsi da un uomo di infimo valore e spessore umano, un ex
comunista che oggi si muove e opera alla stessa stregua di un gerarca nazista, drogandosi con il suo stesso potere? Parla di troppa tolleranza? È vero, troppa tolleranza c’è stata nei confronti di una classe politica inetta, violenta, razzista. È anche su uomini come Maroni, che gli italiani hanno messo su una bella poltrona, che gli immigrati cercano di farci aprire gli occhi, di farci comprendere quanto siamo lontani, nei fatti, da quella parola che in maniera indebita appiccichiamo con troppa superficialità alla nostra storia e alla nostra società “occidentale”: quella parola è “civiltà”. I telegiornali, compreso il Tg3, parlano dei “poveri cittadini” di Rosarno, sempre buoni con i migranti, increduli davanti alla rabbia dei manifestanti, che hanno divelto cassonetti e distrutto auto e vetrine. Adesso chiedono al Commissario del governo, che guida il Comune calabrese, di cacciare via dalla città tutti gli immigrati.

E dobbiamo pure definirli buoni, questi rosarnesi, perché in cuor loro la “soluzione” desiderata sarebbe di certo più truculenta. Parlano i rosarnesi, protestano, si lamentano, c’è chi addirittura ha sparato dal balcone per allontanare i manifestanti, dicono che non capiscono la reazione dei migranti in una città che li ha sempre aiutati e accolti…Sono quegli stessi cittadini che abbassano la schiena davanti alla ‘ndrangheta, che tacciono, omertosi, che amano vedere le proprie campagne ricche di schiavi a basso costo e che poi si incazzano quando li vedono camminare per strada, perché danno fastidio, perché non è accettabile che questi nuovi schiavi mostrino ai rosarnesi “civili” il fetore marcio della propria coscienza. Questa gente qui, che i media appoggiano e la politica si coccola, è il problema di questo Paese, è un problema che bisognerebbe estirpare, cacciando via loro dai posti di lavoro che occupano grazie alla mano amica di qualche boss o di qualche politico colluso. Da loro mi auguro che questa Italia si salvi e mi auguro che i migranti possano aiutarci ridandoci il senso di quello che è il mondo, sputando fuori il dolore e la sofferenza, spezzando quelle catene schiaviste, sanguinose e laceranti, che la società italiana ha attaccato ai loro polsi, alle caviglie e al futuro. Per questo, esprimo totale solidarietà ai migranti di Rosarno e a quelli di tutta Italia, che con coraggio civile stanno cercando di salvare la nostra democrazia.


La città calabrese nel caos dopo che qualcuno ha sparato contro gli immigrati, circa in 1500
si sono riversati nelle vie con bastoni e hanno distrutto ciò che hanno trovato sulla loro strada.

Condizioni di vita disumane e un atto di violenza razzista che ricorda quello avvenuto a Castel Volturno,
dove un gruppo di immigrati senegalesi fu bersaglio del volume di fuoco malavitoso dei casalesi, sono stati la miccia
di una rivolta senza precedenti a Rosarno.

Centinaia di auto distrutte, cassonetti divelti e svuotati sull'asfalto, ringhiere di abitazioni danneggiate.
Scene di guerriglia urbana a Rosarno, per la rivolta di alcune centinaia di lavoratori extracomunitari impegnati in agricoltura
e accampati in condizioni inumane in una vecchia fabbrica in disuso e in un'altra struttura abbandonata.

A fare scoppiare la protesta il ferimento da parte di persone non identificate di alcuni cittadini extracomunitari con un'arma
ad aria compressa. I feriti, tra i quali c'è anche un rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno, non destano particolari preoccupazione, ma la volontà di reagire che, probabilmente, covava da tempo fra i lavoratori ammassati nella struttura di Rosarno in condizioni ai limiti del sopportabile, e di altri nelle stesse condizioni a Gioia Tauro in locali dell'Ex Opera Sila, non ci ha messo molto ad esplodere.

