Quei morti nel deserto non sono le vittime di una catastrofe
naturale.
Quella tragica fine di immigrati espulsi dalla Libia
non è imputabile a un destino cinico e baro. Perché non c’è
nulla di «naturale» nella fuga disperata dai centri-lager libici
di quell’umanità sofferente.
Un’umanità senza diritti. Un’umanità
sacrificata sull’altare degli Affari dall’accordo di Cooperazione Italia-Libia
siglato da Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi. L’Unità ha, prima
di chiunque altro, documentato questa tragedia «innaturale»
con il prezioso contributo delle più importanti e autorevoli agenzie
impegnate nella difesa dei diritti umani, da Amnesty International a Human
Rights Watch, da Nessuno Tocchi Caino all’'Alto Commissariato delle Nazioni
Unite per i Rifugiati (UNHCR).
L’Unità ha sempre accompagnato questa corposa
documentazione, con una domanda, reiterata, al Governo italiano, in particolare
al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al ministro degli Esteri
Franco Frattini,: come è possibile non aver tenuto in conto questi
rapporti, queste testimonianze, queste denunce nel definire i contenuti
dell’Accordo di cooperazione Italia-Libia? Una domanda rimasta senza risposta.
Un silenzio assordante. Come quello che ha accompagnato la rivelazione contenuta nell’ultimo numero del settimanale L’espresso in un articolo di Fabrizio Gatti. L’articolo racconta - con il supporto di un video sconvolgente, registrato nel deserto del Sahara - della tragica fine di donne e uomini, provenienti in maggioranza dall’Africa subsahariana, espulsi dal regime del Colonnello Gheddafi. Bloccati in Libia - denuncia Gatti - dall’accordo Roma-Tripoli e riconsegnati al deserto. Condannati ad una fine atroce. I rapporti delle agenzie umanitarie avevano documentato gli abusi, i maltrattamenti subiti dagli immigrati bloccati in Libia.
Evidentemente queste denunce circostanziate non sono
state ritenute credibili dal Presidente del Consiglio Berlusconi
e dal suo governo. Ma la rivelazione de L’espresso
inchioda Palazzo Chigi. Palazzo Chigi sa ufficialmente dal 3 marzo 2004
che cosa siano realmentei centri di «accoglienza»
predisposti da Tripoli.
3 marzo 2004: la data stampata su un rapporto riservato
della presidenza del Consiglio. Gatti ne rivela il contenuto.
Si tratta della relazione consegnata ai collaboratori
del Cavaliere dopo la visita nel Sahara della delegazione della Protezione
civile che deve progettare la costruzione dei centri di detenzione libici.
Quel documento dà conto della conoscenza da parte della delegazione
della Protezione civile, di quale sia il trattamento riservato dai libici
ai cittadini extracomunitari, «di cui si allega documentazione fotografica».
Il Cavaliere sapeva. Il suo staff era stato informato direttamente dauna
delegazione
ufficiale, governativa. Quel documento non ha avuto
seguito. Palazzo Chigi e la Farnesina non hanno smentito le rivelazioni
de l’Espresso.
Gheddafi continua ad essere un interlocutore privilegiato
per Berlusconi.
Da ricevere come «amico personale» e illuminato
statista. Un idillio che non deve essere scalfito da documenti scomodi,
inquietanti. Le vessazioni perpetrate nei centri di detenzione libici non
dovevano mettere in discussione i contratti miliardari.
L’importante, oltre fare affari, è respingere
gli immigrati che cercano di raggiungere le coste italiane.
A occuparsene è la giustizia internazionale.
È approdato a Strasburgo, per l'esattezza alla Corte europea dei
diritti dell'uomo, il caso di 84 immigrati (palestinesi, algerini, giordani,marocchini
e tunisini) arrivati a Lampedusa nel 2005 e poi espulsi verso la Libia
lo stesso anno dal governo italiano (guidato da Berlusconi). I ricorrenti
sostengono che espellendoli l'Italia ha violato il loro diritto alla vita
e a non essere sottoposti a tortura o trattamenti inumani e degradanti.
Nel ricorso gli immigrati sostengono che non è
stata data loro un'adeguata possibilità per ricorrere contro l’espulsione
e che sono stati intralciati nel presentare il loro appello alla Corte
di Strasburgo. I giudici, nel dichiarare ammissibile il ricorso nel 2006,
avevano sottolineato che in quel momento non potevano pronunciarsi anche
sul merito, alla luce della necessità di condurre un esame approfondito
delle questioni sollevate. La sentenza della Corte è attesa martedì.
Sulla base delle testimonianze raccolte in questi
anni, l'osservatorio Fortress Europe ha contato 28 centri di detenzione
di immigrati. perlopiù concentrati sulla costa.
Ne esistono di tre tipi. Ci sono dei veri e propri
centri di raccolta, come quelli di Sebha, Zlitan, Zawiyah, Kufrah e Misratah,
dove vengono concentrati i migranti e i rifugiati arrestati durante le
retate o alla frontiera. Poi ci sono strutture più piccole, come
quelle di Qatrun, Brak, Shati, Ghat, Khums dove gli stranieri sono detenuti
per un breve periodo prima di essere inviati nei centri di raccolta. E
poi ci sono le prigioni: Jadida, Fellah, Twaisha, Ain Zarah, prigioni comuni,
nelle quali intere sezioni sono dedicate alla detenzione degli stranieri
senza documenti. Una detenzione segnata da abusi e violenze.
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