Rigassificatore Melilli: montagne di soldi sulla pelle dei siciliani
L’ affare di cui non parla nessuno.
Parliamo del rigassificatore di Melilli: l’autorizzazione dalla giunta di governo non è ancora arrivata.
Da parte sua, invece, la Procura di Siracusa ha aperto un’indagine conoscitiva sulla vicenda.
Frattanto, si rinnovano le iniziative per spiegare all’opinione pubblica cosa significa davvero questa megaopera,
quali rischi comporta, quali “vantaggi” inesistenti o quasi.

Sel ha presentato il libro bianco sull’affare che i Poteri forti vogliono fare nel siracusano.
E sono considerazioni che fanno rabbrividire. Altro che occupazione!
Il Governo Regionale deve ancora decidere: e sarà una decisione “pesante”,
Una decisione che coinvolge la vita milioni di Siciliani. Di fronte, un affare faraonico.

LIBRO BIANCO- L’ultima –malgrado una sorta di black-out mediatico- è arrivata da Catania, dove Sel, Sinistra Ecologia e Libertà, ha presentato il libro
bianco sulla vicenda, scritto da tecnici e professionisti esperti del settore, come il geologo Massimo Putignano, l’ing. Marianna De Martino che, con accanto
Paolo Castorina, esponente di Sel, docente di fisica, già sindaco di Acicastello, hanno illustrato dati e condizioni di una storia tutta siciliana, dove i Poteri forti,
quelli veri, quelli che vogliono fare affari, magari nel silenzio della stampa, compaiono, eccome.
E magari fanno girare “leggende” come la creazione di tanti nuovi posti di lavoro, nel quadro dello “sviluppo “economico”: balle, buone per la propaganda.

E’ stato spiegato, infatti, che il rigassificatore è un progetto che non produrrebbe neanche dati occupazionali confortanti. Nessun guadagno positivo in termini occupazionali. “I posti di lavoro, compreso l’indotto - ha spiegato Paolo Castorina di Sel - saranno circa un centinaio. Mentre se si dovesse ricorrere all’energia fotovoltaica e produrre con questa solo lo 0, 003 per cento dell’energia derivante dall’impianto si creerebbero più di 200 nuovi posti di lavoro”

Il libro bianco sul rigassificatore ha la finalità di raccogliere tutte le informazioni ritenute utili per valutarne la costruzione in un territorio che già possiede
un polo petrolchimico e che dal 1995 e’ ad alto rischio ambientale.

“Il progetto del rigassificatore –hanno spiegato De Martino e Putignano- comporterà un costo del progetto di circa 800 milioni di euro, pensiamo che la sola compensazione comprende cento milioni di euro. A guadagnarci sara’ ‘Ionio Gas’, anche qualora il terminale di rigassificazione non dovesse funzionare. Questo perché per circa 20 anni percepirà il 75% dei ricavi stimati per i primi due anni di attività, cosi’ come previsto dalla normativa in vigore. Il progetto, attualmente e’ al vaglio della Regione e ha già incassato il no del consiglio comunale di Priolo rinunciando alle compensazioni e il no della popolazione tramite referendum di Melilli e Priolo”. Un affarone! Altro che occupazione. Eppure chi è a favore fra le forze politiche e sociali? Il Pd e la Cgil. In nome dello “sviluppo” e dell’ “occupazione”. Sembra di sentire i discorsi di chi un tempo giustificava tutto in nome dei posti di lavoro…succedeva anche a Catania.

LE ORIGINI-
Ma come nasce questo megaprogetto? Sullo sfondo uno scontro fra “giganti”. E’ scritto nel libro bianco:
“….le ragioni che hanno indotto alla realizzazione di un terminale di rigassificazione ci sembrano ormai chiare. L’impianto, progettato per rispondere alle sempre crescenti esigenze energetiche del polo industriale siracusano, schiaccia l’occhio al ‘business attorno al quale si svolge la guerra del gas’. ..”

Lo studio prosegue poi soffermandosi sui rischi ambientali e in generale sul tema della sicurezza per la popolazione.
E’ scritto, tra l’altro: “…Il sito prescelto è sicuro? In termini occupazionali la scelta del terminali di rigassificazione è la migliore?

