Egitto, ancora un venerdi’
di rabbia
Annalena Di Giovanni 19 febbraio 2011
“In genere mi rivolgo a voi
chiamandovi “miei figli musulmani”.
Ma oggi posso soltanto chiamarvi
miei compagni:
egiziani, musulmani e cristiani
in egual modo, perche’ questo giorno appartiene a voi tutti”.
E qui ieri la folla ha interrotto qui lo sheikh Yusuf
al Qardawy, tornato in Egitto, e piu’ precisamente a Piazza Tahrir,
dopo trent’anni di esilio per condurre la prima preghiera del venerdi nel
paese liberato dal regime di Hosni Mubarak : “Siamo un solo popolo, siamo
tutti egiziani”, hanno urlato le centinaia di migliaia di anime inginocchiate
e abbarbicate in ogni possibile angolo della piazza. Il religioso si e’
interrotto ancora, per poi ammonire: “mi rivolgo a tutti I leader arabi.
Vi dico, smettetela di combattere contro la storia. Il nostro popolo e’
cambiato”. C’era di che svenire, ieri, a Tahrir. Claustrofobia, mancanza
di spazio, troppo sole e soprattutto troppa gente, per quella marcia della
Vittoria che fino al giorno prima era stata messa in dubbio da alcune frange
dei ragazzi del 25 Gennaio, convinti che si deba cercare adesso la calma,
la fine degli scioperi e la cooperazione con giudici e forze armate, e
alrtre frange di movimenti convinti invece che la pressione sull’esercito
non debba diminuire. E invece ancora una volta gli egiziani si sono stupiti
da soli, accampandosi a Tahrir fin dalla notte precedente pur non sapendo
lse la manifestazione ci sarebbe stata, e a che ora, ognuno nei suoi 50
cm di spazio, finche’ il giorno dopo non e’ saltata fuori la cifra esorbitante
di quattro milioni di convenuti – piu’ le migliaia che hanno improvvistato
picnic e marce in ogni strada del centro. Un po’ per il ritorno dell’esiliato
Qardawi, un po’ perche’ I Fratelli Musulmani avevano promesso di marciare
e quindi nessuno se la sentiva di lasciare la piazza agli islamisti, Tahrir
e’ tornata a scopiare di colori. “So che e’ difficile da capire, quando
ci vedete inginocchiati a pregare in massa, che lo facciamo soltanto perche’
siamo egiziani e fa parte del nostro spirito”, spiega a Terra Ahmad, uno
dei ragazzi del 25 Gennaio. “Perfavore, non scambiateci per islamisti solo
perche’ preghiamo tutti insieme. Quelli ormai non esistono neanche piu’”.
E cosi’ gli altri ragazzi che hanno occupato Tahrir sin dai primi giorni
di protesta, in ritardo coi tempi della preghiera e un po’ stanchi per
le feste e gli alcoolici del fine settimana, si sono ritrovati a non poter
mettere piede nella piazza in cui hanno dormito per due settimane. Kholoud,
tornando indietro con una risata, ha spiegato: “ecco bisogna lasciare che
la rivoluzione che abiamo cominciato adesso passi nelle mani di tutti.
Non potro’ entrare a Tahrir ma sono felice lo stesso, perche’ vengo da
Baghdad, e oggi nel mio paese migliaia di manifestanti si sono riuniti
dal Kurdistan a Bassora. Stanno cominciando anche la’”. Se fra scioperi,
processi a ministri e caimani, e qualche ritardo sulla convergenza dei
movimenti in partiti, l’Egitto sembra avviato in maniera irreversibile
verso la prima pagina di liberta’ nella sua storia, altrettanto non si
puo’ dire della Libia. Da mercoledi’ sera gli scontri registrano cifre
di morti impossibili da verificare. Il ferreo controllo di media, satelliti
e internet da parte di Muammar Gheddafi lascia a malapena trapelare scenari
di guerra civile in cui le forze democratiche vengono attaccate contemporaneamente
da polizia e milizie governative fra lacrimogeni, cannoni d’acqua e pallottole
– con cifre di morti che si aggirano dai 75 confermati dai medici, al 39
certificati da Human Rights Watch. Unanime nel mondo la condanna contro
il governo e l’appello a permettere le manifestazioni. Ma nonostante la
risposta cruenta della polizia e delle forze pro-Gheddhafi, e’ probabile
che l’ondata di rivolte in Libia sia destinata, almeno per ora, a sgonfiarsi
nel giro di qualche giorno. Benghazi e al Bayda sono da sempre un
focolaio di scontento contro Gheddhafi perche’ sono nel cuore del la zona
di maggior influenza dei mistici Sanussi, la cui dinastia reale venne deposta
quattro decadi fa dal colpo di stato guidato dall’allora giovane colonnello.
Se almeno in Cirenaica le proteste possono contare anche sull’appoggio
delle confraternite, le poche centinaia di manifestanti scesi finora a
Tripoli e in altre aree del paese mettono a nudo quello che ancora
e’ uno svantaggio numerico. Gheddafi ha contro la Sanussiya, e’ vero; ha
contro anche frange dell’esercito, una larga parte della classe media urbana
e della societa’ civile, e persino alcuni dei suoi figli. Ma puo’ ancora
contare sui fortissimi legami tribali dei clan che ieri gli hanno rinnovato
l’appoggio (l’attaccamento del colonnello alle origini beduine per si accompagna
alla diffidenza delle tribu’ contro il potere della senussiya), nonche’
sulla fidelizzazione di tutti quei dipendenti che un’economia basata
sulle risorse energetiche e fortemente centralizzata intorno all’amministrazione
statale legano a doppio filo al Governo. Il colonnello insomma conta di
cavarsela con qualche vistoso aumento di stipendio, e l’oscuramento temporaneo
dei media. Sono in molti a dubitare che la repressione contro le proteste
scateni lo stesso controeffetto verificatosi in Tunisia ed Egitto, dove
l’indignazione contro la polizia ha decuplicato le cifre dei manifestanti
nel giro di qualche giorno. E il fatto che in molte citta’ – e di fronte
a molte ambasciate all’estero – le manifestazioni a favore di Gheddafi
abbiano superato quelle contro, sembra confermare che in Libia il
frutto della liberta’ sia per ora acerbo, mentre fa capolino l’Iraq subito
in coda dietro al Baharain, dove ieri oltre ai funerali c’e’ stato l’attacco,
a colpi di lacrimogeni contro I dottori dell’ospedale municipale, e dove
I manifestanti, recatisi a Lulu portando fiori per la polizia, sono stati
freddati a colpi di fucile non appena si sono seduti a terra, donne e bambine
incluse. Anche in Yemen il Venerdi’ della rabbia si e’ concluso con almeno
tre vittime. I leaders arabi, anche ieri, sembrano aver deciso di lottare
un altro giorno contro la storia.