Libia, il paese a pezzi: Cronache in diretta
Annalena Di Giovanni 24 febbraio 2011
Il peggio è arrivato martedì, non appena il Colonnello Muammar Gheddafi ha finito
il suo bizzarro discorso, durato più di un’ora e conclusosi con l’appello alla violenza
fino all’ultimo contro i “drogati, deboli, malati” giovani della rivolta libica.

Poi, col buio, milizie e ronde armate autocostituitesi hanno attaccato in massa le città libiche, dove qualcheora prima
le famiglie avevano consegnato ogni arma in proprio possesso per confermare gli intenti pacifici della rivolta.

Non è servito, le forze pro-governative non si sono fermate di fronte a questo gesto di riconciliazione, e i video circolati ieri tramite la Tunisia sulle fosse comuni scavate per seppellire le ormai migliaia di vittime fra i manifestanti hanno reso l’idea
di quella che è ormai a tutti gli effetti una catastrofe umanitaria.

In Libia ormai si distribuisce il pane che resta, si trasmettono al mondo le immagini dei massacri entrando ogni giorno
in Egitto con cd e chiavette USB cariche di materiale, eppure nonostante le milizie, gli atti di brigantaggio, il governo a pezzi
e l’esercito in fuga, gra parte del paese sembra ormai sfuggita al controllo del colonnello Gheddafi. Definitivamente “liberata”
è la città di Tobruk, al punto che l’ormai sempre più clandestina Al Jazeera è riuscita a installarvi un ufficio provvisorio
per trasmettere gli aggiornamenti.
Non c’è da stupirsi: se Benghazi non è mai stata completamente domata da Gheddafi, è a Tobruk che nacque Omar Mukhtar, che lottò nel secolo scorso per liberare la Libia dal dominio coloniale italiano e i cui alleati vennero poi deposti dal colpo di Stato di Muammar.

È la città d’origine del Colonnello, Siirt, nel centro-nord, l’unica a restare saldamente sotto il controllo di polizia e forze pro-governative. Gheddafi può ancora contare sulla fedeltà delle sue brigate speciali, composte per intero dai membri della sua tribù, la Qazhafa, sulle ingenti somme di denaro che può investire in mercenari e artiglieria, e probabilmente – da due giorni circolano addirittura foto che mostrano mercenari nigeriani vestiti con l’uniforme dell’Eni, ma la faccenda è impossibile da confermare – sull’aiuto di alcune compagnie straniere preoccupate da un eventuale cambio di regime. Ma è tutto quel che gli resta. La maggior parte delle tribù, nel paese arabo che conta il più complesso meccanismo di alleanze claniche e identità familiari, dove persino l’esercito è diviso in base ai vari ceppi d’appartenenza, gli si sono rivoltate contro. Secondo l’analista politico Ibrahim Jibril non si tratterebbe di una grande novità, dato che molte fra le tribù non si erano mai completamente assoggettate al colonnello. Eppure torna in mente lo scenario della guerra civile minacciata da Seif Al Islam quando domenica notte ha dichiarato «La Libia non è la Tunisia o l’Egitto. La Libia non ha né società civile né partiti. La Libia ha solo tribù».

Probabilmente sbagliano i Gheddafi, come hanno sbagliato anche Ben Ali e Mubarak quando non hanno capito in tempo che i loro concittadini non erano più sudditi e non avevano più paura di chiedere il cambiamento. E a dimostrare l’unità dei libici, tutti, ci sono anche le dimissioni in massa non soltanto dei piloti incaricati di bombardare la folla, dei generali, e degli ambasciatori che sia a Berlino che a Londra espongono lo stendardo della Libia libera fuori dall’ufficio, ma anche la defezione dei membri del governo.

E l’ex ministro della giustizia Mustafa Abdel Jeleil, dimessosi lunedì, ha deciso di mettere a disposizione le prove della responsabilità diretta del colonnello nella strage di Lockerbie. Dimesso anche il consigliere di Seif al Islam. Una lotta intestina fra i figli del colonnello sarebbe in corso per decidere della successione, mentre le dimissioni, martedì sera, dell’ex ministro degli interni e generale dell’esercito Abdel Fattah Younis, con tanto di un invito rivolto a Gheddafi di «porre fine alla sua vita» fanno intravvedere in quest’ultimo un potenziale nuovo capo di Stato libico. Intanto si è mosso l’Egitto, prima di tutto quello delle strade del Cairo: dietro piazza Tahrir, ieri, l’ufficio della Lega Araba è stato posto d’assedio da una folla di manifestanti che chiedevano l’intervento diretto della Lega contro Muammar Gheddafi. Per il Segretario Amr Moussa è quasi la prova del nove: se, come sperava, vuole tentare la corsa alla presidenza egiziana nei prossimi sei mesi, dovrà dimostrarsi in grado di anteporre la volontà della sua gente alla pressione degli altri governi – peraltro quasi tutti regimi dittatoriali – arabi e ai mercati mondiali. Se Moussa temporeggia, chi si è mosso è stato il Consiglio Supremo delle Forze Armate, tuttora responsabile del mantenimento dell’ordine in Egitto, che ha direttamente intimato a Tripoli di cessare le violenze contro i manifestanti, annunciando la messa a disposizione di viveri e medicinali da mandare in Libia. Intanto il confine fra i due paesi è ormai fuori da ogni controllo, e file di migliaia di disperati carichi di tutto, dal satellite alla lavatrice confluiscono di ora in ora di Egitto.
 
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