Armati di spranghe e bastoni, gli immigrati in larga parte provenienti dall'Africa hanno invaso la strada statale che attraversa Rosarno mettendo a ferro e fuoco alcune delle vie principali della cittadina.
Tutto ciò che si è trovato alla portata dei manifestanti, dalle auto, in qualche caso anche con persone a bordo, alle abitazioni,
a vasi e cassonetti dell'immondizia che sono stati svuotati sull'asfalto, nulla è stato risparmiato.

A nulla è valso l'intervento di polizia e carabinieri schierati in assetto antisommossa davanti ai più agguerriti, un centinaio
di persone tenute sotto stretto controllo.

Nel corso della serata sono arrivati rinforzi e, in un clima di palpabile tensione, si è intavolata una trattativa nel tentativo
di fare rientrare la protesta. Anche la popolazione ha reagito davanti alla situazione di caos venutasi a creare e, in queste ore,
alcuni giovani di Rosarno, circa un centinaio, stanno seguendo l'evolversi della situazione ad alcune centinaia di metri dalle forze dell'ordine. Tra Rosarno, l'ex fabbrica in disuso, e Gioia Tauro in un immobile dell'ex Opera Sila sono circa 1.500
gli extracomunitari che lavorano come mano d'opera nell'agricoltura.


Riprende la «caccia al nero». Fuga da Rosarno
Nuovi incidenti. L'ombra delle cosche sulle violenze
9 gennaio 2010

Dopo la caccia all'africano, con scene di guerriglia urbana, sprangate e agguati ai migranti, a Rosarno torna la calma. Ma dura poco: ancora spari contro i migranti: ferito da due persone in motorino un extracomunitario; un altro preso a colpi di spranga. Trasferiti negli ex Cpt di Crotone e Siderno 350 immigrati. Sgomberato il rifugio-lager la "Rognetta". Ma i cittadini calabresi continuano ad invocare "vendetta" e istituiscono posti di blocco: centinaia di extracomunitari hanno lasciato Rosarno e un gruppo è assediato in un casolare. Oggi arriva  la task force del Viminale. Un parente di un boss della 'ndrangheta coinvolto nella battaglia di Rosarno.  Le cosche dietro le violenze?  "Pista al vaglio degli investigatori", dice il prefetto Luigi Varratta. E in rete riparte il tam tam per lo sciopero degli immigrati del primo marzo: su facebook più di dodicimila adesioni. 

Perché? Perché ci hanno sparato? Non avevamo fatto nulla, siamo qui solo per lavorare». Omar, Ibrahim e Mohammed - i nomi sono di fantasia - sono ricoverati nel reparto di chirurgia dell'Ospedale di Gioia Tauro: dopo la rivolta dei loro connazionali sono stati feriti con colpi di fucile a pallini a Rosarno. E dal loro letto dell'ospedale continuano a non capire il perché di tutta questa violenza visto che, dicono, non hanno neanche partecipato agli scontri. 

Le violenze di oggi La "caccia al nero", però, a Rosarno non è finita. Un immigrato è stato ferito in modo non grave da un fucile a pallettoni, nelle vicinanze dell'Opera Sila. A sparare sarebbero state due persone in motorino. Qui, in provincia di Reggio Calabria, si è verificata nelle ultime 48 ore la maggiore ritorsione anti-immigrati che si ricordi dalla nascita della Repubblica: 38 i feriti (per metà agenti delle forze dell’ordine che provavano a sottrarre al linciaggio i malcapitati africani che si avventuravano da soli per le strade). Centinaia di extracomunitari hanno lasciato Rosarno e un gruppo è stato assediato per un po' di tempo in un casolare. 

