Tra
le possibili cause dell’accelerazione del processo di 'mafiosizzazione’
e concentrazione dei poteri criminali nell’area dello Stretto di Messina,
trova sempre più credito l’attesa suscitata dal sogno trentennale
di realizzare un’infrastruttura per l’attraversamento stabile dello Stretto,
oltre 14.000 miliardi di lire d’investimenti per un ponte di appena tre
chilometri di lunghezza ().
Questa
tesi trova conforto in quasi tutti i più recenti rapporti semestrali
sullo stato della criminalità organizzata in Italia della Direzione
Investigativa Antimafia. Il primo allarme sugli interessi suscitati tra
le organizzazioni mafiose dalla ventilata realizzazione dell’infrastruttura,
è stato rilanciato in un comunicato Ansa del 22 aprile 1998. “La
DIA – si legge - è preoccupata dalla grande attenzione della ‘ndrangheta
e di Cosa Nostra per il progetto relativo alla realizzazione del ponte
sullo Stretto”. “Appare chiaro – aggiunge la Direzione Investigativa Antimafia
– che si tratta di interessi tali da giustificare uno sforzo inteso a sottrarre
il più possibile l’area della provincia di Messina all’attenzione
degli organismi giudiziari ed investigativi” ().
Le
mani sul Ponte
La DIA torna sull’argomento
con una più approfondita valutazione, nella sua seconda relazione
semestrale per l’anno 2000. Soffermandosi sulla ristrutturazione territoriale
dei poteri criminali in Calabria e in Sicilia, il rapporto segnala come
le ultime indagini hanno evidenziato che “le famiglie di vertice della
‘ndrangheta
si sarebbero già da tempo attivate per addivenire ad una composizione
degli opposti interessi che, superando le tradizionali rivalità,
consenta di poter aggredire con maggiore efficacia le enormi capacità
di spesa di cui le amministrazioni calabresi usufruiranno nel corso dei
prossimi anni”. Nel mirino delle cosche, secondo la DIA, innanzi tutto
i progetti di sviluppo da finanziare con i contributi comunitari previsti
dal piano “Agenda 2000“ per le ‘aree depresse’ del Mezzogiorno, stimati
per la sola provincia di Reggio Calabria in oltre cinque miliardi di euro
nel periodo 2000-2006. “Altro terreno fertile ai fini della realizzazione
di infiltrazioni mafiose nell’economia legale – aggiunge il rapporto della
DIA - è rappresentato dal progetto di realizzazione del ponte sullo
stretto di Messina, al quale sembrerebbero interessate sia le cosche siciliane
che calabresi. Sul punto è possibile ipotizzare l’esistenza di intese
fra Cosa nostra e ‘ndrangheta ai fini di una più efficace
divisione dei potenziali profitti”.
A
prova del patto comune tra le due organizzazioni criminali per la cogestione
dei flussi finanziari previsti per la megainfrastruttura, gli investigatori
segnalano in particolare i “collegamenti” emersi in ambito giudiziario
nella gestione dei grandi traffici di stupefacenti, tra malavitosi gravitanti
nell’area catanese e personaggi di spicco della ‘ndrangheta appartenenti
al clan Morabito di Africo Nuovo. L’asse strategico tra questi potentissimi
gruppi criminali ed il loro sofisticato modus operandi è
stato evidenziato dalle indagini sull’infiltrazione mafiosa nella realizzazione
dei grandi appalti pubblici nella provincia di Messina, e in particolare
nella gestione di attività illecite nella locale Università
degli Studi ().
La
Direzione Investigativa Antimafia ha arricchito questi elementi d’analisi
con gli ultimi due rapporti semestrali sulle attività d’indagine
espletate nell’anno 2001. Ciò che più preoccupa gli investigatori
è la nuova struttura della ‘ndrangheta sorta dopo le guerre tra
le cosche degli ultimi decenni, un’organizzazione criminale “vivacissima”
nel settore del traffico internazionale di stupefacenti e con sempre maggiori
possibilità di infiltrazione negli affari economico-imprenditoriali,
anche grazie alla ridotta attenzione generale in tema di lotta alla mafia
().
“Gli attuali
standard organizzativi – si legge nella relazione della DIA - hanno consentito
l’acquisizione di ingenti introiti finanziari in grado di sviluppare, accanto
ai tradizionali business, attività di natura imprenditoriale, apparentemente
lecite, che si presentano a costituire veicoli d’infiltrazione della malavita
all’interno del sistema economico. Una siffatta strategia della ‘ndrangheta
è quanto mai allarmante, soprattutto nell’attuale fase di sviluppo
calabrese, nella quale al sistema imprenditoriale privato sono attribuite
grandi responsabilità per il progresso dell’economia regionale,
soprattutto nel quadro dei cospicui contributi comunitari per il piano
pluriennale ‘Agenda 2000’ e con quelli, pure prossimi, relativi alla realizzazione
del Ponte di Messina”.
A
questa infrastruttura, è dedicato un passaggio chiave del rapporto
della Direzione antimafia: “Le prospettive di guadagno che ne deriveranno
non potranno non interessare le principali famiglie mafiose operanti in
Calabria. Inoltre l’entità degli interessi per la costruzione del
Ponte e la particolarità dell’opera, sono tali da far ritenere possibile
un’intesa tra le famiglie reggine e Cosa Nostra, in vista di una gestione
non conflittuale delle opportunità di profitto che ne deriveranno”.
Come si vede, gli investigatori confermano la possibilità di un’intesa
‘ndrangheta-Cosa Nostra per la suddivisione degli appalti relativi al Ponte
dello Stretto, una compartecipazione affaristica in linea all’impostazione
data a Cosa Nostra in Sicilia dagli uomini affiliati a Bernardo Provenzano,
incline alla trattativa ‘politica’ con le istituzioni dello Stato ed al
recupero del coordinamento regionale delle organizzazioni mafiose. E’ appunto
questa strategia d’intervento che ha restituito alla mafia la possibilità
di sfruttare a pieno le sue risorse economiche principali: lo sfruttamento
parassitario delle attività commerciali e imprenditoriali locali
e il controllo nel settore degli appalti pubblici e delle imprese siciliane
e nazionali che operano nell’isola.
Secondo
la DIA, Cosa Nostra avrebbe ripristinato un elevato grado di controllo
sull’imprenditoria, specialmente quella del settore edile, intercettando
sia gli investimenti pubblici sia quelli privati, “vuoi mediante l’estorsione
pura e semplice, vuoi con la partecipazione diretta ai lavori”. “Con la
conseguenza – conclude la Direzione antimafia - che una rilevante quota
delle risorse investite viene sottratta alla realizzazione dell’opera,
determinandone una esecuzione non rispondente ai criteri qualitativi stabiliti
e la necessità di dare ricorso ad ulteriori e non previsti finanziamenti”.
Uno scenario particolarmente preoccupante proprio perché affermatosi
in prospettiva della “prossima realizzazione di una straordinaria serie
di opere indispensabili per l’adeguamento delle strutture dell’isola agli
standard nazionali ed europei” ().
Il grande affare del consorzio ‘Ndrangheta-Cosa
nostra S.p.A.
Sin
qui le relazioni ufficiali del massimo organo d’investigazione antimafia.
Alle considerazioni precedenti vanno aggiunte le dichiarazioni di due tra
i maggiori rappresentanti degli organi giudiziari dello Stretto, l’ex procuratore
aggiunto di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, e il procuratore capo di
Messina, Luigi Croce.
Boemi,
occupatosi di importanti indagini sulle infiltrazioni mafiose nel tessuto
economico calabrese e sull’asse ‘ndrangheta-eversione di destra-massoneria
e politica (),
ha ripetutamente messo in guardia sui sempre più provati interessi
mafiosi per l’accaparramento degli enormi investimenti pubblici in arrivo
a Reggio Calabria. “Il Ponte è il grande affare del terzo millennio
per Sicilia e Calabria: se non se ne interessa la mafia, ne sarei sorpreso”
ha commentato nel corso dello speciale sul Ponte della trasmissione ‘Sciuscià’
di Michele Santoro, nel febbraio 2001. "Il ponte sullo Stretto lo vogliono
tutti, sarà un affare da 15 mila miliardi" ha poi spiegato il dottor
Boemi al giornalista Mario Portanova ."Già fra la richiesta "ambientale"
e i subappalti, la mafia si appropria del 25 per cento dei soldi pubblici
che arrivano in Calabria" ().
Nonostante l’infiltrazione dei gruppi criminali nei grandi appalti, lo
stesso Boemi ha dovuto lamentare la “cancellazione” del pool antimafia
di Reggio Calabria, la “fine di una stagione” di contrapposizione alle
cosche e ai comitati d’affari che “si preparano al varo del ponte sullo
Stretto e ai miliardi europei di Agenda 2000” ().
Nel
mirino delle cosche ci sarebbero anche i quasi mille miliardi relativi
al cosiddetto ‘Decreto Reggio Calabria’, i finanziamenti del Piano Urban
per la riqualificazione del centro urbano e quelli relativi alla costruzione
di nuovi pontili per il collegamento marittimo Reggio-Messina. “Relativamente
al problema del ponte sullo Stretto – ha aggiunto il procuratore Boemi
- vorrei capire come si possa conciliare questo investimento sull'attraversamento
stabile con i nuovi progetti per dar vita a corsie preferenziali ai fini
del potenziamento del traghettamento dello stesso Stretto di Messina” ().
Il magistrato
cioè, oltre a denunciare il rischio d’infiltrazione criminale, pone
il dito contro la logica degli sprechi delle risorse economiche e finanziarie
e l’assenza di una politica organica dei trasporti da parte delle classi
dirigenti locali e nazionali.
Dall’altra
parte dello Stretto, ha fatto eco al dottor Boemi, il Procuratore capo
della Repubblica di Messina, Luigi Croce. Nel corso di un convegno organizzato
dalla locale Associazione antiusura, il magistrato ha denunciato
i “contrastanti ed inquietanti” segnali inviati alla città dal mondo
criminale: “È forse all'orizzonte, in vista anche della possibile
costruzione del Ponte, un'alleanza ancor più stretta tra Cosa Nostra
e 'Ndrangheta che passa per la città dello Stretto, per cui la crisi
delle organizzazioni locali potrebbe semplicemente aprire la strada a un'invasione
da parte delle organizzazioni mafiose esogene”. Anche il dottor Croce denuncia
il clima di “generale rilassamento” in tema di contrasto della criminalità,
fattore che alimenterebbe nella provincia di Messina gli interessi dei
gruppi mafiosi e dei settori dell’imprenditoria in rapporto con le cosche.
“In alcuni casi hanno costituito una vera e propria “mafia bianca”, meno
appariscente di quella dei Riina, dei Santapaola e, su scala più
ridotta, degli Sparacio, ma non meno perniciosa per lo sviluppo della città”
().
Sui
tentativi d’infliltrazione della mafia per l’accaparramento del flusso
delle risorse previste da ‘Agenda 2000’ e dai progetti per le grandi opere
infrastrutturali come il Ponte sullo Stretto, è recentemente intervenuta
anche la Procura di Palermo attraverso il procuratore aggiunto Roberto
Scarpiato. L’allarme è stato ripreso dagli allora ministri del tesoro
Vincenzo Visco e delle finanze Ottaviano del Turco. Visco, riferendosi
espressamente al Ponte sullo Stretto, ha richiesto che “i controlli e l'azione
di prevenzione siano organizzati con grande attenzione, grande energia
e grande decisione”. Del Turco, già presidente della Commissione
parlamentare antimafia che aveva indagato su criminalità-politica
e affari nel messinese, ha commentato che il Ponte “deve riunire due realtà,
quelle di Messina e Reggio Calabria, in cui ci sono stati fenomeni che
hanno coinvolto la vita delle amministrazioni. E visto che la mafia si
è occupata di tutti gli appalti anche di minima entità si
può immaginare che non metta gli occhi su un appalto di 5-6 mila
miliardi?” ().
Un
impatto criminale top secret
Le
dichiarazioni degli ex ministri Del Turco e Visco sono il frutto di intuizioni
soggettive, oppure trovano un fondamento ‘scientifico’ e documentale? In
realtà è difficile credere che i due componenti dell’esecutivo
abbiano parlato del ‘rischio infiltrazione’ senza una lettura del rapporto
sul cosiddetto ”impatto criminale del Ponte”, commissionato nell’anno 2000
al centro studi Nomos del Gruppo Abele di Torino dagli advisor
chiamati dal Ministero dei lavori pubblici a valutare la fattibilità
dell’opera ().
Nonostante le conclusioni di questo studio siano state secretate dai committenti
e dallo stesso governo, alcuni dei passaggi chiave sono stati rivelati
in un articolo dello studioso Giovanni Colussi pubblicato dal settimanale
Carta,
ed in un saggio del sociologo Rocco Sciarrone sulla rivista
Meridiana.
E’ bene riportarne alcuni passi.
“Sono
state prese in considerazione le due possibilità offerte dal ministero
dei lavori pubblici e da quello del tesoro: Ponte sullo Stretto e trasporto
multimodale” scrive Colussi. “Trattandosi di un’esperienza con pochi precedenti,
gli autori hanno dovuto ragionare su un modello interpretativo che potesse
offrire un’efficace descrizione dell’opportunità criminale che si
apriva, per i mafiosi, con un’opera come il Ponte. Ed è stato scelto
un modello di analisi essenzialmente qualitativo, non essendo disponibili
dati sufficienti che consentissero la costruzione di indicatori efficaci
sul piano quantitativo. La storia dei gruppi criminali presenti sul territorio,
e la loro reattività alle opportunità offerte da altre Grandi
Opere, sono state incrociate con le caratteristiche dell’opera in quanto
tale: modalità di costruzione, la presenza o meno di manodopera
specializzata, il livello tecnologico richiesto nelle varie fasi della
lavorazione. Si è cercato quindi di identificare, attraverso un’analisi
del know-how criminale presente in loco, le parti più a rischio
di infiltrazione mafiosa” ().
Per
ciò che concerne il contesto geocriminale in cui s’inserisce il
progetto, i ricercatori di Nomos confermano come lo Stretto di Messina
si caratterizzi per essere un’area ad alta densità mafiosa “in cui
le attività criminali sono strutturate e coordinate a livello organizzativo,
e quindi realizzate con sistematicità” ().
Analizzando il modo con cui mafie e imprenditoria locale e nazionale hanno
interagito principalmente in Calabria per la realizzazione di grandi opere
pubbliche (l’autostrada Salerno-Reggio, il porto e la centrale di Gioia
Tauro, ecc.), il rapporto rileva la notevole capacità dei gruppi
criminali di inserirsi nei grandi appalti pubblici. “La ‘ndrangheta ha,
infatti, saputo imporsi in molte delle numerose infrastrutture costruite
in Calabria dagli anni sessanta ad oggi. E spesso le strategie di infiltrazione
sono state realizzate stringendo rapporti di collusione con le imprese
titolari degli appalti” e instaurando “rapporti di scambio reciprocamente
vantaggiosi con il mondo della politica e dell’imprenditoria” ().
Dato il contesto
delle relazioni intercorse e dato il controllo pressoché totale
del territorio da parte della ‘ndrangheta, Nomos giunge a dichiarare
“pienamente fondato” il rischio criminalità della localizzazione
dell’infrastruttura in quest’area. Si è di fronte ad un “danno atteso”,
in cui si prefigura un rapporto di ‘cooperazione’ tra le cosche per l’accaparramento
degli appalti. A tal fine la ‘ndrangheta si è dotata, sul modello
della struttura organizzativa della mafia siciliana, di un organismo unitario
e centralizzato di coordinamento in grado di appianare le controversie
interne (
).
Si ritiene
infine plausibile un vero e proprio “accordo di cartello” tra i vertici
delle cosche di ambedue le regioni: alle stesse conclusioni, come abbiamo
visto, sono giunti gli investigatori della Direzione Nazionale Antimafia.
Lo
scenario degli appalti
Un
elemento che rende particolarmente attrattivo il Ponte alle cosche criminali
– secondo il rapporto di Nomos - è l’ingente somma prevista
per la sua realizzazione, e soprattutto il fatto che si è di fronte
ad un’iperconcentrazione degli investimenti in un’area territoriale limitata.
E’ possibile prevedere che rispetto a questa particolare condizione dell’opera,
i gruppi mafiosi metteranno in atto fondamentalmente due tipi di strategie
per accaparrarsi l’enorme flusso finanziario previsto. La prima strategia,
scrive Sciarrone, “ha a che fare direttamente con il controllo del territorio
e si sostanzia concretamente nel meccanismo della estorsione-protezione.
La seconda riguarda l’attività imprenditoriale dei mafiosi e di
loro eventuali soci e si traduce empiricamente nell’inserimento dei lavori
da eseguire”. Il pagamento del ‘pizzo’ sui lavori affidati in appalto o
in concessione, la protezione su scambi e accordi pattuiti da terzi, il
controllo e l’intermediazione rispetto al mercato locale del lavoro, il
collegamento e la mediazione con i circuiti politico-amministrativi, appaiono
le attività più prevedibili, anche perché sono le
meglio sperimentate dalle organizzazioni criminali. “La realizzazione di
un’opera come Il Ponte – aggiunge Sciarrone - potrebbe costituire altresì
una favorevole opportunità per rapporti economici e attività
imprenditrici che vanno fondamentalmente in due direzioni: attraverso imprese
costituite e gestite direttamente da esponenti del gruppo criminale e attraverso
la costituzione di fatto (se non di diritto) di società con imprenditori
‘puliti’” ().
Questi interventi
sono favoriti appunto dall’organizzazione stessa che si è data la
mafia calabrese, in grado ormai di poter agire con imprese e società
che, in vario modo, “sono da essa controllate e che, assumendo forme del
tutto legali, sono in grado di utilizzare tutti gli strumenti tecnico-giuridici
idonei a rendere “invisibile” la presenza mafiosa” ().
E’
tuttavia più credibile l’ipotesi che i gruppi criminali puntino
alla gestione diretta dei lavori. Come rilevato dall’ex procuratore di
Reggio Calabria, Salvatore Boemi, la ‘ndrangheta non punta alle “estorsioni
di piccolo cabotaggio”, ma all’ingresso da protagonista nella gestione
diretta delle opere previste nella provincia di Reggio. “Non vorrei – ha
spiegato Boemi - che si ripetesse in questa occasione l'errore che si fece,
anni fa, ai tempi del costruendo Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro,
quando si rincorrevano piccoli affari mafiosi e si perdeva di vista che
la mafia era entrata nella grande torta” ().
Basta pensare
al grado di condizionamento esercitato dalla ‘ndrangheta durante i lavori
di costruzione della megacentrale a carbone, ancora una volta a Gioia Tauro.
“Non c‘era più soltanto il classico inserimento delle ‘ndrine nei
lavori di sub appalto – scrive lo storico Enzo Ciconte – ma c’era l’individuazione
dell’impresa a “partecipazione mafiosa” la cui caratteristica essenziale
era di “far capo, comunque al mafioso, ma gestita da un insospettabile
prestanome. Inoltre, c’era anche il consorzio d’imprese che univa insieme
imprese mafiose e imprese non mafiose, e c’era la complicità degli
organi istituzionali dell’ENEL” ().
Sino
a qui, in realtà, l’analisi del centro studi del Gruppo Abele di
Torino non appare originale, poiché non ci sarebbero differenze
particolari del ‘rischio criminalità’ nel caso della realizzazione
del Ponte dello Stretto o di una qualsivoglia megainfrastruttura in qualsiasi
parte del territorio a controllo mafioso. Se però si tengono in
conto le specificità tecniche del progetto (il Ponte in sé
con le strutture portanti e le relative infrastrutture d’accesso, di collegamento
e di servizio), è possibile definire un impatto criminale che ha
carattere di unicità nel panorama delle Grandi Opere. In verità
Nomos
sostiene che l’elevato contenuto tecnologico dell’infrastruttura e la necessità
di reperire manodopera qualificata possano essere fattori d’ostacolo per
l’inserimento dei gruppi mafiosi. “La maggior parte degli elementi che
compongono l’impalcato e le torri sono prefabbricati e preassemblati. Per
questi lavori, si può ipotizzare che le possibilità d’infiltrazione
da parte di imprese mafiose o a compartecipazione mafiosa siano ridotte.
Molto dipenderà comunque da come saranno articolati, lottizzati
e appaltati i lavori stessi” ().
Una
tesi difficile da condividere, anche perché risponde ad una visione
assai riduttiva delle capacità d’impresa delle organizzazioni mafiose
e che non tiene conto delle risultanze delle più recenti indagini.
Esiste realmente questa divisione di competenza tecnologica tra la grande
impresa ‘legale’ e l’impresa in mano ai boss? E non è forse vero
che attraverso l’investimento in borsa di quantità inimmaginabili
di denaro sporco, le organizzazioni criminali siano entrate in possesso
di cospicui pacchetti azionari delle maggiori imprese ‘tecnologizzate’
così da divenire esse stesse imprese mafiose o a capitale mafioso?
La scalata mafiosa al Gruppo Ferruzzi, holding finanziaria con vasti
interessi nel settore delle infrastrutture a tecnologia avanzata è
l’esempio più noto di questo processo di trasformazione del ruolo
imprenditoriale della criminalità. Proprio alla vigilia della realizzazione
delle grandi opere promesse dal governo Berlusconi, sono stati raccolti
ulteriori segnali che comproverebbero una evoluzione in tal senso delle
relazioni mafia-imprenditoria. Il procuratore Pier Luigi Vigna, in una
sua recente audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia,
ha fatto esplicito riferimento ad “una vera e propria mimetizzazione in
atto delle imprese colluse con la mafia”, fenomeno che si accompagna ad
un vasto movimento delle imprese stesse, una “sorta di trasmigrazione”
da una regione all’altra. Molte società cioè, avrebbero deciso
di trasferire la loro attività e di abbandonare la Sicilia, lasciando
il mercato libero ai grandi gruppi imprenditoriali del Nord. E’ questo
il frutto di un accordo più o meno tacito, oppure è il segnale
di una modifica in atto delle stesse composizioni societarie delle holding
finanziarie a capo delle grandi imprese?
Al
di là di una possibile sottovalutazione delle capacità tecnologiche
delle imprese mafiose, il rapporto Nomos è importante perché
giunge a quantificare la percentuale delle opere che tuttavia sarebbero
a specifico rischio d’infiltrazione criminale. Il dato di per sé
è allarmante: secondo il ricercatore Giovanni Colussi circa il 40
per cento delle opere potrebbe alimentare i circuiti mafiosi ().
