Roma, 12 novembre 2009
Rete degli Studenti Medi.
Parere in merito agli schemi di Regolamento relativi al sistema dei Licei, degli Istituti Tecnici e degli Istituti Professionali
AUDIZIONE PRESSO LA VII COMMISSIONE ISTRUZIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

Premessa.

E' opinione comune che la scuola italiana, soprattutto nel ramo della secondaria superiore, necessiti di un processo di riforma che la riqualifichi, al fine di rispondere meglio alle esigenze dei giovani e degli studenti, nonché di soddisfare gli impegni presi con il Trattato di Lisbona, riguardo la lotta all'abbandono e alla dispersione scolastica.

Il mondo del lavoro in cui studenti attuali e futuri saranno catapultati, richiede ogni giorno con forza un maggiore investimento in qualità e in creazione di competenze di base per uscire dalla crisi finanziaria. Una richiesta che è l'esatto opposto della logica di tagli alla spesa pubblica che ha motivato questa riforma, così come chiaro ben prima dell'uscita delle bozze di regolamento.

Siamo convinti che ogni processo di riorganizzazione della scuola secondaria debba essere costruito su un solido impianto educativo generale, basato su attente analisi pedagogiche.
Attualmente, l'impianto delineato nella fretta di recuperare risorse attraverso il piano triennale di tagli della legge 133/08, si presenta vecchio e inadatto a rispondere alle sfide future, incapace di inserire efficacemente i giovani nel mondo dell'alta formazione e del lavoro.

E' l'ennesimo elemento a suffragio della nostra tesi sull'evidente incapacità del Governo di delineare una strategia di uscita dalla crisi finanziaria, attraverso l'individuazione di un nuovo modello di sviluppo per il Paese basato su più qualità e maggiori investimenti sull'istruzione pubblica.

Questioni di metodo: confronto assente, condivisione impossibile.
La scuola tratteggiata dagli schemi di regolamento è una scuola tratteggiata a matita.

Allo stato attuale, le bozze devono essere ancora discusse e approvate e non esistono i decreti attuativi, previsti dagli stessi schemi e necessari per una corretta programmazione territoriale dell’offerta formativa. Tuttavia il Ministero già comunica alle scuole di prevedere all'interno dell'offerta formativa del prossimo anno la presenza dei nuovi indirizzi ed opzioni, basandosi su bozze di modelli che, non solo sulla carta sono tratteggiati a matita, ma che, contemporaneamente, ricevono pareri critici o negativi, come quello espresso all'unanimità dal CNPI o dalla Conferenza unificata e dai maggiori soggetti sociali.

Il ministero ritiene altresì sufficiente aver posticipato al 27 febbraio il termine ultimo per le iscrizioni, come misura per consentire alle scuole di compiere l'immane riconversione della propria offerta formativa. Tale riconversione dovrebbe essere supportata da una grande campagna informativa ministeriale che, comunque, non è capace di sostituire la condivisione e il dialogo mai avviati nella fase di progettazione dei provvedimenti.

La forte accelerazione sui tempi di attuazione, oltre a creare forti problemi all'apparato amministrativo, non ha permesso e non permetterà minimamente un reale confronto con gli studenti, i genitori, le parti sociale e tutto il mondo della scuola. Il rinvio di un anno dell'attuazione della riforma si è dimostrato dunque inutile: se serviva a garantire il confronto con il mondo della scuola, ebbene quel confronto non vi è stato, né si prospetta in futuro.

Quali risultati produrrà effettivamente l'attuale riorganizzazione? Sicuramente l'aumento dei disagi delle scuole nelle attività di orientamento e nella ridefinizione della propria offerta formativa (a tempo record e al buio), nonché il caos e la confusione nel momento della scelta degli studenti.

Caos e confusione che coinvolgerà non solo gli studenti dei primi anni, ma anche quelli delle seconde che si vedranno imporre il nuovo corso o la riduzione dei piani orari senza la modifica dei curricoli, come nel caso delle terze e delle quarte dei tecnici.

Lasciano molto a desiderare le rassicurazioni verbali del Ministero sul fatto che solo le prime saranno coinvolte in questo processo. Dagli schemi risulta infatti tutto il contrario: la riforma, avviata contemporaneamente sia nelle prime che nelle seconde, modifica in corsa l'offerta formativa e produce uno dei maggiori regali alle scuole private che, a differenza di quelle statali, non avranno l'obbligo di adeguarsi ai nuovi indirizzi e potranno attivare i vecchi indirizzi scelti dagli studenti.
Sulla base di questa considerazione, leggiamo i sempre più ingenti finanziamenti al sistema delle private atto evidentemente a sostenere il canale su cui si riverserà buona parte della richiesta degli studenti, non soddisfatta dai nuovi curricoli.

