I confini: vengono chiamati in causa quando c'è
da respingere i clandestini. Frontiere invisibili divengono muri visibili
per marcare la distanza dagli "stranieri". Per alimentare
domanda di sicurezza, per richiamare la comunità perduta.
Il nostro piccolo mondo che scompare, schiacciato
dal grande mondo che incombe. Così si invocano le ronde, senza poi
formarle. E i "confini" della città sono marcati da cartelli segnaletici
che, accanto al nome di città "straniere" gemellate, avvertono:
non vogliamo "stranieri", guai ai "clandestini". (Quasi che i clandestini
si dichiarassero come tali, apertamente, all'ingresso della città).
Siamo orfani dei confini che, tuttavia, non riconosciamo.
E non conosciamo più. Come il territorio. Rimozione singolare,
visto che mai come in quest'epoca le identità
ruotano intorno ai riferimenti geografici. L'Oriente e l'Occidente. Che,
dopo
la caduta del muro di Berlino, non sappiamo più
come e dove delimitare. In Italia, il Nord e il Sud. La Lega Nord e il
Partito del Sud. Si rimuove la geografia mentre la geografia si muove.
Insieme ai confini. Centinaia di comuni vorrebbero cambiare provincia.
Oppure regione. E molte province si spezzano; mentre, parallelamente, ne
nascono altre di nuove. E se guardiamo oltre i nostri confini abbiamo bisogno
di aggiornare le mappe. Un anno dopo l'altro. Per de-finire i paesi (ri)sorti
in seguito
al crollo degli imperi geopolitici. Per "nominare"
contesti senza nome oppure ignoti, un attimo prima, il cui nome
è rivendicato da popoli che ambiscono all'indipendenza.
Da minoranze che vorrebbero venire riconosciute e da maggioranze che ne
reprimono le pulsioni. Così, scopriamo, all'improvviso, dell'esistenza
di Cecenia, Abkhazia, Ossezia, Timor Est. Mentre Cekia e Slovacchia sono,
da tempo, felicemente divise. Ma molti non lo sanno e continuano a "nominare"
la Cecoslovacchia.
In questo paese - ma non solo in questo
- il "popolo" più detestato è quello Rom. Gli zingari. Accusati
di molte colpe - talora a ragione. La principale fra tutte:
non avere una patria. Una residenza. Rifiutarla. Troppo, per una società
che
ha dimenticato il territorio - sepolto sotto una plaga
immobiliare immensa e disordinata. Ma continua a evocare le "radici".
E non sopporta chi è nomade. Sempre altrove.
Questa società: non ha più bisogno di
mappe, bussole, atlanti, carte geografiche. Basta il Gps. Ciascuno guidato
da
un satellitare o dal proprio cellulare. In auto ma
anche a piedi, in giro per la città. Una voce metallica, senza accento,
intima. "Ora girare leggermente a destra, poi andare dritto per 100 metri".
Ma se finisci contromano, una marea di auto che ti corre (in)contro; oppure
davanti a un muro, a un divieto di circolazione, e ti fermi, preoccupato,
si altera: "Andare dritto!!".
E quando cambi direzione, per non essere travolto,
non si rassegna e ordina: "Ora fare inversione a U".
Anche se hai imboccato una strada a senso unico.
La società del Gps è popolata di persone
etero-dirette, che si muovono senza un disegno, né un progetto.
Non sanno dove andare e neppure dove sono. Questa società
- questa scuola - non ha bisogno di geografia, né di geografi.
Ma neppure
della storia: visto che la geografia spiega la storia
e viceversa. Questa società - questa scuola -
questo paese: dove il tempo
si è fermato e il territorio è scomparso.
Dove le persone stanno ferme. Nello stesso punto e nello stesso istante.
In attesa che il Gps parli. E ci indichi la strada.
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