I RISCHI-
Con riferimento alla scelta del sito, vorremo esporre le considerazioni espresse dagli organi competenti:
“Nel sito in questione, quindi, i problemi sono soprattutto la prossimità dell’impianto proposto ai centri abitati e ad altre industrie a rischio,
l’assenza di ricambio idrico nella rada con i conseguenti effetti dello scarico delle acque di processo nell’ambiente marino.
La zona vede contemporaneamente presenti vari rischi:
industriale; sismico e conseguente rischio maremoto; bellico; attentati; traffico navale;
linea ferrata all’interno di aree destinate a deposito gas.”.

E ancora sul rischio industriale:
“l’area individuata per la costruzione è già stata dichiarata ad elevato rischio di crisi ambientale ed è caratterizzata da:
1) presenza di impianti risalenti a più di 50 anni fa, con adiacenti stoccaggi di prodotti infiammabili;
2) impianto produzione etilene della Polimeri Europa ex ICAM (già esploso nel 1985) adiacente al costruendo terminale di rigassificazione;
3) numerosi incidenti registratisi negli ultimi anni (il più grave quello del 30 aprile 2006);
4) Registrazione quasi giornaliera di sfiaccolamenti dalle torce, con fiamma pilota sempre accesa, pericolosissimi punti di innesco e fireball in caso di perdita di metano dall’impianto…” E ancora in tema di rischio militare?
“Come coniugare la presenza della Marina Militare con il rischio di incidente (o attentati!) considerando in aggiunta l’esistenza del deposito di armamenti di Cava del Sorciaro e del pontile NATO e la contemporanea presenza di navi a propulsioni nucleare?…”

Altro punto dolente il traffico navale
“dallo studio di incidenza si rileva che il terminale di rigassificazione comporta un incremento del traffico navale riassumibile in:
143 navi metaniere/anno (a regime);
imbarcazioni di supporto (numero imprecisato);
rimorchiatori 4 – 6 per ogni nave;
imbarcazioni per i controlli (numero imprecisato).
Con riferimento alle ipotesi effettuate circa la stazza delle navi, il tempo per le operazioni di scarico per ogni nave è di 15 ore,
a cui si devono aggiungere i tempi per le manovre in ingresso, quelli di ormeggio e quelli di uscita.

La regolamentazione del traffico delle navi metaniere del terminale di Panigallia è stata oggetto dell’Ordinanza No. 150/2001, modificata dalla No. 103/2004
da parte della Capitaneria di Porto della Spezia, il cui comma 5.3, cita: “Nella zona di mare di Panigallia …. è vietata qualsiasi attività di superficie e subacquea …. Sono esclusi dal divieto di cui al presente punto le navi metaniere destinate all’ormeggio al pontile Snam ivi esistente ed i relativi mezzi nautici impiegati durante le operazioni di ormeggio/disormeggio (ormeggiatori, piloti, rimorchiatori), i mezzi navali della Marina Militare, delle forze di Polizia e dei Vigili
del Fuoco per lo svolgimento dei compiti di istituto.”

Altro regolamento è L’Ordinanza n° 63/08 emessa dalla Capitaneria di Chioggia per il terminale off shore di Rovigo, che recepisce la circolare IMO (International Maritime Organization) SN. /Circ 257 del 11/12/2007. Dove all’Art. 3 è “definita una zona di sicurezza di forma circolare il cui centro
corrisponde al terminale di rigassificazione il cui raggio è di circa 2.000 m ove all’interno sono vietati; il transito, l’ancoraggio, lo stazionamento
di navi in attesa, la pesca e qualsiasi altra forma di attività”.
In considerazione delle 143 gasiere/anno che per 15 ore impegnano e transitano negli specchi di mare del terminale di rigassificazione tali misure, se adottate,
sono senza dubbio fortemente limitative normali attività portuali, con grave pregiudizio dell’economia di settore…”

LAVORO
E gli effetti sull’occupazione?
“In considerazione delle apparenti incompatibilità tra la sicurezza in senso lato e delle strutture militari, nonché delle forti limitazioni al mantenimento delle attuali attività portuali che deriverebbero dalle straordinarie misure di sicurezza che regolano il traffico e le operazioni delle gasiere, si temono effetti negativi sull’occupazione. E’ ovvio che il ridimensionamento di un’ attività portuale e/o dell’indotto, comporterebbe la perdita di un numero di occupati ben superiore al nuovo apporto occupazionale offerto dal terminale.

