Libia, Yemen, Bahrain –
e’ l’ora della febbre egiziana
Annalena Di Giovanni 17 febbraio2011
“Dite all’Italia di risolvere
i propri problemi invece di trattarci come l’Albania”:
e’il commento pressoche’ unanime
che capita di raccogliere per le strade del Cairo
quando si racconta della paura
italiana per eventuali ondate migratorie.
L’economia e’ a pezzi ma sembra che tutti si sentano
chiamati per la costruzione del nuovo Egitto, ed emigrare e’fuori discussione.
Continuano gli scioperi, continuano le ronde di un esercito sempre piu’imbarazzato
nel gestire il potere sotto la pressione di massa di cittadini ben attenta:
negli ultimi giorni le forze armate hanno spedito unóndata di SMS
per confermare agli irrequieti cittadini egiziani che lo smantellamento
del vecchio sistema va avanti, il parlamento e’stato sciolto e I giudici
dellópposizione chiamati a riscrivere la Costituzione. Ma intanto,
per sicurezza, gli egiziani hanno deciso di tornare in piazza a centinaia
di migliaia anche domani, come ogni venerdi’. E in ogni strada e casa risuonano
discussioni infinite su come e cosa scrivere sulla nuova costituzione.
Ciascuno discute, ciascuno sogna. Se gli egiziani hanno raggiunto nel giro
di pochi giorni un’autocoscienza e una maturita’democratica tale da far
imbarazzare qualche altro paese del Mediterraneo, adesso la fila degli
aspiranti paesi rivoluzionari si allarga ogni giorno di piu’. Ormai ogni
giorno in Medio Oriente qualcuno scende in strada, qualcun altro lo imita,
una moltitudine di gente perde la paura, e una nuova rivoluzione – nel
senso del capovolgimento totale di un certo modo di percepirsi all’interno
di un sistema e di una societa’ ritenuti immutabili – comincia. Prima la
folla si coalizza chiedendo la fine di un dittatore, poi coi giorni la
richiesta si allarga allíntero sistema, poi si lament ache e’troppo
tardi per il compromesso, e quando alla fine le forze armate depongono
una dopo l’altra le teste del regime scattano le richieste dei lavoratori,
mentre un’intera societa’, trovatasi insieme in mezzo alle differenze di
classe e di livello culturale, rivede costumi e tabu’. E’stato il modello
tunisino, e’diventato anche il modello egiziano. Con la differenza che
la vicenda egiziana si e’rivelata ancora piu’ricca di tranelli da parte
del regime, attacchi, silenzi della comunita’internazionale, e spettacolari
episodi di solidarieta’ fra comunita’ ritenute inconciliabili: come I cristiano-copti
che formavano catene umane durante le preghiere dei musulmani, o ancora
gli studenti di sinistra che marciavano contro la polizia abbracciati ai
Fratelli Musulmani. Ora si tratta di vedere chi sara’il prossimo candidato
all’ingresso nel nuovo mondo arabo, quello in cui la popolazione si unisce
per scuotere I vertici del potere e decidere di se’stessa. Mentre l’Algeria,
spaccata dale divisioni etniche e da conflitti fra religiosi ed esercito,
sembra per ora essersi calmata dopo svariati episodi di proteste e scontri
nel giro di poche settimane, lo Yemen continua. Ieri il sesto giorno consecutive
di proteste contro la presidenza di Ali Abdullah Saleh ha registrato un
aumento di violenze. Le decine di studenti ritrovatisi di fronte allúniversita’per
protestare sono stati aggrediti non soltanto da centinaia di poliziotti,
ma anche da milizie pro-governative piombate sui ragazzi con mazze e bastoni.
Gli scontri di Aden, in serata, hanno registrato un secondo morto. Le proteste
sembrano destinate a proseguire e probabilmente ad allargarsi anche sul
Mar Rosso. E non importa se Saleh ha promesso di non ricandidarsi nel 2013,
non importa se la polizia ha persino aggredito tre giornalisti, non importa
se il paese e’gia’nel mezzo di una guerra civile al Nord, della quale l’Arabia
saudita e’ largamente responsabile. Ma la vera novita’della giornata di
ieri e’stata la Libia. Le proteste contro Gheddhafi e la sua gerchia amministrativa
erano in realta’previste per giovedi’, ma la gente non ha voluto aspettare
oltre. Nel pomeriggio si sono ritrovati a centinaia di fronte al quartier
generale della polizia di Benghazi. Quando le forze di Gheddhafi hanno
aggredito la folla, le famiglie dei 20 arrestati si sono aggiunte alla
manifestazione. L’unica risposta del Governo per ora, accidentalmente cosi’simile
al gesto dellégiziano Hosni Mubarak, e’stato l’oscuramento dell’emittente
al Jazeera. Ma il caso egiziano ha dimostrato che quando la gente comincia
ad abbandonare televisione e computer per scendere fisicamente in strada,
incontrandosi e stabilendo nuovi meccanismi politici, e’gia’troppo tardi
per ricorrere alla censura. Probabile, insomma, che la Libia sia la prossima
in coda. E intanto una nuova Tahrir – l’ormai celeberrima piazza cairina
– sembra essersi creata a Manama, dove centinaia ( il Bahrain conta a malapena
un milione di abitanti) di manifestanti si sono accampati alla Rotonda
delle Perle. Non e’un problema solo per il traffico di idrocarburi dello
Stretto di Hormuz. Se crolla il regime in Bahrain, I giorni sono contati
anche per il piu’determinante partner commerciale degli USA in Medio Oriente:
l’Arabia Saudita, a sua volta retta da un complesso sistema di repressione
totale e alleanze coi Khalifa per controllare le opposizioni che si muovono
fra deserto e Bahrain. Infine, lontano sia culturalmente che linguisticamente
dai paesi arabi, adesso sembra che sia venuto il turno dell’Iran. Dopo
gli scontri di lunedi’, conclusisi con la morte di Sana Jalehe di Mohammad
Mokhtari, entrambe occorse durante una manifestazione non-violenta, adesso
si parla di almeno 1500 arresti da parte del regime. Potrebbe essere il
ritorno della Rivoluzione Verde di due anni fa. Una cosa e’certa, che uno
spettro si aggira fra mondo arabo e persiano. E I suoi effetti saranno
irreversibili.