Siamo di fronte ad un attacco vergognoso al diritto alla scelta consapevole degli studenti e alla continuità del percorso formativo, scelto prima dell'entrata in vigore della riforma.

Un serio processo di riforma della scuola secondaria superiore deve necessariamente partire da un confronto preventivo tra e con le componenti della scuola e della società cui essa si rivolge, con tempi distesi e  modalità inclusive.

Nessun disegno di riforma e ammodernamento della scuola può essere messo in pratica senza prevedere una congrua dotazione finanziaria: figuriamoci producendosi in abnormi tagli alle risorse, già esigue.

Ecco perché riteniamo condizione essenziale per qualsiasi confronto su ipotesi di riforma il ritiro dei tagli previsti dalla legge 133, che hanno già messo fortemente in discussione il funzionamento ordinario del servizio scolastico..

Questioni di merito. Obbligo d'istruzione e biennio iniziale.
La lotta all'abbandono scolastico e alla dispersione passa necessariamente per una forte centralità dell'attuazione dell'obbligo scolastico a 16 anni, essendo pienamente convinti, come siamo, della necessità sociale di innalzarlo a 18 anni.

In questo senso, non si può fare a meno di prevedere un forte investimento, in termini di risorse economiche e umane, nel soddisfacimento dell'obbligo all'interno del sistema d'istruzione nazionale, al contrario di quanto affermato dall'art. 64 della legge 133/08 che afferma la possibilità di assolverlo anche nei percorsi triennali di Formazione professionale.

Riteniamo imprescindibile la definizione di un biennio iniziale unitario per tutti i percorsi della secondaria superiore, a differenza della forte canalizzazione prevista dai provvedimenti da noi analizzati che si ostinano ad imporre la scelta del proprio percorso scolastico a tredici anni, in gran parte determinata dalle condizioni sociali, culturali ed economiche di partenza.

Al pari di questa richiesta, riteniamo lungimirante prevedere che uno studente possa cambiare idea durante il suo percorso e che dunque gli debba essere garantito di rivedere la propria scelta iniziale, senza penalizzazioni.

Questo si mette in pratica non prevedendo differenze consistenti tra i bienni dei vari indirizzi, al contrario di quanto definito dai regolamenti che prevedono bienni iniziali fortemente differenziati fra licei e istituti tecnici e professionali e anche all'interno dello stesso canale dei licei.

E' l'ennesima evidente violazione al diritto di tutti a poter accedere ad una istruzione di qualità, per superare precarietà, disoccupazione e implementare lo sviluppo della cittadinanza attiva.

Il punto su indirizzi, sperimentazioni, ruolo dell'autonomia scolastica.
Non riusciamo a scorgere la riduzione e razionalizzazione degli indirizzi, tanto propagandata dal Governo.

Tra opzioni nazionali e quote di autonomia, il numero attuale degli indirizzi è fortemente superato.

Peraltro, a conti fatti, ci troviamo di fronte ad un più generale cambiamento di denominazione degli indirizzi, mentre, in sostanza, si riducono pesantemente i curricoli, sia in termini di quantità oraria che di qualità della didattica.

Si prevede una forte e rigida centralizzazione, che non garantirà risposte adeguate alle richieste degli studenti, né tantomeno di poter determinare l'offerta formativa sulla base delle esigenze del territorio.

Si evidenzia altresì la sovrapposizione di profili tra istituti tecnici e professionali, non permettendo, visti i tempi nulli per fornire informazioni attendibili agli studenti, una netta individuazione delle differenze fra i percorsi. Tra l'altro, le diverse opzioni attivabili nell’istruzione tecnica e professionale si risolvono ad essere nuovi e ulteriori indirizzi, la cui determinazione è però affidata a decreti posteriori alla scelta degli studenti.

Esistono alcune vittime della riforma. Tra queste vi sono le sperimentazioni, che la tempistica imposta impedisce di analizzare e discutere al fine di rilevare, negli anni, i motivi per cui tali percorsi abbiano finito per sostituirsi ai percorsi ordinari: nessuna valutazione seria delle competenze sviluppate, né sulle esperienze professionali, didattiche e di ricerca pedagogica avviate.

Altra vittima risulta essere l'autonomia scolastica, considerato che gli spazi di flessibilità, per quanto aumentati, saranno costretti all'interno di opzioni rigidamente definite a livello nazionale.

Osservazioni specifiche sui Licei
Il regolamento privilegia, come ogni azione del governo sulla scuola, il contenimento della spesa rispetto alla qualificazione dell’offerta formativa. Il sistema dei licei si presenta come privo di logicità: non ha un disegno coerente al suo interno ed è distante dal resto della secondaria superiore.

