Mangano protettore mafioso di Berlusconi
E' proprio vero che tutto ha un limite, anche la pazienza dei monaci zen.
E se esplode, esplode in modo incalcolabile.
Torino 4 dicembre 2009 processo d'appello Dell'Utri
«Mache cazzo sta dicendo?», Dell'Utri urla  improvvisamente alla giornalista Antonella Mascali, di Radio Popolare,
perché si è permessa di citare Vittorio Mangano aggiungendo: «Come ha fatto a definirlo un eroe?».
Ora, Dell’ Utri è diventato un’altra persona. È paonazzo. Urla a squarciagola: «Certo che Mangano era un eroe! Se lo metta bene in testa». E scandisce, una, due, tre volte: eroe, eroe, eroe. «Ha capito? Eroe!». Ma cosa fece di tanto straordinario l’eroe Vittorio Mangano? «Cosa fece? Ma lei lo sa che mentreManganoera in carcere, divorato da un tumore, i pubblici ministeri lo chiamavano per dirgli: “faccia quello che vuole, ma si inventi qualcosa contro Berlusconi e contro Dell’ Utri...». E lui? «E lui niente. Non accettò il ricatto, rinunciando alle sicure contropartite che avrebbe ricevuto.Con me si è comportato da eroe...».
Berlusconi e lo stalliere di Arcore
Fonte: http://www.rifondazione-cinecitta.org/mangano-arcore.html

Ecco tutte le accuse nei 25 minuti di intervista di Luttazzi a Marco Travaglio.
Gli inizi misteriosi e la banca Rasini. Craxi alle riunioni fondative di Forza Italia.


I principali passaggi dell'intervista di Daniele Luttazzi a Marco Travaglio a Satyricon, su Rai 2,
sul libro Il colore dei soldi, che racconta tanti misteri legati alle ricchezze e al passato di Silvio Berlusconi

 16 marzo 2001 – testo integrale della trasmissione televisiva
Gli inizi misteriosi e la banca Rasini

Luttazzi: Nel suo libro si parla di tesi, di teoremi?
Travaglio: Si parla di fatti e di documenti, che andrebbero spiegati. C'è un dirigente della Banca d'Italia, Giuffrida, che, su incarico della Procura di Palermo, studia i finanziamenti arrivati negli anni Settanta e Ottanta alle 32-34 holding di Berlusconi

Luttazzi: Cosa sono le holding?
Travaglio: Contenitori di denaro. Questo funzionario ha cercato di capire da dove venissero quei soldi: 115 miliardi in contanti dell'epoca (che sarebbero 500 di oggi), che arrivano in 7 anni in contanti. Non so come arrivino, forse con dei valigioni o dei tir... Alla fine Giufrida si arrende e scrive: provenienza sconosciuta. Solo Berlusconi potrebbe spiegare. Magari c'è qualche benefattore segreto che inviava periodicamente questi soldi...

Luttazzi: Ma non c'è un modo per seguire i movimenti passo passo?
Travaglio: No, Il sistema francovaluta faceva in modo che il soggetto fosse iniindividuabile. Poi ci sono delle amenità come il fatto che alcune di queste società siano state registrate fra i i negozi di parrucchiere e estetista. E Infatti non si trovavano. Poi le banche dicono: "Ci siamo sbagliati...".

Luttazzi: Di che banche si trattava?
Travaglio: Una era la Banca Rasini, dove lavorava il padre di Berlusconi.

Luttazzi: Che cosa faceva il padre di Berlusconi nella Banca Rasini?
Travaglio: E' entrato come impiegato, mi pare che abbia concluso come direttore. La Banca Rasini è indicata dai giudici di Palermo come una di quelle impegnate nel riciclaggio dei soldi della mafia.