Quest’ultima questione merita un’attenta riflessione sia dei governi che dei parlamenti regionali e nazionali; infatti non può non destare perplessità la mancanza di regolamentazione circa la costruzione di impianti RIR in aree ad elevato rischio di crisi ambientale…” E ancora: “quanto esposto evidenzia che la costruzione del terminale di rigassificazione è una scelta a nostro avviso scellerata, sia dal punto di vista territoriale, che della politica energetica. Ciò purtroppo si deve alla mancanza di norme che regolano sia la costruzione di impianti RIR in generale ed in particolare in aree dichiarate ad elevato rischio di crisi ambientale. Oltre all’inaccettabile soglia di rischio rappresentata da: rischio sismico e di maremoti; rischio industriale; rischio attentati. .. e, considerando gli accordi stilati dal protocollo di Kyoto, la scelta del terminale di rigassificazione è antieconomica. Sotto il profilo occupazionale un’oggettiva considerazione deve necessariamente scaturire dal confronto tra l’incremento occupazionale creato dal terminale e quello derivante da altre fonte energetiche come ad esempio il fotovoltaico”.
Quali sono le proposte di Sel sul tema occupazione? “Bonifiche, disinquinamenti e risanamenti ambientali; ammodernamento e messa in sicurezza degli impianti; adeguamento sismico degli impianti; energie rinnovabili.”

CONCLUSIONI-
Le conclusioni dello studio non lasciano dubbi: “il libro bianco dimostra in maniera incontrovertibile che la scelta di costruire il terminale di rigassificazione risulta errata sia sotto il profilo ambientale, per la natura stessa della risorsa e delle emission trading che ne derivano dalla combustione del gas, sia sotto il profilo territoriale per gli elevatissimi rischi connessi all’aria ove si intende costruire l’impianto; infine sotto il profilo occupazionale per il bilancio negativo tra il potenziale di occupazione dell’impianto di rigassificazione e quello delle bonifiche o dello sviluppo di energie rinnovabili.
Sinistra Ecologia e Libertà esprime la sua totale contrarietà alla costruzione del terminale di rigassificazione non solo per le criticità ambientali e territoriali, ma sopratutto perché si ritiene errato il ricorso ad una politica energetica basata quasi esclusivamente sulle fonti fossili.
Infine, per lo sviluppo socio–economico dei territori si ritengono della massima urgenza:
lo sblocco dei fondi stanziati con il Piano di Risanamento Ambientale e l’immediata bonifica dei territori e della rada di Augusta; il ricorso ad una politica di prevenzione del rischio sismico delle strutture industriali più vulnerabili; una nuova e moderna normativa che precluda l’esistenza di impianti RIR in aree ad elevato rischio di crisi ambientale.”

Ma ricordiamo i termini della vicenda rigassificatore?
L’AFFARE.
E’ un faraonico progetto che vede impegnati “colossi” dell’industria, assecondati –trasversalmente- da settori della politica siciliana, da Confindustria e sindacati compresi: tutto sembra convergere per fare partire definitivamente, nel polo petrolifero aretuseo di Melli- Priolo-Augusta, il progetto del rigassificatore di Melilli da 12 miliardi di m3/anno di metano, sotto l’insegna della “Ionio Gas” (Erg e Shell al 50%).

Non è solo, però, una questione economica; di mezzo non c’è, infatti, solo lo sviluppo economico (l’investimento è di oltre 500 milioni di euro, qualcuno però parla di quasi un miliardo di euro) e l’occupazione (sono stimati circa 150 addetti a regime) –come dicono i sostenitori dell’impianto; c’è di molto di più: la ridefinizione di centri di potere e di alleanze in Sicilia. Protagonista è la famiglia Garrone, un nome che significa Erg e Confindustria ad alti livelli: Edoardo Garrone, presidente della Erg, è vicepresidente per l’organizzazione e marketing associativo del gruppo di via dell’Astronomia, di fatto una sorta di “Ministro degli Interni”. Insomma, un personaggio che pesa. Non a caso, qualche tempo fa il presidente regionale di Confcommercio, Pietro Agen, in riferimento a provvedimenti del governo regionale, parlò di “legge Garrone” per il rigassificatore.