Manca completamento un coordinamento nell'introduzione delle nuove opzioni: i percorsi liceali sono di fatto 12 contro
i 6 ufficializzati (2 licei monopercorso, 4 opzioni tra scientifico e scienze umane, 2 sezioni nel musicale - coreutico, 3 indirizzi
di cui uno di fatto diviso in 2 opzioni nell’artistico).

In questi 12 licei non si trovano aree comuni per discipline ed orario, tanto meno nel biennio iniziale.

L'orario dei bienni di tutti i licei (tranne gli artistici e i musicali) viene abbassato a 27 ore settimanali contro le

trenta previste fin dall'inizio, con una forte incidenza sugli studenti delle sperimentazioni (60-70%).

Solo il liceo classico compensa nel triennio questa riduzione di orario arrivando a 31 ore settimanali, aumentando l'asimmetria del sistema e le differenze tra liceo classico e altri licei da una parte e tra licei e istituti tecnici e professionali dall'altra.

La flessibilità didattica, viene alzata al 30% nelle terze e nelle quarte, per poi tornare al 20% nelle quinte. Il percorso quindi si configura anche come un 2 + 2 + 1 , con rispettivamente 20%, 30%, 20% di flessibilità. Vuol dire che da 5 a 10 ore settimanali, ovvero da una a quattro materie, a seconda dell’indirizzo e della classe, potrebbero cambiare.

Liceo Classico. Un solo dato positivo tra la prima e la seconda formulazione:
scompare infatti la posizione anacronistica secondo la quale solo il liceo classico prepari a tutte le facoltà universitarie.

Liceo scientifico-tecnologico.
Si tratta di un'opzione attivabile da parte della scuola senza oneri ulteriori per lo Stato (ma allora chi paga?). Inoltre si impone una riflessione su fatto che, ad oggi, i due terzi delle sperimentazioni scientifico tecnologiche si trovino negli istituti tecnici, caratteristica di innovazione e di mobilità verso gli studi universitari. L'opzione verrà invece attivata nel percorso dei licei.

La mancanza di laboratori nell’opzione scientifico-tecnologica.
Si differenzia il termine “laboratorialità” da “laboratori”. Pensiamo sia difficile che si sviluppi la laboratorialità senza un investimento serio su competenze e risorse che solo con l'attività di laboratorio possono essere acquisite. Ciò vuol dire assumere o reintegrare i docenti tecnico-pratici, sia per i laboratori applicativi sia, come per i licei, dei laboratori sperimentali..

Liceo musicale - coreutico. E’ prevista l’attivazione in prima battuta di 40 sezioni di liceo musicale e di 10 di liceo coreutico, che non corrispondono neanche alle sedi dei Conservatori (circa 80), a cui pure li si vorrebbe legare.
Eventuali altre sezioni potranno essere attivate di concerto col Ministero dell’economia e delle finanze, ma l’attivazione è subordinata all' esistenza di risorse finanziarie e umane, attraverso convenzioni con i conservatori e con l’Accademia di danza (o altre istituzioni accreditate), nei limiti delle dotazioni organiche regionali. Riteniamo che il liceo musicale e coreutico debba essere un nuovo liceo a tutti gli effetti, che nasce con tutte le garanzie di qualunque altro liceo, con la sua identità educativa, che lo ponga esattamente sullo stesso piano degli altri licei, con un suo organico, definito sulla base del profilo educativo che si vuole realizzare.

 Istituti d’arte.  Non è scontato che vi sia una condivisione generalizzata dell’assorbimento degli istituti d’arte nei licei artistici, anche se si dovesse insistere maggiormente su una caratterizzazione dell’opzione design, all’interno dell’indirizzo architettura, ambiente e design. Si comprimono le specializzazioni ad oggi garantita dagli istituti d’arte, che consentono anche una qualificata attività di conservazione del nostro ricchissimo patrimonio artistico.

Il comitato scientifico.  Rigettiamo l'idea che siano i privati e le aziende, attraverso le partecipazioni ai comitati scientifici ad esprimere le scelte didattiche e formative della scuola che dovrebbero rispondere alle scelte di studenti e società, piuttosto che a quelle delle aziende. La presenza delle aziende risulta perciò inutile e dannosa.

Osservazioni specifiche sugli Istituti tecnici.

Gli istituti tecnici subiscono una drastica riduzione (sino al 30%) delle attività laboratoriali, proprio quelle caratterizzanti il ramo dell'istruzione tecnica e professionale. Questo è assolutamente in contrasto con il lavoro della Commissione De Toni che individua nei laboratori il punto strategico per il riordino degli itp.

Secondo il ministero il mantenimento/potenziamento dei laboratori sarà garantito dal recupero delle risorse attuato attraverso l’attuazione dei nuovi modelli orari ed ordinamentali dall’anno scolastico 2010/2011 nelle prime e seconde classi e l'estensione della riduzione oraria a 32 ore settimanali alle classi terze e quarte, che però continuerebbero con l’ordinamento attualmente vigente. Si affaccia inoltre l'ipotesi che le ore di laboratorio vengano tenute esclusivamente dal docente tecnico pratico.

