Articolo 18, Napolitano non firma il ddl sul lavoro:
«Servono garanzie sui licenziamenti»
31 marzo 2010
Il capo dello Stato ha rinviato alle Camere motivandolo con un messaggio di dieci cartelle il decreto legge sull'articolo 18
e ha chiesto «una nuova deliberazione affinché‚ gli apprezzabili intenti riformatori possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale».

«Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha chiesto alle Camere, a norma dell'art. 74, primo comma,
della Costituzione, una nuova deliberazione in ordine alla legge: "Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti,
di riorganizzazione degli enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego,
di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonchè misure contro il lavoro sommerso
e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro", si legge in un comunicato del Quirinale. 

«Il Capo dello Stato è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità
e problematicità di alcune disposizioni - con specifico riguardo agli articoli 31 e 20 - che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale. Ha perciò ritenuto opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinchè gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro
di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale».

Il rinvio alle Camere è motivato in un messaggio lungo dieci cartelle. Verrà letto in aula a Montecitorio, alle 15.

«La Cgil esprime soddisfazione e apprezzamento per la decisione del Quirinale». È quanto afferma il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, commentando il rinvio alle Camere del ddl lavoro deciso dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «È una decisione - prosegue - che conferma le considerazioni della Cgil sugli aspetti critici del provvedimento. È di tutta evidenza l'intempestività di una dichiarazione comune su una legge - conclude Epifani - nemmeno ancora promulgata nè pubblicata sulla Gazzetta ufficiale».
 



Epifani: «Articolo 18 e fisco, il governo usa la crisi contro i lavoratori»
7 marzo 2010 Felicia Masocco

Deroghe al posto di regole. «La deroga non è più un fatto eccezionale, ma la norma. Vale per il diritto del lavoro, per le liste elettorali, per non parlare dello straordinario problema di legalità che c’è sul fisco». Reduce dal tour de force dei congressi di base che gli hanno assegnato un forte consenso interno alla Cgil, Guglielmo Epifani parla dello sciopero generale di venerdì prossimo. Fisco, redditi, migranti, diritti del lavoro: «La nostra è una vertenza sindacale, non una petizione. Non abbiamo avuto risposte dal governo, per questo scioperiamo». «La battaglia sul fisco - spiega - è di quella parte del Paese che rispetta le regole contro l’altra parte che fa la furba. Per questo penso a un’alleanza sociale, anche con quegli imprenditori che le tasse le pagano. E non rinuncio a costruire un fronte unitario con Cisl e Uil». 

Uno sciopero generale di 4 ore che è già al centro delle polemiche. Perché la Cgil sciopera? 
«Per buoni motivi. Il primo è legato alla crisi e alle risposte che non sono state date ai lavoratori. Aumenta il ricorso alla cassa integrazione e alla disoccupazione eppure non si vuole allungare il periodo della cig, né aumentare il valore dell’assegno, né si prendono misure per i precari: non si è messo mano a nessuna riforma degli ammortizzatori. E non c’è una politica industriale in grado di dare risposte serie e non occasionali alla crisi dei grandi gruppi. Stiamo parlando di diritti dei lavoratori, e già a dicembre quando lo sciopero venne proclamato esprimemmo un giudizio molto critico sul provvedimento che si andava profilando in Parlamento: cioè il processo del lavoro la controriforma del lavoro. Erano nella piattaforma dello sciopero fin dall’inizio». 

Quindi anche l’articolo 18? 
«Evidentemente. E chiaro che oggi c’è una ragione in più, perché quel provvedimento è legge».

L’articolo 18 ha un suo valore anche simbolico, ma quelle norme vanno oltre. Dove colpiscono? 
«Riducono i diritti dei lavoratori per equiparare il diritto del lavoro al diritto commerciale dove le parti sono considerate uguali. La Costituzione, invece, afferma con forza che il lavoratore è la parte più debole nel rapporto di lavoro e per questo va tutelato. A 40 anni dalla sua nascita, possiamo dire che questa è una vera controriforma del fondamento che è alla base dello Statuto dei lavoratori e della successiva giurisprudenza sul lavoro». 