I PROTAGONISTI.
Garrone è protagonista di questa nuova pagina siciliana della grande industria che mira a realizzare megaimpianti, senza troppi scrupoli per gli effetti sul territorio. Nella zona in questione, ci riferiamo in particolare a Siracusa, c’è un altro personaggio ormai affermato nel panorama politico-imprenditoriale. Si chiama Ivan Lo Bello, è presidente di Confindustria Sicilia, è componente anche della giunta nazionale di Confindustria, dopo essere stato già al vertice dell’associazione industriali siracusana. E’ impegnatissimo in convegni e parole antimafia.

Garrone e Lo Bello sono i nomi di una nuova “avventura” tutta siciliana. Sullo sfondo, poi, c’è un terzo protagonista possibile, che i “bene informati” indicano come molto probabile della “partita”: la famiglia Prestigiacomo, Stefania figlia a lungo ministro e politico di primissimo piano, Pippo padre industriale. A Siracusa, guarda caso. E a Catania? Chi ha provato a dire qualcosa non “in linea” è stato fatto fuori su due piedi, con modalità e motivazioni alquanto discutibili: via Fabio Scaccia, è arrivato Domenico Bonaccorsi. Lo Bello ha avuto parole di soddisfazione.

L’OPERA.
C’è da realizzare, infatti, un impianto per la lavorazione del gas naturale: da liquido a naturale, al termine di una complessa opera che passa da serbatoi di stoccaggio, pompe sommerse, vaporizzatori, reti di distribuzioni. Il gruppo che lavora per il rigassificatore assicura: ci saranno vantaggi per il territorio, economici e occupazionali, niente allarmismi per i paventati rischi ambientali –come le possibili fughe di gas- dovuti a questo tipo di produzioni industriali, in un’area già provata dagli insediamenti delle raffinerie.

PROTESTE E CONTESTAZIONI.
Queste sono, invece, le tematiche avanzate dai comitati civici, associazioni e gruppi politici che si oppongono alla grande opera. Così, mentre da un lato si fa notare –statistiche alla mano- che nei 53 rigassificatori funzionanti nel mondo, di cui 14 in Europa, non è mai accaduto un incidente rilevante (ma i comitati e le associazioni contrarie –dati alla mano- sostengono il contrario), da chi dice “no al rigassificatore” si pone in evidenza come la legge cosiddetta “Seveso”, interviene a tutela di aree industriali di questo tipo, già dichiarata da anni “Zona in piena crisi ambientale”, vietando la costruzione di ulteriori impianti ad alto rischio di incidenti rilevanti.
Perché? I numerosi impianti già esistenti, essendo coinvolti in un incendio o esplosione, potrebbero scatenare il tanto temuto effetto domino (ovvero l’esplosione a catena). Da non trascurare un altro fattore molto importante che è l’alto grado di sismicità della Sicilia Orientale.

GLI INCIDENTI.
Ma quali sono le principali ragioni del dissenso rispetto a questa opera? Dapprima, la pericolosità intrinseca dell’impianto è tale da renderne inaccettabile la localizzazione nel sito prescelto, in un territorio sotto l’egida della Erg. Si tratta infatti di impianto a rischio di incidente rilevante come da si evincerebbe dalle direttive “Seveso” -tutt’ora vigenti- e in virtù delle quali viene vietata la realizzazione in siti come quello nel quale si intende metterlo. Infatti, questo impianto sorgerebbe a circa 200 metri da quello etilene della Polimeri Europa (a quel tempo si chiamava Icam) che, nel maggio del 1985, scoppiò, andando completamente distrutto. Praticamente sorgerebbe all’interno della raffineria Erg Nord, nella quale si verificò il pauroso incendio del 30 aprile e del 1° maggio 2006. Detto incendio assunse proporzioni preoccupanti tanto che il direttore dello stabilimento attivò il P.E.I. (Piano d’Emergenza Interno) e dichiarò l’Emergenza Grandi Rischi Esterna, disponendo il fermo degli impianti. A seguito della comunicazione dell’Emergenza Esterna, la Prefettura di Siracusa attivò il “Piano dei Cancelli” con la chiusura sia delle strade che collegano il polo industriale con i centri abitati che la linea ferroviaria Siracusa-Catania. La Capitaneria di Porto di Augusta, da parte sua, intervenne per far sospendere le operazioni commerciali in atto e far allontanare dalla rada le 14 navi in prossimità dell’incendio.