Luttazzi: Poi c'è la questione delle società chiamate monouso. Usate una volta e poi fatte sparire. Come funzionano?
Travaglio: Sono società che fanno una operazione e poi tornano all'origine. E' una delle cose più incomprensibili. Neppure una persona di alto livello come Giuffrida riesce a spiegarloi. Solo Berlusconi può farlo. Può darsi che tutto ciò sia lecito. L'importante è spiegarlo.

Craxi alle riunioni di Forza Italia

Luttazzi: Nel libro si parla di due fasi. La prima dagli anni Settanta al 1983, in cui piovono miliardi non si sa perché. Poi inizia la fase craxiana. A proposito, viene fuori che Bettino Craxi a partecipato alla fondazione di Forza Italia, giusto?
Travaglio: Sì, c'è un ex democristiano di nome Maurizo Cartotto che racconta che nel '92 Marcello Dell'Utri lo ha convocato e gli ha detto che Berlusconi stava pensando di mettere su un partito...

Luttazzi: Chi è Marcello Dell'Utri?
Travaglio: E' il braccio destro di Berlusconi, palermitano, che quando Berlusconi ha bisogno di uno stalliere, nel 1974, prende un boss mafioso, Vittorio Mangano, condannato per associazione mafiosa e per traffico di droga, e glielo mette in villa per un anno e mezzo. Ma chiudiamo la parentesi. Cartotto racconta che nel '92 Dell'Utri lo ingaggia Cartotto in Publitalia e gli dice di non dire niente a nessuno perché neppure Confalonieri doveva saperne nulla. Perché Confalonieri dice una cosa semplicissima: "Non possiamo entrare in politica con le tv". Oggi sarebbe tacciato di stalinismo. Comunque si tengono diverse riunioni ad Arcore. E a un paio di queste partecipa anche Bettino Craxi, poco tempo prima di volare ad Hammamet. Cartotto racconta poi anche il movente della  nascita di Forza Italia, illustrato chiaramente dallo stesso Berlusconi durante una convention di quadri Fininvest: "I nostri amici cioè Craxi e compagnia contano sempre meno. I nostri nemici contano sempre di più. Quindi dobbiamo difenderci da soli". Ma c'è un'altra cosa assolutamente straordinaria.

Luttazzi: Qual è?
Travaglio: Che nel 92-93 Berlusconi si aggirava per le sue aziende dicendo che se non fosse entrato in politica sarebbe stato accusato di essere mafioso. Temeva che gli fossero rivolte accusa di contiguità alla mafia. Diceva: "Faranno di tutto, tireranno fuori tutte le carte". Poi, nel '94, in un momento in cui i sondaggi andavano meno bene, disse che la colpa era di Dell'Utri e delle voci su una sua vicinanza alla mafia. Ma Dell'Utri replicava: "Silvio mi dovrebbe ringraziare. Se dovessi aprire in bocca io...". Molto interessante è anche la requisitoria del pm Luca Tescaroli al processo per la strage di capaci, dove stati condannati tutti i boss di Cosa Nostra da Riina in giù. Tescaroli fa un accenno a indagine in corso a Caltanissetta sui mandanti a volto coperto e che avrebbero suggerito se non altro la tempistica. E nella sua requisitoria il Pubblico ministero ha ricordato le parole di alcuni collaboratori di giustizia che dicono che Rina e gli altri, prima della strage avrebbero incontrato alcuni personaggi importanti: Berlusconi e Dell'Utri.

Luttazzi: Ma sono accuse che non sono state dimostrate...
Travaglio: Fanno parte di una requisitoria, sono state pronunciate in un'aula di tribunale. E' un documento pubblico, che penso meriterebbe un certo interesse. Invece niente. E' il periodo dell'attenzione della mafia al patrimonio artistico italiano e dell'attentato a Maurizio Costanzo che era contrario all'ingresso di Berlusconi in politica.