E’ nei settori
più tradizionali dell’intervento criminale nei lavori pubblici (movimenti
terra, trasporti, forniture di materiali inerti e calcestruzzi), in cui
è più facile glissare normative e certificazioni antimafia,
che secondo i ricercatori di Torino è possibile un “maggior grado
di permeabilità all’azione di gruppi criminali”. Il Ponte è
un megamonumento di cemento ed acciaio (è prevista la produzione
e la movimentazione di oltre 1,1 milioni di tonnellate di cemento, 780.000
metri cubi d’inerti, 69.000 tonnellate d’acciaio, oltre 1,3 milioni di
metri cubi di materia di risulta). I mafiosi “cercheranno di inserirsi
proprio in attività di questo tipo, che costituiscono ormai da tempo
i settori che privilegiano e che in genere tendono a monopolizzare” ().
“Per
quanto riguarda le torri – spiega ancora Rocco Sciarrone - un rischio criminalità
potrebbe in ipotesi manifestarsi nella fase di scavo e della realizzazione
delle fondazioni, il cui volume complessivo è di 86.400 mc in Sicilia
e di 72.400 mc in Calabria. In questo caso, imprese mafiose – già
esistenti o più probabilmente costituite ad hoc – potrebbero
rivendicare una partecipazione diretta ai lavori, soprattutto per le fasi
di scavo e di movimentazione terra. Lo stesso rischio può essere
segnalato per quanto riguarda le strutture di ancoraggio dei cavi di sospensione,
per le quali è previsto un volume di 328.000 mc in Sicilia e di
237.000 mc in Calabria”. “Se si tiene inoltre conto che per la realizzazione
del manufatto occorrono in totale circa 860.000 mc di calcestruzzo, il
rischio criminalità appare di gran lunga più elevato data
la tradizionale specializzazione dei gruppi mafiosi nel cosiddetto ‘ciclo
del cemento’. Lo stesso rischio si rileva in tutte quelle lavorazioni con
procedure esecutive di tipo standardizzato, che riguardano, ad esempio,
verniciature, saldature, pavimentazioni, ecc.” ().
“Da
dove verrà tutto il cemento necessario a costruire il ponte?”, si
domanda il sociologo Osvaldo Pieroni, autore di un eccellente volume che
analizza i limiti dell’infrastruttura. “E chi gestisce in quest’area il
mercato delle attività estrattive, del cemento, delle costruzioni
e degli appalti?”. E’ lo stesso Pieroni a fare un lungo elenco di famiglie
storiche della ‘ndrangheta reggina: i Mammoliti, i Mazzaferro e i Piromalli
di Gioia Tauro, gli Iamonte di Melito Porto Salvo, i Barreca di Pellaro,
i Pesce e i Pisano di Taurianova, i Serraino, i Viola e gli Zagari di Roccaforte
del Greco, i Fazzolari e gli Albanesi di Molochio ().
I nomi sono gli stessi di quelli segnalati dai più recenti rapporti
della Direzione nazionale Investigativa Antimafia, accanto ai clan Mancuso
e Morabito, di cui si denuncia l’enorme pericolosità “in virtù
dei già percorribili segnali di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale
legale”, capace di “condizionare le procedure di gare d’appalto”.
Gallerie,
ferrovie e viadotti, la vera manna della mafia del Ponte
Ma
è nell’ambito dei lavori per i collegamenti ferroviari e stradali,
in buona parte previsti in galleria (21,7 Km in Sicilia e 25,9 Km in Calabria)
e delle rampe di accesso al Ponte, che secondo Nomos il rischio
criminalità è ancora più alto ed evidente. Tali lavori
prevedono notevoli volumi di scavo e discarica, oltre al fabbisogno di
inerti lapidei per calcestruzzi. Si avranno complessivamente 4,2 milioni
di mc di scavo sul versante siciliano e 3,9 milioni di mc su quello calabrese
e nonostante le dimensioni di queste opere, il progetto della Società
Stretto di Messina non fornisce ipotesi credibili sulla localizzazione
e l’utilizzo delle cave e delle discariche necessarie.
Ci
sono poi le infrastrutture di servizio al Ponte, che nel progetto comprendono
un volume complessivo di fabbricati per ciascun versante di 2.800 mc, un’area
di servizio-ristoro in Sicilia (38.000 mc), un centro commerciale e di
ristoro in Calabria (35.000 mc), un centro direzionale sempre in Calabria
con un’area d’assistenza e soccorso ed una caserma della polizia (15.000
mc), un albergo ad anfiteatro (23.500 mq), un museo (2.300 mq). “Si tratta
di opere rilevanti, che richiederanno un impegno finanziario non indifferente
e che facilmente possono richiamare gli interessi dei gruppi mafiosi” afferma
il sociologo Rocco Sciarrone. “Il rischio criminalità è dunque
particolarmente elevato, tenendo peraltro presente che tali opere saranno
considerate secondarie – e anche oggettivamente marginali – rispetto alla
realizzazione del manufatto e delle sue infrastrutture principali. Il livello
di “guardia” potrebbe essere più basso e ciò comporterebbe
di conseguenza un maggior grado di vulnerabilità di queste opere
rispetto a eventuali infiltrazioni mafiose” ().
Un
altro settore particolarmente sensibile alla penetrazione mafiosa è
quello relativo all’offerta di servizi necessari per il funzionamento dei
cantieri. Oltre alla tradizionale funzione di guardiania, “i mafiosi cercheranno
con
molta probabilità di inserirsi nelle fasi di installazione e organizzazione
dei cantieri, e successivamente anche nella gestione dei loro canali di
approvvigionamento. E’ dunque ipotizzabile il tentativo di controllare
il rifornimento idrico e quello di carburante, la manutenzione di macchine
e impianti e la relativa fornitura di pezzi di ricambio, il trasporto di
merci e persone” ().
Un’ultima nota del rapporto Nomos sul rischio criminalità
è riservata al ruolo che i mafiosi potrebbero cercare di assumere,
in termini di intermediazione e speculazione, sui terreni da espropriare
per la costruzione delle infrastrutture di collegamento e di servizio.
Segnali d’allarme in tal senso, sono stati raccolti dal Forum sociale di
Messina tra gli abitanti della frazione di Faro-Capo Peloro, in occasione
del recente campeggio di lotta contro il Ponte sullo Stretto.
Un
40% delle opere ad alto “rischio di azione criminale” significano 5.600-6.000
miliardi di lire d’investimenti pronti a finire nelle mani delle imprese
di mafia. Nonostante lo scenario di forte illegalità e incompatibilità
socioterritoriale del progetto Ponte, il vecchio governo di centrosinistra
guidato da Giuliano Amato ha scelto di occultare i risultati del rapporto,
e per bocca del sottosegretario ai lavori pubblici, on. Antonino Mangiacavallo,
ha ridimensionato l’”impatto criminale” dell’infrastruttura, assimilandola
ad un qualsiasi progetto per il trasporto multimodale. “Il maggior pericolo,
nel caso della realizzazione del Ponte, non appare legato né alla
natura dell'opera né alla sua unitarietà” ha dichiarato Mangiacavallo,
rispondendo ad una serie di interrogazioni parlamentari. “A rendere più
rischiosa tale soluzione sembra solo essere la sua maggiore dimensione
finanziaria rispetto alla multimodalità, ma se le risorse pubbliche
liberate dalla scelta dello scenario multimodale venissero impiegate per
rendere tale stesso scenario più robusto, costruendo ponti, aeroporti
e strade (...), l'impatto sulla sicurezza dei due scenari diverrebbe simile”
().
Nonostante
il contorto gioco di parole, il sottosegretario conferma implicitamente
che la mafia è pronta a spartirsi i lavori di realizzazione del
manufatto.
Al
grande appuntamento con il mostro tra Scilla e Cariddi le autorità
si stanno accingendo impreparate e senza gli strumenti idonei ad impedire
il grande banchetto delle cosche criminali siculo-calabre. Debole e per
lo meno inopportuna è la soluzione auspicata dagli stessi ricercatori
del Gruppo Abele, che nel rapporto sul ‘rischio criminalità’ per
i lavori del Ponte prospettano la creazione di una task force guidata
dai magistrati “che opererebbero come aggiunti presso le DDA di Messina
e Reggio Calabria, coordinati dalla Direzione Nazionale Antimafia e coadiuvati
da un apposito nucleo della DIA, allo scopo di compiere una sistematica
attività d’indagine e di prevenzione nei confronti di tutti i soggetti
economici impegnati nell’opera” ()
Valutare
come altissimi i costi in termini di militarizzazione e controllo mafioso
del territorio nel momento in cui si aprirebbero i cantieri per il Ponte,
dovrebbe portare ad una seria messa in discussione del valore e della fattibilità
dell’opera stessa. E’ particolarmente ingenuo pensare che l’enorme impatto
sociocriminale previsto possa essere ‘bilanciato’ e ‘controllato’ dal potenziamento
degli organismi d’indagine e magari di polizia. Il processo di militarizzazione
della Sicilia, la realizzazione di megaimpianti di guerra sotto il controllo
dei più efficienti sistemi d’intelligence degli Stati Uniti,
non ha assolutamente impedito l’infiltrazione criminale nei cantieri e
nei servizi delle basi e degli aeroporti. Di contro, esso è stato
funzionale alla composizione di nuovi e più agguerriti blocchi sociali
moderati e al potenziamento della forza politico-militare della mafia.
La realizzazione delle grandi opere militari ha avuto l’effetto, non certamente
secondario, di ridurre gli spazi d’espressione democratica e d’organizzazione
dei soggetti sociali antagonisti al modello di sviluppo dominante e al
complesso bellico-industriale. C’è poi da chiedersi perché
mai dovrebbe avere esito positivo l’implementazione di una task force
di magistrati e agenti speciali, in un’area dove le forti contiguità
tra i poteri hanno impedito l’esercizio della giustizia e persino inquinato
e depistato indagini strategiche per colpire i santuari del crimine…
Non
è un caso che l’ipotesi di un ‘nucleo speciale d’indagini’ sia piaciuta
ai grandi Signori del Ponte. L’on. Nino Calarco, direttore della Gazzetta
del Sud e presidente della Stretto di Messina, a proposito del
rischio d’infiltrazione mafiosa negli appalti è giunto a proporre
di nominare l’ex procuratore distrettuale della DDA di Reggio Calabria,
Salvatore Boemi, a capo della task-force che il governo dovrebbe
istituire per la verifica della legalità. “Boemi sarebbe l’uomo
giusto anche perché è stato il primo a sollevare il problema
delle possibili infiltrazioni mafiose” ().
Un tentativo
di cooptazione e di legittimazione delle classi dirigenti locali che non
può che essere respinto per la sua inutilità e pericolosità.
Quali sarebbero poi le garanzie e i supporti che il nuovo governo potrebbe
mai dare a task force del tipo di quella proposta per la ‘vigilanza’
dei lavori del Ponte? Illuminante in proposito quanto ha dichiarato recentemente
il ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi: “Ci siamo preoccupati
d’investire una piccolissima parte delle somme destinate alla realizzazione
delle grandi opere per la sicurezza contro il rischio criminalità.
Abbiamo siglato un accordo con il ministero degli Interni e del Tesoro
in virtù del quale sui cantieri per le grandi opere saranno presenti
tutori dell’ordine a garanzia che tutto avvenga al riparo dalle pressioni
mafiose. Monitoraggio costante, dunque, sui cantieri, come peraltro sta
già avvenendo in altre zone d’Italia” ().
Nient’altro che fumo: piccolissime somme di denaro e qualche tutore dell’ordine
in più. Per Lunardi, del resto, l’infiltrazione mafiosa nella gestione
delle grandi opere non può essere argomento d’allarme. “Mafia e
Camorra ci sono e dovremo convivere con questa realtà” ha esternato
il ministro nell’agosto 2001. “Questo problema non ci deve impedire di
fare le infrastrutture. Noi andiamo avanti a fare le opere che dobbiamo
fare, e questi problemi di Camorra, che ci saranno, per carità,
ognuno se li risolverà come vuole”.
Guerra
e stragi per i lavori del Ponte
L’infiltrazione
delle organizzazioni mafiose nella gestione delle risorse finanziarie finalizzate
alla realizzazione del Ponte non è un processo recente, e soprattutto
non è stato né lineare né indolore. Al contrario,
esso è passato attraverso una fase di grave conflitto tra le maggiori
cosche calabresi, culminata in una vera e propria guerra che, nella seconda
metà degli anni ’80, ha disseminato di morti (oltre 600) le strade
della provincia di Reggio Calabria. Lo scontro militare scoppiò
nell’ottobre del 1985 a seguito dell’assassinio del boss di Archi Paolo
De Stefano, intimamente legato ai poteri economici, politici e massonici.
Di lui sono stati provati i legami con la Banda della Magliana e con gli
ambienti dell’eversione di estrema destra, alla quale si sarebbe accostato
“negli anni in cui frequentava l’Ateneo messinese, ed attraverso tali ambienti
con altri ancora più potenti ed influenti a livello nazionale, quali
quelli dei servizi segreti, della massoneria deviata, del terrorismo internazionale
e dei grandi trafficanti internazionali di armi e droga” ().
L’eliminazione
di Paolo De Stefano fu la risposta, immediata, all’attentato con un’autobomba
cui era miracolosamente scampato il boss Antonino Imerti, detto ‘nano feroce’,
ma che costò la vita a tre persone. Gli inquirenti non tardarono
ad individuare la causa scatenante del conflitto tra le cosche. “A quanto
pare - scrive Enzo Ciconte - la guerra era da mettere in relazione agli
appalti pubblici attorno a Villa San Giovanni in vista della costruzione
del ponte sullo stretto di Messina che avrebbe dovuto collegare stabilmente
le sponde della Calabria e della Sicilia” ().
Alla stessa
conclusione sarebbe giunto il Tribunale di Reggio Calabria, in una sua
recente ordinanza di arresto contro 191 affiliati alla ‘ndrangheta: “Tra
le ragioni alla base della “guerra di mafia” che ha interessato l’area
di Reggio Calabria tra il 1985 e il 1991, sembra esserci anche il controllo
dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo Stretto” ().
La tesi viene
sposata dalla Commissione parlamentare antimafia in visita nel 1989, nella
provincia di Reggio Calabria. Pur senza fare esplicito riferimento all’infrastruttura,
la Commissione, soffermandosi sul caso di Villa San Giovanni, comune che
aveva visto cadere sotto i colpi di lupara affiliati alle cosche e uomini
politici locali, affermava che “i giudici hanno chiarito che in questa
località si è sviluppato uno scontro fra cosche per la gestione
di una cospicua, futura erogazione di denaro. (...). E’ ragionevole pensare
che al centro delle attenzioni da parte della criminalità organizzata
possa essere stato il Comune più importante e produttivo (Villa
San Giovanni) ove peraltro deve essere decisa la realizzazione di importanti
opere pubbliche” ().
In
realtà lo scatenamento del conflitto seguì di poco gli annunci
favorevoli alla realizzazione dell’opera “in tempi brevi” da parte dell’allora
governo presieduto da Bettino Craxi. Il leader socialista arrivò
perfino a fissare le date del progetto: “i lavori del Ponte dovranno iniziare
nel 1988 e terminare nel 1996” ().
Le aspettative furono alimentate dalla firma, sempre nel 1985, della convenzione
Stato-Società dello Stretto di Messina che metteva nero su
bianco sui tempi di realizzazione dell’infrastruttura. L’anno successivo
il ministero dei lavori pubblici diretto da Claudio Signorile stanziava
220 miliardi per ulteriori studi e sondaggi nell’area tra Scilla e Cariddi
().
Il
rapporto diretto guerra di mafia-Ponte ha trovato riscontro nelle dichiarazioni
di alcuni collaboratori di giustizia. Filippo Barreca, deponendo durante
il processo contro il boss Giorgio De Stefano ed altri 34 affiliati alla
‘ndrangheta di Reggio Calabria, ha spiegato che il conflitto tra Paolo
De Stefano e Antonino Imerti verteva proprio su chi dovesse esercitare
la leadership sulla gestione delle opere infrastrutturali: “Liberando il
territorio da Antonino Imerti, Paolo De Stefano si assicurava il controllo
della zona e, quindi, dei futuri lavori”.
L’ex
affiliato alla ‘ndrina Filippo Barreca ha aggiunto che fu proprio l’esigenza
di appropriarsi dei cospicui finanziamenti per le opere pubbliche a spingere
le cosche a ricomporre il conflitto “L’interesse a che fosse ristabilita
la pace in provincia di Reggio scaturiva da una serie di motivazioni, alcune
di ordine economico (pacchetto Reggio Calabria e realizzazione del ponte
sullo Stretto) e altre di politica criminale” ha dichiarato Barreca ai
magistrati calabresi.
“Anche
i siciliani presero posizione nel senso che andava imposta la pace fra
le cosche del Reggino, essendo in gioco grossi interessi economici la cui
realizzazione veniva compromessa da quella guerra. Mi riferisco al ponte
sullo Stretto nonché ad opere pubbliche che dovevano essere appaltate
su Reggio Calabria”.
Il
procedimento giudiziario scaturito dalla cosiddetta ‘Operazione Olimpia’
ha accertato l’intervento dei maggiori esponenti di Cosa Nostra siciliana
per favorire la rappacificazione tra le cosche calabresi, accanto ai vecchi
patriarchi della ‘ndrangheta emigrati in Canada e ad alcuni esponenti politici
reggini vicini ai poteri massonici e all’eversione di estrema destra. La
pace di Reggio rappresentò una vera e propria svolta nella storia
della ‘ndrangheta, che si riorganizzò sul modello delle ‘commissioni’
delle province siciliane e con una struttura sempre più impermeabile
alle possibili infiltrazioni esterne. Le ‘ndrine ne uscirono dunque rafforzate
e ben organizzate per partecipare alla spartizione delle nuove opere pubbliche
programmate nell’area.
L’estorsione
sui sondaggi
Una
conferma degli interessi di Cosa Nostra nella gestione delle attività
relative alla realizzazione del Ponte è venuta da un altro importante
collaboratore di giustizia, il messinese Gaetano Costa, che ha riferito
di un incontro tenutosi a Roma intorno all’82-83 tra il suo ex braccio
destro Domenico Cavò, poi assassinato, e il boss Pippo Calò,
mente economica delle cosche vincenti di Palermo, “per discutere una questione
concernente l’inserimento della mafia nella gestione di alcuni sondaggi
geologici in vista della possibile realizzazione del ponte sullo Stretto
di Messina”.
Questa
dichiarazione ha trovato conferme in ambito processuale, nel cosiddetto
procedimento ‘Olimpia 4’, condotto contro le famiglie dei Rosmini, dei
Serraino, degli Imerti, dei Condello, dei Latella e dei Paviglianiti, responsabili
di una serie di episodi estorsivi e di un vasto traffico di stupefacenti
nella provincia di Reggio Calabria ().
Grazie
ai collaboratori di giustizia è stata, infatti, provata l’attività
estorsiva nei confronti dei responsabili della ATP - Giovanni Rodio
S.p.A. di Milano, la società incaricata delle trivellazioni
e dei sondaggi idrogeologici nel corso degli studi di fattibilità
del Ponte sullo Stretto, da parte di Ciccio Ranieri, boss di Campo Piale,
legato al clan Imerti ().
Per
questa estorsione, Ciccio Ranieri è stato condannato in appello
a tre anni e quattro mesi di reclusione; ad accusarlo, è stato il
pentito di mafia Maurizio Marcianò, che ha pure identificato i dirigenti
della società che gli avevano versato alcuni milioni di lire. L’atteggiamento
dei funzionari della Rodio S.p.A. è stato scarsamente collaborativo
e in sede di dibattimento è accaduto perfino che il capo cantiere
dell'impresa, arrivato dall'estero per testimoniare, nonostante l’ammonimento
del presidente della Corte, insistesse nel non riconoscere l'imputato Ranieri
().
Cap. 2 – Messina, il Ponte
e i Poteri Occulti
Lo Stretto di Messina,
snodo degli interessi criminali
Molto
si è scritto sulla potenza criminale della ‘ndrangheta e sulla sua
capacità di penetrazione nel tessuto socioeconomico della Calabria.
Un po’ meno si sa delle organizzazioni criminali esistenti nel territorio
messinese e solo dopo lo scoppio del cosiddetto ‘Caso Messina’ nell’inverno-primavera
del 1998, mass-media, inquirenti e membri della Commissione parlamentare
antimafia hanno iniziato ad approfondire il ruolo e la portata della mafia
della città dello Stretto. E’ opportuno un approfondimento per comprendere
a pieno il contesto criminale in cui dovrebbe sorgere la grande infrastruttura
per il collegamento tra i promontori di Scilla e di Cariddi.
E
stata ancora una volta la Direzione Investigativa Antimafia ad analizzare
opportunamente il ruolo storico giocato da Messina per l’alleanza strategico-operativa
delle cosche siciliane e delle ‘ndrine calabresi. Le risultanze delle indagini
hanno accertato che grazie alla sua posizione geografica, la provincia
di Messina rappresenta uno “snodo vitale”, una sorta di “area comune”,
non solo per l’economia siciliana ma anche per gli interessi di Cosa Nostra
e della ‘ndrangheta.
La
provincia di Messina, scrive la DIA, è “caratterizzata da vivaci
e complesse dinamiche criminali locali in cui si evidenziano costanti interferenze
mafiose di diversa estrazione e provenienza che, tuttavia, non sembrano
mirare alla impostazione di un modello di struttura criminale verticistico
con competenza su tutto il territorio della provincia. Si registra l’influenza
di circuiti malavitosi collegati alla Calabria, anche in funzione di proiezioni
verso zone ad elevata criminalità mafiosa del catanese e del palermitano,
contigue a quella messinese”.