Infine, nel corso del 2008 si sono verificati non pochi incidenti nella zona industriale in cui dovrebbe sorgere il rigassificatore, di cui alcuni proprio nella raffineria Erg Nord nonché il crollo parziale del pontile vicino al sito destinato al rigassificatore. Dato il sito prescelto, anche un incidente non immediatamente catastrofico, avrebbe quindi buone probabilità di innescare un effetto “domino” che concretizzerebbe un rischio imprevedibile per gli insediamenti umani limitrofi. A tali conclusioni sono giunti anche i consulenti incaricati dal comune di Melilli, l’avv. Mario Giarrusso e il prof. Giuliano Cammarata dell’Università di Catania (il quale successivamente ha però espresso una posizione opposta, favorevole al rigassificatore).

GLI ATTI.
Che il sito individuato abbia un grado di pericolosità tale da rendere improponibile la realizzazione di un altro impianto a rischio di incidente rilevante, quale potrebbe essere il rigassificatore, risulta assai chiaro dalla delibera n. 111 del 23/10/2008 emanata dal Comitato Tecnico Regionale per la Sicilia, notificata alla Erg, ai Comuni di Melilli e Priolo, alla Provincia Regionale di Siracusa, alla Questura e Prefettura di Siracusa, all’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente, all’Assessorato Regionale all’Industria, al Ministero dell’Ambiente, dell’Industria e delle Infrastrutture nel novembre 2008.

In essa si esprime un giudizio negativo sulle attuali condizioni di sicurezza dello stabilimento Erg (nel quale si propone appunto la costruzione del rigassificatore) e si sottolinea che non potranno essere prese in considerazione proposte che prevedano incrementi del preesistente livello di rischio.
E poi, soprattutto, c’è un atto ufficiale, datato 26 novembre 2009, dell’assessorato regionale Territorio ed ambiente, a firma del direttore generale avv. Rossana Interlandi e del dirigente Antonino Cuspilici. Cosa c’è scritto in conclusione? “…per quanto sopra rappresentato, nell’ottica della prevenzione, della sicurezza, del contenimento e riduzione degli incidenti derivanti dai rischi prima evidenziati, si esprime parere negativo alla realizzazione dell’opera nell’area prevista dal progetto”. Un documento che “bocciava” l’opera. In nome della tutela ambientale e della sicurezza.

LA ZONA INTERESSATA.
L’area nella quale si vorrebbe collocare l’impianto è stata classificata, infatti, zona sismica di secondo grado e in caso di terremoto qualunque precauzione tecnologica sarebbe inutile; è legittimo aspettarsi delle inevitabili perdite di gas naturale liquefatto che, con un evento sismico di proporzioni pari a quello del 1990, o superiori, troverebbero sicuro “innesco” nelle fiaccole sempre attive del petrolchimico, determinando eventi drammatici: con devastazione dei territori circostanti, possibili perdite di vite umane e scarico, in atmosfera, di abnormi quantità di tossici e cancerogeni che graverebbero sulla salute e sulla vita dei siciliani per decine di anni.

Inoltre, la zona in cui dovrebbe sorgere il rigassificatore, assieme al porto di Augusta, è anche zona militare. Infatti in essa è presente una importante base della Marina Militare Italiana e della Nato, quest’ultima dotata di pontile proprio per attracco anche di sommergibili nucleari. Pontile Nato che verrebbe a trovarsi a non più di 200 metri dal pontile destinato alle metaniere e poco distante dai depositi militari di Cava Sorciaro (Nato e Marina militare Italiana). Pertanto tre grossi fattori di rischio che potrebbero malauguratamente sommarsi fra di loro: sismico, chimico-industriale e bellico.

Infatti sia le navi metaniere con i suoi 140.000 m3 di gas liquido che l’impianto stesso, con i suoi tre enormi serbatoi di stoccaggio a terra da 450.000 m3, rappresenterebbero un target ideale per organizzazioni terroristiche. Ma non è finita: il gas naturale liquefatto arriverebbe al porto di Augusta su navi metaniere delle quali sono ben noti i pericoli, sia in fase di scarico, che in fase di navigazione. Tant’è che è interdetta la navigazione a qualsiasi natante attorno alle metaniere in navigazione ed all’interno del porto. La possibile perdita di una nube di metano, peraltro prevista come cosa normale nello stesso progetto ERG-Shell, a seconda della forza e direzione dei venti e della distanza dalla costa, rappresenterebbe un pericolo assolutamente incompatibile con la costante presenza di fonti di ignizione quali le torce del petrolchimico. Riflessi ulteriori, quindi, sarebbero la paralisi delle attività portuali.