La percentuale di flessibilità oraria molto alta, in particolare nel secondo biennio e nell’ultimo anno negli istituti tecnici e professionali, rischia di minare la valenza culturale generale che deve comunque essere garantita in  una società complessa ed in continuo cambiamento. Specializzazioni precoci servono a poco, con una politica industriale ed economica del Paese costretta ad una continua evoluzione dalle dinamiche economiche globali.

Sarebbe opportuno prevedere la costruzione di forme di professionalità ampia, fondate su una solida formazione di base, utili ad adattarsi alle evoluzioni del mondo del lavoro.
Non esiste nessun riferimento ai poli formativi e alla creazione di filiere professionali con la formazione terziaria non universitaria (ifts, its).

Stage, tirocini e alternanza scuola lavoro sono considerati quali momenti di esercitazione sul campo, ma non si tiene conto della disparità esistente tra il numero troppo alto degli studenti e la realtà aziendale - produttiva di alcuni territori. Il territorio tuttavia risulta essere un elemento vincolante nella scelta di indirizzi ed opzioni, con il rischio, senza una adeguata programmazione, di accentuare le differenze sociali, culturali ed  economiche del nostro Paese, in primis nelle regioni del Sud.

La paura è che si sottometta il sistema scolastico nazionale a dinamiche localistiche, piuttosto che locali,  chiuse in sé stesse e incapaci di inserirsi in un quadro più ampio della formazione e del lavoro, nazionale ed internazionale.

Il 20% di autonomia riservata alle regioni è intesa come spazio di flessibilità per corrispondere alle esigenze del territorio e ai fabbisogni formativi richiesti dal mondo del lavoro e delle professioni, che può essere sommata da ogni scuola da un 35-40% di flessibilità. L'interrogativo è su chi effettivamente deciderà la progettazione. Quale sarà il ruolo degli enti locali e quale quello di aziende e soggetti privati all'interno della definizione dell'offerta formativa? Quale quello degli studenti?

Una risposta indicativa arriva dall'introduzione di un comitato tecnico con la presenza paritetica di docenti ed esperti esterni e la ristrutturazione del collegio docenti sulla base di Dipartimenti. Si anticipa dunque il modello del Pdl Aprea, senza nessun controllo sull'operato di enti locali e privati e nessuna garanzia di un ruolo per gli studenti. Nelle Bozze presentate non ci si limita al riordino/taglio dell’istruzione tecnica e professionale, ma si prevede anche la revisione degli organi collegiali (il Collegio docenti strutturato per Dipartimenti; il Comitato tecnico scientifico con la presenza paritetica di esperti e docenti), nonché la presenza degli esperti anche nelle Commissioni per l’esame di stato.

Rapporto tra il ministero e le Regioni nel sistema dell'istruzione professionale.
Il sistema degli istituti professionali è relegato a supplire le mancanze della formazione professionale, attraverso l'“Offerta coordinata tra i percorsi d’istruzione degli istituti professionali e la formazione professionale.”
L'intesa MIUR - Regione Lombardia prefigura un sistema di istruzione professionale a geografia variabile: nelle regioni in cui la formazione professionale è carente o assente gli istituti professionali interverranno sussidiariamente in via integrativa e complementare rispetto al sistema di istruzione e formazione professionale regionale.
Si prefigura un sistema di istruzione professionale a più velocità, con percorsi strutturati in modo analogo agli altri istituti superiori (2+2+1), finalizzati al rilascio del diploma e un percorso in regime di sussidiarietà con la formazione professionale per il rilascio di qualifiche professionali (2+1+1+1).

Si andrà dunque a destrutturare, all'interno del sistema nazionale d’istruzione, proprio il segmento in cui, negli anni,
si è riversato, come occasione di mobilità sociale ed economica, una fetta consistente della popolazione studentesca.
La possibilità di ottenere, per gli istituti professionali, solo il  diploma come titolo di uscita alla fine dei cinque anni,
delegando ogni altra determinazione ad intese con la Regione, indebolisce il percorso formativo, assoggettandolo
alle Regioni per la qualifica triennale o per il diploma quadriennale.
Ma sorge spontanea una domanda: chi si rivolgerà d'ora in poi all'istruzione professionale, nelle regioni con una formazione professionale forte? Sembra davvero una grossa perdita lasciare che l'istruzione professionale, riformata negli anni 90, possa oggi assolvere una funzione residuale nel sistema scolastico, in via integrativa alla formazione professionale e sotto il giogo delle Regioni e delle aziende del territorio.

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