La legge Tremonti

Luttazzi: Un capitolo molto interessante è quello sulla legge Tremonti, l'esponente di Forza Italia che pochi giorni fra ha dato del gangster a Visco, e Mediaset. Che cosa è successo?
Travaglio: In soldoni, la legge Tremonti offre sgravi alle aziende che reinvestono gli utili. E' successo che Mediaset ha comprato dei film e ha chiesto al governo se poteva beneficiare o no degli sgravi per 243 miliardi. Non so se ne avesse diritto oppure no. C'è chi sostiene di no, in quanto i film non sono assimilabili a un investimento materiale. Ma non è questo il punto. Il punto è che a beneficiare della legge è colui che l'ha fatta, che con una mano fa la legge e con l'altra ne gode i benefici. E' lo stesso Berlusconi che si domanda "posso"? Si risponde di sì e ci guadagna 250 miliardi

Luttazzi: Ma Berlusconi, quando gli rimproverano il conflitto di interessi, dice che ogni volta che si parlerà di cose che lo riguardano si alzerà e se ne andrà dal Consiglio dei ministri.
Travaglio: Allora il suo dovrebbe essere un governo vacante, in esilio.

Luttazzi: Ho provato a elencare le cose di cui si occupa: televisioni, assicurazioni...
Travaglio: Negozi di parrucchieri...

L’intervista a Paolo Borsellino

Luttazzi: E poi nel libro c'è la trascrizione di un'intervista filmata a Paolo Borsellino.
Travaglio: Un'intervista agghiacciante a Borsellino. Roberto Morrione, direttore di Rainews24 l'ha proposta a tutti, ma non trova nessuno a cui interessi.

Luttazzi: Che cosa dice di così agghiacciante?
Travaglio: Dice che la procura di Palermo sta indagando su Berlusconi, Dell'Utri e Mangano. E poi dice che c'è un'intercettazione telefonica in cui Mangano, nel 1981, contratta con Dell'Utri a proposito di un cavallo. E dice anche che nel Maxiprcesso si è appreso che Mangano, quando parla di cavalli si riferisce a partite di droga. Borsellino, che ha senso dell'umorismo, dice : "Nella telefonata si parla di cavalli consegnati in un hotel. Se io dovessi consegnare dei cavalli li consegnerei all'ippodromo o al maneggio". Che cosa si direbbe di Borsellino, se fosse vivo oggi? Che è una toga rossa, che è arrivata la cavalleria comunista? Ma Borsellino votava per il Movimento sociale. Se facesse oggi questa intervista sarebbe deferito come minimo al Csm. Comunque la cassetta c'è ed è in questo paese non si trova un programma che la mandi in onda se non di notte. Acquisita agli atti della Procura Caltanissetta che si occupa delle stragi. Sarebbe molto interessante sapere di che si occupava la procura di Palermo poco prima che i suoi due maggiori esponenti saltassero per aria.

Luttazzi a Travaglio: Grazie. Con questo libro dimostri di essere un uomo libero,
e non è facile trovare uomini liberi in quest'Italia di merda.


L’ex stalliere di casa Berlusconi

L’impiego di Mangano da parte di Berlusconi come stalliere e factotum ad Arcore tra il 1973 e il 1976 era una questione che interessò i magistrati. Cancemi disse loro che Riina aveva deciso di gestire direttamente i presunti contatti con Berusconi e Dell’Utri. Nel febbraio 1994 e nell’aprile 1998, in entrambi i casi rispondendo alle domande dei magistrati di Caltanisetta, Cancemi  disse che Riina, intorno alla fine  del 1990, gli aveva dato istruzioni di coordinare Mangano, un subordinato  che faceva parte del mandamento guidato da Cancemi, di farsi da parte, lasciando gestire direttamente i rapporti con Del’Utri e Berlusconi a Riina.