Questa operazione avviene mentre migliaia di persone perdono il lavoro a causa della crisi:
da un lato si perde il lavoro, dall’altro si rende più facile licenziare.
È un’arrogante provocazione o solo casualità?
«Io penso che sia un fatto voluto. Si fanno queste operazioni quando c’è la crisi perché il sindacato è più debole.
Era già accaduto con i contratti quando si è voluto imporre un nuovo modello senza la Cgil.
Ora nella crisi, sì è voluto forzare con norme che indeboliscono il lavoratore nella difesa dei suoi diritti». 

Sergio Cofferati si è detto sorpreso per il silenzio che ha accompagnato l’iter di questa legge.
È un rimprovero al centrosinistra ma anche a voi per non aver costruito il clima,
la sensibilità che si creò nel 2002. Ha torto? 
«Per quello che riguarda la Cgil non è così, ci siamo opposti da subito. La differenza tra allora e oggi è la pesantezza della crisi che è diventato il cuore della nostra iniziativa. Stiamo parlando di 500mila lavoratori che hanno perso il posto e di altrettanti tra cassintegrati e precari tagliati fuori. E c’è, di differente, che il governo non ha scelto questa volta lo scontro frontale, ma ha agito per vie parlamentari attraverso una serie di norme apparentemente più deboli. Ma noi la prima denuncia l’abbiamo fatta nel settembre 2008 e c’è da chiedersi perché nessuno la sostenne con noi. E dove fossero anche i giornali più a sinistra quando in un convegno con l’Associazione dei magistrati, circa due mesi fa, denunciammo la pericolosità di quel disegno e la sua incostituzionalità. Non sono uscite neanche due righe». 

Lo sciopero è anche per chiedere interventi fiscali. Quali? 
«Innanzitutto è ora di dire basta a promesse che restano lì mentre il fisco continua a erodere salari e pensioni. Sono aumentate le tasse sui redditi da lavoro dipendente e pensioni nel 2009 e aumenteranno nel 2010 e nel 2011 e 2012 a parità di potere d’acquisto, questo per il drenaggio fiscale. Non possiamo aspettare oltre. Il terzo argomento riguarda le politiche di accoglienza dei migranti,, la cittadinanza per chi nasce qui, l’allungamento dei permessi per chi perde il lavoro. Non è stato fatto nulla». 

Il leader della Cisl, Bonanni, parla del vostro sciopero come di un fuoco di paglia mentre lui sul fisco sta costruendo un percorso. Colpisce che le tre centrali sindacali pongano al centroil fisco e lo facciano separatamente. Quanto alla Cgil, Epifani, se la cava con un fuoco di paglia? 
«Per noi è una vertenza: implica una piattaforma, la richiesta di un incontro, la verifica di eventuali risposte, fino alla mobilitazione e alla lotta. Per gli altri è una richiesta, una pura petizione a cui non corrisponde nulla. Con Cisl e Uil decidemmo uno sciopero generale sul fisco in quelli che poi sarebbero stati gli ultimi mesi del governo Prodi: perché
due anni fa si poteva scioperare assieme per chiedere le stesse cose che oggi la Cgil continua a chiedere con lo sciopero
e gli altri chiedono solo voce?. Perché ieri sì e oggi no? Perché è cambiato il colore del governo?».

Bonanni e Angeletti dicono che c’è la crisi, ecco cos’è cambiato... 
«Se durante la crisi i lavoratori continuano a pagare sempre più tasse vuol dire che la crisi viene usata contro i lavoratori.
La verità è che Cisl e Uil a livello locale scioperano e manifestano e a livello nazionale, no». 

Comunque questa separatezza si capisce meno di altre. 
«Infatti io credo che una battaglia sul fisco come questa abbia bisogno di alleanze sociali. Quindi insisto per la costruzione
di un fronte comune con Cisl e Uil. Ma ci sono imprenditori, artigiani, che le tasse le pagano e possono aver interesse a muoversi: questa è una battaglia della parte del Paese che rispetta le regole contro la parte del Paese che fa la furba.
Inoltre, nel momento in cui il lavoro diventa più scarso c’è il dovere di abbassare le tasse sul lavoro e spostare di più il peso del fisco sulle grandi rendite, i patrimoni, l’evasione fiscale. È una battaglia che si può e si deve fare allargando il fronte sociale, la Cgil si adopererà per questo». 

