Luzzatto: «I rom? Anche contro noi ebrei cominciò così»
18 maggio 2008 Umberto De Giovannangeli

«Noi ebrei sappiamo bene cosa significhi essere perseguitati, demonizzati, sterminati. Per questo, da ebreo italiano
e da cittadino democratico, non posso che guardare con orrore e preoccupazione alla campagna d’odio verso i Rom».
A parlare è Amos Luzzatto, già presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane.

Professor Luzzatto, cosa ha provato di fronte al fuoco appiccato ai campi Rom a Napoli?

«Ogni fuoco riporta alla memoria altri fuochi dei quali la storia europea è cosparsa: penso, ad esempio, ai roghi dell’Inquisizione, ai roghi dei libri maledetti, ai roghi dei campi di sterminio... In ultima analisi c’è da domandarsi cosa abbiano in comune questi roghi. E la risposta immediata e tragica è: distruggere, senza che resti traccia, tutto quello che dà fastidio al potere. In questa ottica, tutto viene ingigantito e generalizzato: all’interno di ciò che si vuole distruggere col fuoco si colloca molto di più di quanto sarebbe “strettamente necessario” proprio per essere sicuri di avere totalmente eliminato quello che s’intende distruggere. È terribile, ma è cosi».

In quale misura questo comportamento è collegato al razzismo?

«È abbastanza evidente: se si vede un uomo nero che ha violentato una donna bianca, per una induzione arbitraria, si ritiene che la violenza sia correlata al colore della pelle. E pur sapendo che la stragrande maggioranza dei neri non sono stupratori per far prima li stermino tutti, ritenendo così di aver fatto una “pulizia totale”. Il razzismo si è nutrito di queste generalizzazioni arbitrarie e di queste correlazioni sbagliate, e una volta innescato il meccanismo del rogo, questo si autoalimenta».

In questa autoalimentazione, perché i Rom?

«Prima di tutto, centrerei l’attenzione su un fenomeno sociale che comprende una serie di fattori negativi, fra i quali la precarietà del lavoro e dell’esistenza; la difficoltà di trovare alloggi adeguati, e la difficoltà di integrazione di popolazioni forestiere, soprattutto in fasi di migrazioni di massa. Il fenomeno del nomadismo va inserito in questa categoria di problemi. Isolare questo problema, e al suo interno addirittura quello dei Rom, significa rincorrere una soluzione illusoria e alquanto pericolosa. È forte la tendenza a superare quelle che sono contraddizioni, debolezze, timori, paure che colpiscono tutta la società contemporanea, selezionando quella che può essere una componente dall’immagine più facilmente riconoscibile e colpirla immaginando così di risolvere un problema molto più esteso e complesso. Coloro che appiccano il fuoco ai campi Rom sono al loro modo - un modo barbaro e criminale indegno di un Paese civile - interpreti di questo approccio sbagliato al problema. E in questo approccio, assieme parziale e colpevolizzante, inserirei anche l’ipotesi del commissariamento dei Rom...»

Una ipotesi, quella della creazione di un Commissario ai Rom, che il governo prende in seria considerazione.

«Questa ipotesi trova immediata rispondenza nelle iniziative violente e vandaliche che imputano problemi scottanti, anche di microcriminalità, non all’azione di singole persone ma alla presenza stessa di un singolo gruppo allogeno».

Quei fuochi portano alla memoria, come lei stesso ha sottolineato, i roghi dei campi di sterminio. In una intervista a l’Unità, Predrag Matvejevic ha ricordato che assieme a milioni di ebrei, nei lager nazisti furono massacrati tantissimi Rom.

«Questa è una verità storica. Un’amara, tragica verità. Noi stessi, noi ebrei, abbiamo subito sulla nostra pelle ripetutamente - fino alla più terribile persecuzione che è stata quella della Shoah - le conseguenze dell’essere prima di tutto indicati come stranieri irriducibili, poi progressivamente stranieri parassiti, quindi stranieri complottanti, infine assassini di bambini cristiani e in conclusione gruppi umani da espellere, da perseguitare, da sterminare. Noi ebrei sappiamo bene cosa significhi essere vittime di pregiudizi che si trasformano in odio e in violenza “purificatrice”. Sappiamo cosa significhi essere additati come il “Male” da estirpare. E da ebreo, oltre che da cittadino democratico, mi sento a fianco di una comunità, quella Rom, che non può, non deve essere vittima di nuovi pogrom».

