1 marzo 2010
Lo Sciopero degli immigrati a Siracusa
UN PRIMO MARZO PARTICOLARE
- dedicato a Bosco Minniti - da Massimiliano Perna

 La mattina del primo marzo a Siracusa c’era una nebbia fitta.
Alle 8 in punto, come ogni giorno, le porte della Chiesa di Bosco Minniti (che di sera dalle 19 si trasforma
in mensa e poi in dormitorio), si sono aperte e i circa 40 senza dimora, per la gran parte immigrati,
si sono messi in cammino verso il centro, nei pressi dell’antico teatro greco, dove li attendevano studenti,
cittadini, associazioni e altri migranti giunti da varie zone della città.

 Un corteo giallo che ha sfidato la nebbia, un colore acceso, solare, per fare luce sull’oscurità che sta avvolgendo tristemente il nostro Paese, un’oscurità che fagocita i diritti e il rispetto per gli esseri umani, soprattutto se migranti. La parrocchia si è svuotata in pochi minuti, come avviene tutte le mattine, ma questa volta il silenzio è stato più pesante, il senso di vuoto si è avvertito con più forza, perché a Bosco Minniti non c’erano nemmeno i parrocchiani e i volontari: tutti in piazza, tutti a manifestare accanto agli immigrati. La vicenda che ha colpito improvvisamente padre Carlo D’Antoni e la sua comunità si è trasformata in una molla di impegno civile, ha svegliato anche coloro che erano più timidi, non fosse altro che per una questione di età.

Nessuno si è risparmiato nel dare una mano al comitato ad organizzare questa iniziativa dal forte significato, una giornata a cui chi da anni vive accanto ai migranti non poteva mancare. La ragione non è stata solo quella di voler camminare con i migranti in corteo ed urlare insieme il diritto a veder rispettata la loro dignità, il rifiuto dello sfruttamento del lavoro immigrato; c’era anche la voglia di esserci per “sostituire” chi non poteva partecipare pur avendo fortemente voluto questa giornata a Siracusa. Il grande assente era padre Carlo, costretto a rimanere nella sua abitazione, dietro quella finestra che il primo marzo era nascosta da una nebbia insolita. Non è bastato il giallo del corteo, né il sole che a metà mattinata ha fatto la sua prepotente apparizione, a nascondere l’assenza pesante di un prete che ha dedicato la sua vita agli ultimi e che il sistema della carcerazione preventiva, per ragioni tecniche dovute al passaggio dell’inchiesta da Catania a Napoli, costringe ancora a restare isolato come un criminale. Isolato dalla legge, ma non dai pensieri e dai sentimenti di tutti coloro che a Siracusa e nel resto d’Italia continuano a rivolgere appelli di solidarietà.

L’ultimo è quello lanciato sul proprio sito dall’associazione “Senza Confine”, appello a cui hanno aderito e stanno aderendo molti protagonisti della cultura e della società civile italiana, come Renato Sarti e Moni Ovadia, per citarne due. E anche durante il corteo è arrivata la solidarietà. Oltre a quella dei comitati di Siracusa e di Catania, la manifestazione di vicinanza più toccante è stata quella spontanea espressa proprio da un migrante, il quale ha preso con rabbia il microfono e ha cominciato ad urlare slogan per la liberazione di padre Carlo e di Antonio De Carlo, collaboratore della parrocchia coinvolto nella stessa inchiesta e anch’egli ai domiciliari. “Libertà per padre Carlo”, “Libertà per Antonio”, questi gli slogan accolti con un’ovazione dai migranti in corteo, i quali hanno subito cominciato a scandirli in un italiano ricco di accenti diversi. Tutti gli immigrati che hanno preso il microfono o il megafono hanno voluto dare la propria solidarietà al prete siracusano.

Ibrahim, ad esempio, con una certa emozione ha detto che “noi abbiamo lasciato tutto in Africa, io ho lasciato lì mio padre, e qui ho trovato padre Carlo che per me è stato come un padre, generoso e onesto”. Alla fine della giornata, organizzata dal Comitato Primo Marzo di Siracusa e dall’Unione degli studenti e che oltre al corteo è stata caratterizzata anche da proiezioni, momenti ludici e concerti, i migranti sono tornati a casa. Molti di loro sono tornati a mangiare alla mensa di Bosco Minniti, dove alle 21.30 le porte del dormitorio si chiudono per la notte. Un pasto caldo e una notte al riparo, sotto il tetto accogliente di una chiesa di periferia, dove al piano superiore, in una piccola stanza, un coraggioso prete, il prete degli ultimi, attende di avere giustizia e di tornare tra la sua gente, che non vede l’ora di riabbracciarlo e che non smette di sostenerlo.