ENERGIA IN SICILIA –
Come dimostrano i dati regionali sulla situazione energetica della Sicilia, l’impianto di Melilli-Priolo è tutt’altro che necessario. La Sicilia, infatti, produce nelle sue cinque raffinerie una quantità di prodotti petroliferi finiti superiori al 45% del fabbisogno nazionale. Nell’Isola arrivano metano algerino e libico che solo in piccola parte serve per i consumi regionali; in Sicilia c’è quindi una sovrapproduzione di energia elettrica che, assieme al metano, per la maggior parte viene esportata nel resto d’Italia.
Inoltre, con la recente scoperta da parte di Eni ed Edison di alcuni giacimenti di metano al largo della costa siciliana, esattamente fra Agrigento e Gela, non appare ragionevole la costruzione di rigassificatori, mentre appare opportuna la scelta di sfruttare le nostre risorse e riservare maggiore attenzione alle energie rinnovabili e non inquinanti come il fotovoltaico e l’eolico.

Altrimenti si produrrebbe un danno economico diretto che si concretizzerebbe a spese dei cittadini in quanto se da un lato, grazie alla delibera 178/2005 dell’Autorità per l’Energia e il Gas (art. 13 comma 2), lo Stato Italiano si impegna a corrispondere per venti anni ai gestori di impianti di rigassificazione l’80% dei ricavi di riferimento, anche in caso di inutilizzo dell’impianto (ovviamente il denaro necessario proverrebbe dalle bollette), dall’altro non va ignorata la circostanza che i paesi produttori di gas naturale liquido (paesi “liquefattori”) non hanno tanta disponibilità di gas da far fronte alle richieste dei 53 rigassificatori già esistenti su tutto il pianeta.

E’ ragionevole, quindi, dedurre che i ben 15 rigassificatori progettati in Italia potrebbero restare a corto di rifornimenti mentre i gestori incasserebbero lo stesso gli utili derivanti dal dettato della citata delibera. A siciliani rimarrebbe solo il pericolo e il danno economico.
Analoghe considerazioni suscita l’argomentazione relativa all’uso del metano in sostituzione degli oli combustibili, al fine di ridurre le emissioni in atmosfera per il funzionamento degli impianti. Ma per detto scopo, se le aziende fossero state rispettose dell’ambiente, avrebbero potuto già da almeno venti anni, usare il metano che arriva via gasdotto o il singas che la Isab Energy (altra società del gruppo Erg) ricava dal “fondo del barile” invece di destinarlo alla lucrosa produzione di energia elettrica. Inoltre è convinzione comune che il problema dell’inquinamento dell’aria nel polo industriale si possa risolvere con l’ammodernamento degli impianti, con una saggia manutenzione programmata, con il controllo in continuo anche delle emissioni degli organoclorurati, come diossine e benzofurani e con il rispetto delle norme comunitarie e nazionali in materia.

Altro aspetto che sottolineano comitati e associazioni è che in fase di rilascio della V.I.A. (Valutazione d’Impatto Ambientale) da parte del Ministero, non è stata tenuta in nessun conto la volontà popolare, espressa dal Comune di Priolo, con il 98,71% di “no” dei votanti alla realizzazione dell’impianto di rigassificazione. Sempre in fase di rilascio V.I.A. non è stato tenuto in giusto conto il D.M. LL.PP. (Decreto Ministeriale Lavori Pubblici) 9 maggio 2001, “Requisiti minimi di sicurezza in materia di pianificazione urbanistica e territoriale per le zone interessate da stabilimenti a rischio di incidente rilevante”.
Nel complesso, quindi, questo lo scenario: in circa 15 chilometri di costa si affacciano tre raffinerie, diverse centrali termoelettriche, diversi impianti petrolchimici, un inceneritore per rifiuti speciali e pericolosi, un depuratore di acque reflue industriali, un cementificio, un impianto di produzione di calce, un impianto di produzione di ossigeno e azoto liquido. Malgrado l’esistenza di tanti stabilimenti vengono ancora proposti un inceneritore da 500 mila tonnellate/anno, un inceneritore di biomasse e una piattaforma polifunzionale per rifiuti pericolosi industriali. Niente male: l’augurio è solo di non doversene pentire, un giorno.
 


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