Pubblicato il: 19.05.08
 
"Raid": Irruzione improvvisa, con sovrabbondanza di manette e urlacci.
Vincenzo Cerami

Raid, questa la parola di oggi: irruzione improvvisa, con sovrabbondanza di manette e urlacci. La mano forte non ci piace. È vile, incivile, è violenza. Per un delinquente devono pagare tanti innocenti. Ma cos’è epurazione, repressione poliziesca, persecuzione, razzismo, odio, vendetta? Quando le vittime sono inermi, indifese, spaventate, l’aggressività diventa sadismo. Contro quella povera gente si scarica una frustrazione accumulata altrove. Forse dell’erotismo andato a male. Possibile, tra l’altro, che appena arriva la destra compaiano i manganelli? È troppo scontato, è pietosamente caricaturale, è un brutto film già visto. Tutte le destre d’Europa non sono così rozze e brutali come la nostra. Naturalmente la canea va appresso al cane che ringhia di più. A Napoli c’è uno spettacolo alla Gomorra: un leghista può anche andare in visibilio, in orgasmo.

Raid: un po’ sinonimo di scorreria, ovvero incursione armata in territorio nemico, in questo caso nei miserevoli campi rom. Caschi e giubbetti antiproiettile, con in pugno la spada dello spaccamontagne della Commedia dell’Arte. Eppure negli annali della polizia non esiste un solo episodio di bambini rapiti dagli zingari. È una leggenda metropolitana che dura da un paio di secoli. Quale modo meschino di mostrare i muscoli! È come sparare alle zanzare con un bazooka. Ma tutti quelli che fanno la guerra ai rom sono più spiantati dei rom, guadagnano perfino di meno. Poveracci questi, poveracci quelli. I mandanti se ne stanno tranquilli alla finestra, a guardare i raid da dietro gli occhiali dalla montatura all’ultimo grido, piuttosto cafoni. Dall’estero ci guardano, e non sanno se ridere o piangere. Dicono che siamo xenofobi, invece no, ce l’abbiamo semplicemente duro. 