Quindi dallo sciopero di venerdì anche un invito a lavorare insieme con la parte di Paese che ci sta? 
«Si. Angeletti ha detto che se il governo non dovesse dare risposte entro l’estate, la Uil si mobiliterà: mi aspetto che si possa ripartire unitariamente sul fisco. Oggi la tiriamo avanti noi perché c’è una eccessiva timidezza degli altri, mentre si deve stare in campo se si crede in quello che si chiede». 

Quelle della Cgil non saranno le sole proteste di piazza questa settimana, c’è mobilitazione
per come sta andando la vicenda delle liste elettorali.
Queste manifestazioni hanno qualcosa in comune? 
«Io vedo crescere l’insofferenza, per un governo che contro la crisi sta galleggiando e per come piega le regole secondo le circostanze. Condivido Bersani quando dice che non siamo più il Paese delle regole, ma delle deroghe, delle interpretazioni. La deroga non è più un fatto eccezionale, ma è la norma, vale per il diritto del lavoro e, come si è visto anche per le liste elettorali. Per non parlare dello straordinario problema di legalità che c’è sul fisco».



Approvata modifica art.18, Pd e sindacati "Il ddl del governo è una controriforma"
Via libera definitivo del Senato al disegno di legge collegato alla Finanziaria,
che include la norma che allarga il ricorso all'arbitrato.
Treu: "Diventa possibile bypassare norme inderogabili"
Angeletti (Uil): "Parlamento non faccia danni o reagiremo"
Il ministro Sacconi: "Malafede di chi vuole accendere tensione sociale"

ROMA 03 marzo 2010 -  L'Aula del Senato ha approvato il ddl sul lavoro, che contiene norme sull'arbitrato per risolvere le controversie di lavoro e, secondo l'opposizione e i sindacati, potrebbe indebolire o vanificare l'art.18 dello Statuto dei Lavoratori. La legge è stata approvata con 151 voti favorevoli, 83 contrari e 5 astenuti. Il provvedimento contiene fra l'altro norme sui lavori usuranti, gli ammortizzatori sociali, l'apprendistato e le controversie sul lavoro. La contestata normativa sull'arbitrato, ha sottolineato il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, faceva parte della versione originaria della legge Biagi. "Il diritto sostanziale del lavoro, incluso l'articolo 18 dello Statuto non è stato minimamente toccato", ha assicurato. "Con quello che si è votato oggi in senato si è scritta una brutta pagina per i lavoratori italiani. Si è aperta la strada alla manomissione dell'art.18: E' un ulteriore attacco al diritto del lavoro", afferma in una nota Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd al Senato.

Diversi esponenti politici e sindacali avevano rilanciato stamane l'allarme di Repubblica sull'attacco del governo all'articolo dello Statuto dei lavoratori che tutela i dipendenti rispetto al licenziamento del datore di lavoro, attraverso la norma contenuta nel ddl lavoro, che allarga il ricorso all'arbitrato, da alcuni ritenuto un tentativo di aggirare, appunto, l'articolo 18. 

Il senatore del Pd ed ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, a poche ore dal via libera definitivo del disegno di legge collegato alla Finanziara da parte dell'Aula di palazzo Madama, aveva spiegato che "l'articolo 31 del ddl prevede due possibilità per ricorrere all'arbitrato in funzione della risoluzione delle controversie tra datore di lavoro e lavoratore". La prima, aveva detto il senatore, "è attraverso contratti collettivi che - ha detto - è la strada più sicura. In questo modo, infatti, le parti possono stabilire i limiti in cui l'arbitrato può essere esercitato. Poi, però, resta il fatto, che se le parti falliscono nel trovare un accordo, può intervenire il ministro per decreto". 

"C'è però un'altra possibilità consentita dalla norme - evidenzia ancora Treu - e cioè che il singolo lavoratore accetti un accordo secondo cui il proprio contratto di assunzione preveda il ricorso all'arbitrato per risolvere le controversie, incluso il ricorso all'arbitrato secondo equità. Cosa, quest'ultima, che implica la possibilità di bypassare le norme inderogabili di legge e quindi diritti come l'articolo 18 o le retribuzioni o le ferie. Un simile accordo inoltre - ha rimarcato Treu - può essere stretto anche in corso di rapporto di lavoro".