Storicamente
la “massiccia infiltrazione” nel territorio peloritano dei Corleonesi e
dei clan catanesi è riferibile ai primi anni ‘80, mentre nel corso
degli anni ‘70, la città dello Stretto era inserita a pieno titolo
nella sfera di influenza della ‘ndrangheta calabrese. In quegli anni i
boss dei gruppi emergenti della criminalità messinese erano “immediatamente
sottordinati” ai capi storici della ‘ndrangheta quali Antonio Macrì
di Siderno, Girolamo Piromalli di Gioia Tauro e Domenico Tripodo di Reggio
Calabria. La città ed il suo hinterland furono trasformati nel luogo
favorevole alla permanenza dei latitanti, alcuni affiliati persino ai gruppi
camorristi campani (ad esempio il clan Misso, coinvolto nella strage al
rapido 804 dell’antivigilia di Natale del 1984).
Nel
sottolineare la sinergia criminale della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra,
accanto alle più pericolose organizzazioni criminali internazionali
e alle aree ‘grigie’ della finanza e della politica, la DIA ha specificato
che in quest’ambito Messina è stata assunta a ‘snodo di traffici
e collegamenti’. “Si tratta di interessi che ben potrebbero giustificare
uno sforzo di sottrarre il più possibile l’area della provincia
di Messina all’attenzione degli organismi giudiziari ed investigativi creando
una sorta di cuscinetto in cui allocare la sede di interessi comuni e di
rilevante importanza strategica”. La città dello Stretto è
stato punto di riferimento di un vasto traffico internazionale di armi
e di riciclaggio di denaro proveniente dal commercio di stupefacenti o
di proventi di tangenti finite a politici, imprenditori mafiosi, funzionari
pubblici, a seguito del massiccio investimento in opere pubbliche o di
edilizia turistico-immobiliare, in buona parte dal devastante impatto socioambientale.
Come ha sottolineato il Procuratore della Repubblica di Messina Luigi Croce,
nel capoluogo, “realtà morente sul piano imprenditoriale”, hanno
trovato ampio impulso le estorsioni e lo spaccio degli stupefacenti, mentre
“massicci appaiono gli inserimenti negli appalti dei lavori pubblici e
nel riciclaggio di denaro, con il successivo reimpiego in attività
imprenditoriali apparentemente lecite” ().
Le
indagini giudiziarie sulla cosiddetta ‘Mani Pulite dello Stretto’ hanno
evidenziato che negli anni ‘80 sono state finanziate nella provincia opere
pubbliche per ben 17.000 miliardi, un dato che corrisponde al 32% del valore
dei finanziamenti di opere in tutta la Sicilia.
Secondo
quanto raccontato alla Commissione Antimafia da Angelo Siino, il collaboratore
di giustizia già ‘ministro-massone dei lavori pubblici’ di Cosa
Nostra, tutti gli appalti pubblici della provincia, comprese le opere di
minor rilievo, sono stati “scanditi” dalle ‘famiglie’ di Palermo e di Catania.
“Le
imprese messinesi potevano competere, vincere secondo un codice governato
dai due tronconi di Cosa Nostra garantendo il rispetto delle competenze
territoriali delle imprese”, scrive la Commissione parlamentare nella sua
bozza di relazione sul ‘Caso Messina’.
“Tale
Governo era pagato con una sorta di tassa che derivava dai proventi dell’appalto.
Le imprese che pagavano potevano continuare a svolgere la propria attività.
Quelle che venivano dichiarate ‘insolventi’ perdevano ogni speranza di
poter svolgere qualunque lavoro. (...). Questa regia occulta assicurata
dalle famiglie siciliane e calabresi spiega la relativa tranquillità
‘militare’ del territorio messinese.
Ma
questa pace, interrotta di tanto in tanto da regolamenti di conti sanguinari,
era pagata con il prezzo altissimo della perdita di quel livello minimo
di legalità, di trasparenza, che fanno di un mercato qualunque un’area
del libero confronto tra energie economiche che si confrontano su un terreno
di pari opportunità”.
Nonostante
la Commissione antimafia eviti ogni classificazione, è indubbio
che questo sistema abbia prodotto quell’”interazione tra le organizzazioni
criminali e il blocco sociale a composizione interclassista, egemonizzato
da strati illegali-legali” proprio della cosiddetta ‘borghesia mafiosa’,
nell’accezione dei maggiori studiosi in materia ()
.
La fitta rete tra poteri
forti
Una
delle contraddizioni più stridenti di Messina è stata sottolineata
ancora dalla Commissione parlamentare antimafia: è quella che ha
per oggetto “gli intrecci di interessi, le alleanze e persino i legami
di parentela ai livelli più alti di responsabilità della
vita istituzionale”. “Una tendenza al condizionamento della vita politica,
sociale, economica, giudiziaria, culturale, accademica – continua il documento
dell’Antimafia – tanto più efficace quanto più grande si
manifestino i legami, gli intrecci tra le istituzioni che contano: la magistratura
da un lato, il mondo accademico, quello economico e finanziario dall’altro”.
A
Messina, spesso, ampi settori della magistratura hanno ostentato familiarità
e amicizia con il potere politico ed imprenditoriale. Negli anni ‘90 si
è verificato che nella poltrona più alta della Procura sedesse
uno stretto congiunto del Rettore dell’Università, al centro di
delicate indagini perché socio di un’azienda a conduzione familiare
che ha fornito farmaci al Policlinico universitario a prezzi sovradimensionati.
Le recenti inchieste della Procura di Catania hanno evidenziato un vasto
circuito di contiguità e collusioni tra importanti magistrati giudicanti
e inquirenti del distretto di Messina e i maggiori boss criminali dello
Stretto e finanche la concertazione di una strategia di depistaggi e falsi
pentitismi tesi alla protezione della cupola politico-affaristica-mafiosa
della provincia. Soffermandosi proprio sul distretto giudiziario peloritano,
la Commissione antimafia ha evidenziato “conflitti profondi, divisioni
irrimediabili, guasti talmente forti da mettere in discussione la certezza
dei più elementari diritti alla giustizia che spettano ad ogni comunità
democratica, ad ogni consorzio civile”.
Nel
sentire comune, a Messina ‘giustizia non è mai stata fatta’; corruzioni,
omissioni, benevolenze, superficialità in indagini e sentenze sono
sotto gli occhi di tutti, e continuano ad essere oggetto di procedimenti
giudiziari e delle attività ispettive del Consiglio Superiore della
Magistratura. La sfiducia nella Giustizia ha pesato come un macigno sulle
possibilità di sviluppo democratico di un’intera collettività.
Il crocevia dell’eversione
neofascista e della massoneria deviata
La
relazione della Commissione antimafia, che pure ha il pregio di aver messo
le dita su alcune delle piaghe di Messina (malaffare nell’Università,
caso giustizia, inquietante gestione di alcuni pentiti, ecc.), ha preferito
non analizzare altri elementi che pure hanno favorito il fenomeno mafioso
e l’instaurarsi di un blocco di potere che nelle sue dinamiche, per certi
aspetti, appare similare ai gruppi dominanti nelle narcodemocrazie dell’America
Latina.
Il
Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina, pubblicando nel
1998 il volume ‘Le mani sull’Università’, ha denunciato come per
l’ingresso in città della criminalità mafiosa alla fine degli
anni ‘60, sia stato centrale il legame dei gruppi criminali con le organizzazioni
di estrema destra (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale) che operavano in
quegli anni a Messina grazie alle coperture di ampi settori della magistratura
e delle autorità di pubblica sicurezza.
Alle
medesime conclusioni è giunta recentemente la Procura di Messina
rinviando a giudizio decine di affiliati al clan di Africo dei Morabito,
che in legame con le cosche del messinese e del barcellonese hanno cogestito
i maggiori appalti infrastrutturali e di gestione dei servizi dell’Ateneo
e dell’Opera Universitaria, controllando altresì il mercato a pagamento
degli esami e delle lauree (Operazione ‘Panta Rei’). Nell’ateneo di Messina
si è consumato un patto scellerato tra affiliati alle ‘ndrine e
militanti neonazisti finalizzato alla gestione di appalti di forniture
e servizi e alla realizzazione della cosiddetta ‘strategia della tensione’
per bloccare i processi di democratizzazione in atto nel paese.
La
convergenza tra i poteri criminali è già stata al centro
di numerose inchieste (si pensi alle risultanze cui sono giunte la Commissione
parlamentare sulla P2 o le procure che indagano sulle stragi – Milano,
Firenze, Reggio Calabria, ecc.). Quello che non si sapeva è che
Messina ha avuto un ruolo strategico all’interno del panorama eversivo
nazionale, anche grazie al fatto che in città si sviluppò
parallelamente un’altissima concentrazione di logge massoniche ‘ufficiali’
e ‘deviate’ ().
E’
stata la stessa Direzione Investigativa Antimafia a sottolineare come a
Messina la massoneria potrebbe essere stata “il canale di collegamento
con ambienti politico-affaristici di altissimo livello, normalmente non
alla portata delle cosche tradizionali”.
Nell’area
dello Stretto hanno operato importanti iscritti alla P2 di Licio Gelli,
tra cui ex questori ed ex comandanti dell’Arma e il nucleo più numeroso
del sud Italia di appartenenti all’organizzazione militare segreta Gladio
().
Senza enfasi è possibile affermare che molti dei segreti della storia
della Repubblica passino da Messina. Alcuni dei protagonisti della stagione
delle bombe nell’università negli anni ‘70, sono stati condannati
per le grandi stragi politico-mafiose del ’92-’93, mentre altri sono stati
indagati all’interno dell’inchiesta, oggi archiviata, sui cosiddetti ‘Sistemi
criminali’, i mandanti coperti della strategia destabilizzante degli ultimi
anni, tra massoneria, servizi segreti ed alta finanza. Come vedremo più
avanti, perlomeno uno di questi personaggi è stato in relazione
con i maggiori gruppi finanziari ed industriali che concorrono alla realizzazione
del Ponte sullo Stretto.
Messina metafora del Mezzogiorno
senza sviluppo
Messina
ha così assunto il ruolo di centro nevralgico per l’accumulazione
e il riciclaggio di denaro sporco; è il luogo dove si è fatta
asfissiante la concentrazione dei poteri economici e criminali; è
l’area strategica per la concertazione di progetti lesivi dello sviluppo
democratico del paese, protagonisti le mafie siciliane e calabresi e quelli
che impropriamente vengono definiti ‘poteri occulti’, le logge massoniche,
alcuni gruppi di derivazione neofascista e certi segmenti paraistituzionali
presumibilmente legati ai servizi segreti ‘deviati’. Ma più che
il teatro di una spy story dai confini indefinibili Messina è
forse solo una metafora di un Sud asservito ad un modello di sviluppo che
ha dilapidato immense risorse del territorio, ha visto il trasferimento
a Nord d’inestimabili capitali finanziari e di saperi, ha accresciuto la
disoccupazione e consegnato intere aree al dominio della borghesia mafiosa.
La
radiografia tracciata dal CENSIS nel suo rapporto del marzo 1998 su ‘Legalità
e sviluppo a Messina’, evidenzia come la città dello Stretto sia
caratterizzata da buona parte dei fattori socioeconomici che hanno condannato
al sottosviluppo il Mezzogiorno d’Italia. Innanzi tutto, l’esclusiva vocazione
al terziario e l’alto tasso di disoccupazione ().
A
Messina, dopo la frenetica urbanizzazione degli anni Sessanta e Settanta,
nell’ultimo decennio è stata registrata la fuga dal centro urbano
del 2,5% della popolazione. La valutazione del CENSIS dei consumi culturali
ha delineato una situazione di ‘scarsa vitalità’ e la bassa propensione
alla creazione di associazioni a carattere artistico e culturale. Di contro
il numero degli operatori finanziari è ben al di sopra della media
nazionale, mentre la quantità di sportelli bancari è in linea
con i valori nazionali ().
Ciò,
spiega il rapporto dell’istituto di ricerca è “elemento di ambiguità
anziché di sviluppo, in un contesto sospettato di riciclaggio”.
A questa specificità messinese si aggiungono i fenomeni tipici di
tante aree del Sud, l’assenza di mobilità sociale, il sempre maggiore
disagio dovuto ai processi di cattiva urbanizzazione (baraccopoli post-terremoto
1908 mai risanate, creazione di quartieri ghetto, assenza di servizi sociali
e verde pubblico attrezzato), la deindustrializzazione (a Messina le tradizionali
attività legate alla trasformazione agrumaria e alla cantieristica
sono pressoché collassate), la crisi del settore edilizio (ambito
‘protetto’ dalle amministrazioni, che in assenza di Piano regolatore in
soli 30 anni ha visto triplicare il patrimonio immobiliare della città,
contro un aumento della popolazione di appena il 25%).
Il
CENSIS ha posto altresì l’accento sulla ‘debolezza’ della società
civile, “sia come incapacità di rappresentare pubblicamente i grandi
problemi (sottosviluppo, disagio sociale, inefficienza delle istituzioni,
ecc.), sia come poca disponibilità all’impegno per la soluzione
dei problemi stessi”. In una realtà caratterizzata dall’arretratezza
socioeconomica, ciò non può che privilegiare l’insediamento
mafioso.
La
città e le istituzioni di Messina hanno vissuto la ‘rimozione’ pressoché
generale del fenomeno criminale. Sempre il CENSIS ipotizza che questo atteggiamento
sia stato favorito da una ‘convergenza d’interessi’, “alcuni in buona fede,
altri dubbi, altri sicuramente tesi a creare una copertura per una presenza
che alla fine degli anni Ottanta era forte e pervasiva”. Come si vede una
tesi similare a quanto denunciato dalla Direzione Investigativa Antimafia,
nella sua radiografia sui processi criminali in atto nell’altra città
dello Stretto, Reggio Calabria.
Questa
fitta rete d’interessi piccoli e grandi ha impedito che per anni il problema
della mafia a Messina emergesse nella coscienza civica. Ha altresì
accelerato – aggiunge il CENSIS - l’evoluzione della rete criminale, cresciuta
sull’estorsione e l’usura e “dunque sulla capacità di inserirsi
nell’economia territoriale, stringendo una sempre più fitta strategia
d’intervento con l’imprenditoria e ampi settori della vita politica”.
E’
nel settore del prestito usuraio che si è particolarmente realizzata
la contiguità della criminalità con i settori ‘produttivi’.
Messina,
oggi, si colloca al terzo posto, dopo Napoli e Roma, tra le province d’Italia
più a rischio d’usura.
E
il capitale d’usura non sarebbe tutto d’origine mafiosa, ma proverrebbe
in parte da soggetti insospettabili, che vedono nel ‘prestito di denaro’
un investimento redditizio e a basso rischio. Questo sistema illegale ha
trovato il suo migliore terreno di coltura in quei settori caratterizzati
dalla gestione clientelare delle aziende di credito, dalla scarsa professionalità
degli imprenditori, dalla recessione, dalla “tendenza del sistema economico
a perseguire la rendita piuttosto che il rischio imprenditoriale”. E’ in
questo contesto sociale perverso, frantumato, deideologizzato, che attecchisce
e si sviluppa il sogno-mito del collegamento stabile tra Scilla e Cariddi.
Una nuova cattedrale per
il deserto meridionale
Il
polo siderurgico di Gioia Tauro, l’Italsider di Bagnoli e Taranto,
i poli chimici siciliani di Gela, Milazzo, Priolo. Per decenni le grandi
concentrazioni industriali altamente inquinanti o le megainfrastrutture
sono state le uniche ricette del ‘modello di sviluppo’ proposto per il
Mezzogiorno. Il Ponte, in linea con il passato, è la panacea offerta
alla gente dello Stretto, chimera “capace di enormi ricadute economiche
ed occupazionali e di accelerare la crescita socioeconomica e l’integrazione
delle popolazioni dell’area dello Stretto”. “Quando il manufatto sarà
pronto – ha dichiarato enfaticamente il neoministro delle infrastrutture
Pietro Lunardi – si registrerà una trasformazione del territorio
straordinaria sotto i profili urbanistico, economico e sociale” ().
Come
rilevato dal CENSIS, la filosofia che sta dietro il progetto del Ponte
è la stessa che vede nella grande opera pubblica la chance
privilegiata di riscatto del Mezzogiorno: “Una filosofia niente affatto
nuova, e che ha per lungo tempo guidato la politica degli interventi pubblici
nel Meridione. Una filosofia che ha portato ad una serie di storiche disfatte
dello Stato nella battaglia per lo sviluppo del Sud”. Filosofia, prosegue
il CENSIS, dominata da alcune dinamiche perverse:
“la
cultura delle inaugurazioni contro quella delle manutenzioni (realizzata
l’opera ne si trascura la gestione); la tendenza al gigantismo a scapito
di una diffusione degli interventi; la tendenza a posizionare le opere
sulla base di considerazioni elettorali o assistenziali e non nel quadro
di un progetto organico di sviluppo; la tendenza a considerare l’opera
pubblica come un pretesto per l’erogazione di rendite a più livelli;
l’asistematicità dell’intervento; l’incertezza dei finanziamenti”.
Il
Ponte assume così l’aspetto di un’imponente ‘Cattedrale sullo Stretto’,
o più correttamente di un’infrastruttura che accelera il processo
di ‘desertificazione’ dei trasporti del sud Italia, dove restano incomplete
le reti autostradali e ferroviarie e insufficiente la viabilità
secondaria (specie in Calabria e Sicilia), e dove si è ancora lontani
dal definire un progetto di sistema delle comunicazioni, che punti al rilancio
della rete portuale e del cabotaggio. Il sogno-modello del Ponte - e non
è casuale - si afferma nel momento stesso in cui nell’area dello
Stretto è in atto il progressivo smantellamento del sistema di trasporto
pubblico delle ferrovie a favore delle compagnie private in mano ad imprenditori
assistiti, ben protetti dal potere politico locale e nazionale, strenui
oppositori d’ogni politica d’integrazione del sistema dei trasporti da
e verso la Sicilia.
I cavalieri neri dello
Stretto
L’attraversamento
dello Stretto si è così trasformato nel Pozzo di San Patrizio
di due potenti gruppi armatoriali, opportunisticamente consorziatosi: sono
essi che guardano con sempre più interesse alle opere di finanziamento
e di realizzazione di una megainfrastruttura tra Scilla e Cariddi. Da una
parte, in Calabria, i Matacena della Caronte S.p.A. (),
con il patriarca Amedeo senior, passato alla storia dell’Italia repubblicana
per essere stato uno dei maggiori finanziatori della rivolta di Reggio
Calabria nel 1970 ().
Dall’altra il gruppo Franza, comproprietario della Tourist Ferry Boat,
la seconda grande impresa che opera tra Messina e Villa San Giovanni e
che nel solo anno 2000 ha fatturato con il trasporto del gommato oltre
60 miliardi di lire ().
Due
società armatoriali che una recente inchiesta della Procura di Messina
ha provato essere state assoggettate per anni al pagamento del pizzo dalla
‘ndrangheta calabrese, in particolare dal gruppo guidato dal boss di Archi
Paolo De Stefano, e dalle cosche messinesi guidate da Domenico Cavò,
Salvatore Pimpo e Mario Marchese. Le dazioni annue sarebbero state di oltre
mezzo miliardo di lire, a cui si sarebbe aggiunta l’assunzione di amici
e parenti di uomini affiliati alle cosche. La Caronte e la Tourist
si sarebbero sottoposte silenziosamente al sistema estorsivo pur di accrescere
in piena tranquillità i propri fatturati con il monopolio del trasporto
di auto e tir tra Messina e Villa San Giovanni ().
Per
anni si è creduto che fossero i ‘signori del traghettamento privato’
i rappresentanti locali di quei “poteri occulti” che si sarebbero opposti
alla realizzazione del Ponte sullo Stretto. In realtà è stato
il contrario. Con il Ponte i due gruppi armatoriali hanno tutto da guadagnare,
ed in vista della sua realizzazione sono state riorganizzate società
ed holding ed avviate invadenti strategie di mercato e d’immagine.
La
famiglia Matacena, in particolare, ha tentato di entrare direttamente nella
gestione delle opere relative all’attraversamento stabile dello Stretto
di Messina, costituendo ad hoc la Società Ponte d’Archimede
(presidente Elio Matacena, figlio di Amedeo senior) e brevettando il progetto
di un ponte sommerso, ancorato ai fondali da una serie di tiranti metallici.
Il progetto di fattibilità tecnica è stato presentato per
conto delle società Saipem, Snamprogetti, Spea
e Tecnomare, ha ricevuto cospicui finanziamenti da parte dell’Unione
europea ed ha visto il coinvolgimento del Politecnico di Milano e dell’Università
Federico II di Napoli. Tuttavia l’ipotesi di un ponte semi sommerso è
stato scartato dalla Società Stretto di Messina che ha preferito
l’alternativa del ponte sospeso ().
Ciò
non ha significato la resa finale del gruppo armatoriale e attraverso Amedeo
Matacena junior, eletto parlamentare di Forza Italia nel ’94 e nel ’97,
è stata intrapresa una battaglia nelle maggiori sedi istituzionali
contro l’ipotesi ‘ponte sospeso’, a difesa del progetto del ‘ponte d’Archimede’.
Amedeo Matacena junior è perfino giunto a scrivere direttamente
a Silvio Berlusconi per chiedere di “approfondire i motivi che hanno sempre
privilegiato il progetto Ponte a scapito di un tunnel collegante lo Stretto”
e ad invitare, l’allora ministro dei lavori pubblici Antonio Di Pietro,
a considerare “i progetti relativi al tunnel dello Stretto di Messina che
costano un terzo rispetto al ponte e hanno un impatto ambientale meno dannoso”
().
Gli
interventi dell’ex deputato di Forza Italia non sono stati proficui e presto
l’intero partito-azienda ha preso le distanze non solo dall’ipotesi progettuale
del gruppo Matacena, ma perfino dello stesso Amedeo junior, non ricandidato
alle ultime politiche. Hanno certamente pesato in questa scelta le gravi
accuse di contiguità con la criminalità organizzata calabrese
di cui è stato vittima il politico-imprenditore dello Stretto. Accuse
finite al vaglio del tribunale di Reggio Calabria che nel marzo 2001 ha
condannato l’on. Amedeo Matacena junior, a cinque anni e quattro mesi per
associazione mafiosa e voto di scambio con le cosche. Per i giudici, è
stata dimostrata “una perfetta sintonia d’intenti del Matacena sia con
le cosche reggine sia con quelle delle altre aree calabresi di maggior
peso criminale, dalla Piana di Gioia Tauro al cosentino” e la “rilevanza
e influenza nella risoluzione di questioni interne alla ‘ndrangheta”. Nella
sentenza di condanna di Amedeo Matacena, i giudici hanno descritto i rapporti
“accertati sin dalla giovinezza” con il boss Paolo De Stefano (),
le “frequentazioni affettuose” con le famiglie Alvaro e Mammoliti e gli
“interventi e l’assistenza” in sede istituzionale e giudiziaria a favore
del clan Rosmini-Serraino ().
