Bahrain: Arriva il Venerdi’ della Furia
18 febbraio 2011
 Dormiva con gli altri, all’alba di ieri, a Lulu la rotonda delle Perle di Manama,
non ha ancora un nome la bambina il cui corpo e’ stato scoperto ieri nell’obitorio di Salmaniya,
in Bahrain, che dormiva con altre migliaia perche’ il Governo, dopo le scuse ufficiali del Re
Al Khalifa per i giorni precedenti, aveva fatto credere a tutti che Lulu era gia’una nuova Tahrir.
E invece , proprio come nella piazza del Cairo esattamente due settimane prima, l’attacco e’arrivato al termine della notte, mentre tutti dormivano.

Una cortina di lacrimogeni ha creato il panico mentre le forze antisommossa si facevano coprire dai blindati dellésercito. In un attimo si sparava sul volto a chi ancora dormiva – in un corpo sono stati rinvenuti oltre duecento proiettili -, si massacrava di botte chiunque tentasse la fuga, si sparava persino al personale medico che tentava inutilmente di portare via i feriti. Sessantacinque, nella serata di ieri, i dispersi. Impossibile contattare il direttore del Centro dei Diritti umani Nabeel Rajab, gia’piu’volte preso di mira dal regime. Cinque piu’altri tre i morti confermati finora, in un principato che conta a malapena un milione di cittadini in tutta l’isola. In serata sono arrivate le prime dimissioni ministeriali, quelle del dicastero della salute, mentre gia’ i parlamentari del partito al Wefaq se nérano andati mercoledi’chiedendo lo scioglimento del governo.  La casa reale degli Al Khalifa, che occupa l80% delle posizioni governative oltre allo scranno piu’alto, ha indetto ieri un consiglio d’emergenza per gli Stati del Golfo mentre in tutte le strade del Bahrain si continuava a scappare e cadere sotto gli spari dell’esercito e della polizia antisommossa – quest’ultima composta da decine di immigrati baluci e pachistani di confessione sunnita, che la casa reale “importa” apposta per mansioni come la tortura degli attivisti e l’attacco durante le manifestazioni non violente. La situazione in Bahrain rischia di sconvolgere pesantemente gli equilibri del Golfo del petrolio, e non soltanto per lo stanziamento della Quinta flotta americana. La casa reale al Saud e’direttamente coivolta nella situazione di apartheid contro la quale i cittadini del Bahrain stanno protestando. Coinvolta perche’l'ha favorita quando non sponsorizzata, grazie ad  una attenta propaganda che per anni ha descritto la maggioranza sciita dellísola come “legata al regime iraniano”per giustificare di fronte agli stati uniti la sistematica violazione dei diritti umani di chiunque non fosse musulmano-sunnita. Adesso sembra – come gia’ in Tunisia e in Egitto – che anche le proteste in Bahrain, per anni risoltesi con dozzine di morti, stavolta siano destinate a concludersi con la deposizione del regime; una prospettiva che i Paesi del Golfo, pero’, non possono permettersi. Chi invece non rischia di venire rimpianto dal blocco pro-saudita e’ Muammar Gheddafi. Ieri e’ ufficialmente sceso in guerra contro il proprio paese, e la sua gente. Elicotteri, polizia, esercito e milizie sono state schierate a Benghazi, dove alle cinque italiane almeno 6 manifestanti erano confermati come morti. Di fronte all’ambasciata americana, secondo testimonianze raccolte da Al Jazeera, le centinaia di manifestanti sono state attaccate da un numero quasi doppio di miliziani pro-governativi. A Beyida l’intera popolazione sarebbe scesa in strada ieri, dando alle fiamme la centrale di polizia e cantando “Il popolo vuole la caduta del regime”, lo slogan egiziano. I morti accertati salgono a 14 da mercoledi’, nel tentativo di liberare il paese da una dinastia che si regge su un fedelissimo apparato amministrativo oltre che sul supporto alla lotta contro le confraternite islamiche, mentre non e’ancora chiaro il ruolo che il figlio del presaidente – da 1 anni – della Libia, Seif Al Islam Gheddhafi, starebbe giocando dietro le quinte contro il padre. Gheddhafi ha fatto rilasciare 131 islamisti e aumentato I salari governativi, ma sembra troppo tardi per cercare il compromesso man mano che la repressione alza il livello dello scontro. Stesso scenario in Yemen, al settimo giorno di protesta contro  il presidente Ali Saleh, dove le poche centinaia di studenti dei giorni scorsi si stanno trasformando in migliaia di oppositori. Due morti accertati anche ieri, con lésercito che a Sana avrebbe tentato inutilmente di separare i sostenitori del governo – a quanto pare armati – dalle folle di manifestanti che chiedono elezioni presidenziali entro sei mesi e scioglimento del governo. Oggi e’venerdi’. Sara’il “Giorno della Rabbia per Yemen e Libia, dove si dovrebbe scendere in strada dopo le preghiere. Sara’il giorno dei funerali in Bahrain, il paese che ieri ha registrato le scene di maggior violenza. E sara’ il venerdi’della vittoria al Cairo, dove si dovrebbe sfilare per ricordare all’esercito di mantenere gli impegni presi per la transizione verso la democrazia.
 
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