Pubblicato il: 18.05.08
Modificato il: 18.05.08 alle ore 15.01

La storia dei rom

Rina Gagliardi
Vedete come la cronaca recente più dissennata, il pogrom di Ponticelli, ha radici piantate nel passato, in leggende secolari, in pregiudizi che nessun progresso sembra poter scalfire? Sono almeno sei-sette secoli che si dice che i Rom - gli zingari - sono ladri. 
Ladri di cose ma soprattutto di bambini. Rapitori di neonati. Nei registri di polizia o negli atti giudiziari non esiste alcuna sostanziosa documentazione che, quantomeno, incoraggi questa opinione. Ma essa si trasmette nel tempo e nello spazio con la vischiosità del senso comune e con il valore di una superstizione che, in quanto tale, non abbisogna né di prove né di fatti. Quando ero bambina, e gli zingari arrivavano ad ogni stagione, e le donne portavano a loro, da riparare, le pentole e le padelle in rame sconocchiate, ci si sussurrava di stare attenti, di non andare troppo vicino a giocare all'accampamento sull'Arno, «perché gli zingari portano via i bimbi». Non fu mai registrato, a mia memoria, alcun caso di rapimento. Non ci furono neppure episodi di vera intolleranza - in quegli anni il popolo "normale" e il popolo degli zingari convivevano, alla fine, senza veri conflitti, soltanto con una sotterranea e certo reciproca diffidenza. C'era sì la diversità - la lingua incomprensibile, i vestiti lunghi, consunti e sgargianti, l'odore forte, i fazzoletti in testa - che inquietava, incuriosiva, allarmava. Ma non si andava oltre. Oggi, invece, è di nuovo il tempo della ferocia. Dell'intolleranza. Della persecuzione.
***
In verità, se i criteri del "dare" e dell'"avere" regolassero davvero i rapporti (e i bilanci storici) tra i popoli, è l'occidente ad aver contratto un debito terribile nei confronti degli zingari. Da quando - attorno al 1100 - questo popolo di origine indiana, poi sconfinato in Persia, si è affacciato in Europa, per loro è cominciata, quasi soltanto, una lunga storia di persecuzione, sofferenze, stermini. In Romania furono subito resi schiavi: divisi in tre "categorie" (zingari del principe", "zingari dei boiari", "zingari dei monasteri"), divennero merce di scambio, o di "dono", e questa condizione si protrasse fino alla metà dell'Ottocento. Dalla fine del quindicesimo secolo in poi, quasi tutti gli stati europei (ad eccezione dell'Impero ottomano) emanarono decreti di espulsione di tutte le etnie rom, gitane, "gipsy" (Spagna, decreto delle Cortes del 1492, Francia, decreto di Francesco I nel 1523, Napoli nel 1555, Stato pontificio nel 1566): volevano dire, queste leggi o bandi, che chiunque fosse stato scoperto a girovagare per le strade e riconosciuto come zingaro, poteva essere sull'istante ridotto in schiavitù, o buttato per sempre in una prigione. Tra le mille crudeltà che si potrebbero raccontare, spicca una grida milanese del 1693. Essa recita testualmente: «Ogni cittadino è libero di ammazzare tutti gli zingari impune e di levar loro ogni sorta di robba, di bestiame o di denari che trovasse».
Perché non solo di persecuzione e sterminio nei confronti di un popolo "asociale"si tratta. Man mano che ci si inoltra nell'era della modernità, il pregiudizio, la diffidenza, o la paura nei confronti degli zingari, diventa persecuzione razziale. Gli zingari come razza non solo inferiore, "subumana" ma dannosa, e come tale da cancellare, stroncare. Gli zingari come «razza delinquenziale», predisposta geneticamente al crimine e alla destabilizzazione sociale, secondo la definizione (1841) del (socialista) Cesare Lombroso. Le pratiche di sterilizzazione forzata cominciarono agli inizi del ‘900, non appena la scienza mise a disposizione gli strumenti adeguati e l'eugenetica cominciava a trionfare - ed ebbero nei Paesi scandinavi, dalla Svezia alla Danimarca, a partire dal 1934, il loro apogeo. Ma un secolo prima aveva cominciato la grande imperatrice d'Austria Maria Teresa - proprio lei, l'illuminata, la riformatrice - ad avviare una politica di vero e proprio sterminio etnico-culturale: la proibizione dei matrimoni tra Rom, la sistematica sottrazione dei piccoli ai loro genitori, l'assimilazione forzata per chi ce la faceva, la scomparsa nel nulla, o la morte, per tutti gli altri. 
Vedete chi sono davvero i ladri di bambini? Noi, il civile occidente. Non sapremo mai quanti piccoli rom sono stati rapiti, sequestrati, rubati, nel corso dei secoli. Riusciamo a conoscere soltanto qualche episodio, quando qualche pagina buia della storia viene improvvisamente rischiarata da lunghe, tenaci pazienti ricerche. Come l'incredibile vicenda di un altro civilissimo e ordinatissimo Paese: la Svizzera. Tra le due guerre mondiali del XX secolo, il governo elvetico promosse, ed attuò con successo, il programma di cancellazione degli jenisches - comunità nomade, fatta in prevalenza di artigiani, che allora assommava a circa trentamila persone. Fu il dottor Alfred Siegfried, scienziato stimatissimo, un po' come molti medici tedeschi che collaborarono poi ai mostruosi esperimenti scientifici del nazismo, a dirigere l'operazione, diretta dal centro nazionale "Pro Juventute" e denominata "Enfants de la grande route": sulla base della convinzione che gli zingari, come sosteneva il dottor Siegfried, sono «inferiori, psicopatici e mentalmente ritardati», insomma non sono esseri umani, migliaia di bambini furono sequestrati d'autorità, staccati per sempre dalle loro famiglie, avviati al lavoro (divennero cioè forzalavoro, apprendisti, domestiche, a bassissimo costo). Oggi in Svizzera la comunità jenische è ridotta a 5mila unità. C'è voluta una lunga battaglia per squarciare il velo della vergogna. Un velo che è durato - pensate un po' - fino agli anni '90 del ‘900!