Amicizie pericolose
“Matacena
– si legge nel dispositivo di sentenza del Tribunale di Reggio Calabria
– era per le sue qualità familiari ed economiche, ritenuto idoneo
a rivestire direttamente cariche pubbliche elevate per la realizzazione
dei propri interessi” ().
In precedenza Amedeo Matacena junior era stato accusato dal pentito Rocco
Nasone di averlo incontrato in occasione delle elezioni amministrative
del 1988 e di aver ricevuto 10 milioni per sostenerlo elettoralmente. Alle
successive elezioni regionali, il Matacena si sarebbe recato frequentemente
a Scilla per incontrare gli affiliati Vincenzo e Pasquale Gaietti; secondo
un collaboratore di giustizia di Sibari, il Matacena avrebbe inoltre partecipato
nell’aprile 1992 ad una cena elettorale assieme ad altri mafiosi in favore
del candidato liberale Attilio Bastianini ().
Stando
al collaboratore Pasquale Nucera, affiliato al clan Iamonte di Melito Porto
Salvo, Amedeo Matacena junior, nel settembre 1991, qualche mese prima della
campagna elettorale che avrebbe segnato l’avvento della Seconda repubblica,
sarebbe stato tra i partecipanti della riunione annuale delle famiglie
della ‘ndrangheta presso il santuario della Madonna dei Polsi in Aspromonte.
“Era presente – ha dichiarato Nucera - seppure defilato, Matacena junior
‘il pelato’, appartato con Antonino Mammoliti di Castellace”. Il vertice
sarebbe stato di rilevanza strategica e vi sarebbero intervenuti, tra gli
altri, esponenti mafiosi di Canada, Australia, Stati Uniti e Francia e
uno strano personaggio presumibilmente legato ai servizi segreti. Nel corso
della riunione, sempre secondo il Nucera, il boss calabrese Francesco Nirta
avrebbe fatto riferimento all’inizio di una campagna per la conquista del
potere politico, grazie ad “uomini nuovi per formare un partito che sia
espressione diretta della criminalità mafiosa da portare al successo
elettorale attraverso una campagna terroristica” ().
Sei mesi più tardi avrebbe preso il via la lunga stagione delle
stragi, gli assassinii dei giudici Falcone e Borsellino prima, gli attentati
a Roma, Firenze e Milano dopo.
"Sulle
dichiarazioni dei pentiti contro di lui ci sono riscontri di tutti i generi",
ha rilevato il procuratore di Reggio Calabria Salvatore Boemi. "Il rapporto
fra Matacena e la mafia è organico. Lui mette in contatto imprese
e clan e in cambio chiede voti. È riuscito a imporre come vicepresidente
della Provincia uno come Giuseppe Aquila, barista della Caronte
e nipote di Demetrio Rosmini, boss dell'omonimo clan che nella guerra di
mafia dei primi anni Novanta si alleò con lo schieramento Serraino-Condello-Imerti,
contro la potente famiglia De Stefano" ().
La
gestione del servizio bar-ristorazione a bordo delle unità navali
della Caronte S.p.A., presso cui era impiegato l’Aquila, era stato
affidato dai Matacena prima a Bruno Campolo e successivamente al figlio
Giuseppe Campolo. Bruno Campolo è stato condannato a otto anni di
reclusione per traffico di droga, ma neanche dopo la condanna "venne a
mancare il rapporto di fiducia con la famiglia Matacena", come segnalano
i magistrati reggini che hanno indagato sull’ex parlamentare di Forza Italia.
Anche
al fratello Elio Armando Matacena, presidente della Società Ponte
d’Archimede, sono state contestate relazioni d’affari con personaggi
chiacchierati. In particolare egli è stato titolare del 51% delle
azioni della Sogesca, società di cui il restante 49% era
nelle mani di Giancarlo Liberati, esponente locale di Forza Italia e, secondo
i magistrati, “uomo della ‘Ndrangheta, legato ai Molè e ai Piromalli
di Gioia Tauro” ().
La
Sogesca
era stata fondata con il nome di In.co.tur e lo scopo societario
prevedeva la fornitura di servizi navali; poi si era trasformata in Sogesca
per la gestione degli appalti nel settore edile, ottenendo il subappalto
per la costruzione della Scuola allievi carabinieri di Reggio Calabria.
Nel 1997 la società fu dichiarata fallita ma la successiva inchiesta
rivelò una serie di presunte irregolarità contabili e amministrative.
A pesare sui bilanci in rosso una lunga serie d’assunzioni per fini clientelari
ed elettorali. Per il fallimento della Sogesca,
il giudice del Tribunale di Reggio ha deciso recentemente il rinvio a giudizio
di Elio Armando Matacena, del fratello Amedeo junior e di altri sei imputati.
Un procedimento avviato in stralcio all’inchiesta sulla bancarotta dell’azienda
edile, relativo ad una presunta estorsione ai danni della società Edilmil
e che vedeva sotto accusa l’ex parlamentare di Forza Italia, Giancarlo
Liberati e l’ex vicepresidente della Provincia, Giuseppe Aquila, si è
invece concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati ().
L’impero dei Franza
Sono
sicuramente state meno esplicite e più coperte le “attenzioni” relative
alla realizzazione del Ponte del secondo gruppo armatoriale dello Stretto,
quello con sede nella città di Messina. Eppure anche la famiglia
Franza concorre a partecipare al grande banchetto degli appalti e dei subappalti.
Meno
nazionalmente noti dei ‘soci’ Matacena, i Franza sono a capo di un vero
e proprio impero economico-finanziario, che dal settore del traghettamento
privato in Sicilia si estende a quello industriale, alla cantieristica
(),
all’edilizia privata ()
e al settore turistico-alberghiero, dove grazie alla controllata Framon
Hotels, i Franza gestiscono in tutta Italia diciotto alberghi, con
un giro d’affari di 100 miliardi e 600 dipendenti. I Franza hanno creato
anche società per la gestione dei Beni Culturali e dei Servizi multimediali
(Tourinternet e Datacom). Tra le proprietà della famiglia,
ci sono immobili per un valore di oltre trenta miliardi e pacchetti azionari
della maggiore emittente radiofonica delle città di Messina e Reggio
Calabria (Antenna dello Stretto) e d’importanti società sportive
locali, in particolare del Messina Calcio che milita in serie B
().
Insomma,
una vera e propria holding, di cui è però la gestione del
traghettamento del gommato l’attività più redditizia. Un
vero e proprio moltiplicatore di utili e profitti che erroneamente si ritiene
‘a rischio’ nel caso in cui entrasse in funzione il Ponte. In realtà
la megainfrastruttura non ha fatto mai paura al gruppo messinese. Nel 1986,
quando era in corso un vero e proprio scontro politico tra le classi dirigenti
calabresi e siciliane relativo alla reale fattibilità dell’opera
(),
intervenne pubblicamente a difesa del progetto del Ponte, l’ingegnere Giuseppe
Franza, fondatore dell’omonimo impero finanziario. “Come operatore economico
– dichiarò Franza - ritengo che un’opera così grandiosa aiuti
il nostro territorio, risolva il problema del collegamento con l’altra
sponda e crei comunque un così vasto movimento da rivoluzionare
tutta la nostra realtà economica e sociale. Gli effetti positivi
si vedranno già durante la costruzione a parte poi, ad opera ultimata,
il beneficio del richiamo turistico e ambientale nonché l’interesse
culturale per un manufatto di alta ingegneria e di tecnica specializzata”.
Nell’occasione l’ingegnere Franza espresse inaspettatamente il proprio
dissenso verso l’ipotesi progettuale sostenuta dal socio Matacena. “Contrario
mi ritengo al tunnel che trovo un congiungimento anomalo, che non potrà
mai dare al territorio gli stessi benefici del ponte sospeso” ().
Gli
farà eco, otto anni più tardi, la consorte Olga Mondello
Franza, succeduta alla guida della holding dopo la morte del fondatore.
“Per noi, la costruzione del ponte sarebbe un grande business. Durante
i dieci anni occorrenti alla realizzazione dell’opera il nostro lavoro
aumenterebbe notevolmente. E poi lavoreremmo a pieno ritmo per diversificare
l’attività. Per noi il problema non si pone. Il Ponte sullo Stretto
non ci fa paura” ().
Le
parole non permettono fraintendimenti. Il gruppo Franza, in altre parole,
è pronto per concorrere direttamente alla realizzazione dell’opera,
sia per capitalizzare il presumibile aumento del traffico nello Stretto
in concomitanza dei lavori di esecuzione, e sia per ampliare la quota del
proprio mercato quando, a Ponte ultimato, l’alto costo del passaggio attraverso
l’infrastruttura spingerà sempre più automobilisti a scegliere
la fedeltà con il traghettamento. E’ forse casuale che sia stata
proprio l’amministratrice della Tourist Olga Franza, a fare da anfitrione
del ministro Pietro Lunardi, durante la sua visita a Messina nell’aprile
2002 ai luoghi in cui dovrebbe essere realizzato il Ponte sullo Stretto?
().
E
come spiegare che tale disponibilità si sia ripetuta qualche mese
dopo durante il sopralluogo tra Scilla e Cariddi del neopresidente della
Stretto
di Messina Giuseppe Zamberletti e dell’intero consiglio d’amministrazione
al seguito?
In
realtà al grande appuntamento del Ponte, la potente famiglia dello
Stretto si è preparata a dovere, innanzi tutto promuovendo una grande
intesa con le maggiori imprese di costruzioni della provincia di Messina,
fondando nel giugno 1997, il Consorzio Costruttori Messinesi per
competere con le maggiori imprese del Nord nel settore delle grandi opere
pubbliche in via di finanziamento nella provincia di Messina e per la gestione
di società miste per lo sviluppo dei servizi pubblici e privati.
In realtà il nuovo consorzio appare lo strumento più idoneo
per accrescere il peso dell’imprenditoria locale nella contrattazione diretta
degli appalti e dei subappalti per la realizzazione del grande manufatto
().
Per
non dimenticare che attorno al Ponte dovrebbero sorgere infrastrutture
turistico-immobiliari e ‘culturali’, settori dove il Gruppo Franza
non conosce avversari nell’area dello Stretto.
Banche e finanziarie per
la cementificazione dello Stretto
Ma
è particolarmente nel settore bancario e finanziario, strategico
per la reperibilità di parte dei finanziamenti necessari alla realizzazione
del Ponte sullo Stretto, che il gruppo Franza è intervenuto attivamente
e con lungimiranza. Da sempre vicini agli uomini di vertice dei maggiori
istituti presenti nel capoluogo dello Stretto (),
attraverso la Cofimer, cassaforte finanziaria del gruppo, i Franza
hanno acquisito nei primi anni ’90 lo 0,51% del pacchetto azionario della
Banca
Commerciale italiana (COMIT), successivamente entrata a far
parte del Gruppo Banca Intesa Bci ().
Nel
1999 la famiglia Franza ha fatto ingresso nella cordata d’imprenditori
siciliani ()
e istituti di credito del Nord (le banche popolari di Vicenza, Novara e
Verona), sorta per concorrere all’acquisizione di Medio Credito Centrale,
e attraverso esso, della controllata Banco di Sicilia. Un’operazione
arenatasi a causa dell’intervento della Banca di Roma che è
riuscita a battere la concorrenza e ad annettersi il prestigioso istituto
bancario dell’isola. Il gruppo armatoriale messinese tuttavia, è
riuscito ad inserire un proprio rappresentante (Pietro Franza, figlio secondogenito
dei consorti Giuseppe e Olga Mondello), nel consiglio d’amministrazione
della Banca di Credito Popolare di Siracusa, entrata a far parte
del gruppo che fa capo alla Banca Antoniana Popolare Veneta ().
E’
da rilevare come alla direzione generale dell’Antonveneta e alla
vicepresidenza della Banca Popolare di Siracusa sieda il dottor
Silvano Pontello, già addetto alla presidenza della Banca Privata
di Michele Sindona, il finanziere originario della provincia di Messina
che mise a servizio di Cosa Nostra e dei poteri eversivi internazionali
il proprio impero bancario.
Ma
il vero colpo nell’universo creditizio, il Gruppo Franza lo ha messo
a segno di recente inserendosi in Consortium, la finanziaria cui
aderisce un gruppo d’imprenditori e di banche italiane e che nel marzo
2001 ha scalato con successo l’impero di Mediobanca, acquisendone
il 14,5% del pacchetto azionario. Sono due holding lussemburghesi, la Work
and Finance e la Tourist Internacional, società riconducibili
al Gruppo Franza di Messina, a possedere attualmente il 5% delle
quote della Consortium ().
Quest’operazione
fa della famiglia messinese uno dei maggiori centri finanziari del paese.
Oggi i Franza operano attivamente sulla Borsa di Londra grazie alla Sofig
Invest (),
e sempre attraverso la Cofimer controllano il pacchetto di maggioranza
di un’importante società di gestione finanziaria, la Marathon
Holding, con un patrimonio di oltre 150 miliardi di lire ().
Che
il sistema bancario guardi con estrema attenzione all’ipotesi di fattibilità
del Ponte non è un segreto. Nel settembre del 2001, presso il ministero
delle infrastrutture diretto da Pietro Lunardi, si sono tenute le audizioni
di una decina di banche nazionali ed estere, interessate a vagliare la
finanziabilità dell’infrastruttura. Tra i principali istituti presentatisi
la Banca Opi (S.Paolo-Imi), la Abn Amro, la Banca
Intesa Bci ed Unicredito: come abbiamo visto in Banca Intesa
è confluita la Banca Commerciale di cui è azionista
la Cofimer dei Franza, mentre Unicredito è socia in
Consortium-Mediobanca
delle holding lussemburghesi degli armatori messinesi.
C’è
infine un’ultima ‘coincidenza’ che conferma la spinta pro-infrastruttura
dei maggiori istituti di credito. Recentemente la Banca Popolare di
Lodi ha deliberato lo stanziamento di 500 milioni di euro di crediti
agevolati a favore delle imprese interessate alla costruzione del Ponte
di Messina. La Popolare di Lodi, oggi il nono gruppo bancario d’Italia,
ha acquisito ben sette istituti di credito in Sicilia, tra cui la Banca
del Sud di Messina, presieduta dal defunto on. Giuseppe Merlino, sindaco
andreottiano di Messina negli anni ’70, poi deputato all’Assemblea siciliana
e assessore regionale, ritenuto uno dei ‘soci ombra’ del Gruppo armatoriale
dei Franza ().
Vedremo
in seguito con quali obiettivi il sistema bancario italiano guarda alla
finanziazione delle opere di realizzazione del Ponte dello Stretto e come
siano forti in quest’ambito gli interessi delle industrie del cemento e
quelli delle maggiori società edili nazionali.
Cap. 3 – La borghesia
elettiva del Ponte dello Stretto
Monopolio dell’informazione
e partito del cemento
Pur
essendo rimasto ancorato alla fase preprogettuale, la megainfrastruttura
per l’attraversamento dello Stretto ha già causato i primi dissesti
sul tessuto sociale di Messina. Il modello-ponte ha favorito tra le forze
politiche e culturali, tra gli imprenditori e la collettività, un
preoccupante atteggiamento di passività, la mancanza di fantasia
e di ricerca di uno sviluppo soft, autocentrato ed ecocompatibile,
il disimpegno istituzionale a reperire finanziamenti per progetti alternativi,
l’assoggettamento al sistema politico-clientelare dominante portavoce dell’istanza
progettuale.
La
scelta consociativa del Ponte che a Messina vede uniti da Alleanza Nazionale
ai Democratici di Sinistra (),
i sindacati, le forze economiche e cultural-educative, l’Ateneo universitario,
i club service, finanche i massimi vertici della Chiesa locale -
con la sola esclusione e conseguente marginalizzazione e criminalizzazione
dei circoli di Verdi e Rifondazione Comunista - ha reso impossibile la
dialettica democratica sul futuro della città. Il ‘ponte immaginato’
è causa e conseguenza stessa della crisi di democrazia a Messina.
Assai
raramente i mass-media hanno dato voce a chi ha espresso pareri scientifici
controtendenza e manifestato dissenso e perplessità sulle compatibilità
socioambientali dell’opera, sulla sua fattibilità sia dal punto
di vista tecnologico che sulle possibilità di reperimento degli
ingenti finanziamenti necessari, e sulla dubbia vocazione occupazionale
del manufatto ().
La
campagna stampa ossessiva del maggiore organo d’informazione di Messina
e della Calabria, la Gazzetta del Sud, ha impedito il confronto
tra le parti, ha avvelenato le competizioni elettorali, ha irresponsabilmente
mistificato dati ed informazioni e demonizzato gli avversari.
“Preoccupata
di smussare ogni angolo, generando oggettivamente una sorta di assuefazione
verso i drammi regionali - scrive il sociologo Fulvio Mazza in un volume
sul ruolo dell’editoria nel Mezzogiorno - la Gazzetta del Sud ha
avuto un ruolo determinante di costruzione del consenso pro-infrastruttura
e di cloroformizzazione delle coscienze e dei vissuti, disincentivando
l’impegno sociale e politico delle collettività e dunque contribuendo
al clima generale di apatia e insofferenza”. E’ stato “il giornale dei
notabili che tarpa le ali a quel poco di società civile calabrese
che esiste e che tenta di decollare” aggiunge Fulvio Mazza. “Da ‘giornale-ponte’
tra la Sicilia e la Calabria, è diventato il ‘giornale del Ponte’,
sponsorizzando qualsiasi iniziativa e qualsiasi politico (dalla destra
ai diessini di governo) favorevoli alla realizzazione del Ponte sullo Stretto
di Messina” ().
L’interventismo
dell’organo di stampa a favore della megainfrastruttura dello Stretto ha
ragioni antiche, risponde ad interessi economici profondi neanche tanto
dissimulati. Un’azione di ‘intossicazione dell’informazione’ esercitata
in pieno regime di monopolio anche grazie alla fitta rete di compartecipazioni
che legano la società editoriale della Gazzetta del Sud a
quelle dei quotidiani ‘cugini’ dell’isola, detentori a loro volta della
proprietà di quasi tutte le maggiori emittenti televisive siciliane.
Nei fatti non esiste testata nel sud Italia che non intrecci i propri azionisti
con quelli del ‘giornale del Ponte’ e se poi si pensa agli accordi di mercato
per la coproduzione delle pagine di politica interna ed estera con i quotidiani
del Gruppo Monti (La Nazione
di Firenze, Il Resto del Carlinodi
Bologna, Il Giorno
di Milano) o a quelli per la stampa presso le industrie tipografiche siciliane
dei maggiori quotidiani nazionali, possiamo affermare che la forza monopolistica
della società editoriale che sta dietro la Gazzetta del Sud
è invadente quasi quanto l’’anomalia’ italiana rappresentata dal
gruppo politico-economico di Mediaset. Basterà un’occhiata
alla proprietà e agli uomini che siedono nel consiglio d’amministrazione
della Gazzetta per comprendere come mai il quotidiano e i suoi soci-alleati
della carta stampata si siano caratterizzati per il furore nella crociata
a favore di quattro immense torri ed una lunga campata di cemento armato
ed acciaio che sconvolgeranno il paesaggio dello Stretto ().
Nino Calarco l’Uomo del
Ponte
A
simbolizzare il ruolo della Gazzetta del Sud di portavoce ideologico
del ‘partito del Ponte’ c’è la figura del suo più che trentennale
direttore Nino Calarco, sino al dicembre dello scorso anno presidente della
Società
Stretto di Messina ().
La sua nomina
ai vertici della società cui è stata affidata la progettazione
della megainfrastruttura, risale all’estate del 1990, con decreto dell’allora
presidente del consiglio Giulio Andreotti, persona a cui Calarco è
rimasto particolarmente legato, al punto da invitarlo, insieme all’ex presidente
della Repubblica Francesco Cossiga, ad un importante appuntamento pubblico
a Messina nella primavera del 1997 ().
Nino
Calarco non ha mai nascosto le tendenze politiche ultramoderate ed ha ricoperto
per una legislatura il ruolo di senatore della repubblica, dal 1979 al
1983, nelle file della Democrazia Cristiana ().
E’ la stessa ala moderata del partito a volerlo tra i propri membri nella
costituenda Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, presidente un’altra
DC, l’on. Tina Anselmi. Eppure il quotidiano diretto da Calarco si era
caratterizzato fino allora per numerosi articoli contro i giudici che indagavano
sulla superloggia di Licio Gelli definiti "filocomunisti", e di cui s’ipotizzava
la partecipazione ad un ipotetico 'complotto'.
Nonostante
la scoperta delle liste della P2, il quotidiano siciliano continuerà
a pregiarsi dei fondi e degli editoriali di alcuni giornalisti risultati
affiliati, in particolare di Alberto Sensini, già capo dell'ufficio
romano del Corriere della Sera, poi direttore della Nazione
(),
dell’ex parlamentare socialdemocratico Costantino Belluscio ()
e di Gustavo Selva (tessera P2 n. 1814), già direttore del Gr2 Rai,
poi europarlamentare DC, oggi senatore di AN.
Nino
Calarco dovette lasciare l’incarico in Commissione parlamentare a seguito
dell’inaspettata non rielezione al Senato, nel 1983. Sette anni più
tardi però, l’establishment governativo della prima Repubblica gli
offrì la presidenza alla Stretto di Messina, società
costituita nel 1981 dal Gruppo Iri-Italstat, dalle Ferrovie dello
Stato, dall’ANAS e dalle Regioni Calabria e Sicilia ().
Calarco
subentrò ad un altro ex parlamentare democristiano messinese, l’on.
Oscar Andò, padre dell’allora sindaco di Messina Antonino Andò;
vicepresidente fu nominato Gianfranco Gilardini, in passato manager del
gruppo finanziario Agnelli-Fiat, mentre
ad amministratore delegato della Stretto di Messina fu insediato
il dottor Baldo de Rossi (Italstat).
