Morte di un ospedale
il San Giacomo di Roma ucciso dai revisori dei conti

14 settembre 2008 Furio Colombo

Avete mai visto un ospedale che muore, mentre le ambulanze continuano ad arrivare, i malati aspettano in lunghe file ordinate nei corridoi già ingombri di mobili e macchine fuori posto, i medici vengono sulla porta per dirti ciò che stanno facendo, come ogni giorno, da anni, ciò che fra pochi giorni non faranno più?

Avete mai visto l’entrare e uscire dei pazienti della dialisi? Qui sono centinaia. Come i medici, come gli infermieri, come gli altri pazienti, non sanno dove andranno. I dirigenti amministrativi fanno il nome ora di uno, ora di un altro ospedale. Quanto lontani? Con il traffico che attanaglia la città quasi in tutte le ore, sono lontani una vita. Cioè la salvezza di una vita.

C’è stata una lettera, in piena estate, appesa ai muri (solo quelli piastrellati) con nastro adesivo. Quella lettera ha stabilito all’improvviso la data di morte dell’ospedale: 31 ottobre 2008.

«Siamo sicuri che tutti continueranno, con la consueta competenza professionale, nella loro attività per il buon funzionamento dell’ospedale» (secondo paragrafo, in stile badogliano, tipo “La guerra continua”, più gli auguri e i cordiali saluti).

C’è qualcosa di involontariamente esemplare e teatrale, nella morte di un ospedale. Gli infermieri non di turno, i medici non in servizio, si fermano in gruppi. Le discussioni accese sono finite, le domande sono rimaste senza risposta, le lenzuola appese alle finestre, con la scritta che annuncia la fine, pendono flosce, come le bandiere delle sigle sindacali, nelle giornate afose e senza vento di questo strano settembre romano. Anche i pazienti, nelle lunghe file in corridoi appena ripuliti, lucidati, riverniciati con bei colori, sembrano comparse. Infatti lo spettacolo ha qualcosa di incongruente, di stravolto che si presterebbe più a uno spettacolo dell’assurdo che a un documentario-realtà.

La ragione è che fra quello che accade (l’ospedale muore) e quello che vedi, i conti con la realtà non tornano.

Infatti, come in certe storie tristi della vita, l’ospedale muore mentre è nel pieno della sua forza e della sua vita. Alzi lo sguardo dal cortile e vedi le strutture di un recente, costosissimo impianto di aria condizionata. Entri e trovi, reparto dopo reparto, sezioni completamente ricostruite, con buoni materiali e un certo gusto. Un non addetto ai lavori non può sapere. Ma quando ti dicono che la sala di rianimazione è tra le più moderne d’Europa, e te lo dicono i medici dell’ospedale, che finalmente hanno ricevuto e installato (proprio prima dell’estate) il modernissimo impianto «Tac» che avevano chiesto da anni, come fai a non credere?

E poi c’è questa contraddizione: il flusso delle ambulanze e la folla dei pazienti continua ad arrivare nel luogo appena perfezionato e ormai quasi morto, e lo stupore di coloro che i sindacati chiamano «il personale sanitario» non finisce. Sono lì fermi, sulle porte e negli androni ed è come se si domandassero senza parlare: come sarà l’ultimo giorno? Qualcuno si presenterà a nome del nuovo proprietario? Metteranno i lucchetti? Porteranno fuori gli ammalati rimasti, svuoteranno il pronto soccorso o ci sarà un cartello che dice, come per le farmacie di turno, dove rivolgersi in caso di malore?
 

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L’ospedale morente di cui sto parlando è il San Giacomo, in Via Canova, nel centro storico di Roma. È un immenso edificio, fra Via del Corso e Via di Ripetta, dentro una casbah di vicoli e stradine. È qui, con queste stesse mura più le aggiunte e le modifiche dei secoli, dal 1326. Vuol dire che tutta la parte di Roma fra il Campidoglio e il Vaticano, è stata costruita e ricostruita intorno a questo ospizio-lazzaretto-ospedale intorno al rifugio per gli incurabili (quasi tutti, quando il San Giacomo è nato), intorno al centro medico di eccellenza che adesso fanno morire. So che molti lettori di tante parti d’Italia mi domanderanno perché parlo di una particolare vicenda di Roma, così simile alle tante che si aprono drammaticamente e si chiudono, spesso malamente, ma quasi uguali, in tante altre città.