***
Così come ci sono voluti trent'anni per rompere il lungo silenzio che per quasi tutto il dopoguerra aveva rimosso lo sterminio dei rom, nei lager nazisti. Cinquecentomila, secondo molti accreditati studiosi, sono gli zingari uccisi nei campi di Auschwitz (le 32 baracche apposite dette Zigeneurlager), Ravensbruck, Dachau, Birkenau, Treblinka - e tanti altri. Ma se anche fossero trecentomila, o duecentomila, che differenza farebbe? E che senso ha la discussione su quanto è lecito paragonare questo specifico tentativo di genocidio alla shoah degli ebrei? Nella sua ultima fase, quando la guerra era perduta, in tutta evidenza, e gli schiavi dei campi di lavoro non erano più "utilizzabili" a fini produttivi, i nazisti adottarono per tutti i loro prigionieri la soluzione "finale", lo sterminio di massa: questo è la sola verità storica che interessa. Questa è la follia di cui furono gli ebrei le grandi vittime sacrificali, perché l'hitlerismo era nato e cresciuto sulla base di un programma privilegiato, l'eliminazione del "pericolo ebraico". Ma per questa follia scattarono tanti altri eccidi di massa : gli omosessuali, i comunisti, gli slavi, i disabili - tutti i diversi, tutti i variamente "asociali", tutti coloro che erano considerati incompatibili con l'ordine costituito. Come i rom. Contro i quali, già nel 1938, Himmler aveva lanciato l'offensiva finale («lotta per cancellare la piaga degli zingari», 8 dicembre). Come le donne rom, a Ravensbruck, ridotte a cavie dagli esprimenti sulla cancrena del dottor Gebhardt, morte tra atroci dolori e lunghe agonie. Come i ragazzini rom, caduti nelle mani del famigerato dottor Mengele per le sue indagini sullo sconosciuto morbo "Noma".
***
Sì, bisognerà scriverla, al più presto, una storia dell'infinita crudeltà che l'occidente cristiano ha riservato a questo popolo, "arianissimo" e per lo più cristiano. Una crudeltà reiterata nei secoli, ma mai davvero affiorata alla coscienza, e quindi mai affrontata, elaborata, discussa, in qualche modo e per qualche via superata. In compenso, però, il popolo zingaro ha alimentato la nostra letteratura e la nostra musica, spesso come protagonista indiscusso: il melodramma, di cui dicevamo, che ha decine e decine di opere a centralità gitana, come la Carmen , la donna seduttrice così libera che preferisce farsi ammazzare piuttosto che tornare con un uomo che non ama più; la letteratura, che ci offre, nell'Hemingway di Per chi suona la campana , la splendida figura di Pilar e, nel grandissimo Victor Hugo, l'epopea di Esmeralda ( Notre Dame de Paris ), morta per amore, per fedeltà, tra le torture, Che cos'è questa mitizzazione degli zingari e delle zingare, questa scoperta letteraria della loro umanità e del loro fascino, questo tributo reso alla loro fierezza, al loro senso indomito di libertà? Forse, una riduzione folkloristica, tutta e solo di comodo, tutta e solo per alimentare comunque stereotipi e vaghe mitologie libertarie ( «Questo è il canto di chi non conosce frontiera/ è l'ardente preghiera del gitano che va» cantava Dalida nei primi anni '60). Forse, un tentativo di risarcimento, di riscatto dal senso di colpa. Forse, chissà, la manifestazione di un rapporto che è sempre stato intimamente contradditorio. Come se il popolo zingaro, nella irriducibilità della sua esistenza, nella sua alterità, nella sua supposta "inadattabilità", rappresentasse l'inquietante limite alla superiorità altrimenti indiscutibile della nostra civiltà e dei nostri modelli di vita. Come se ci rinviasse, dunque, l'immagine plastica di un'altra chance umana. 
Ma forse anche queste sono riflessioni tutte interne ad un immaginario - il nostro - che, buoni o cattivi che siamo, resta l'immaginario dei colonizzatori. E, oggi, dei colonizzatori impauriti, intolleranti di ogni diversità, bisognosi di scaricare addosso al Nemico di turno tutte le loro frustrazioni e le loro angosce per un futuro che non si vede più.
Questo è il pericolo gravissimo che oggi incombe sull'Occidente declinante: la vendetta, i pogrom, la voluttà della cancellazione dell'altro. I rom, oggi, sono un Nemico perfetto - anche perché lo sono sempre stati e sempre ci siamo rifiutati di conoscerli. E' tempo di fare qualcosa, prima che sia troppo tardi. Prima che la crisi di civiltà diventi irreversibile.