L'essere
stato abbastanza critico a riguardo di certi atteggiamenti della società
non addebitabili all'on. Andò e non solo attraverso il giornale
che dirigo (...), ma soprattutto attraverso i miei interventi esterni in
dibattiti, tavole rotonde, conferenze internazionali, avr forse sensibilmente
contribuito a convincere l'on. Andreotti ad accogliere la proposta in tal
senso delle forze politiche siciliane e calabresi, con la neutralità
delle opposizioni.
E'
la spiegazione che Nino Calarco ha dato delle motivazioni della scelta
fatta a suo favore dall'esecutivo. Alla fin fine, si saranno detti, scegliamo
uno che ci far conoscere correttamente i momenti progettuali. Infatti,
oltre a dover rispondere al potere politico, Calarco dovr farlo nei confronti
dei lettori della Gazzetta. E i lettori, si sa, giudicano un direttore
giorno per giorno. Uno che, per professione, non è mai incline,
come ogni giornalista, a tenersi niente nel cassetto...” ().
Né
Calarco, né le forze politiche di maggioranza e d'opposizione hanno
avuto mai dubbi sull'opportunit che il Presidente della Stretto di Messina
abbia continuato a mantenere contestualmente la carica di direttore della
Gazzetta
del Sud, anzi questo è stato presentato come elemento di trasparenza
pubblica e di modello per raccogliere le tendenze di giudizio dei lettori-cittadini-futuri
utenti del Ponte. Peccato che il sistema abbia funzionato più da
fabbrica del consenso che da supervisore dei consensi-dissensi sull’operato
della Società e sulla valenza dell’iter progettuale.
Ciò
non ha impedito al presidente-direttore Nino Calarco di assumere ulteriori
incarichi che ne hanno rafforzato il ruolo di ‘uomo del Ponte’, cementificando
gli interessi del gruppo editoriale attorno all’infrastruttura. Egli è
stato prima nominato direttore della Rtp-Radio Televisione Peloritana,
maggiore emittente televisiva dell’area dello Stretto, e poi presidente
della Fondazione Bonino-Pulejo, azionista di maggioranza della SES-Società
Editrice Siciliana, comproprietaria della Gazzetta del Sud e
delle due reti televisive della Rtp ().
Con il risultato che oltre a poter giudicare da sé il proprio operato
e quello della Stretto di Messina, Nino Calarco e il gruppo imprenditoriale
a capo delle sue testate, hanno potuto estendere il potere lobbista a favore
del mostro di cemento tra il mitico Stretto di Scilla e Cariddi.
La fabbrica del consenso
C’è
una vicenda che è emblematica del potere di pressione politica che
è stato esercitato in regime monopolistico dagli uomini della Gazzetta
del Sud a favore del Ponte e della Società che lo ha progettato,
nonostante il quotidiano - nelle intenzioni di Calarco - avrebbe dovuto
essere l’organo ‘neutrale’ per far “conoscere correttamente i momenti progettuali”.
La vicenda è emersa in occasione di un’indagine della Procura di
Reggio Calabria su un presunto caso di malasanità che nell’anno
2000 ha visto coinvolti il direttore generale dell’Asl, l’assessore regionale
alla sanità, alcuni politici di vertice del centrosinistra e perfino
gli affiliati alla potente cosca di Mario Audino ().
Secondo
l’accusa, a fare da “mediatore” tra i differenti protagonisti dell’affare,
il noto giornalista Paolo Pollichieni, responsabile della redazione reggina
della Gazzetta del Sud: per gli inquirenti era “capace di scatenare
campagne di stampa a comando e di condizionare le decisioni della giunta
regionale”.
Il
giornalista sarebbe stato in stretto contatto con l’imprenditore Giovanni
Minniti, sospettato di collusioni con la criminalità organizzata,
amministratore unico della EdiIminniti, società vincitrice
di appalti per decine di miliardi accanto alla CMC - Cooperativa Muratori
Cementisti di Ravenna. I contatti di Pollichieni, ritenuto la memoria
storica di tutti i fatti di cronaca nera della regione, si estendevano
ai maggiori palazzi del potere nazionale, compresi ministeri e l’Alto comando
dei Carabinieri ().
Intercettando
le telefonate di Pollichieni, i giudici di Reggio scoprono le frequenti
chiamate ad uno dei massimi esponenti della politica nazionale,
l'allora
sottosegretario alla presidenza del Consiglio Marco Minniti, successivamente
passato al ministero della difesa ().
Il politico diessino è tra i maggiori sostenitori della realizzazione
del Ponte di Messina, e proprio di ponte e Società dello Stretto,
gli investigatori gli sentiranno parlare con Pollichieni in più
di un’occasione. Durante un incontro a Scilla il 30 luglio 1999 tra il
sottosegretario e il redattore della Gazzetta del Sud,
quest’ultimo telefona con un cellulare al proprio direttore-presidente
Nino Calarco. “La chiamo oggi perché sono qui con Marco e la voleva
salutare”. Il cellulare viene poi passato al politico diessino. Calarco
e Minniti parlano di politica e dell'ex presidente Francesco Cossiga, infine
il direttore si rivolge per chiedere un favore: “Senti una cosa... l'unica
potenza che tu non riesci a esplicare... con questi maledetti burocrati
del ministero dei Lavori pubblici... ancora questo decreto del bando non
c'è!”.
L’argomento
in questione riguarda un bando per il finanziamento della Società
Stretto di Messina, che Nino Calarco vorrebbe che fosse acquisita dall’ANAS.
Della questione il direttore dice di averne parlato direttamente con il
Presidente del consiglio Giuliano Amato. “E Con Giuliano Amato come è
andata?” gli chiede Marco Minniti. “Favoloso, favoloso” gli risponde Calarco.
“Però il problema caro Marco è che bisogna trovare nella
Finanziaria un po' di spiccioli perché io debbo chiudere la società
perché non ho più una lira! ... Non è che è
una grossa cifra... 4... 5 miliardi... “.
Una
decina di giorni più tardi Pollichieni e Minniti si rincontrano
per chiamare nuovamente il direttore Calarco. Quest’ultimo ritorna sul
tema del finanziamento della Stretto di Messina: “Marco, ti volevo
segnalare due cose... primo che in questa Finanziaria... qualche cosa la
dovete inserire... L'altro è che Bargone rema contro... ancora...
dice che è andato da D'Alema... a dire... ma quale, il ponte sullo
Stretto!”. Minniti interrompe per rassicurare il presidente: “Ho capito
va boh... adesso vedo io...” ().
“L'interessamento
richiestomi, che io ritengo legittimo nella sostanza, non nella forma –
ha spiegato Marco Minniti - era finalizzato alla concessione di fondi per
il pagamento degli advisor”. “Devo precisare - ha poi aggiunto - che lo
stanziamento dei fondi era stato autonomamente previsto dal ministero del
Tesoro proprio per il pagamento degli advisor”. Minniti cioè, conferma
di essere intervenuto istituzionalmente per perorare la causa del presidente
Calarco, anche se però la decisione di pagare le parcelle ai consulenti
per la progettazione sarebbe stata presa ‘autonomanente’ dall’esecutivo.
“Non mi sono più interessato della questione Ponte sullo Stretto
di Messina – ha concluso - ma ritengo che con l'approvazione della Legge
finanziaria sia stato concesso il finanziamento necessario al pagamento
degli advisor” ().
La
pubblicazione sul settimanale Panorama degli stralci delle telefonate
tra il giornalista Pollichieni, il direttore Calarco e il sottosegretario
Minniti e le implicite conferme dell’azione di lobbing sul governo degli
uomini della Gazzetta del Sud non sono stati sufficienti a sollevare
in sede parlamentare l’evidente conflitto di interessi del presidente della
Stretto di Messina. Diversamente è successo due mesi più
tardi, quando nel corso di un’intervista ai giornalisti Rai
di ‘Sciuscià’, il sen. Calarco, nel rispondere sulla possibilità
d’infiltrazione criminale nella realizzazione del Ponte arrivava a dichiarare:
“
Se
la mafia fosse in grado di costruire il Ponte, benvenuta la mafia”.
Il
Ponte prima di tutto, perfino al di là dei confini della legalità
e dei comuni valori di giustizia. Stavolta insorsero i parlamentari di
Verdi e Rifondazione e alcuni Democratici di Sinistra e furono chieste
le dimissioni di Nino Calarco dalla carica di presidente della Stretto
di Messina. Il conflitto però durò appena qualche giorno.
Il governo decise di non revocare l’incarico e Calarco rifiutò di
dimettersi limitandosi a dichiarare all’Ansa
di essersi “pentito di aver detto e fatto registrare quella frase” pur
respingendo “con fermezza, la interpretazione capziosa e strumentale che
ne è stata fatta”. “Se gli onorevoli interroganti non sono riusciti
a percepire il senso della mia provocatoria affermazione – aggiunse - significa
che abbiamo raggiunto il massimo dell'incultura. Non mi resta che ripetere
la famosa frase di Aldo Moro ‘ma quanto sono noiosi’” ().
Il
Calarco pensiero sul possibile rapporto mafia-Ponte è certamente
più che singolare e lo dimostra quanto affermato in occasione di
un recente Festival dell’Unità a Messina (ottobre 1999). “Il ponte
è stato contrastato dai ‘poteri forti’ – ha denunciato il direttore
della Gazzetta del Sud, pur astenendosi dallo specificare chi e
come si nasconderebbe dietro questi ‘poteri’. “Anche la mafia non vuole
il Ponte e non vuole controlli sullo Stretto, come dimostrano i venticinque
anni che non sono bastati per attivare il sistema radar Vts che farebbe
scoprire tutti i traffici illeciti che vi si consumano, a partire dal contrabbando”
().
Per Calarco in pratica, la criminalità organizzata ha tutto da perdere
con la realizzazione della megainfrastruttura. La militarizzazione del
territorio che ne deriverebbe, impedirebbe la realizzazione dei traffici
che si realizzano nello Stretto. Peccato che di questi traffici la Gazzetta
del Sud non sia mai stata prodiga d’inchieste e di denunce.
La Fondazione,
il Ponte ed altro ancora
Nino
Calarco oltre ad aver ricoperto contestualmente il ruolo di direttore delle
maggiori testate giornalistiche e televisive dell’area dello Stretto, presiede
la Fondazione Bonino-Pulejo, espressione di uno dei più agguerriti
gruppi politico-economico-imprenditoriali locali che ha convertito le proprie
attività ‘benefiche’ a strumento di propaganda a favore della fattibilità
dell’”ottava meraviglia del mondo”, il Ponte sullo Stretto di Messina.
La
Fondazione prende il nome dai coniugi Uberto Bonino e Maria Sofia Pulejo,
entrambi scomparsi, fondatori della Società Editrice Siciliana
e della controllata Gazzetta del Sud. Una rapida occhiata alla biografia
del cavaliere-industriale Uberto Bonino per comprenderne l’importanza nella
recente storia del capoluogo dello Stretto. Figlio di un ammiraglio della
Regia Marina, Bonino acquisì un ingente patrimonio finanziario grazie
alla produzione e alla distribuzione della farina per conto del Comando
Alleato sbarcato in Sicilia nel 1943, le stesse attività che consentirono
ad un oscuro avvocato di provincia, Michele Sindona, a sperimentare le
proprie doti affaristiche.
Alla
fine della seconda guerra mondiale, Uberto Bonino fece ingresso in politica,
fondando a Messina il partito liberale con il massone Gaetano Martino,
futuro ministro degli esteri ().
Bonino venne eletto con il PLI nella costituente del 1946; poi fu riconfermato
alle politiche del 1948. Transitato nelle file del partito monarchico,
venne rieletto alle tornate del ’55 e del ’58. Dopo un breve ritiro dalla
vita politica attiva, Bonino si ricandidò con successo nel ’72 con
l’MSI alle elezioni per il rinnovo del Senato ().
L’attività
politica si alternò con quella di imprenditore e di filantropo;
dopo una presidenza ventennale della Banca di Messina, istituto
di cui Bonino ha detenuto un pacchetto di minoranza sino all’avvento di
Michele Sindona (),
il cavaliere fondò la SES - Società Editrice Siciliana
e nel 1973 l’omonima Fondazione, che nei disegni del senatore-editore doveva
trasformarsi innanzi tutto nel centro propulsore delle attività
didattiche e di ricerca dell’Università di Messina.
Oggi,
la Fondazione Bonino-Pulejo è la principale entità
finanziatrice delle attività didattiche e di ricerca dell’Università
e di quelle culturali dell’Opera universitaria ().
Vengono
finanziate borse di studio, specializzazioni, ricerche, seminari e corsi
di laurea brevi; la Fondazione ha istituito persino un Centro
per il trattamento dei neurolesi in consorzio con
l’Ateneo di Messina e la locale facoltà di Medicina. Per sottolineare
il grado di coesione esistente tra la grande impresa editoriale meridionale
e l’università, lo statuto della Fondazione prevede la presenza
di diritto nel proprio consiglio d’amministrazione dei Rettori vecchi e
nuovi dell’Ateneo e dell’amministratore della SES-Società Editrice
Siciliana ().
L’occupazione
dell’Università da parte della Fondazione è un processo che
è proseguito anche in questi ultimi anni segnati dal “rinnovamento
nella legalità” voluto dal nuovo rettore Gaetano Silvestri, dopo
lo scoppio del ‘caso Messina’ e della scoperta del dominio dell’Ateneo
da parte delle cosche di ‘ndrangheta. Di questo bisogna dare atto alle
capacità di coinvolgimento trasversale del direttore-presidente.
E’ innegabile che con la guida assunta da Nino Calarco, la Fondazione
Bonino Pulejo è riuscita ad allineare fedelmente
docenti e ricercatori al grande ‘partito del Ponte’, con la conseguenza
che l’Università di Messina è mancata ai suoi doveri istituzionali
di analisi sui possibili impatti socio-ambientali, e peggio, nella ricerca
di strategie alternative di sviluppo economiche per l’area dello Stretto.
Troppo
spesso, così, uno dei maggiori atenei del Mezzogiorno ha legato
la propria immagine al sogno progettuale della megainfrastruttura. Nel
settembre del 1994, ad esempio, le Università di Messina e Reggio
Calabria insieme alla Fondazione Bonino Pulejo e al Consorzio dell’Istituto
Superiore dei Trasporti di Reggio Calabria hanno organizzato un convegno
internazionale sui trasporti nell’area dello Stretto in cui i relatori,
tutti, si sono detti favorevoli alla realizzazione del Ponte. Significativamente
a concludere i lavori, è stato chiamato il direttore della Gazzetta
e presidente della Società Stretto di
Messina Nino Calarco.
Otto
anni più tardi, in piena campagna di rilancio delle Grandi Opere
e dell’ipotesi progettuale del Ponte, la Fondazione è scesa in campo
accanto alle Università dello Stretto e al ministero dell’Istruzione,
finanziando l’indagine del Consorzio interuniversitario Almalaurea
sulla ‘condizione occupazionale dei laureati’. L’appuntamento scientifico
si è trasformato in una tribuna del presidente Calarco per richiamare
attorno al Ponte “l’attenzione delle facoltà di Ingegneria di Messina
e di Reggio Calabria” e quella degli studenti e dei neolaureati ingegneri
a cui l’infrastruttura potrà fornire “centinaia” di posti di lavoro
().
In
realtà le due facoltà di ingegneria dello Stretto si sono
particolarmente distinte nell’organizzare importanti meeting ‘scientifici’
a sostegno degli elementi tecnico-strutturali del megaprogetto. E più
dell’improbabile sbocco occupazionale per i propri laureati esse sperano
di ottenere un riconoscimento diretto e concreto dal Ponte: il professore
Aurelio Misiti, assessore regionale della Calabria e presidente del Consiglio
superiore dei Lavori Pubblici, uno dei maggiori sostenitori dell’infrastruttura,
ha già promesso la realizzazione a Reggio della ‘Galleria del vento’
e a Messina della facoltà di Scienze dei materiali ().
Consiglieri e consigliori
dell’azienda di beneficenza
Che
la Bonino-Pulejo si sia trasformata nel tempo nella Fondazione del
Ponte ne è prova la mutua relazione che è intercorsa tra
alcuni dei suoi maggiori rappresentanti e i consigli d’amministrazione
della Società Stretto di Messina. Il caso di condivisione
di cariche e ruoli dell’on. Nino Calarco non è stato, infatti, l’unico.
Con lui fu nominato dal governo Andreotti, membro del C.d.A. della società
pubblica, l’ex parlamentare democristiano calabrese Sebastiano Vincelli,
che sino alla sua recente scomparsa, ha fatto parte del consiglio d’amministrazione
della SES e della Fondazione Bonino-Pulejo.
Vincelli
è stato sottosegretario ai trasporti dal 1969 al 1974, gli anni
della realizzazione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, opera che
secondo lo storico Enzo Ciconte, fu “la grossa occasione colta dalle ‘ndrine
calabresi per inserirsi nei lavori di costruzione, per imporre una propria
presenza e, in definitiva, per accrescere le proprie possibilità
economiche oltre che per affermare, in modo clamoroso e pubblico, la propria
forza e il proprio potere” ().
Fino
agli anni ’80, segretario particolare di Sebastiano Vincelli è stato
Vincenzo Cafari, pluripregiudicato per reati contro il patrimonio, definito
“uno dei punti di riferimento” dei clan ‘ndranghetisti degli Avignone,
dei Piromalli e dei De Stefano. Il senatore Sebastiano Vincelli, insieme
al suo stretto collaboratore, l’on. Lodovico Ligato, il presidente delle Ferrovie
dello Stato trucidato dalla ‘ndrangheta, compare tra
i politici indicati dal collaboratore di giustizia Giacomo Lauro come appartenenti
ad una superloggia massonica coperta di Reggio Calabria ()
C’è
un altro discusso politico calabrese che ha contestualmente legato il proprio
nome alla Fondazione Bonino-Pulejo e alla battaglia per la realizzazione
del Ponte di Messina. Si tratta del più volte sindaco di Palmi Armando
Veneto, già DC, poi PPI, oggi Margherita, editorialista della Gazzetta
del Sud e patron del ‘Premio Città di Palmi’, finanziato dal
1995 dalla Fondazione presieduta da Nino Calarco. Di Armando Veneto è
nota l’attività di lobbista del Ponte; in particolare ha promosso
in Parlamento l’ordine del giorno che ha sbloccato i finanziamenti per
l’ultima fase della progettazione affidata alla Società Stretto
di Messina.
Sul
sindaco-parlamentare si sono soffermati i giudici di Reggio nella loro
ordinanza sull’Operazione Olimpia: “Altrettanto memorabile fu il funerale
di Girolamo Piromalli nel febbraio del 1979. Assolutamente incuranti della
presenza dei fotografi (delle forze dell’ordine) capi bastone ed affiliati
di tutte le consorterie calabresi resero l’estremo e doveroso omaggio al
capo ormai privo di vita. A ringraziare in nome del casato Piromalli la
moltitudine mafiosa presente intervenne in conclusione l’avvocato Armando
Veneto noto professionista del foro di Palmi” ().
Se
per Vincelli non è stata provata l’affiliazione alla massoneria,
differente il discorso per alcuni dei consiglieri d’amministrazione del
gruppo Fondazione Bonino-Pulejo-Gazzetta del Sud.
Consigliere del Centro Neurolesi e
della Gazzetta del Sud-CalabriaS.p.A. è
stato sino alla sua recentissima scomparsa, Vittorio Causarano, affiliato
alla loggia massonica ‘Libertà’ del Grande Oriente d’Italia. Vittorio
Causarano ha ricoperto per decenni l’incarico di dirigente per la Sicilia
e la Calabria della Publikompass S.p.A.,
la maggiore società pubblicitaria italiana, concessionaria della Gazzetta.
Fratello di Francesco Causarano, viceredattore capo della Rai, in vita
l’ex dirigente della Publikompass è
stato intimo amico dell’ex direttore del Tg 1 Nuccio Fava e di Eugenio
Rendo, imprenditore della nota famiglia di costruttori-imprenditori catanesi.
Nel
collegio sindacale della SES e della Gazzetta del Sud-Calabria
S.p.A. compare anche il nome del commercialista messinese Salvatore
Cacace, anch’egli massone del Grande Oriente d’Italia, dalle forti simpatie
politiche per Forza Italia ().
Cacace
è stato recentemente rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta
sulla bancarotta della società S.p.i.d.a. - Costruzioni generali
S.p.A., di cui era titolare il costruttore Cesare D'Amico. Secondo
l'accusa, la S.p.i.d.a. avrebbe venduto una serie d’appartamenti
distraendoli dall'asse fallimentare e quindi recando pregiudizio ai creditori
().
I Signori del cemento
Se
la Bonino-Pulejo può essere definita a ragione la Fondazione
del Ponte, altrettanto forti sono le spinte pro-infrastruttura degli
azionisti di minoranza della SES, editrice della Gazzetta del
Sud, diretta dal presidente onorario della Società Stretto
di Messina. Una cospicua quota del pacchetto azionario della società
editrice è in mano, infatti, al padrone del quotidiano catanese
La
Sicilia, Mario Ciancio, il potente imprenditore già presidente
delle Federazione Nazionale degli Editori Italiani ed azionista del terzo
grande quotidiano dell’isola, il Giornale di Sicilia di Palermo.
Poco conosciuto è l’attivismo degli editori ‘cugini’ nel settore
dell’informazione meridionale e d’oltreadriatico. Nel 1997, ad esempio,
la SES in cordata con La Sicilia, ha acquisito il controllo
della Edisud di Bari che pubblica la Gazzetta del Mezzogiorno
e, in Albania, la Gazeta Squiptare. Il segno evidente di un interesse
ad essere presenti nelle aree a maggiore previsione d’investimento infrastrutturale
e d’intervento dei contributi europei ‘per lo sviluppo’.
Ma
è tuttavia la presenza tra gli azionisti della SES del maggiore
produttore mondiale di cemento a supportare la tesi di un uso strumentale
dell’editoria meridionale per la mobilitazione delle coscienze collettive
a favore della realizzazione di inutili e devastanti megainfrastrutture
ad alta intensità di capitali pubblici. Il 18% circa del pacchetto
azionario della società editrice della Gazzetta del
Sud appartiene infatti al Gruppo industriale
Pesenti, che oltre a dominare il mercato internazionale
dei materiali di costruzione vanta enormi interessi nel settore immobiliare,
dell’acciaio e dell’editoria. Oggi uno dei Pesenti, Carlo, siede in nome
del gruppo industriale alla vicepresidenza della SES, mentre l’editore
Mario Ciancio è membro del consiglio di amministrazione ().
