Chiesti 11 anni di carcere per il senatore
di Forza Italia Marcello Dell'Utri. Si è conclusa con questa pesante
richiesta la .
requisitoria del procuratore generale Nino Gatto al
processo d'appello per il senatore del Pdl. Una richiesta motivata: "Il
processo ha evidenziato una propensione dell'imputato a inquinare le prove".
Nino Gatto nella sua requisitoria ha affrontato il capitolo riguardante
i rapporti che Marcello Dell'Utri avrebbe intrattenuto con un falso pentito,
Cosimo Cirfeta: "Tramite l'avvocato difensore di Cirfeta, Dell'Utri ha
promesso soldi e un lavoro. In cambio, chiedeva delle dichiarazioni che
avrebbero dovuto scagionarlo".
Secondo il procuratore generale, nel complotto del falso pentito avrebbe avuto un ruolo anche "l'agente Betulla, ovvero il giornalista Renato Farina - spiega Nino Gatto - che è stato giudicato in altra sede per aver aiutato alcuni agenti segreti ad eludere le investigazioni nei loro confronti, nell'ambito delle indagini sul rapimento di Abu Omar". In aula, il procuratore ha anche lettoil capo d'imputazione riguardante Farina, coinvolto nelle azioni di spionaggio organizzate dall'ex agente del Sismi Pio Pompa, fra Roma e Milano."Questa vicenda - ha affermato Nino Gatto - ci dice dei mezzi istituizionali di cui l'imputato si è servito per deviare le indagini".
Mentre il pg parlava del caso Farina, Dell'Utri è
uscito dall'aula della corte d'appello per fare una dichiarazione ai giornalisti
che lo hanno raggiunto: "Se mi lasciano in pace, se mi assolvono sono disposto
a lasciare tutte le cariche politiche, non mi interessa fare politica.
Io faccio il senatore per difendermi dal processo. Io mi difendo dall'attacco
politico perché il mio è un processo politico, per questo
faccio politica. Sì, vi sembra strano? - ribadisce -
Sono entrato in politica per difendermi".
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IL DOSSIER: Quando il boss chiamava il senatore ![]()
Ecco le telefonate intercettate a metà degli anni Ottanta sull'utenza di Marcello Dell'Utri nell'ambito di un'inchiesta dei giudici di Milano sul fallimento di una società. Per i magistrati che hanno condannato Dell'Utri in primo grado quelle telefonate con un mafioso di Palermo sono gli eccezionali riscontri alle accuse dei pentiti arrivate molti anni dopo 10 dicembre 2009 SALVO PALAZZOLO Nel caso Dell'Utri è considerato l'uomo chiave, Gaetano Cinà: il "tramite" - come lo definisce la sentenza che l'ha condannato in primo grado assieme al senatore di Forza Italia - "l'intermediario di alto livello fra l'organizzazione mafiosa e gli ambienti imprenditoriali del Nord". Ma lui non portava il doppiopetto. Per trent'anni, il signor Gaetano Cinà (che è deceduto nel 2006, prima dell'inizio del processo d'appello) ha lavorato nella piccola lavanderia di famiglia, a pochi passi da dove fu assassinato il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, nel salotto buono di Palermo. Solo quando era ormai in pensione, tredici anni fa,
venne arrestato con l'accusa di essere l'influente padrino della famiglia
di Malaspina che all'inizio degli anni Settanta aveva fatto da tramite
per l'arrivo del fattore-boss Vittorio Mangano nella villa di Arcore di
Silvio Berlusconi. Racconta il pentito Francesco Di Carlo che Cinà
avrebbe anche accompagnato i capimafia Stefano Bontade e Mimmo Teresi negli
uffici milanesi della Edilnord a un incontro con Dell'Utri e il costruttore
Silvio Berlusconi, all'epoca in cerca di "garanzie di tranquillità"
per tirare su Milano 2. Di Carlo ricorda ancora Dell'Utri e Cinà
insieme, nel 1980, alla festa di matrimonio di un trafficante di droga,
Girolamo Fauci, che si tenne a Londra. A metà degli anni Ottanta,
la voce di Cinà era stata intercettata nel telefono di Dell'Utri,
sotto controllo per ordine dei magistrati di Milano che indagavano sul
fallimento della Bresciano. E anche queste intercettazioni fanno parte
del processo al senatore di Forza Italia.
Dell'Utri si è sempre difeso: "Cinà era
solo un caro amico, non sapevo delle sue frequentazioni con ambienti di
mafia". Cinà, dal canto suo, non ha mai partecipato a un'udienza
del processo. Non ha mai fatto alcuna dichiarazione in aula. Solo una volta
rispose, durante un interrogatorio in Procura nel corso delle indagini:
"Mio figlio giocava a calcio nella Bacigalupo, allenata da Dell'Utri. Io
stesso sono stato dirigente della squadra per dieci anni. È da allora
la mia grande amicizia con Dell'Utri, che io considero come un figlio".
Ma, paradosso dei paradossi, a mettere nei guai Dell'Utri e Cinà
è arrivato nel processo di Palermo il verbale di un inaspettato
testimone, Silvio Berlusconi. Nel 1987, quando ancora nessuno pensava al
processo per mafia a carico di Dell'Utri, l'imprenditore diceva ai giudici
di Milano a proposito dell'assunzione di un fattore: "Chiesi a Marcello
di interessarsi. Lui mi presentò il signor Vittorio Mangano come
persona a lui conosciuta, più precisamente conosciuta da un suo
amico con cui si davano del tu, che da tempo conosceva e che aveva conosciuto
sui campi di calcio della squadra Bacigalupo di Palermo, squadra di dilettanti".
All'epoca, naturalmente, il nome di Cinà non aveva fatto capolino
nelle carte giudiziarie. Oggi, dietro l'assunzione di Mangano ad Arcore
i giudici di primo grado del processo Dell'Utri ritengono di aver trovato
la prima intermediazione di Cinà.
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