Il Ddl limita la competenza del giudice e privilegia il canale dell'arbitrato e della conciliazione per tutte le controversie di lavoro, tra cui quelle legate al trasferimento di azienda e al recesso. Tra le altre novità introdotte, la possibilità di assolvere l'ultimo anno di obbligo di istruzione (dai 15 anni di età) attraverso un apprendistato in azienda, dopo un'intesa tra Regioni, ministero del Lavoro e dell'Istruzione, "sentite le parti sociali". Inoltre il governo è delegato ad adottare, entro 3 mesi, regole sul pensionamento anticipato dei lavoratori impegnati in attività usuranti.

Secondo il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani "questo ddl opera una vera e propria controriforma delle basi del diritto del lavoro italiano". Il ddl, ha spiegato a margine del congresso della Camera del Lavoro di Bologna, "porta sostanzialmente a una forma di arbitrato obbligatorio che farebbe saltare le forme tradizionali delle tutele contrattuali e delle libertà dei lavoratori di poter adire a queste scelte". 

"In questo modo - ha detto ancora Epifani - naturalmente si rende il lavoratore più debole. Se lo si fa addirittura nel momento del suo ingresso nel lavoro lo si segna per tutta la vita. In ogni caso - ha concluso il leader della Cgil - faremo ricorso se ci sono le condizioni di legittimità costituzionale". 

"La polemica dei soliti noti su un testo di legge alla quarta lettura in Parlamento, dopo due anni di esame, è l'ennesima prova della malafede di chi vuole sempre accendere tensione sociale", ha reagito il ministro del Lavoro. Maurizio Sacconi  ha precisato che con tale norma "il lavoratore avrà la possibilità in più di ricorrere all'arbitrato e il tutto sarà regolato da contratti collettivi. Non per nulla tutti, tranne la Cgil, hanno condiviso questa norma, punto". 

Ma anche Cisl e Uil hanno manifestato il proprio dissenso. "Questo tema, così come i temi del mercato del lavoro, devono essere oggetto prima di confronto e discussione con i sindacati e le associazioni di impresa, che sanno trovare soluzioni più efficaci del Parlamento" e "per evitare danni", ha detto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. "Negli anni scorsi c'era l'intenzione di abrogare l'articolo 18, ora c'è quella di trasformare il reintegro in rimborso o in una penale ai lavoratori, quindi la questione è diversa", ha aggiunto Angeletti, secondo cui "nel caso di danni seri non staremmo con le mani in mano".

Per il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, "l'unica cosa che si può fare è affidare questa materia alle parti sociali". Interpellato a margine del congresso della Uil, Bonanni ha sottolineato che da destra e sinistra si vedono iniziative, "ma la politica regoli se stessa che è già abbastanza sregolata". Per Bonanni "su queste materie sociali sono d'accordo solo se sono le parti a regolarsi, altrimenti sono palloni che si sgonfiano".



Il Quirinale studia il testo ma l'orientamento è di rinviarlo alle Camere 
Non convince l'accordo raggiunto fra governo, Confindustria, Uil e Cisl
Lavoro, il no di Napolitano alla legge anti articolo 18 In mattinata la nota del Colle. Ecco la risposta di Repubblica

15 marzo 2010 MASSIMO GIANNINI

"PERTINI non avrebbe firmato", c'era scritto su una decina di magliette fuori ordinanza, esibite sabato scorso, alla manifestazione viola sulle regole. Di fronte a questi sia pure isolati episodi di "fuoco amico", si può immaginare lo stato d'animo di Giorgio Napolitano. Non solo irritazione, ma anche indignazione. Proprio nelle stesse ore, infatti, il presidente della Repubblica sta meditando seriamente di rinviare alle Camere una delle ultime leggi volute dal governo. Si tratta del famigerato ddl 1167-B, quello che introduce la possibilità preventiva di ricorrere all'arbitro, invece che al giudice, in caso di controversie di lavoro.