Per
diretta ammissione di Umberto Bonino, l’ingresso nella seconda metà
degli anni ‘70 della famiglia Pesenti nel quotidiano messinese è
ascrivibile proprio all’interesse del gruppo di inserirsi direttamente
nella progettazione e nella realizzazione del Ponte sullo Stretto. “Pesenti
entrò nella SES, nel 1976, ed
io gli ho dato una quota della Gazzetta,
il 33%” ha raccontato il sen. Uberto Bonino in un’intervista ad un settimanale
messinese. “Lui era un industriale dell’acciaio e del cemento e si era
illuso che la questione del ponte sullo Stretto fosse una cosa seria. Quindi
credeva di avere degli interessi in questa zona. Ma una cosa seria il ponte
non lo è mai stata” ().
Una
conclusione amara, ma i tempi erano diversi, e oggi finalmente, potrebbe
essere premiata la lungimiranza di uno dei più grandi signori del
cemento.
In
realtà gli interessi in Sicilia del gruppo Pesenti erano fortissimi
da tempo, come lo erano i legami con i potentati economici e le classi
politiche locali. Ventidue anni prima dell’ingresso nel quotidiano di Messina,
Carlo Pesenti era riuscito a strappare dall’allora assessore regionale
alle finanze Giuseppe La Loggia una nuova legge per l'industrializzazione
della Sicilia che estendeva alle grandi imprese del Nord onerose agevolazioni
e congrue esenzioni fiscali ().
L’Italmobiliare
della famiglia Pesenti, insieme ai giganti italiani della chimica Edison
e Montecatini, ottenne dagli istituti regionali, finanziamenti per
ventidue miliardi, la metà di quanto venne investito dai tre gruppi
nell’isola ().
In
pochi anni l’Italmobiliare acquisì in Sicilia la titolarità
delle Cementerie siciliane con i rispettivi impianti di Villafranca
Tirrena (Me), Catania, Porto Empedocle (Ag) e Isola delle Femmine (Pa).
Con
le scelte del Gruppo di trasferire nel Sud del mondo i propri maggiori
complessi produttivi, il settore industriale cementizio è entrato
fortemente in crisi in Sicilia e molti degli impianti sono stati chiusi
e dismessi. L’ipotesi della realizzazione del Ponte e di altre Grandi Opere
potrebbe vedere però il rilancio degli investimenti nell’isola.
Il
dinamismo mostrato recentemente dal Gruppo nel mercato finanziario può
essere interpretato come più di un segnale in questa direzione.
Dalle cave dell'isola
al sacco di Palermo
Il
gruppo Pesenti è alla guida dell’Italmobiliare S.p.a. di
Milano, società leader nel settore della finanziazione immobiliare.
Presidente
dell’Italmobiliare è Giampiero Pesenti, mentre sono membri
del consiglio d’amministrazione il figlio Carlo, Livio Strazzera per la
Serfis
- società finanziaria e immobiliare proprietaria del 10,61% del
pacchetto azionario dell’Italmobiliare - Giorgio Bonomi, Luca Minoli
e Mario Bini. Dell’Italmobiliare sono soci di minoranza
Mediobanca,
la SAI, feudo del chiacchierato costruttore siciliano Salvatore
Ligresti, e l’Alleanza Assicurazioni, società appena scalata
dallo stesso Ligresti. ().
La
società di Milano controlla a sua volta il 56,6% delle azioni dell’Italcementi
S.p.A., un fatturato di oltre 4.000 milioni di euro e una presenza
in quindici paesi con oltre 19.000 dipendenti ().
I
Pesenti hanno deciso altresì di espandere le proprie attività
sui mercati internazionali mantenendo concentrato l’interesse sul mercato
delle costruzioni e “cercando una integrazione verticale dal cemento, al
calcestruzzo preconfezionato, ai materiali da costruzione e ai componenti
aggiuntivi”. Anche in questo settore, grazie alla controllata Italcalcestruzzi,
i
Pesenti hanno ottenuto la leadership per quota di mercato, fatturato e
centri produttivi.
Nel
1997 l’Italcalcestruzzi ha interamente acquisito la Calcestruzzi
S.p.A., società appartenuta al
Gruppo Ferruzzi di Ravenna
e di cui era stato manager, sino alla sua morte nel luglio 1993, Raul Gardini,
uno dei principali protagonisti dell’inchiesta sulle tangenti Enimont,
l’effimera joint venture creta da ENI,
Montedison
e
Gruppo Ferruzzi ().
Altro
manager alla guida della Calcestruzzi, è stato Lorenzo Panzavolta,
tra i maggiori protagonisti della prima Mani Pulite, arrestato nel 1992
per le tangenti versate dalla società dei Ferruzzi per assicurarsi
una parte degli appalti per la desolforazione delle centrali
ENEL.
Con
la Calcestruzzi S.p.A., l’holding industriale-finanziaria lombarda
rafforza la propria presenza in Sicilia, dove però dovrà
confrontarsi con le distorsioni e le dinamiche sviluppate dalla società
di materiali edili negli anni della gestione Ferruzzi-Gardini. Nell’isola,
infatti, nei primi anni ’80, la Calcestruzzi S.p.A. ha firmato un
patto scellerato con Cosa Nostra, acquisendo il controllo delle maggiori
cave siciliane e scegliendo di operare congiuntamente con le società
di produzione di materiale per l’edilizia in mano alla famiglia Buscemi
dello storico mandamento di mafia di Brancaccio.
Più
che una scesa a patti con i poteri criminali, l’interscambio tra la grande
impresa del Nord e le piccole società in odor di mafia, ha risposto
ad una precisa scelta di mercato del management per acquisire il pieno
controllo del settore. Nessun assoggettamento pertanto, ma una consapevole
strategia da cui ne è uscito rafforzato il blocco di potere imprenditoriale-politico-mafioso.
Una mutazione dell’impresa, insomma, più rispondente alla globalizzazione
dei mercati e dell’economia. Riferendosi ai rapporti tra il manager Raul
Gardini e Cosa Nostra, Giovanni Brusca ha così dichiarato: “Una
quota dei grandi appalti era previsto fosse affidata alle imprese direttamente
riconducibili a Cosa Nostra, come il Gruppo Ferruzzi, facente capo
ai Buscemi di Passo di Rigano. (...) I Buscemi si tenevano in mano questo
gruppo imprenditoriale, in maniera molto forte”.
E
il collaboratore Angello Siino ha aggiunto che “il Gruppo Ferruzzi, facente
capo a Raul Gardini e, dopo la sua morte, all’ingegnere Giovanni Bini e
Lorenzo Panzavolta, si era avvalso della protezione mafiosa dei Buscemi,
i quali, a loro volta, in cambio della protezione offerta, potrevano avvalersi
della copertura e del prestigio del potente gruppo finanziario ravennate
che vantava anche importanti agganci politici” ().
Come
hanno provato le recenti indagini della Procura di Palermo, la società
del Gruppo Ferruzzi-Gardini è
giunta ad acquisire fittiziamente la Calcestruzzi Palermo S.p.A.
del clan Buscemi, per fare da paravento ai mafiosi operanti per conto del
boss Bernardo Provenzano ed impedire il possibile sequestro da parte dell’autorità
giudiziaria ().
Il
padrino intervenne direttamente dalla latitanza sull’affiliato Luigi Ilardo
per chiedere di fermare un tentativo d’estorsione ai danni dei gestori
di una cava a Riesi, Caltanissetta, una “delle strutture di proprietà
della Calcestruzzi S.p.A.” ().
La
società del Gruppo Ferruzzi ha potuto estendere altresì
i propri interessi anche al settore edile-immobiliare, realizzando importanti
operazioni finanziarie a Palermo, grazie alle mediazioni dell’imprenditore
Vincenzo Piazza, personaggio legato ai boss Angelo La Barbera e Totò
Riina, a cui è stato confiscato un patrimonio di oltre 2.000 miliardi
di lire ().
In
particolare la società ravennate compare tra le imprese responsabili
della lottizzazione e conseguente devastazione dell’area di Pizzo Sella,
una collina sovrastante la splendida baia di Mondello.
Piazza Affari e il controllo
dell’editoria
L’intervento
di Italmobiliare non si ferma però ai settori immobiliari
e delle grandi infrastrutture: la società dei Pesenti, infatti,
possiede importanti partecipazioni nel settore finanziario - controlla
il 12,91% della Mittel, società azionista della Fondiaria
- e in quello industriale, dove controlla il Gruppo Falck e il Gruppo
Franco Tosi.
Quest’ultimo,
operava sino a qualche tempo fa solo nell’area elettromeccanica, ma a partire
del 1990 ha reinvestito parte delle proprie risorse nel settore dell’imballaggio
e dell’isolamento alimentare (Sirap Gema), del ciclo integrale dell’acqua
(Sigesa) e della distribuzione del gas (Crea) ().
Italcementi
ha inoltre costituito Italgen S.p.A., società in cui si sono
concentrate le attività di produzione e di distribuzione d’energia
elettrica del Gruppo in Italia ().
Il Gruppo
Pesenti ha poi importanti partecipazioni azionarie nel settore del
trasporto pubblico su gomma extra urbano (Gruppo SAB), ed ha fatto
ingresso nella cosiddetta “new economy” e in particolare nel commercio
via internet, finanziando la nascita di BravoSolution S.p.A., società
che dalla metà del 2000 gestisce il portale BravoBuild.
Come
ogni grande gruppo industrial-finanziario che si rispetti,
i
Pesenti hanno costruito un vero e proprio impero editoriale.
Oltre
alla quota della SES-Gazzetta del Sud, l’Italmobiliare di
Milano è proprietaria di una serie di cartiere nazionali e a fine
anni ’90, grazie ad un complesso accordo di cambio di pacchetti societari
con il Gruppo Monti-Riffeser, ha acquisito una rilevante quota (il
4,77%) della Poligrafici Editoriale, l’holding proprietaria in Italia
dei quotidiani Il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno, e in Francia
delle società Presse Alliance-Regie Print, editrici del popolare
quotidiano France Soir ().
Facendo
ingresso nella Poligrafici Editoriale, l’Italmobiliare-Pesenti
è diventata socia-alleata di un’altra importante holding editoriale-finanziaria,
quella legata alla Fiat e agli Agnelli, la Hdp guidata dal
manager Maurizio Romiti, che controlla a sua volta la Rcs, il Corriere
della Sera e la rete radio Sper ().
Una
quota dell’1% della Poligrafici Editoriale infine, è in mano
alla SocPresse, maggiore gruppo editoriale francese di quotidiani,
tra cui lo storico Le Figaro. A riprova della fitta rete di controllo
della stampa esercitato dalla holding in mano al trio Monti-Pesenti-Agnelli,
va aggiunto che lo scorso 2 maggio, la Poligrafici ha stilato un
accordo con il gruppo editoriale Caltagirone – Il Messaggero, Il
Mattino, Il Quotidiano di Brindisi, Lecce e Taranto - per la
stampa nelle proprie tipografie del quotidiano Leggo, diffuso gratuitamente
a Roma e Milano.
Banche,
armi e mandanti coperti
Ci
sono infine gli innumerevoli interessi del Gruppo Pesenti nel settore
bancario. Attualmente esso controlla l’1,71% di Unicredito Italiano,
una quota sufficiente ad imporre un proprio rappresentante, Carlo Pesenti,
nel consiglio d’amministrazione nel gruppo bancario che ha espresso pubblicamente
l’interesse a concorrere alla finanziazione del Ponte sullo Stretto. Come
abbiamo già visto, Unicredito è socia in Consortium
del Gruppo Franza di Messina, comproprietaria della Tourist-Caronte
che ha il monopolio dei collegamenti marittimi privati dello Stretto.
Consortium
ha scalato Mediobanca e Carlo Pesenti è divenuto consigliere
dell’istituto di Via Filodrammatici; lo stesso vicepresidente della SES-Gazzetta
del Sud siede nel C.d.A. della Banca Popolare ed è stato
consigliere del Credito Romagnolo.
Giampiero
Pesenti, già presidente del Gruppo Gemina e padre di Carlo,
è stato sino al 1999, membro del consiglio d’amministrazione del
Credito
Italiano ().
Carlo
Pesenti senior, l’uomo che sbarcò a Messina per acquisire una quota
della Gazzetta del Sud in vista della realizzazione del Ponte, ebbe
sotto il suo controllo a metà degli anni ’70 il Credito Commerciale,
per poi sbarazzarsene dopo un’indagine aperta dagli ispettori della Banca
d’Italia. Subito dopo iniziò la scalata al Banco Ambrosiano,
il prestigioso istituto cattolico di Milano presieduto da Roberto Calvi
e in cui erano rilevanti gli interessi dello IOR (Istituto
Opere Religiose) del cardinale Marcinkus e del gruppo
di potere che ruotava attorno a Licio Gelli ().
In
realtà Carlo Pesenti aveva già tentato inutilmente, negli
anni ’50, di entrare in possesso dell’Ambrosiano.
Successivamente
l’industriale si era scontrato violentemente in Borsa contro l’istituto
di Calvi, quando questi aveva sostenuto Michele Sindona nella scalata all’Italcementi.
Il conflitto fu poi risolto grazie alla mediazione del Vaticano; Pesenti
e Sindona divennero soci delle maggiori cementerie italiane e il Banco
Ambrosiano e lo IOR intervennero a favore dell’imprenditore
lombardo, al tempo in gravi difficoltà economiche.
“Carlo
Pesenti, ormai anziano, ha dato in pegno proprio a Calvi le chiavi della
cassaforte del suo impero” hanno scritto i giornalisti Leo Sisti e Gianfranco
Modolo. “Presso l’Ambrosiano, infatti, è
depositata ormai da tempo, a garanzia di prestiti, la maggior parte dei
pacchi di controllo di Italmobiliare (il cuore del gruppo), Ras,
Franco
Tosi, Ibi, Banca Provinciale Lombarda, ecc.” ().
Fu
però Licio Gelli a mediare la pace definitiva tra Roberto Calvi
e Carlo Pesenti e a sancire l’ingresso di Italcementi nel Banco
Ambrosiano. Agli inizi del 1979 il Venerabile Maestro e i due finanzieri
cattolici s’incontrano all’Hotel Dolder di Zurigo per firmare un vero e
proprio ‘patto di non belligeranza’. Qualche mese più tardi Carlo
Pesenti fu nominato membro del consiglio d’amministrazione della Centrale,
la finanziaria controllata dal Banco Ambrosiano ().
Negli
stessi mesi Roberto Calvi intervenne a favore del nuovo alleato per sventare
l’ingresso in Italmobiliare della finanziaria del Gruppo
Agnelli, stimolando alcuni violenti attacchi stampa
sulle pagine del controllato Corriere della Sera, che arrivò
a definire gli Agnelli degli “scorridori di Borsa” ().
Tre
anni più tardi - marzo 1982 – venne infine autorizzata l’entrata
dello stesso Carlo Pesenti nel consiglio d’amministrazione del Banco
Ambrosiano. Contemporaneamente l’Italmobiliare acquistò
il 3,62% dell’Ambrosiano, sborsando 100 miliardi ().
In
verità per questa acquisizione Pesenti non arrivò a sborsare
neanche una lira, anche perché se avesse voluto non lo avrebbe potuto
fare dato l’indebitamento per oltre mille miliardi del proprio gruppo.
Per
acquisire i titoli dell’Ambrosiano, Pesenti utilizzò un prestito
dall’Imi, con una fideiussione della stessa banca milanese.
L’ingresso
dei Pesenti, tuttavia, non fu sufficiente a salvare il Banco Ambosiano
dal maggiore crack finanziario che abbia mai colpito un istituto italiano
().
Un
crack precipitato dopo le voragini apertesi nei conti del controllato
Banco
Andino, utilizzato da Calvi e Gelli per finanziare l’esportazione di
commesse d’armi ai regimi dittatoriali sudamericani.
Il
Banco
Andino garantì la vendita al Perù di fregate lanciamissili
della classe 'Lupo' e di una decina d’elicotteri 'Agusta-Bell' cui si aggiunsero
transazioni miliardarie a favore di Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador e
Venezuela ().
Non
sono mai state accertate responsabilità del Gruppo Pesenti
nella cattiva gestione dei crediti delle controllate sudamericane dell’istituto
milanese, tuttavia i giudici hanno potuto verificare che nel Banco Andino
di Lima oltre al pacchetto di maggioranza del Banco Ambrosiano (pari
al 10,4%), era stato depositato il 10% di quello dell’Italmobiliare
().
Si
sa inoltre che tra gli intermediari della transazione degli armamenti tra
Roberto Calvi e i generali peruviani ci fu Alvaro Meneses, presidente del
Banco
de la Naciòn, tra gli azionisti di minoranza del
Banco Andino.
Nello stesso periodo operava sulla rotta Italia-Perù il faccendiere
di origine messinese Filippo Battaglia, personaggio noto alla famiglia
Pesenti al punto da non fargli mancare il proprio cordoglio in occasione
di un lutto familiare che lo colpì nel 1991, prima dello scoppio
di importanti inchieste sul traffico di armi che lo avrebbero coinvolto
accanto a personaggi legati ai servizi segreti, alle famiglie mafiose di
Catania e ad alcuni politici-imprenditori iscritti a Forza Italia.
Tra
le maggiori banche 'prenditrici' del Banco Andino-Ambrosiano ci
sarebbe stata poi la BCCI - Bank of Credit and Commerce International,
più nota come 'Criminal Bank', il più importante centro di
lavaggio del denaro proveniente dal narcotraffico, utilizzata per la conduzione
di operazioni finanziarie clandestine e il traffico internazionale d’armi.
La BCCI era proprietà del miliardario pakistano Aga Hasan Abedi,
uno dei più importanti soci del miliardario saudita Adnan Khashoggi,
partner nelle transazioni d’armi di Filippo Battaglia.
La
filiale della
BCCI di Lima ha garantito il commercio illegale di
armi verso stati sotto embargo ufficiale, fornendo false certificazioni
sui paesi di destinazione; inoltre avrebbe dato la copertura bancaria,
accanto al Banco Andino, ad acquisti di
armi di produzione italiana (autoblindo Fiat ed Oto-Melara
e caccia Aermacchi). "A un paese di merda come il Perù gli
abbiamo portato via 270 milioni solo con gli elicotteri" ha esclamato in
un’occasione Filippo Battaglia interloquendo telefonicamente con un suo
socio mercante d’armi. Una conferma del ruolo interpretato in Perù
dal faccendiere e della portata dei traffici che banche e imprese nazionali
hanno realizzato nel Sud del mondo.
Filippo
Battaglia, l’uomo che ha vantato ‘amicizie’ nei migliori salotti della
finanza italiana (),
è stato indagato nell’ambito dell’inchiesta sui cosiddetti ‘Sistemi
criminali’, i mandanti occulti tra mafia, politica e massoneria della stagione
delle stragi 92-93. L’inchiesta si è conclusa con l’archiviazione
della Procura di Palermo che si è però dichiarata “convinta
della bontà della pista imboccata”, anche se il poco tempo a disposizione
“non avrebbe consentito la raccolta di ‘prove certe’ nei confronti degli
indagati”.
Oltre
al faccendiere italo-peruviano, nell’inchiesta sui ‘Sistemi Criminali’
sono stati indagati Licio Gelli, il neofascista Stefano Delle Chiaie, l’avvocato-imprenditore
di Barcellona Rosario Cattafi, il commercialista Giuseppe Mandalari e i
boss mafiosi Totò Riina e Nitto Santapaola ().
Cap. 4 - Tutti gli uomini
del Presidente
Le
consulenze per il capitalismo dal volto disumano
Il
grave conflitto d’interessi del gruppo imprenditoriale-mediatico-politico
del cavaliere Silvio Berlusconi al centro del dibattito-scontro politico,
non è esente da esemplificazioni e personalizzazioni che non aiutano
a comprendere la complessità della crisi democratica e istituzionale
che sta attraversando il nostro paese. Con riferimento all’impero Mediaset
si è troppo abusato dell’espressione “anomalia del caso italiano”.
In
realtà, solo per restare nell’ambito degli interessi economici che
ruotano attorno al Ponte dello Stretto, abbiamo già rilevato come
siano differenti e variegate le incompatibilità e i conflitti che
hanno caratterizzato la storia progettuale dell’opera (vedi casi Pesenti,
Matacena, Franza, Gruppo Gazzetta del Sud-Fondazione Bonino Pulejo,
ecc.).
Se
è pur vero che in Italia oggi esiste un premier-capitano di una
delle maggiori concentrazioni editoriali-televisive, per giunta “perseguitato”
da un eccezionale numero di procedimenti penali, è altrettanto vero
che nell’entourage di Berlusconi sono in tanti a condividere contestualmente
ruoli di governo o di ‘vigilanza istituzionale’ e quelli di gestione di
imprese per la progettazione e l’esecuzione di grandi opere.
Dovendo
per forza di cose soffermarci sulla megaopera di collegamento tra Scilla
e Cariddi, è utile considerare la figura dello stesso ministro delle
infrastrutture Pietro Lunardi, politico-imprenditore che sta giocando un
ruolo decisivo per il rilancio dell’ipotesi-mito del Ponte.
Prima
di assumere l’incarico che lo vuole a capo di un ministero che chiede di
spendere centinaia di migliaia di miliardi sventrando alpi ed appennini
e cementificando fiumi, coste e lagune, l’ingegnere Pietro Lunardi è
stato consulente di alcune tra le più importanti imprese di costruzioni
italiane: la
Romagnoli, la Tettamanti, la Cogefar
del gruppo Fiat (oggi inglobata nell’Impregilo), il Gruppo
Ferruzzi, la Lodigiani di Roma, la Pizzarotti di Parma,
la Grassetto di Salvatore Ligresti. Società che sono state
indagate nei vari tronconi di Mani Pulite e, alcune, persino sospettate
di essere entrate in affari con gruppi mafiosi-imprenditoriali.
Sono
innumerevoli le storie di mazzette e appalti truccati delle società
di cui il professore-ministro Pietro Lunardi si onora essere stato consulente-contrattista.