L'immigrato vittima dell'ultimo agguato, del Burkina Faso, si chiama Dabrè Moussa, di 29 anni, ed ha il permesso di soggiorno. Secondo il referto stilato dai medici del pronto soccorso dell'ospedale di Gioia Tauro, dove è stato medicato, guarirà in quindici giorni. Moussa - secondo quanto si apprende da fonti investigative - era in compagnia di due extracomunitari nelle campagne che circondano gli abitati di Giaia Tauro e Rosarno. Contro i tre sono stati sparati colpi di fucile da persone che erano a bordo di un'auto. 

Un'auto con tre immigrati a bordo è stata fermata da alcune persone, sembra armate di bastoni ed altri oggetti, lungo la strada provinciale 49, in contrada Capoferro: due degli stranieri sono riusciti a fuggire mentre il terzo è stato colpito da una sassata in testa. Lo straniero è stato condotto in ospedale dove è attualmente trattenuto in osservazione. Le sue condizioni non sono gravi. 

Un'abitazione nella zona industriale di San Ferdinando, alle porte di Rosarno, in cui vivevano una decina di immigrati del Ghana, è stata incendiata da alcuni cittadini che sono arrivati con delle taniche di benzina. Lo denuncia la portavoce italiana dell'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, Laura Boldrini, che si trova a Rosarno e che ha raccolto la testimonianza degli stranieri. 

I FERITI Il bilancio complessivo degli scontri di ieri è gravissimo: 30 extracomunitari, 17 abitanti del posto e 19 appartenenti alle forze di polizia. Cinque immigrati sono ancora ricoverati in ospedali per lesioni più gravi. 

"DEPORTATI NEI CPT" Continua intanto il trasferimento degli immigrati dall'ex oleificio di località «Bosco», la struttura abbandonata situata fra Rosarno e Gioia Tauro, dove vivono centinaia di immigrati africani. I primi due pullman hanno lasciato la zona con a bordo un centinaio di persone dirette nel centro di accoglienza a Crotone mentre altri autobus hanno raggiunto la località in attesa che altri immigrati lascino l'accampamento per altre destinazioni. Nella notte era stato effettuato un primo trasferimento di circa 300 persone dalla ex cartiera «La Rognetta», tra gli applausi dei cittadini residenti nella zona interessata. Numerosi, da stamani, coloro che hanno lasciato Rosarno a bordo di mezzi propri o in treno.


Troppa tolleranza? Di che parla Maroni?
Il Blog del bastardo Gad Lerner 9 gennaio 2010

Viviamo a Rosarno una pagina oscura della storia italiana. Le ronde criminali scatenate nell’assalto agli africani, le sprangate in testa e le fucilate alle gambe degli immigrati, rappresentano una vergogna di fronte a cui possiamo solo sperare in un moto collettivo di ripulsa morale. Di quale tolleranza, “troppa tolleranza”, parla il ministro Maroni? Ignora forse che da trent’anni l’agricoltura del Mezzogiorno d’Italia si regge economicamente sull’impiego di manodopera maschile immigrata, sospinta al nomadismo stagionale fra Puglia, Campania, Sicilia e Calabria, con paghe di sussistenza alla giornata, ricoveri di fortuna in edifici fatiscenti, criteri d’assunzione malavitosi, senza la minima tutela sanitaria e sindacale? Ora non li vogliono più, s’illudono di espellerli come un corpo estraneo dopo che li avevano convocati alla raccolta degli agrumi. Ma è dal 1980 che le colture specializzate meridionali non possono fare a meno delle migliaia di ragazzi africani trattati né più né meno come bestiame. E al tramonto, se la mandria non fa ritorno disciplinato nei recinti abusivi delle aree industriali dismesse, non trova certo istituzioni disponibili a riconoscerne l’umanità. Gli italiani con cui entrano in contatto questi lavoratori senza diritti sono solo di due tipi: i caporali spesso affiliati alla criminalità organizzata; e i volontari di Libera, della Caritas e di Medici senza frontiere. Le forze dell’ordine si sono limitate finora a un blando presidio territoriale per evitare frizioni pericolose con la popolazione locale. Ma l’importante era che il ciclo produttivo non si interrompesse: la mattina dopo il reclutamento ai bordi della strada non subiva intralci.