In quel testo, approvato definitivamente dal Senato la scorsa settimana, c'è una norma che rischia di cambiare radicalmente il profilo del nostro diritto del lavoro, e il suo sistema di garanzie. Dall'articolo 31 in poi c'è scritto che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte anche da un arbitro, in alternativa al giudice. In sostanza, modificando l'articolo 412 del codice di procedura civile, si prevedono due possibilità alternative per la risoluzione dei conflitti: o la via giudiziale oppure quella arbitrale. L'innovazione principale è che già al momento della firma del contratto di assunzione, anche in deroga ai contratti collettivi, al lavoratore potrebbe essere proposto (con la cosiddetta clausola compromissoria) che in caso di contrasto futuro con l'azienda le parti si affideranno a un arbitro, e non a un giudice. Ebbene questa legge, che il Capo dello Stato ha già visionato sommariamente, suscita in lui forti perplessità. La sta esaminando insieme al "nucleo di valutazione" del Colle, formato da Salvatore Sechi, Donato Marra e Loris D'Ambrosio. Non ha ancora preso una decisione definitiva. Ma, allo stato attuale, sembra intenzionato a non firmare la legge. E a rinviarla al Parlamento con messaggio motivato, per una nuova deliberazione. Secondo i poteri che gli assegna l'articolo 74 della Costituzione e che può attivare anche per provvedimenti non necessariamente inficiati da "vizi palesi" di legittimità costituzionale. 

La norma è stata già contestata dalla Cgil. Guglielmo Epifani la considera uno strumento che aggira le tutele previste dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. "Quel testo - osserva - viola chiaramente la Costituzione, e noi siamo pronti a fare ricorso alla Consulta". Non a caso la Cgil ha posto anche questa "aggressione ai diritti dei lavoratori" al centro del suo sciopero di venerdì scorso. Il ragionamento di Epifani è semplice: l'arbitrato è un istituto assai meno garantista per il lavoratore, rispetto alla tutela giurisdizionale assicurata da un magistrato della Repubblica. Oltretutto, se l'opzione per la via arbitrale gli viene prospettata all'atto dell'assunzione, tanto più in una fase di drammatica crisi occupazionale, il lavoratore rischia di essere esposto ad un "ricatto" implicito, che lo coglie nel momento della sua massima debolezza negoziale. 
Per questo la Cgil va avanti con il suo appello già firmato da giuslavoristi come Luciano Gallino, Umberto Romagnoli, Massimo Paci, Tiziano Treu e giuristi come Massimo Luciani e Andrea Proto Pisani. E per questo, proprio lunedì della scorsa settimana una delegazione della sinistra guidata da Paolo Ferrero è salita al Quirinale, per chiedere al presidente della Repubblica di respingere l'ennesimo "schiaffo" ai diritti costituzionali. 

Napolitano ha preso immediatamente a cuore la questione. Forse anche per queste ragioni il ministro del Welfare Sacconi si è affrettato a gettare acqua sul fuoco: "Il diritto sostanziale del lavoro, incluso l'articolo 18 dello Statuto, non è stato minimamente toccato". Per prevenire possibili censure di costituzionalità al provvedimento, e per "disarmare" l'offensiva di Epifani, il governo giovedì scorso ha anche raggiunto un "avviso comune" con gli altri sindacati, Cisl e Uil, e con la Confindustria: "Le parti - si legge nella dichiarazione congiunta - riconoscono l'utilità dell'arbitrato, scelto liberamente e in modo consapevole, in quanto strumento idoneo a garantire una soluzione tempestiva delle controversie in materia di lavoro a favore delle effettività, delle tutele e della certezza del diritto... e si impegnano a definire con tempestività un accordo interconfederale, escludendo che il ricorso delle parti alle clausole compromissorie poste al momento dell'assunzione possa riguardare le controversie relative alla risoluzione del rapporto di lavoro". 

Il governo, insomma, ha cercato di giocare d'anticipo. Ma quanto vale un accordo "restrittivo" tra le categorie produttive (e neanche tutte), rispetto a una norma di legge che in linea teorica non pregiudica comunque il ricorso all'arbitrato, in aggiramento dell'articolo 18 e all'atto dell'assunzione? Questo è il dubbio, sul quale si sta esercitando il Colle nell'esame del testo della legge. Un dubbio che è largamente suffragato dai pareri di giuristi e dai costituzionalisti. Come Mario Dogliani, professore emerito di diritto costituzionale all'Università di Torino: "La legge presenta rischi evidentissimi. Se il lavoratore, al momento dell'assunzione, sceglie le modalità con cui il trattamento di fine rapporto verrà effettuato, è chiaro che la tutela legislativa viene svuotata. Il rapporto di lavoro è tutelato, in Italia, dalla legge in primis, quindi dalla legge di fronte a un giudice. Con le nuove norme si può escludere questo tipo di tutela. Mentre il giudice è un soggetto garantito dalla legge, l'arbitro applica principi di giustizia indipendentemente da ciò che stabilisce la legge". 