Romagnoli,
Tettamanti,
Lodigiani
e Grassetto sono le imprese che in consorzio hanno realizzato parte
della linea 3 della metropolitana di Milano e il passante ferroviario del
capoluogo lombardo, ungendo di miliardi, oltre dodici, il gotha politico-istituzionale
dell’Italia di fine prima repubblica. I Ferruzzi sono tra i protagonisti
dello scandalo
Enimont, la “madre di tutte le tangenti” e con la
controllata Calcestruzzi (oggi passata alla famiglia Pesenti) sono
finiti sotto inchiesta per gli appalti per la desolforazione delle centrali
ENEL
e come abbiamo visto, per la gestione delle cave in Sicilia nelle mani
dei boss di Cosa Nostra.
Il
costruttore Paolo Pizzarotti ha dovuto ammettere di aver versato a Severino
Citaristi, il cassiere della DC, 500 milioni per potersi aggiudicare alcuni
appalti per la realizzazione dell’aeroporto Malpensa di Milano, mentre
sarebbe necessario un intero volume per raccontare le malefatte della ex
Cogefar-Impresit
oggi
Impregilo, dalle tangenti per i lavori alla metropolitana e
al passante di Milano, a quelle per la costruzione del policlinico di Pavia,
dalla cogestione del sistema spartitorio per i grandi appalti dell’ANAS
e della Società Autostrade ai tempi del ministro Gianni Prandini,
all’immane scandalo dell’Alta Velocità e dei trafori ferroviari
dell’appennino tosco-emiliano.
“La Cogefar
Impresit, ereditando una procedura instaurata dalla
precedente gestione della Cogefar,
utilizzava disponibilità estere esistenti presso una società
terza sita nelle isole del Canale e che si serviva a sua volta di una banca
in Liechtenstein”, si legge nel memoriale consegnato ai magistrati di Mani
Pulite dall’allora amministratore delegato del Gruppo Fiat, Cesare
Romiti ().
Grazie ai fondi neri occultati sui conti esteri, miliardi su miliardi sono
stati versati a politici, amministratori, dirigenti, militari della guardia
di finanza; in pochi anni, grazie ad una strategia di mercato che l’ha
vista impegnata nella fusione-assorbimento di altre importanti imprese
del settore (la Girola e la stessa Lodigiani, ad esempio),
l’Impregilo ha conseguito la leadership nel mercato italiano delle
costruzioni delle grandi infrastrutture ed è penetrata con successo
perfino nel delicato mondo delle commesse pubbliche della Sicilia, quello
sovraordinato dai ‘tavolini’ a cui sedevano politici, imprenditori, mafiosi
e massoni ().
E
non vanno infine dimenticati i crimini sociali ed ambientali e la lunga
scia di violazioni dei diritti umani di cui la Cogefar-Impregilo
è direttamente e indirettamente responsabile nel Sud del mondo,
dalla Nigeria al Lesotho, dalla Colombia all’Argentina, dal Kurdistan al
Nepal ().
Il ministro-ingegnere
dell’Alta Velocità
Oltre
alle consulenze per i padroni delle megacostruzioni che concorrono a spartirsi
i progetti finanziati o in via di finanziazione da parte del Ministero
delle infrastrutture, l’ingegnere Pietro Lunardi sarebbe socio di un’impresa
svizzera, la Marcionelli & Winkler, impegnata in Italia in alcune
grandi commesse pubbliche ();
egli è poi il fondatore-titolare dell’impresa di progettazione e
di consulenza idrogeologica Rocksoil, che dal 1979 ha contribuito
alla realizzazione di alcune tra le più imponenti e costose opere
infrastrutturali, in particolare quelle relative alle metropolitane di
Roma, Milano e Napoli, alle tratte dell’Alta Velocità Bologna-Firenze
e Roma-Napoli, alle Autostrade Livorno-Civitavecchia e Aosta-Monte Bianco
(RAV) ().
I
lavori per le metropolitane di Milano e Roma e per l’Altà Velocità
sono tra le opere a più alto impatto criminogeno e tangentizio della
recente storia repubblicana. Già dicevamo dei dodici miliardi versati
a politici e amministratori di Milano dal consorzio Romagnoli-Tettamanti-Lodigiani-Grassetto,
per accaparrarsi i lavori per alcune tratte della metro lombarda. Ma i
giudici hanno svelato un sistema corruttivo ancora più complesso
ed articolato all’ombra della MM Strutture ed Infrastrutture del Territorio
S.p.A., la società che ha gestito l’intera assegnazione degli
appalti per la terza linea dell’infrastruttura e quelli per il passante
ferroviario di Milano.
Per
l’attribuzione dei lavori esisteva un tariffario determinato che alimentava
un fondo per il finanziamento dei partiti politici: la regola prevedeva
il 3-4% di tangenti sulle opere di costruzione fino ad un 13,5% sui contratti
d’impiantistica. I due quinti delle tangenti finivano al PSI, un quinto
al PCI, un altro quinto alla DC e il resto veniva suddiviso ai partiti
minori (PSDI e PRI).
Le
tangenti del ‘sistema MM’ sono state pagate per i vari lotti della linea
della metropolitana, per il passante ferroviario, per tutte le forniture
di materiale rotabile, per l’impiantistica, per la costruzione dei parcheggi
adiacenti alle stazioni.
“Le
imprese, come d’abitudine, si accordavano per predeterminare gli esiti
delle gare evitando i noiosi impicci del libero mercato.
Un
rappresentante dell’azienda capofila per ogni appalto si premurava di raccogliere
le somme “dovute” da ciascuna società della cordata vincitrice.
Poi regolava le pendenze con i diversi partiti, oppure consegnava la tangente
al ‘cassiere unico’ delle forze politiche, il quale poi divideva il bottino
con i ‘colleghi’” ().
Non
c’è stata impresa di costruzioni che non si sia sottoposta al sistema
di tassazione illegale pur di ottenere la sua fetta d’appalti a Milano.
Oltre
alle società che affidarono direttamente lavori di progettazione
alla Rocksoil di Lunardi, ci furono i più noti gruppi industriali
internazionali, l’Ansaldo, la Siemens, la Abb, la
Fatme,
la Sasib, la Siette, la Wabco Westinghouse, le imprese
di costruzioni Torno, Collini, Progetti&Costruzioni
e Guffanti, e finanche una lunga serie di cooperative ‘rosse’, la
CMC-Cooperativa
Muratori e Cementisti di Ravenna, la Unieco, la Coopsette,
la Cmb di Carpi. Una fitta trama imprenditorial-politica che ha
dilapidato immense risorse finanziarie e che ha avuto come prima ricaduta
la crescita vertiginosa dei costi di realizzazione delle infrastrutture
per il trasporto urbano di Milano.
E’
stato calcolato che la nuova linea è costata all’erario, 192 miliardi
di lire a chilometro, contro i 45 della metropolitana di Amburgo; il passante
ferroviario, a sua volta, ha raggiunto i 100 miliardi a chilometro mentre
quello similare di Zurigo è costato poco meno della metà.
Ancora
più scandaloso è stato l’incremento dei costi per la realizzazione
della metropolitana di Napoli - committente ancora una volta la MM Strutture
ed Infrastrutture del Territorio S.p.A. - un’opera che doveva costare
50 miliardi e che al completamento superò i 1300 miliardi. Anche
per questi lavori il giro di mazzette fu ampio ed articolato. Solo al processo
d’appello, l’ex ministro per il bilancio del governo Andreotti, l’on. Cirino
Pomicino, è uscito assolto per intervenuta prescrizione del reato,
dopo una condanna a due anni per essere stato il recettore di una tangente
di quattro miliardi.
Meglio
era invece andata all’ex ministro delle partecipazioni statali on. Clelio
Darida e agli altri imputati del processo sulle tangenti versate dal consorzio
Intermetro
a guida Cogefar-Impresit e Iri-Italstat per l’aggiudicazione
dei lavori per la nuova metropolitana di Roma, l’altra megaopera a cui
la Rocksoil di Lunardi ha venduto le proprie competenze progettuali
().
Eccetto
l’allora presidente del consorzio Luciano Scipione, sono usciti tutti assolti
in primo grado dopo che il fascicolo d’indagine era approdato nel porto
delle nebbie del tribunale capitolino.
C’è
poi il capitolo non ancora conclusosi del business dell’Alta Velocità,
i cui lavori nelle tratte Bologna-Firenze e Roma-Napoli, hanno comportato
una spesa superiore ai 50 mila miliardi di lire e l’affermazione di un
vero e proprio blocco di potere che ha visto tra i maggiori protagonisti
l’ex amministratore delle Ferrovie dello Stato Lorenzo Necci, il
banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia, alcuni magistrati romani e noti
faccendieri legati alla P2 e ad alcuni trafficanti d’armi. “L’Alta Velocità
coinvolge tutti i centri di potere che contano in Italia, così da
non scontentare nessuno e stroncare sul nascere qualunque opposizione”
scrive l’economista Ivan Cicconi, estensore di una ricerca sul sistema
delle tangenti nell’affare ferrovie. In effetti, il congegno spartitorio
è stato disegnato con scientificità e saggio equilibrismo.
Al
tavolo degli appalti si sono sedute le maggiori imprese di costruzioni
nazionali, accorpatesi in sette consorzi, guidati due dall’IRI,
due dalla Fiat, due dall’ENI e uno rispettivamente dalla
Grassetto
di Ligresti e dal Gruppo Ferruzzi. Apparentemente nulla di nuovo
sotto il sole: le società sono sempre le stesse, ma c’è una
novità nel modello di finanziazione e realizzazione delle opere,
attività affidate ad una società creata ad hoc in
seno alle Ferrovie dello Stato, la
Tav
S.p.A., spacciata mediaticamente per ‘società privata’, nonostante
l’azienda statale ne detenga direttamente il 45.1% del pacchetto azionario,
più un altro 5% attraverso la controllata Banca nazionale
delle comunicazioni. Un vero e proprio falso ideologico
“anche perché il restante 49,5% è distribuito fra 23 istituti
bancari, in maggioranza di diritto pubblico ed è inoltre stato accertato
che tutti i prestiti bancari per l’alta velocità sono stati attivati
solo grazie alle garanzie prestate presso gli istituti di credito da FS
e dal suo socio di riferimento, il ministero del Tesoro” ().
Grazie
all’escamotage della Tav “società privata”, i lavori per
l’Alta Velocità sono stati affidati a trattativa privata e non per
appalto pubblico, come previsto dalle direttive europee. Inoltre ciò
ha permesso che gli eventuali responsabili d’illeciti restino al riparo
dal codice penale, perché a loro non è possibile contestare
il ruolo di pubblici ufficiali. Attraverso il sistema del general
contractor – l’affidamento ai privati di un’infrastruttura
dalla fase di progettazione, alla cofinanziazione, all’esecuzione e gestione
- lo stesso che viene proposto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto
e per le grandi opere dell’era Lunardi, i tre maggiori colossi economici
italiani (IRI, ENI e Fiat) hanno potuto scegliere
in piena autonomia le imprese per i lavori “ventitre in tutto, coordinate
dal quintetto Astaldi-Lodigiani-Caltagirone-Di
Falco-Salini” ().
Anche
in questo caso la ‘privatizzazione’ delle grandi opere pubbliche si è
rilevata tutt’altro che un affare. Mentre in Spagna la linea ad alta velocità
Madrid-Siviglia è costata nove miliardi e mezzo di lire a chilometro,
in Italia, nel 1998 la previsione di spesa era di ventisei miliardi, linee
elettriche e treni esclusi ().
Solo
per gli appalti della Bologna-Firenze sarebbero state versate tangenti
multimiliardarie a DC, PSI, PDS, MSI e partiti minori dell’ex centrosinistra.
Un primo grande troncone d’indagine sull’affare dell’Alta Velocità
è approdato in un tribunale, quello di Perugia, dopo l’apertura
dell’inchiesta sulle trame del banchiere Pacini Battaglia ().
Sono
74 le persone di cui è stato chiesto il rinvio a giudizio, in buona
parte imprenditori, dirigenti delle ferrovie ed ufficiali della guardia
di finanza. Gli indagati farebbero tutti parte “di una struttura bene organizzata
composta da manager pubblici e privati” che gestiva gli appalti e la “successiva
distribuzione di lavori per le grandi opere”, con l’obiettivo di “creare
fondi extracontabili per erogare tangenti verso il potere politico che
quei vertici avevano sponsorizzato, e verso gli stessi amministratori pubblici
per garantire il loro illecito arricchimento” ().
Tra
i nomi più noti, il presidente della squadra calcistica della
Lazio
Sergio Cragnotti e l’ex amministratore della Tav S.p.A. Ettore Incalza.
Secondo la Procura di Perugia sarebbe proprio quest’ultimo uno dei maggiori
protagonisti della vicenda. “Pupillo e vero amico di Pacini, Incalza era
destinato a succedere a Necci alla guida delle Ferrovie dello Stato”, scrivono
di lui i magistrati umbri. Appena nominato ministro delle infrastrutture,
Pietro Lunardi lo ha però chiamato tra i suoi più stretti
collaboratori.
Lavori relativi a progettazioni
di Gallerie e di Consolidamenti e Fondazioni realizzati dalla Rocksoil
S.p.A. per conto di grandi società e consorzi privati
Cogefar-Impresit (oggi
Impregilo)
1979
– Strada di collegamento Frejus, tratto Bardonecchia-Savolux
1979
– Ferrovie El Gourzi-El Khoub-Costantine (Algeria) – In consorzio con Italstrade
1986
- Consolidamento Frana di Spriana (Valtellina)
1988
– Autostrada Vittorio Veneto-Pian di Vedoia (lotti 2 e 6) – In consorzio
con Italstrade
Di Penta
1997
– Galleria Principe Amedeo, viabilità Roma
Gambogi
S.p.A.
1987
– Autostrada Fiano – S. Cesareo
Grassetto
1985
– Metropolitana Milano linea 3 (lotto 2B) – In consorzio con Lodigiani,
Romagnoli,
Tettamanti
1990
– Diga cantoniera sul fiume Tirso
1990
– Viadotto Santa Chiara sul fiume Tirso
Incisa
1991
– Strada Statale n. 248 Montebelluna
Intermetro
S.p.A.
1988
- Metropolitana di Roma, linea A, tratto da Ottaviano a Battistini
1988
- Stazione Aurelia Cornelia
1988
– Stazione Ubaldo degli Ubaldi
Italstrade
S.p.A.
1979
– Ferrovie El Gourzi-El Khoub-Costantine (Algeria) – In consorzio con Cogefar
1981
– Autostrada Udine-Cervia-Tarvisio
1988
– Autostrada Vittorio Veneto-Pian di Vedoia (lotti 2 e 6) – In consorzio
con Grassetto
1990
– Depuratore di Temuno
Lodigiani
S.p.A.
1985
– Metropolitana Milano linea 3 (lotto 2B) – In consorzio con Grassetto,
Romagnoli,
Tettamanti
M.M.
Strutture ed Infrastrutture del Territorio S.p.A.
1985
– Metropolitana di Milano, linea 3, lotto 7
1985
- Passante ferroviario Milano-Porta Venezia
1986
- Metropolitana di Napoli, linea tranviaria rapida.
1990
– Differenti lotti Metropolitana di Milano, linea 3
1990
– Collegamento ferroviario Passante di Milano
1991
- Differenti lotti Metropolitana di Milano, linea 3
1991
– Collegamento ferroviario Passante di Milano
Pizzarotti
S.p.A.
1984
– Scalo F.S. Crevignano del Fiuli
1984
– Officina F.S. Nola
1987
– Strada Statale Merano-Bolzano
1989
– Parcheggi sotterranei in località Revis – Cortina d’Ampezzo
Romagnoli
S.p.A.
1985
– Metropolitana Milano linea 3 (lotto 2B) – In consorzio con Grassetto,
Lodigiani, Tettamanti
1991
– Strada Statale n. 415 Paullen
Sicalf
S.p.A.
1983
– Strada Statale n. 3 Flaminia (lotti I e II)
1987
– Autostrada Fiano – S. Cesareo
Tettamanti
1985
– Metropolitana Milano linea 3 (lotto 2B) – In consorzio con Grassetto,
Lodigiani,
Romagnoli
|
Al club degli impresentabili-incompatibili
La
Rocksoil
vanta nel suo curriculum importanti commesse da parte delle maggiori imprese
del settore trasporti, su cui nonostante la privatizzazione in atto, il
ministero delle infrastrutture esercita ancora ampi poteri decisionali
e di gestione (la Società Autostrade, l’ANAS, le Ferrovie
dello Stato, società le ultime due azioniste della Stretto
di Messina). Importanti attività progettuali sono state commissionate
alla società di Lunardi dai giganti dell’industria chimica e petrolifera
italiana, come la Selm-Montedison (una galleria idraulica in Val
Camonica nel 1986) e la SNAM Progetti del Gruppo ENI (5 gallerie
di un metanodotto nell’ex Unione Sovietica). La SNAM Progetti, come
abbiamo visto, è una delle società che concorrono alla realizzazione
del cosiddetto Ponte d’Archimede, il tunnel sommerso proposto in alternativa
al Ponte sullo Stretto dagli armatori Matacena.
In
realtà, la Rocksoil è più vicina di quanto
pare all’ipotesi progettuale per un collegamento stabile del corridoio
marino tra Scilla e Cariddi. Nel 1987, per conto dell’ANAS, la società
ha eseguito lavori di progettazione relativi “all’attraversamento dello
Stretto”. A differenza di tutte le altre opere progettate e di cui la Rocksoil
fornisce una lunga serie di dati tecnici, le informazioni della società
Lunardi sulle attività svolte a Messina sono proprio ridotte al
minimo. Titolo e anno lasciano però presupporre un intervento diretto
nell’iter progettuale del Ponte: due anni prima, la Società Stretto
di Messina aveva stipulato proprio con l’ANAS e le Ferrovie
dello Stato, una convenzione per lo “studio, la predisposizione del
progetto di massima del ponte, la costruzione e l'esercizio del collegamento
stradale”. Il periodo, tra l’altro, coincide con un certo attivismo della
società nell’area compresa tra le province di Messina e di Reggio
Calabria: nel 1980 il Genio Civile di Reggio aveva assegnato alla Rocksoil
i lavori di consolidamento del promontorio di Scilla; nel 1984 Lunardi
si era aggiudicato dalla Società Autostrada Messina-Palermo
la progettazione di alcuni tunnel dell’arteria mai completata (gallerie
S. Elia, Carbonara e Laugenia); tre anni più tardi aveva ottenuto
dalle Ferrovie dello Stato la progettazione
della galleria di Capo d’Armi sulla tratta ionica Reggio-Metaponto ().
Se
il ministro non trova incompatibile il decidere sulla fattibilità
e sulla messa in opera di infrastrutture proposte o appaltate a imprese
di cui è stato consulente e contrattista, ancor meno ritiene possibile
un qualsiasi conflitto d’interessi lo scegliere collaboratori e commissari
che sono stati suoi committenti o datori di lavoro. Lunardi, ad esempio,
ha nominato commissario dell’ANAS, Vincenzo
Pozzi, già amministratore delegato della RAV, la società
del Raccordo Autostradale Valdostano che ha affidato alla
Rocksoil
la progettazione del raccordo autostradale e di quattro gallerie in Val
d’Aosta ().
“Pozzi
dà incarichi professionali miliardari al Lunardi-progettista, Lunardi-progettista
diventa ministro, il Lunardi-ministro nomina Pozzi presidente dell’ANAS”
ha commentato il giornalista Gianni Barbacetto il circolo vizioso che ha
posto l’ex manager Rav a capo della società titolare del
12,25% delle azioni della Società Stretto di Messina ().
E’
proprio in tema di Ponte che appaiono più evidenti i conflitti d’interessi
dei nuovi incaricati dal governo alla gestione delle Grandi Opere. Da qualche
mese sono stati nominati i nuovi membri del consiglio d’amministrazione
della Stretto di Messina, più alcuni ‘consulenti’ da affiancare
per la riprogettazione dell’infrastruttura. Le sorprese sono tante. Il
neo amministratore delegato della società ad esempio, è il
dottor Pietro Ciucci, attuale consigliere di Alitalia e di Rai
Holding, direttore generale dell’IRI e componente del Collegio
dei liquidatori dell’istituto di Via Veneto. Trasporti, emittenza televisiva
e settore industriale, quasi a volere enfatizzare i pilastri su cui poggia
il ‘modello di sviluppo’ dell’era Berlusconi. Ciucci, però, ha un
curriculum
vitae ancora più ampio e ramificato: dal 1969 al 1987 ha lavorato
come direttore amministrativo nella Società Autostrade;
poi è passato alla presidenza della finanziaria Cofiri e
alla vicepresidenza della
Banca di Roma e, infine, è stato
nominato membro dei consigli d’amministrazione di colossi del settore creditizio
ed industriale come l’ABI, la Banca Commerciale Italiana,
il Credito Italiano, la Stet, Finmeccanica, Aeroporti di Roma,
e della stessa società
Autostrade. Come è possibile
notare molte di queste società o dei gruppi che ne detengono i pacchetti
azionari sono tra i maggiori concorrenti alla cofinanziazione-realizzazione-gestione
del Ponte di Messina.
A
dar soluzione agli enormi problemi di tipo tecnico-strutturale della infrastruttura
che si vorrebbe realizzare nello Stretto, Pietro Lunardi ha chiamato il
professore di tecnica delle costruzioni Remo Calzona, anchegli impegnato
in prima persona, insieme allo stesso ministro delle infrastrutture, nella
progettazione dellAlta Velocit e dei tunnel autostradali del Raccordo
Valdostano. Remo Calzona è stato nominato presidente del comitato
tecnico che dovrà sovrintendere all'adeguamento del progetto del
Ponte di Messina, mentre già circola il suo nome tra i candidati
che potrebbero assumere la carica di commissario straordinario per la realizzazione
dell'opera.
Nella
classifica degli impresentabili spicca poi il nome di Lino Cardarelli,
fresco di nomina nel consiglio d’amministrazione della Stretto di Messina,
a cui è transitato dopo aver fatto parte per circa un anno della
segreteria particolare del ministro Pietro Lunardi. Cardarelli è
uno dei tanti miracolati dalla rapida fine del ciclone Mani Pulite e dall’altrettanto
repentino passaggio alla seconda repubblica: arrestato per finanziamento
illecito ai partiti quando era dirigente della Montedison di Schimberni,
ne è poi uscito ‘assolto’ per intervenuta prescrizione del reato
().