I processi per le stragi Falcone e Borsellino hanno ripercorrono minuziosamente le indicazioni dei pentiti su nuovi referenti politici di Cosa nostra e i canali attivati per trarne il massimo dei vantaggi. La procura di Caltanisetta e Firenze hanno anche svolto meticolose indagini sui “mandanti occulti” delle stragi iscrivendo nel registro degli indagati Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Ma l’unico processo fatto è quello di Marcello Dell’Utri , condannato in primo grado a 11 anni, condannato pel le collusioni con le cosche siciliane.

Antonino Giuffrè

Antonino Giuffrè fu catturato nelle campagne vicino a Cacciamo, un paesino a 40 chilometri da Palermo. A Cacciamo, Giuffrè era capo mandamento, un mafioso di altissimo livello, molto vicino a Bernardo Provengano, che aveva incontrato un mese prima di essere arrestato. Giuffrè si era assunto il delicato compito di ricostruire Cosa nostra dopo i danni inflitti da polizia e magistratura con la cattura e i processi di molti affiliati. Due mesi dopo l’arresto, Giuffrè disse ai magistrati di essere disposto a collaborare con loro. Il pomeriggio del 20 gennaio 3003, Giuffrè depose al processo contro Marcello Dell’Utri, senatore siciliano di Forza Italia accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, condannato in prima istanza con sentenza dell’ 11 dicembre 2004. Berlusconi e Dell’Utri erano amici intimi da molto tempo ( si erano conosciuti all’Università), e Dell’Utri in seguito aveva lavorato per Berlusconi ed era diventato la forza trainante che stava dietro al suo ingresso in politica. Giuffrè non si trovava a Palermo al momento di deporre. Si trovava in prigione: la sua testimonianza da una località segreta è stata ascoltata grazie ad una videoconferenza. Il grande schermo nell’aula di tribunale di Palermo mostrava le spalle arrotondate di un uomo quasi calvo, con indosso una giacca biancastra. Giuffrè parlava lentamente, a volte passando le dita sul bordo del tavolo, altre volte giocherellando con una penna nella mano sinistra.

In aula Dell’Utri, vestito elegantemente, con occhiali dal bordo d’oro, stava seduto impassibile, a braccia incrociate. I suoi avvocati avevano obiettato che la deposizione di Giuffrè era inammissibile, ma la corte aveva rigettato l’istanza e aveva deciso di acquisire la deposizione del pentito.

L’obiezione degli avvocati di Dell’Utri si basava su una legge approvata nel 2001, che fissava un tempo limite di sei mesi entro il quale i collaboratori di giustizia dovevano raccontare ai magistrati tutto quello che sapevano. Dal momento in cui decidevano di vuotare il sacco,  i collaboratori di giustizia avevano sei mesi per dire tutto, fino in fondo. Una volta esaurito questo periodo, qualsiasi fatto, o informazione, venga considerata ininfluente ai fini processuali tanto da non venire neanche acclusa al processo.

<< Il limite di sei mesi dimostra che lo Stato non è interessato a quello che hanno da dire i collaboratori di giustizia>>, ha osservato Gozzo, che faceva parte del gruppo di magistrati che hanno messo sotto processo Dell’Utri. Giuffrè era stato un criminale per trent’anni, e sei mesi non erano sufficienti. Era impossibile per Giuffrè raccontare tutto entro la meta di dicembre del 2002 ( entro il quale scadevano i sei mesi)

Uno dei problemiera organizzare gli incontri con tutti quei magistrati ( non sono in Sicilia ma in tutta ltalia) che volevano interrogarlo.

Altrettanto importante, però, era il tempo necessario per convincere Giuffrè a raccontare ai giudici tutto quello che sapeva. I mafiosi avevano talmente tante riserve a parlare della mafia, prima fra tutte quell’omertà che li lega fra di loro, che all’inizio non offrivano una piena collaborazione. I pentiti dovevano prima completare un percorso psicologico e il limite dei sei mesi non teneva conto  di questo elemento. Inoltre, scaduto il termine dei sei mesi, i pentiti non potevano più dire nulla.