O come Luigi Ferrajoli, docente di teoria generale del diritto all'Università Roma Tre: "Ci sono almeno due profili di incostituzionalità. Il primo è la violazione dell'articolo 24, che stabilisce "tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi". Si tratta di un diritto fondamentale, inalienabile e indisponibile, che la nuova legge viola palesemente, portando un colpo non solo all'articolo 18 ma all'intero diritto del lavoro. Il secondo profilo di incostituzionalità è contenuto nell'articolo 32 della legge, che vincola il giudice a un mero controllo formale sul "presupposto di legittimità" delle clausole generali e dei provvedimenti dei datori di lavoro, escludendone "il sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro". Anche qui c'è una forte riduzione degli spazi della giurisdizione e quindi del diritto dei lavoratori alla tutela giudiziaria. È una chiara violazione, oltre che dell'articolo 24 della Costituzione, anche dell'articolo 101, secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge". O ancora come Piergiovanni Alleva, docente di diritto del lavoro all'Università Politecnico delle Marche: "Certamente questa legge non è costituzionale". O infine come Tiziano Treu: "Nel settore privato un arbitrato senza regole affidate al singolo è contrario ai principi costituzionali di tutela del lavoro, connessi agli articoli 1, 4 e 35 della Costituzione. Nel settore pubblico l'arbitrato libero viola l'articolo 97 della Costituzione, perché l'arbitro potrebbe decidere addirittura su assunzioni e promozioni, al di fuori delle regole del concorso pubblico". 

Insomma, nel dossier allo studio del Quirinale le opinioni critiche dei giuristi sono tante, e tutte ben argomentate. E non manca, ovviamente, anche un'antologia della giurisprudenza costituzionale. Per esempio una sentenza della Consulta, la 232 del 6-10 giugno 1994: "Come in più occasioni stabilito da questa Corte (da ultimo sentenze n.206 e n. 49 del 1994) l'istituto dell'arbitrato non è costituzionalmente illegittimo, nel nostro ordinamento, esclusivamente nell'ipotesi in cui ad esso si ricorra per concorde volontà delle parti... In tutti gli altri casi... ci si pone in contrasto con l'articolo 102 primo comma della Costituzione, con connesso pregiudizio del diritto di difesa di cui all'articolo 24 della stessa Costituzione". Appunto: nel caso della legge appena approvata il problema è il seguente: se è vero che al momento dell'assunzione il consenso congiunto delle parti sulla via arbitrale ci sarebbe (ancorché condizionato dalla posizione di oggettiva debolezza del lavoratore) è legittimo trasformarlo in un'ipoteca sulle scelte future, precludendo per sempre al lavoratore la via giurisdizionale? 

Questi sono i quesiti che potrebbero spingere Napolitano a decidere un rinvio della legge. Sul tema del lavoro, e della difesa dei lavoratori, il Capo dello Stato ha fatto sentire più volte la sua voce: "C'è ragione di essere seriamente preoccupati per l'occupazione, per le condizioni di chi lavora e di chi cerca lavoro... Mi sento perciò vicino ai lavoratori che temono per la loro sorte... così come ai giovani precari che vedono con allarme avvicinarsi la scadenza dei loro contratti, temendo di restare senza tutela. Parti sociali, governo e Parlamento dovranno farsi carico di questa drammatica urgenza, con misure efficaci ispirate a equità e solidarietà... Dalla crisi deve, e può uscire un'Italia più giusta... ". Il presidente l'aveva detto nel messaggio di auguri agli italiani, alla fine dello scorso anno. Il rovello giuridico e politico che lo tormenta, oggi, è proprio questo: la nuova legge sull'arbitrato rientra nelle "misure efficaci ispirate a equità e solidarietà" che lui stesso aveva auspicato? Ed è da norme come quella che può venir fuori "un'Italia più giusta"?. Questione di ore, e lo capiremo. Ma allo stato attuale il presidente una risposta sembra se la sia già data. E quella risposta è no.
 

La nota del Quirinale. Questa mattina intorno alle 11, il Quirinale ha diffuso il seguente comunicato: ""E' priva di fondamento l'indiscrezione di stampa secondo la quale il Presidente della Repubblica avrebbe già assunto un orientamento a proposito della promulgazione del disegno di legge 1167-B approvato dal Parlamento". 