Nelle
file degli impresentabili c’è poi l’ex amministratore delegato della Stretto
di Messina, il dottor Carlo Bucci, riconfermato tra
i membri del nuovo consiglio d’amministrazione della società. In
questo caso non si tratta di qualche errore di gioventù ma di una
riprovata ignoranza in tema storico-ambientale. E’ sufficiente riportare
una sua dichiarazione ad un convegno sui trasporti, a cui la Gazzetta
del Sud non poteva non dare grande rilevanza. “Di tutte le possibilità
di collegamento – ha sottolineato Bucci – il Ponte è la più
ecologicamente compatibile: non ha fondamenta in acqua ma poggia sulla
terraferma, dunque non altera l’equilibrio marino, né scarica nulla
a mare”. Bucci ha poi aggiunto che nell’arco di otto anni, i lavori per
il Ponte impegneranno un indotto “di 75 mila persone: gli abitanti virtuali
di una città invisibile che prospererà sulla costruzione
di un’opera di rilievo planetario, la prima che sarà realizzata
in Italia dopo il Duomo di Milano, sorto 700 anni fa” ().
Forse
Bucci non conosce Piazza San Pietro, il Duomo di Firenze e la Torre di
Pisa, ma la cosciente menzogna sull’indotto, moltiplicato per dieci volte
il suo valore reale, è proprio imperdonabile.
Un
Presidente da Sogno
Il
12 maggio 2001, alla vigilia delle elezioni politiche che avrebbero riportato
al governo Berlusconi, Bossi e Fini, il candidato Pietro Lunardi, indicato
dal leader di Forza Italia come possibile futuro ministro per le infrastrutture,
si reca a Luino (Varese) per incontrare amministratori ed esponenti di
Forza Italia e un nutrito gruppo di imprenditori lombardi. Lo accompagna
l’on. Giuseppe Zamberletti, DC doc, già sottosegretario all’interno
e ministro per la protezione civile e dei lavori pubblici ().
Zamberletti
apre la convention elettorale presentando il futuro ministro come l’uomo
giusto per rendere cantierabili le Grandi Opere bloccate da anni. Interviene
Lunardi: “La Casa delle Libertà prevede per l’intero Paese, investimenti
che si aggireranno in tutto attorno ai 260 mila miliardi”. Quindici giorni
più tardi l’ingegnere-consulente delle maggiori società di
costruzioni d’Italia assumerà l’incarico di ministro. Un anno più
tardi avrà modo di sdebitarsi con l’amico-collega Zamberletti, nominandolo
alla presidenza della Società Stretto di Messina dopo dodici
anni di incontrastata presenza del direttore della Gazzetta del Sud
Nino Calarco.
C’è
un filo impercettibile che lega tutti i presidenti della storia della società
del Ponte, dall’on. Oscar Andò, a Calarco, per finire con Zamberletti:
l’essere stati parlamentari eletti come espressione dell’area ultramoderata
della Democrazia Cristiana. E l’ex ministro, come il direttore della Gazzetta
del Sud, vanta un’antica amicizia con l’ex presidente della Repubblica,
Francesco Cossiga, di cui tra l’altro ne è stato sottosegretario
negli anni di piombo della cosiddetta lotta al terrorismo. Con Cossiga,
Zamberletti condivide passioni e vicinanze con certi settori delle forze
armate e dei servizi segreti. Poco prima di essere chiamato alla Stretto
di Messina, Giuseppe Zamberletti è stato tra
i parlamentari particolarmente distintisi nella campagna orchestrata dalle
grandi imprese militar-industriali per la modifica della legge 185 del
1990 che regola l’export di armi italiane, a favore della piena ‘liberalizzazione’
in materia. “Siamo contro le norme, introdotte dall’area parlamentare più
utopistica e massimalista, realmente assurde, come quelle relative ai paesi
in via di sviluppo”, ha dichiarato lo stesso Zamberletti, in occasione
di un seminario organizzato dall’Istrid, l’Istituto ricerche e informazioni
difesa insieme alle maggiori aziende belliche nazionali.
L’azione
a favore della lobby dei mercanti di morte si è sviluppata parallelamente
alla ricerca della “verità” su due delle peggiori stragi della recente
storia d’Italia, l’esplosione in volo del Dc-9 di Ustica e l’attentato
alla stazione di Bologna nel 1980. In un volume Zamberletti ha rilanciato
la cosiddetta “pista libica”, sempre più improbabile e depistante
dopo le conclusioni a cui sono giunte procure e commissioni parlamentari
d’inchiesta. “Se pure i servizi segreti italiani hanno bene interpretato
sia la minaccia di Ustica sia la vendetta di Bologna – ha dichiarato Giuseppe
Zamberletti – essi non avevano alcun interesse ad indagare in quella direzione
e provocare un grosso incidente internazionale. C'era dunque una ragione
di Stato. Fuggire dalla pista libica significava mantenere intatte le condizioni
per la ripresa dei buoni rapporti con la Libia” ().
Non
è noto perché mai il neopresidente della Stretto di Messina
si ostini a difendere una tesi che fu sposata ed amplificata da agenti
deviati e centrali massoniche. Di certo non è mai stato chiarito
a che titolo e per conto di chi il nome di Giuseppe Zamberletti fosse stato
inserito nella lista del governo ultramoderato che doveva essere insediato
dopo il cosiddetto ‘golpe bianco’ dell’ex partigiano Edgardo Sogno, previsto
per l’agosto 1974, al culmine di una lunga stagione di sangue e di bombe
neofasciste. Il ‘governissimo’ per la restaurazione dell’ordine sociale,
il cui programma presentava sorprendenti analogie con il Piano di Rinascita
Democratica di Licio Gelli, prevedeva la presidenza di Randolfo Pacciardi,
con ministro della difesa Edgardo Sogno e dell’industria, appunto, Giuseppe
Zamberletti ().
Il
‘sogno’ di una svolta conservatrice e antioperaia fu alimentato dai fondi
neri della Fiat e dei servizi segreti italiani e USA. Vide altresì
l’attivazione dei Comitati di Resistenza democratica, dei maggiori industriali
di destra, di uomini di vertice delle forze armate e perfino di alcuni
banchieri stranieri, come ad esempio i due John McCaffery senior e junior.
Il primo aveva guidato dal 1943 al 1945 i servizi segreti inglesi in Italia;
successivamente era divenuto socio del finanziere Michele Sindona nella
Banca
Privata Italiana e nella Banca Wolf di Amburgo. John Mc Caffery
junior invece, negli anni della strategia della tensione, sedeva come membro
del consiglio d’amministrazione della Banca di Messina di cui era
proprietario Sindona e di cui l’industriale editore Uberto Bonino aveva
detenuto un pacchetto di minoranza sino all’avvento del banchiere in odor
di mafia ().
Le
ombre del passato si sono rincrociate tra i venti e le correnti dello Stretto.
Il
business dell’eccezionalità
La
scelta di attribuire la presidenza della Società Stretto di Messina
all’anziano parlamentare democristiano risponde ad un criterio oggettivo:
accelerare la trasformazione della società del Ponte, favorirne
la privatizzazione e assicurarle pieni poteri in tema di appalti e cantierizzazione
dell’opera. Per un’infrastruttura di tale ‘straordinarietà’ sono
indispensabili strumenti e mezzi ‘straordinari’, come quelli che furono
affidati a Giuseppe Zamberletti in occasione di eventi ‘straordinari’,
come accadde nel 1976 con il terremoto del Friuli e quattro anni più
tardi con il sisma che distrusse l’Irpinia. E non è un caso che
queste siano anche le intenzioni del ministro Pietro Lunardi, sponsor di
Zamberletti, che vanta esperienze dirette proprio in tema di post-emergenza
ed ‘eccezionalità’ degli interventi.
Nel
1985 alla Rocksoil di proprietà Lunardi, furono affidati
i lavori di consolidamento delle fondazioni degli edifici predisposti per
i terremotati dei comuni di Melito e Pozzuoli (Napoli), per conto del Consorzio
Co.Ri.. Forse risale ad allora la conoscenza tra l’ingegnere e il parlamentare
a cui il governo aveva affidato la delega per la ricostruzione di Campania
e Basilicata.
Esperienza
estremamente negativa quella della ricostruzione dell’Irpinia specie per
gli effetti che ha avuto nella società e nel costume politico di
un’area strategica del Mezzogiorno d’Italia.
“Nel
nostro paese il verificarsi di calamità naturali ha finora costituito
un’ottima occasione per la lievitazione degli interessi di gruppi mafiosi
o ad essi assimilabili – ha commentato lo studioso Umberto Santino del
Centro studi antimafia ‘Giuseppe Impastato’.
“Si
è creata una vera e propria ‘economia delle catastrofi’ di cui hanno
beneficiato in tanti, comprese associazioni e imprese criminali. (...)
La mole degli interessi e le modalità di gestione delle attività
di ricostruzione in Irpinia, all’insegna dell’eccezionalità, hanno
stimolato lo sviluppo e l’incrocio di più sistemi illegali”.
I
risultati di questo intreccio sono stati l’enorme spreco di risorse e il
trasferimento del denaro pubblico a favore di imprenditori, camorristi,
amministratori e politici, “con la lievitazione del ruolo della criminalità
e la comparsa di criminali organizzati anche in Lucania, regione fino ad
allora indenne” ().
Fu
grazie alla straordinarietà delle misure adottate per il post-terremoto
e all’ingente quantità delle risorse finanziarie catapultate sulle
regioni colpite che si potè sviluppare in Campania un sistema di
potere e di scambio tra le imprese di costruzione del Nord “con molte aderenze
ministeriali”, le organizzazioni camorrisitico-imprenditoriali, i gruppi
politico-affaristici locali.
“Ed
è ancora tutto da valutare il ruolo dei grandi procacciatori d’affari
(Pazienza e compagni) legati ai servizi segreti e all’affare Cirillo” ().
Secondo
la magistratura, per la ricostruzione post-terremoto furono versate al
gotha della politica campana, mazzette per trentadue miliardi di lire,
al valore dei primi anni ‘80.
Il
procedimento giudiziario si è però concluso con un generale
colpo di spugna: dei 137 imputati (tra cui gli ex ministri Gava, Pomicino,
De Lorenzo, Di Donato, Scotti) nessuno è stato condannato, vuoi
perché assolti, vuoi perché ‘prescritti’.
L’Istituto
delle Grandi Opere
Sarebbe
sufficiente la discutibile gestione dell’emergenza post-terremoto per porre
al centro del dibattito politico l’inopportunità della presenza
di Giuseppe Zamberletti alla presidenza della società che chiede
massimi poteri e un assegno in bianco per realizzare il Ponte sullo Stretto.
Eppure c’è dell’altro.
L’anziano
parlamentare ricopre infatti, contestualmente, un incarico che per la sua
vicinanza alle maggiori imprese di costruzioni e al sistema bancario che
assicura loro i necessari flussi finanziari, apparirebbe ostativo in un
paese retto da regole democratiche certe e non manipolabili attraverso
il monopolio esercitato dai mezzi di comunicazione che le stesse banche
e gli stessi costruttori detengono.
Giuseppe
Zamberletti, l’Uomo nuovo del Ponte, presiede dalla sua fondazione nel
1986, l’IGI - Istituto Grandi Infrastrutture,
centro di studi e ricerche in campo ingegneristico, infrastrutturale, finanziario
e legislativo, che raccoglie tutte le più grandi imprese di costruzioni
italiane ed anche determinati istituti bancari.
Scopo
statutario dell’IGI è di “approfondire
i temi degli appalti pubblici”. In vista del rilancio delle Grandi Opere,
l’istituto ha ampliato la propria base associativa, con l’ingresso dei
grandi concessionari autostradali, degli enti aeroportuali, delle compagnie
di assicurazione e di settori imprenditoriali complementari ai tradizionali
costruttori. “Accanto all’Osservatorio sui grandi lavori pubblici, che
consente all’Istituto di monitorare, unico in Europa, tutto l’iter dei
grandi appalti, dalla gara al collaudo, sono stati effettuati approfondimenti
sui sistemi normativi degli altri Partner europei, mentre un altro Osservatorio,
di recente avvio, mira a mettere sotto controllo tutte le iniziative in
materia di finanza di progetto”. Insomma un istituto-lobby, capace di intervenire
in tutte le sedi istituzionali, nazionali ed europee, per sponsorizzare
e proporre la realizzazione di megainfrastrutture o per richiedere la modifica
delle norme in materia di appalti e concessioni in modo da favorire gli
investimenti e il ritorno finanziario ai privati, che sono poi gli stessi
soci-dirigenti dell’istituto presieduto dall’on. Zamberletti ().
L’IGI
può essere definito come un vero e proprio centro di confronto-scambio
tra le società e i manager che hanno fatto la storia economica d’Italia,
una storia troppo spesso caratterizzata da macroscandali, corruzioni dell’amministrazione
pubblica, tangenti a partiti e parlamentari, interventi del pubblico a
favore degli interessi e dei profitti dei privati. Una cassa di compensazione
su cosa, dove come e con chi progettare e realizzare, magari definendo
prioritariamente regole e metodologie di spartizione.
Oggi
che i confini tra Stato e aziende sono stati cancellati, associazioni simili
possono anche decidere di sostituirsi ai poteri pubblici per regolare l’economia
e gestire il territorio.
Riciclati e riciclabili
Scorrere
i nomi dei massimi dirigenti dell’Istituto Grandi Infrastrutture
può essere utile per rimettere in discussione l’assunto che ci sia
stata una prima repubblica e che dopo Mani Pulite ne sia iniziata una seconda.
Vice presidente vicario dell’IGI è il cavaliere del lavoro
Franco Nobili, presidente della FIEC – Fédération de l’Industrie
Européenne de la Construction (la federazione delle grandi società
europee di costruzione), con un invidiabile curriculum professionale
nelle maggiori aziende pubbliche e private d’Italia: amministratore delegato
nell’impresa di costruzioni Angelo Farsura
S.p.A. di Milano, dal 1959 al 1989 amministratore e poi presidente
della Costruzioni Generali Cogefar S.p.A. del Gruppo Fiat,
consigliere della Pizzarotti S.p.A. di Parma, vicepresidente e amministratore
della Bastogi-IRBS e infine, dal novembre
del 1989 al maggio 1993, presidente dell’IRI,
l’impero dell’industria statale nazionale ().
La
stagione di Franco Nobili all’IRI coincide con il piano di rilancio
della controllata Società Stretto di Messina e del progetto
del Ponte, con la nomina di Nino Calarco alla presidenza, e con l’inserimento
nella finanziaria, di un pinguo stanziamento annuale a favore della stessa
società.
Nobili
dovette abbandonare l’incarico all’IRI in
seguito all’arresto per una storia di tangenti. Ad accusarlo l’allora vicedirettore
d’Italstat Alberto Mario Zamorani: secondo il manager, Franco Nobili,
insieme al ministro dei trasporti Giorgio Santuz e a quello dei lavori
pubblici Gianni Prandini, avrebbe fatto parte del cosiddetto “sistemone”,
il tavolo di suddivisione di appalti e subappalti per i lavori all’ANAS
e alla Società Autostrade a cui sedevano grandi costruttori
privati, manager delle imprese pubbliche e politici. I giudici di Milano
hanno altresì rilevato nei bilanci della Cogefar - al tempo
della presidenza di Franco Nobili e quando era di proprietà di Acqua
Marcia (Gruppo Romagnoli)
- movimentazioni che hanno lasciato intravedere un giro di tangenti e di
fondi neri. Nobili trascorse settantasette giorni in prigione; rinviato
a giudizio fu assolto otto anni dopo. Successivamente
è finito sotto inchiesta a Milano, Salerno e Roma per vicende relative
agli appalti dell’ENEL. I processi,
tuttavia, hanno dato ragione al vice di Zamberletti: a Milano, dopo la
condanna in primo grado assoluzione in appello; assoluzione a Salerno e
infine prescrizione nel procedimento aperto dai giudici della capitale
().
Tra i vicepresidenti
dell’IGI, compare anche Giancarlo Elia Valori, neopresidente dell’Unione
Industriali di Roma e presidente dell’A.S.E.C.A.P.
– Association Européenne des Concessionnaires d’Autorouts et d’Ouvrages
à Péage (l’associazione europea dei concessionari delle
autostrade a pagamento). Sino allo scorso mese di maggio, Giancarlo Elia
Valori ha ricoperto l’incarico di presidente della Autostrade S.p.A.
la società a capo della più grande rete autostradale del
mondo, con i suoi 3.000 chilometri d’asfalto, 3.200 miliardi di fatturato,
426 di utili. Al suo posto è stato nominato, su designazione dell’Edizione
Holding del gruppo Benetton, maggiore azionista di Autostrade,
il manager Gian Maria Gros-Pietro, presidente uscente dell’ENI,
il quale dovrebbe subentrare a Valori anche alla vicepresidenza dell’Istituto
Grandi Infrastrutture ().
Gli
anni trascorsi da Valori alla guida di Autostrade sono stati decisivi
per l’espansione nel mercato della concessionaria; in particolare il manager
è stato tra gli ideatori del consorzio telefonico Blu, di
cui è stato nominato presidente, per la creazione del quarto gestore
Gsm, e che ha visto scendere in campo oltre ad Autostrade, Benetton,
il costruttore-editore Caltagirone, Mediaset e la British Telecom.
Originario della Calabria, Giancarlo Elia Valori non poteva non restare
insensibile al mito del Ponte sullo Stretto, e sin dalla sua nomina a presidente
di Autostrade è intervenuto
pubblicamente a favore della realizzazione dell’opera, promettendo l’ingresso
finanziario nella Stretto di Messina del colosso di cui era alla
guida.
Come
Franco Nobili, anche Valori è giunto alla presidenza di Autostrade
S.p.A. dopo aver ricoperto incarichi di prestigio nelle maggiori società
pubbliche e private d’Italia: entrato alla Rai
nel 1965 come consulente, ne divenne presto funzionario; negli anni ‘70
fu vicedirettore generale di Italstrade e consulente del Gruppo
Fiat; negli anni ‘80 passò alla vicepresidenza della Sme,
la finanziaria agroalimentare dell’IRI presieduta al tempo da Romano
Prodi. Dopo una breve parentesi alla presidenza della Sirti, società
della Stet, nel 1987 Valori fece ritorno alla Sme, come presidente
della GS Supermercati ().
Tre anni più tardi, il nuovo presidente dell’IRI, quel Franco
Nobili con cui poi avrebbe condiviso la vicepresidenza dell’IGI,
lo nominò nuovamente alla guida della Sme. Infine, nel 1995,
durante il governo di transizione di Lamberto Dini, Giancarlo Elia Valori
diventò il “Signore delle Autostrade” ().
Nel
corso della sua carriera come top manager nelle grandi società a
maggioranza pubblica, Valori si è distinto nella politica delle
privatizzazioni e delle dismissioni delle aziende controllate. Da presidente
della Sme, ad esempio, ha ceduto le prestigiose marche alimentari
Cirio-Bertolli-De
Rica ad una società nelle mani di uno sconosciuto finanziere,
Saverio Lamiranda, che presto le ha rivendute con insperati guadagni al
presidente della Lazio Sergio Cragnotti e alla multinazionale
Unilever.
Prima di passare alle autostrade, Valori ha avuto il tempo di disfarsi
della nota catena di distribuzione alimentare e di ristorazione autostradale
Autogrill, trasferita
alla famiglia Benetton, che l’ex manager Sme
ritroverà nei consigli d’amministrazione dell’Autostrade S.p.A.
e del consorzio telefonico Blu. Alla guida della concessionaria
Valori convincerà il governo a ridurre la propria presenza societaria
e a cedere parte del pacchetto azionario ad una cordata d’imprenditori
capeggiata dai Benetton e da Franco Caltagirone, l’editore de Il Messaggero
a capo della
Vianini costruzioni, socia IGI. Anche Caltagirone,
come Benetton, entrerà poi nel consorzio Blu presieduto da
Valori ().
Meno
conosciuti sono i rapporti intessuti a livello internazionale dal potente
manager, dalla Cina alla Corea del Nord, dal Medio Oriente alla Libia,
dalla Romania di Ceasescu all’Argentina di Juan Domingo Peron. Di quest’ultimo,
Giancarlo Elia Valori è stato amico e profondo estimatore, al punto
di accompagnarlo personalmente in Argentina nel 1973 dopo il lungo esilio
in Spagna. Valori non fu l’unico italiano a bordo dell’aereo di Peron.
Con lui viaggiò anche il gran maestro Licio Gelli alla cui loggia
lo stesso Valori, già massone della ‘Romagnosi’ del Grande Oriente
d’Italia, si era affiliato nel 1973. “Licio Gelli – scrive il giornalista
Gianni Barbacetto - lo contatta perché sa dei suoi ottimi rapporti
con l’Argentina, lo iscrive al Centro Culturale Europeo e lo coinvolge
in una società di import-export chiamata Ase. Che cosa importi
e che cosa esporti - carne, armi, informazioni - non è dato sapere.
Valori comunque sostiene di esserne uscito subito, lasciando Gelli al suo
destino” ().
In realtà, i rapporti tra i due si incrinarono nel momento in cui
Gelli egemonizzò la relazione con il neopresidente Peron e con il
suo braccio destro, il piduista José Lopez Rega. Lo scontro Gelli-Valori
si sarebbe concluso con l’espulsione di quest’ultimo dalla P2.
Nonostante
l’uscita di scena dall’entourage dei fratelli della superloggia, Giancarlo
Elia Valori si è mantenuto in stretto contatto con gli ambienti
dei servizi segreti italiani, in particolare con il generale Giuseppe Santovito,
con il faccendiere Francesco Pazienza e con il giornalista di Op
Mino Pecorelli, successivamente assassinato. Per questi legami certamente
non ordinari tra i manager e gli imprenditori italiani, Valori fu ripetutamente
chiamato a deporre nelle indagini chiave dei primi anni ‘80, quelle della
Procura di Roma sulla P2, del giudice Carlo Palermo sui traffici d’armi,
di Rosario Priore sui suoi rapporti con i Paesi arabi, nel contesto dell’inchiesta
sulla strage di Ustica. A differenza poi dei colleghi a capo dei maggiori
imperi finanziari e imprenditoriali, l’ex presidente di Autostrade S.p.A.
è uscito del tutto indenne dal filone d’indagine di Mani Pulite.
“L’unica ombra di Tangentopoli che lo ha sfiorato è un versamento
di 150 milioni nel giugno 1991;