Per far cambiare la legge, una settimana dopo la morte di Caponnetto, il 6 dicembre 2002, la vedova ottantenne, Elisabetta, scrisse al ministro della Giustizia di Berlusconi per chiedergli di  estendere il dannoso limite dei sei mesi. << E’ strano ritirare fuori la mia macchina da scrivere, con cui tante volte ho battuto lettere e messaggi per conto di Nino. Ma leggere sui quotidiani di ieri le Sue dichiarazioni ha aggiunto al dolore per la morte di Nino un ulteriore forte disagio>>, scriveva. Nonostante il voto unanime della Commissione parlamentare Antimafia e gli appelli del Procuratore Antimafia e dei magistrati di Palermo, il ministro rifiutò ostinatamente di estendere il periodo di sei mesi, dicendo che i pro e i contro di questa proroga si compensavano. << Vorrei che mi aiutasse a rispondere a questa domanda che mi assilla: Ministro, quali sono i contro?, ha chiesto Elisabetta Baldi Caponnetto. Il ministro di Berlusconi non ha cambiato idea, ma la vedova di Caponnetto ha sentito il calore e la solidarietà di tanti italiani per bene, magistrati e gente comune, che si sono recati a Firenze per assistere ai funerali di suo marito e rendergli omaggio. Il governo Berlusconi, oltre a farsi notare per la sua assenza quel giorno, sembrava voler limitare le rivelazioni di Giuffrè

Mangano chiamava Dell’Utri

Il legale di Vittorio Mangano, lo 'stalliere' di Arcore, chiamava spesso l'utenza telefonica del senatore Marcello Dell'Utri. Lo ha accertato il vicequestore di Polizia, Gioacchino Genchi, consulente informatico della Procura di Palermo, che questa mattina ha deposto a Palermo al processo a carico dell'ex manager di Publitalia, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Genchi, rispondendo alle domande del pm Nico Gozzo, ha elencato numerose telefonate che sarebbero state effettuate dall'avvocato Francesco Marasa', legale di Mangano, tra il '97 e il '98 all'indirizzo di Dell'Utri. ''C'e' una coincidenza cronologica - ha spiegato Genchi - con l'avvocato Marasa' che chiama, nell'arco di una giornata, prima le utenze telefoniche dei familiari di Mangano, e poi con lo stesso cellulare, chiama il telefono personale di Dell'Utri''. Il vicequestore ha anche inziato a parlare delle telefonate compiute da Domenico Orsini, uno dei fondatori del partito 'Sicilia Libera', verso l'utenza di Dell'Utri. Dichiarazioni che hanno provocato la reazione dei difensori dell'imputato, Enrico Trantino e Roberto Tricoli, secondo i quali le parole di Genchi sarebbero state ''fuori dall'articolato di prova ammesso dal Tribunale''. ''Questo - ha detto Trantino - e' diventato un processo enciclopedico e ha assunto dimensioni non controllabili''. Per questo, hanno chiesto la sospensione dell'udienza e l'ammissione di tutti gli atti relativi al processo 'Sicilia Libera'. Genchi ha, inoltre, ricordato al Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta le telefonate compiute da un telefono cellulare in uso ad Enrico Di Grusa, genero di Vittorio Mangano, verso il telefono di Dell'Utri.''Il 9 giugno del '96 - ha detto - sono partita dal telefono in uso a Di Grusa diverse telefonate, tra cui a Mangano, fino ad arrivare a Marcello Dell'Utri. Una telefonata durata 84 secondi in tutto''. Lo stesso cellulare avrebbe anche chiamato lo studio legale Dominioni, legale di Dell'Utri. ''Sono soggetti - ha detto - che hanno fatto da tramite ad altri soggetti''. ''Le telefonate dell'avvocato Marasa' non dicono proprio nulla, anzi rappresentano il 'deserto probatorio''': cosi' Dell'Utri ha commentato all'Adnkronos le dichiarazioni del vicequestore, al termine dell'udienza di oggi che e' stata rinviata a lunedi' prossimo, 18 febbraio. ''Io non ho mai avuto un numero telefonico diretto - ha proseguito l'imputato - tutte le mie telefonate venivano smistate dal centralino. E qui viene dimostrato che le telefonate arrivavano al centralino, dove chiamano migliaia di persone per parlare con me''


