|
i cittadini si esprimano direttamente in difesa dei propri diritti, non piace che un referendum, un atto di democrazia diretta, cancelli una legge che regala in monopolio alle multinazionali, e alle mafie, la gestione del'acqua, non piace, che l'acqua sia definita "bene pubblico privo di rilevanza economica" bene comune primario inalienabile. |
Contro il disegno di privatizzazione forzata dell’acqua pubblica, definita dalla recente legge Ronchi, il Partito democratico non sosterrà la campagna referendaria. «Pur guardando con simpatia a tutti quei movimenti che si battono contro il rischio di monopoli privati» ha detto il segretario Pierluigi Bersani «riteniamo che il referendum non sia la strada giusta». Il Pd, quindi, seguirà un’altra via. E cioè formulerà, nel più breve tempo possibile, una proposta di legge coinvolgendo gli amministratori locali e i cittadini. Si parte subito. Il primo appuntamento è per oggi a Torino. L’obiettivo complessivo è quello di raccogliere, sulla petizione, un milione di firme.
Referendum
Con la decisione del Pd, dunque, il fronte che si
batte contro la privatizzazione dell’acqua presenta tre diversi schieramenti.
Oltre al Partito democratico, in campo ci sono il Forum di movimenti per
l’acqua pubblica e l’Italia dei Valori. Entrambi hanno scelto la strada
del referendum per modificare la legge Ronchi. Il Forum, che raccoglie
una sterminata serie di sigle della società civile, ha già
depositato in Cassazione tre quesiti e si appresta a partire con la raccolta
delle firme il 24-25 aprile. Così come l’Italia dei Valori. Il partito
di Di Pietro si è spinto, però, oltre. Presentando delle
proposte anche per il legittimo impedimento e per la legge che reintroduce
il nucleare per uso civile in Italia. «Il referendum – ha spiegato
Bersani – è una battaglia fondata ma lo strumento referendario da
solo non basta». Perché, sempre secondo il leader del Pd,
è inadeguato «sia per la scarsa efficacia dimostrata negli
ultimi anni (24 referendum persi su 24 dal 1995 in poi), sia perché
abroga leggi senza definirne di nuove e di più efficaci».
Proposta
La prima
riguarda la costituzione di
una forte Autorità indipendente, compartecipata da Stato e regioni,
in grado di regolare la gestione. Questa Authority, pensata sul modello
dell’Aifa (farmaci), dovrebbe definire gli standard di servizio, monitorare
i risultati, applicare sanzioni in caso di mancato investimento, incentivare
qualità, efficienza e risparmio.
La seconda, invece,
prevede un forte ruolo delle
regioni e degli enti locali nelle scelte di affidamento del servizio idrico.
Da realizzare,
e siamo al terzo paletto,
con una gestione industriale
del servizio «che consenta economie di scala, assicuri qualità
omogenea e garantisca
sicurezza degli approvvigionamenti».
Per fare questo, quarta linea guida,
bisogna dare un quadro normativo chiaro «affidando
alle regioni il compito di organizzare il servizio idrico integrato»
sulla base di ambiti territoriali ottimali, definiti secondo diversi parametri.
Le tariffe poi, quinto obiettivo,
modulate come corrispettivo del servizio, «devono
prevedere una tariffa sociale per dare agevolazioni a determinate fasce
di reddito e a nuclei familiari numerosi, e una tariffa che incentivi il
risparmio idrico».
Vincoli
Infine, seta e ultima linea guida,
devono essere presenti dei «meccanismi che vincolino
alla realizzazione degli investimenti necessari per migliorare il servizio,
stimati in almeno 60 miliardi di euro, con l’impegno aggiuntivo per garantire
lo stesso livello di servizio idrico in ogni area del paese». Un
punto fondamentale, quest’ultimo. Oggi la tariffa è commisurata
al livello degli investimenti. Soldi che spesso, però, rimangono
sulla carta (circa la metà). Con il risultato che in molte zone
del Paese si paga una tariffa elevata a fronte di pochi interventi sulla
rete.
![]() |