"Il Capo dello Stato, nel rigoroso esercizio delle sue prerogative costituzionali, esamina il merito di questo come di ogni altro provvedimento legislativo con scrupolosa attenzione e nei tempi dovuti; e respinge ogni condizionamento che si tenda a esercitare nei suoi confronti anche attraverso scoop giornalistici".

La risposta di Massimo Giannini.  Dopo aver letto la nota del Quirinale, in cui si definiscono "false indiscrezioni" le notizie riportate nel mio articolo odierno sui dubbi del presidente Napolitano in merito alla legge che "aggira" l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, mi premono due rispettose ma doverose precisazioni.

1) La forte contrarietà del Capo dello Stato al testo che era all'esame del Senato mi è stata riferita personalmente da una fonte autorevole, che aveva parlato con il presidente della questione all'inizio della scorsa settimana. 

2) Dopo i necessari approfondimenti politici e giuridici sul tema, prima di completare la stesura del mio articolo e di metterlo in pagina, ieri sera alle 20,30 ho verificato quanto stavo scrivendo con un'altra fonte, questa volta del Quirinale, e dunque ufficiale e diretta, che mi ha illustrato al telefono gli orientamenti del Colle in materia. 
Dunque, con tutto il massimo rispetto per la più importante e autorevole istituzione del Paese: nessuna "falsità", e soprattuto nessuna "pressione". Come sempre, solo giornalismo.



Il presidente della Repubblica stoppa il testo che disciplina i rapporti di lavoro varato dal governo.
Era previsto che già nel contratto di assunzione, in deroga dai contratti collettivi,
si potesse stabilire il ricorso all'arbitro
Articolo 18, Napolitano non firma Troppi dubbi sull'arbitrato
La soddisfazione della Cgil. Sacconi: "Terremo conto dei rilievi"

 ROMA 31 marzo 2010 - Il presidente  della Repubblica Giorgio Napolitano non ha firmato il Ddl del governo sul lavoro e ha rimandato il testo alle Camere. Ponendo forti dubbi sulla norma che prevede l'estensione dell'arbitrato nei rapporti di lavoro. "Il Capo dello Stato è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni - con specifico riguardo agli articoli 31 e 20 - che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale. Ha perciò ritenuto opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinchè gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale" si legge nella nota del Quirinale. Che, per la prima volta, dal momento dell'elezioni di Napolitano, rinvia una legge alle Camere. cauta la reazione del governo. "terremo conto dei rilievi del capo dello Stato" dice il ministro del Welfare Maurizio Sacconi -  proporremmo alcune modifiche che mantengano in ogni caso l'istituto che lo stesso presidente della Repubblica ha apprezzato". 

I rilievi del Colle si appuntano su una delle due norme del ddl Lavoro. Quella che riguarda la nuova procedura di conciliazione e arbitrato che di fatto incide sulle norme dell'articolo 18 relative al licenziamento. In particolare l'articolo indicato nel comunicato del Quirinale prevede che già nel contratto di assunzione, in deroga dai contratti collettivi, si possa stabilire che in caso di contrasto le parti si affidino ad un arbitrato. 

L'altro articolo sul quale il Quirinale ha mosso rilievi è il 20, che esclude dalle norme del 1955 sulla sicurezza del lavoro il personale a bordo dei navigli di Stato. 

I primi di marzo l'aula aveva approvato il ddl. Un provvedimento che contiene norme sui lavori usuranti, gli ammortizzatori sociali, l'apprendistato e le controversie sul lavoro. La contestata normativa sull'arbitrato, aveva sottolineato il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, faceva parte della versione originaria della legge Biagi: "Il diritto sostanziale del lavoro, incluso l'articolo 18 dello Statuto non è stato minimamente toccato". 

"Napolitano ha sempre mostrato una grande attenzione" alla etrogeneità delle norme e alle coperture finanziarie, è nel suo potere rimandare alle Camere, non ho nulla da obiettare" dice il ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Soddisfatta la Cgil, fortemente critica verso il provvedimento. "E' una decisione - dice il segretario Guglielmo Epifani - che conferma le considerazioni della Cgil sugli aspetti critici del provvedimento. E' di tutta evidenza l'intempestività di una dichiarazione comune su una legge  nemmeno ancora promulgata nè pubblicata sulla Gazzetta ufficiale".