Libia, piu’ di cento i morti a Benghazi
Annalena Di Giovanni 20 febbraio 2011
Benghazi si e’ svegliata ieri fra l’odore di lamiera bruciata e dei corpi rimasti sull’asfalto.
Alle finestre, ancora decine di cecchini. Ma intere strade del centro citta’erano gia’ libere.

Dall’ospedale di al Jalaa, I dottori parlavano di almeno 120 cadaveri stipati nell’obitorio. E’ il bilancio di un’alba di sangue, iniziata alle cinque di fronte al tribunale in cui alcune centinaia di manifestanti, fra I quali anche avvocati e giudici, si erano accampati per protestare contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi, al potere da 41 anni in seguito al colpo di stato militare contro il Re Idris Al Sanussi. Con le prime luci del sesto giorno di lotta, chi era in piazza si e’ ritrovato a correre fra nubi di lacrimogeni e centinaia di proiettili sparati dale Forze Speciali del colonnello, cercando di trascinare via i morti fra i veicoli in fiamme. Era soltanto l’ennesimo massacro. Soltanto venerdi’ i funerali delle vittime del giorno precedente si erano trasformate in un nuovo bagno di sangue, con almeno 35 vittime cadute dopo il tentative di occupare la Katiba di Benghazi, dove Gheddafi pianta le tende quando visita la ribelle Cirenaica. E ad aprire il fuoco non sono soltanto le forze speciali e i sostenitori del Colonnello: stando a una serie di testimonianze video circolate su internet, a Benghazi e al Bayda ci sarebbero anche mercenary africani assoldati per uccidere chi dissente. Se nell’assoldare stranieri Gheddafi ricorda il re Khalifa del Bahrain che arruola sicari dal Balucistan, nella censura dei mezzi di comunicazione la matrice e’ invece egiziana: anche in Libia internet e’ stato tagliato. Si e’ trattato in realta’ soltanto di sei ore, ma e’ bastato per dare l’allarme sull’emergenza in cirenaica. Fra tagli e censure e’ tuttora difficile decifrare la situazione libica. Se in Cirenaica, regione che da sempre conta un’opposizione organizzata oltre che in societa’ civile anche fra confraternite sufi (la Sanussia che governava il Paese prima di Gheddafi), la protesta e la violenta repressione della polizia stanno mettendo a ferro e fuoco sia Benghazi che Al Bayda e villaggi circostanti, Tripoli rimane sotto controllo. E non soltanto perche’ fra censura e mancanza di mezzi di comunicazione, per esempio nelle zone dell’entroterra, e’ quasi impossibile sapere cosa succeda. La Libia sembra effettivamente ancora spaccata fra una Cirenaica in cui i manifestanti sono pronti a tutto in nome della transizione verso la democrazia, e una rete di alleanze fedeli al Colonnello. Fedeli le tribu’, i cui legami di clan garantiscono il controllo dei beduini, fedele tutta quella classe impiegatizia dipendente dai proventi del petrolio, principale risorsa libica. Un’economia fortemente centralizzata rende il Governo pressoche’ unico datore di lavoro nel paese, e per questo Muammar Gheddafi e’ corso ai ripari alzando gli stipend a inizio settimana. Le manifestazioni in suo sostegno tenutesi sia in Libia (dove il Colonnello, con la consueta grandeur, e’ sceso personalmente in strada) sia all'estero di fronte alle sedi, sembrano confermare uno scenario ancora incerto. Finche’ la rabbia esplode soltanto in Cirenaica, il colonnello puo’ ancora contare sul consenso, o almeno il silenzio, del resto della Libia. Unica svolta, in questi giorni di violenze, potrebbe essere l’estensione della protesta anche all’ovest e al deserto. O, ancora, una defezione da parte dell’esercito, magari condotta dai figli ribelli dello stesso colonnello.

E’ ancora il Bahrain la peggiore emergenza umanitaria, dopo che venerdi’ la polizia ha attaccato l’ospedale di Manama tagliando le line telefoniche ai dottori per impedire di divulgare la notizia che nell’obitorio si contavano almeno sessanta corpi. Perlopiu’ vecchi e ragazzi, oltre che una ragazzina di meno di due anni la cui foto ha fatto il giro d’internet. Il secondo  massacro della rotunda di Lulu – occorso venerdi’ quando la polizia ha fatto prima entrare i manifestanti che porgevano fiori e rami d’ulivo agli agenti, e poi ha aperto il fuoco non appena si sono seduti –  e’ stato seguito dall’annuncio, da parte della casa reale, del ritiro dei mezzi dell’esercito dalla citta’. Ma ormai sembra troppo tardi per cercare la conciliazione, e la gente della minuscola isola sembra intenzionata ad abbattere non soltanto il regime di apartheid che riconosce piena cittadinanza soltanto ai musulmano-sunniti, ma direttamente a liberarsi del re Al Khalifa. Impresa che sembra impossibile, visto il terrore della vicina Arabia Saudita di vedere una democrazia nel cuore del Golfo del petrolio, per giunta a maggioranza sciita. In Yemen, nella capital Sanaa, gli scontri armati fra manifestanti e milizie fedeli al regime hanno causato un altro morto ieri  mentre ad Amman una scena simile – da un lato una protesta contro de Abdullah di Giordania, dall’altro un corteo di sostenitori del regime – ha registrato sette feriti.  Intanto in Algeria una cinquantina di manifestanti si sono visti negare ieri, con la forza, il permesso di manifestare.
 
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