Chi ha tollerato che cosa, ministro Maroni?
Rosarno era teatro da anni di una conflittualità quotidiana, pestaggi isolati, sfide tra giovanissimi divisi dal colore della pelle ma accomunati da una miseria culturale che li induce a viversi come nemici. Dopo i colpi di fucile che hanno ferito due immigrati, giovedì la furia degli immigrati ha colpito indiscriminatamente la popolazione calabrese. Ieri, per rappresaglia, è scattata la “caccia al nero”: disordini razziali che evocano scenari di un’America d’altri tempi. Di nuovo sparatorie a casaccio per terrorizzare i miserabili che hanno osato ribellarsi, insanguinando la Piana di Gioia Tauro dove governano ben altre autorità che non lo Stato democratico.

La riconversione legale dell’agricoltura del Sud implicherebbe, accanto agli investimenti economici, un’opera di civilizzazione che mal si concilia con l’offensiva propagandistica imperniata sulla criminalizzazione del clandestino. Non solo i mass media ma anche i portavoce della destra governativa hanno eccitato, legittimato sentimenti d’ostilità da cui oggi scaturiscono comportamenti barbari, indegni di un paese civile.

Se a Castelvolturno, nel settembre 2008, fu la camorra a sterminare sei braccianti africani, a Rosarno assistiamo a un degrado ulteriore: settori di cittadinanza coinvolti in un’azione di repulisti inconsulta. La chiamata alle armi contro i dannati della terra che certo non potevano garantire –con la sola forza disciplinata delle loro braccia- il benessere di un’area rimasta povera.

Vi sono probabilmente motivazioni sotterranee, indicibili, alla base di questo conflitto. Non tutti i 25 euro di paga giornaliera finiscono nelle tasche dei braccianti illegali. Pare che debbano versare due euro e mezzo agli autisti dei pullmini che li trasportano nelle piantagioni. Si vocifera addirittura di una odiosa “tassa di soggiorno” di 5 euro pretesa dalla ‘ndrangheta. Di certo non sono associazioni legali quelle che pattuiscono le prestazioni di lavoro. Ma soprattutto è chiaro che una relazione trasparente con la manodopera immigrata viene ostacolata, resa pressoché impossibile dalla legislazione vigente.

Altro che pericolo islamico: qui la religione non c’entra un bel nulla. L’Italia dell’economia illegale, non solo al Sud, lucra sulla farraginosità normativa che sottomette il lavoratore immigrato a procedure arbitrarie sia in materia contrattuale, sia nel rilascio del permesso di soggiorno. Quando Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera”, asserisce che affrontare il tema della cittadinanza significherebbe “partire dalla coda anziché dalla testa”, ignora che restiamo l’unico paese europeo in cui le procedure di regolarizzazione e di naturalizzazione non contemplano alcuna certezza di tempi e requisiti. Assecondando, di fatto, un’informalità di relazioni per cui ai doveri non corrispondono mai i diritti.

Sulla scia di un’analoga iniziativa francese, circola fra gli stranieri residenti in Italia l’idea di dare vita il 1 marzo prossimo a una iniziativa forse velleitaria ma dal forte significato simbolico: “24h senza di noi”. Che cosa succederebbe se per un giorno tutti gli immigrati si astenessero dal lavoro? Quanto reggerebbe il nostro sistema di vita senza il loro apporto? Farebbero bene, i sindacati, a prendere in seria considerazione questa iniziativa, contribuendo con la loro forza organizzativa al moto spontaneo. Ma prima ancora è l’intero arco delle forze politiche, culturali e religiose che rifiutano la contrapposizione incivile fra italiani e stranieri a doversi mobilitare: l’inciviltà dei pogrom è contagiosa.


Fonte:http://www.gadlerner.it/2010/01/09/troppa-tolleranza-di-che-parla-maroni.html