Rispondo che abito accanto a questo ospedale. Per anni, chiudendo le imposte, ho visto le luci nei tre piani del vecchio, immenso edificio. Sapevo, e so, che non c’è altro luogo di assistenza medica qui intorno per chilometri di traffico urbano (oppure vicino, solo in linea d’aria). Si possono indicare altri ospedali nel centro di Roma cercandoli su una mappa: uno è troppo piccolo per il Pronto soccorso di una città con milioni di ospiti, uno dove non c’è la dialisi, uno che ha scavato persino sotto il Tevere per le sue sale operatorie, ma non può espandersi più neppure di un centimetro. Il resto è meno antico ma più provato dalla cattiva gestione e dai topi, più dell’ospedale di sette secoli. Oppure si può andare in campagna, di qua o di là del Raccordo Anulare, non sempre dove arrivano autobus e metropolitana.

Ma tutte queste non sono le vere - o le sole - ragioni. Comincio col dire ciò che mi manca. Mi manca di poter annunciare, con la consueta passione polemica, che questa è una cattiva decisione di destra.

Non lo è. È della giunta Marrazzo. È la decisione di persone che ho votato, che stimo, che non capisco. Legare alla storia di una giunta di sinistra la chiusura di un grande centro popolare di cura, per di più nel momento in cui era stato dotato, con costi enormi e non recuperabili, delle più recenti e nuove attrezzature sanitarie, mi sembra una brutta decisione che allarma.

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Devo spiegarmi. Quando, parlando di malati e salute, uso la parola «sinistra» non intendo notare la contrapposizione politica (“se fai così perdi voti”) ma il senso profondo di solidarietà che quella parola si porta addosso.

È vero che «una sinistra moderna sa leggere i bilanci». E qualcuno ti dirà anche che «i bilanci non sono di destra né di sinistra». Ma non è vero. Per la sinistra vengono prima persone, dolore, speranza, ansia, attesa. Portare via un intero ospedale da un quartiere immensamente popoloso, abbastanza anziano e, per di più, affollato di milioni di ospiti (visitatori e turisti) per dieci mesi all’anno, non può essere la decisione giusta, nonostante i problemi del bilancio. È come un buco nel mezzo di una fotografia, come quando da un ritratto di gruppo si vuol fare scomparire qualcuno. Qui scompare il senso del perché si è votato a sinistra dopo avere patito il governo post-fascista di Storace, con la partecipazione straordinaria di signore d’area o di partito che erano diventate, proprio nel periodo Storace, imprenditrici della sanità.

Ricordate le giuste discussioni sulla scomparsa o debolezza, in Italia, dell’opinione pubblica, che vuol dire capacità critica di intervenire da parte dei cittadini? Ecco un altro motivo per cui parlo del San Giacomo e della sua chiusura annunciata con appena un mese di anticipo come di un fatto che, a titolo di esempio, ci riguarda tutti.

Invano medici noti per il loro buon lavoro, infermieri con i loro sindacati, cittadini con i loro interrogativi hanno fatto assemblee pubbliche e invitato giornali, televisioni, politici. Invano hanno raccolto sui marciapiedi di Roma migliaia e migliaia di firme, invano i negozi del centro storico hanno esposto in vetrina un insolito annuncio di morte dell’ospedale. Per discutere con persone coinvolte e allarmate e ai cittadini di una vasto quartiere, non si è presentato nessuno. È vero che l’acquirente privilegiato dell’immensa area «ristrutturabile» (una volta messo sui camion il pronto soccorso, la nuova Tac, tutta la rianimazione, la cardiologia, l’intero reparto ortopedico) è un certo Caltagirone. È un fatto che nessun giornale romano, legato o no ai palazzinari, ha mandato i suoi cronisti. E se lo ha fatto, visite fugaci, e trattare la materia come «caso umano», dal punto di vista di qualche vecchietto nostalgico o infermiere che si ostina a non essere trasferito. Quanto alle televisioni, che corrono ai matrimoni delle deputate-vallette, non se ne è presentata nessuna.

Per il resto ci raccontano l’evento come la modernità che avanza (i vecchi ospedali storici è meglio che diventino alberghi o residence, anche se spese notevoli e irrecuperabili sono appena state fatte) e come austero, manageriale rigore economico. Come se Roma fosse diventata all’improvviso una Londra thatcheriana senza la Thatcher.

Tutto ciò si fa dissipando un patrimonio umano che in altri paesi si chiama «comunità» e che non si monta e si smonta come le macchine.

Tutto ciò accade con una strana inesorabilità, senza parlare, senza spiegare, senza ascoltare, che sono le ragioni più importanti per votare a sinistra.

Tutto ciò si fa spargendo un senso di solitudine che fa apparire l’autorità lontana ed estranea, con un immenso spazio vuoto fra chi prende la decisione e chi la subisce. Diciamo che - qualunque cosa sia la sinistra - non c’è niente di sinistra, cioè fraterno, comunitario ma anche capace di legare il passato al futuro, e il destino solitario di ciascuno con i destini degli altri, nella storia dell’ospedale che muore.

Per questo - con tristezza - ho voluto narrare su L'Unità.
la morte di un ospedale viene da sinistra.