"Dell'Utri il tramite della mafia"
Il pm chiede 11 anni di carcere
"Il boss Vittorio Mangano era in contatto con Marcello Dell'Utri, che fu il tramite per l'assunzione
del mafioso nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi".
Così il sostituto procuratore generale Nino Gatto ha concluso la requisitoria contro il senatore del Pdl
chiedendo 11 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.
16 aprile 2010 SALVO PALAZZOLO

 Chiesti 11 anni di carcere per  il senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri. Si è conclusa con questa pesante richiesta la .
requisitoria del procuratore generale Nino Gatto al processo d'appello per il senatore del Pdl. Una richiesta motivata: "Il processo ha evidenziato una propensione dell'imputato a inquinare le prove". Nino Gatto nella sua requisitoria ha affrontato il capitolo riguardante i rapporti che Marcello Dell'Utri avrebbe intrattenuto con un falso pentito, Cosimo Cirfeta: "Tramite l'avvocato difensore di Cirfeta, Dell'Utri ha promesso soldi e un lavoro. In cambio, chiedeva delle dichiarazioni che avrebbero dovuto scagionarlo".

Secondo il procuratore generale, nel complotto del falso pentito avrebbe avuto un ruolo anche "l'agente Betulla, ovvero il giornalista Renato Farina  -  spiega Nino Gatto  -  che è stato giudicato in altra sede per aver aiutato alcuni agenti segreti ad eludere le investigazioni nei loro confronti, nell'ambito delle indagini sul rapimento di Abu Omar". In aula, il procuratore ha anche lettoil capo d'imputazione riguardante Farina, coinvolto nelle azioni di spionaggio organizzate dall'ex agente del Sismi Pio Pompa, fra Roma e Milano."Questa vicenda  -  ha affermato Nino Gatto  -  ci dice dei mezzi istituizionali di cui l'imputato si è servito per deviare le indagini".

Mentre il pg parlava del caso Farina, Dell'Utri è uscito dall'aula della corte d'appello per fare una dichiarazione ai giornalisti che lo hanno raggiunto: "Se mi lasciano in pace, se mi assolvono sono disposto a lasciare tutte le cariche politiche, non mi interessa fare politica. Io faccio il senatore per difendermi dal processo. Io mi difendo dall'attacco politico perché il mio è un processo politico, per questo faccio politica. Sì, vi sembra strano?  -  ribadisce - Sono entrato in politica per difendermi".
 
Quando il boss Tanino Cinà telefonava a Marcello Dell'Utri
IL DOSSIER: Quando il boss chiamava il senatore

Ecco le telefonate intercettate a metà degli anni Ottanta sull'utenza di Marcello Dell'Utri nell'ambito di un'inchiesta
dei giudici di Milano sul fallimento di una società. Per i magistrati che hanno condannato Dell'Utri in primo grado
quelle telefonate con un mafioso di Palermo sono gli eccezionali riscontri alle accuse dei pentiti arrivate molti anni dopo
10 dicembre 2009 SALVO PALAZZOLO

Nel caso Dell'Utri è considerato l'uomo chiave, Gaetano Cinà: il "tramite" - come lo definisce la sentenza che l'ha condannato in primo grado assieme al senatore di Forza Italia - "l'intermediario di alto livello fra l'organizzazione mafiosa e gli ambienti imprenditoriali del Nord". Ma lui non portava il doppiopetto. Per trent'anni, il signor Gaetano Cinà (che è deceduto nel 2006, prima dell'inizio del processo d'appello) ha lavorato nella piccola lavanderia di famiglia, a pochi passi da dove fu assassinato il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, nel salotto buono di Palermo.

Solo quando era ormai in pensione, tredici anni fa, venne arrestato con l'accusa di essere l'influente padrino della famiglia di Malaspina che all'inizio degli anni Settanta aveva fatto da tramite per l'arrivo del fattore-boss Vittorio Mangano nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. Racconta il pentito Francesco Di Carlo che Cinà avrebbe anche accompagnato i capimafia Stefano Bontade e Mimmo Teresi negli uffici milanesi della Edilnord a un incontro con Dell'Utri e il costruttore Silvio Berlusconi, all'epoca in cerca di "garanzie di tranquillità" per tirare su Milano 2. Di Carlo ricorda ancora Dell'Utri e Cinà insieme, nel 1980, alla festa di matrimonio di un trafficante di droga, Girolamo Fauci, che si tenne a Londra. A metà degli anni Ottanta, la voce di Cinà era stata intercettata nel telefono di Dell'Utri, sotto controllo per ordine dei magistrati di Milano che indagavano sul fallimento della Bresciano. E anche queste intercettazioni fanno parte del processo al senatore di Forza Italia.
 
Il Capodanno del 1987, alle 12,39 Cinà telefona a Dell'Utri per fargli gli auguri (chiede anche: "Ma ne sai niente se l'ha vista, almeno, la cassata?". In un'altra conversazione, del dicembre 1986, Cinà aveva annunciato la spedizione di una cassata, con il logo di canale 5, al Cavaliere)
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11 giugno 1988, Cinà ha ricevuto una comunicazione giudiziaria ed è preoccupato. Chiama Dell'Utri, che gli dice di venire a Milano
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8 luglio 1988, Cinà cambia tono. Parla a Palermo con qualcuno rimasto senza nome e fissa un appuntamento
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Dell'Utri si è sempre difeso: "Cinà era solo un caro amico, non sapevo delle sue frequentazioni con ambienti di mafia". Cinà, dal canto suo, non ha mai partecipato a un'udienza del processo. Non ha mai fatto alcuna dichiarazione in aula. Solo una volta rispose, durante un interrogatorio in Procura nel corso delle indagini: "Mio figlio giocava a calcio nella Bacigalupo, allenata da Dell'Utri. Io stesso sono stato dirigente della squadra per dieci anni. È da allora la mia grande amicizia con Dell'Utri, che io considero come un figlio". Ma, paradosso dei paradossi, a mettere nei guai Dell'Utri e Cinà è arrivato nel processo di Palermo il verbale di un inaspettato testimone, Silvio Berlusconi. Nel 1987, quando ancora nessuno pensava al processo per mafia a carico di Dell'Utri, l'imprenditore diceva ai giudici di Milano a proposito dell'assunzione di un fattore: "Chiesi a Marcello di interessarsi. Lui mi presentò il signor Vittorio Mangano come persona a lui conosciuta, più precisamente conosciuta da un suo amico con cui si davano del tu, che da tempo conosceva e che aveva conosciuto sui campi di calcio della squadra Bacigalupo di Palermo, squadra di dilettanti". All'epoca, naturalmente, il nome di Cinà non aveva fatto capolino nelle carte giudiziarie. Oggi, dietro l'assunzione di Mangano ad Arcore i giudici di primo grado del processo Dell'Utri ritengono di aver trovato la prima intermediazione di Cinà.