Adakronos 12 febbraio 2002
L’odore della censura

Marco Travaglio è, insieme a Elio Veltri, l'autore del libro "Il colore dei soldi" e uno degli artefici del caos politico che ruota intorno a Satyricon in questi giorni. Nel giorno in cui il CDA della Rai decide di non mandare in onda la trasmissione di Luttazzi, Clarence intervista Travaglio per andare a fondo sulla questione dei 50 miliardi di danni chiestigli da Mediaset. Il povero querelato è tranquillo, simpatico e disponibile. Potrebbe andar bene per fare il nuovo testimonial della sinistra in campagna elettorale, anche se lui non ci sta.

• Marco, hai proprio scombussolato i piani alti della Rai. I consiglieri del Cda Gamaleri e Contri che si dimettono (e poi ci ripensano), Fini che minaccia rappresaglie dopo le elezioni, le istituzioni che intevengono. Insomma, un bel caos ...
Delle beghe interne al consiglio di amministrazione della Rai non ne voglio proprio sapere. Per quanto riguarda il piano politico, se la mia intervista ha provocato le ire del centro-destra, non posso certo affermare che il centro-sinistra abbia gradito. Durante tutta la campagna elettorale, i signori dell'Ulivo hanno sempre accusato Berlusconi di frequentare la cattiva compagnia di Bossi e Fini, senza capire invece che sono proprio Bossi e Fini a frequentare la pessima compagnia di gente Berlusconi e Dell'Utri. La sinistra, che adesso si mostra imbarazzata, mai si sarebbe sognata di scendere su questo piano.

• Dopo una settimana di polemiche, puoi dirci la verità: le domande che ti ha rivolto Luttazzi erano preparate?
Guarda, prima di andare a "Satyricon" non avevo mai parlato con Luttazzi in vita mia. L'ho praticamente conosciuto quando sono arrivato negli studi. Sapevo che Luttazzi aveva letto il mio libro, "L'odore dei soldi", che gli era piaciuto e che per questo aveva deciso di invitarmi. Poco prima di iniziare le riprese, gli ho chiesto di che cosa avremmo parlato e lui mi ha risposto "Ci vediamo in trasmissione". Le domande per me sono state assolutamente a sorpresa, così come il tempo che mi è stato dedicato.

• Per quale motivo il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri vuole citarti in giudizio per 50 miliardi? Tu accusi Berlusconi e Mediaset ti querela? Allora il conflitto di interessi esiste...
Il bello è proprio questo. D'altra parte, se il presidente onorario del Milan può permettersi di licenziare in tronco l'allenatore, il presidente di Mediaset può permettersi di difendere l'onorevole Berlusconi querelando due giornalisti che si occupano da sempre di questioni politiche e non aziendali.

• Ma la cifra che ti viene richiesta non ti preoccupa nemmeno un po'?
Ma non scherziamo! Prima di agire mi sono consultato con avvocati, magistrati ed esperti del settore. Tutto quello che ho scritto è documentato e agli atti, non può essere smentito. A chiedere si fa in fretta, poi bisogna saper dimostrare i fatti.

 • Forse li hai fatti arrabbiare con la storia di Mangano...
E pensare che la vicenda Mangano è nota da molto tempo. Molto peggio è la lista finale dei processi e delle sentenze a cui è stato sottoposto Berlusconi.

 Eppure Berlusconi ti ha definito "condannato per diffamazione".
E' vero, lo confesso. Ho una condanna per diffamazione in primo grado. Berlusconi invece è soltanto il politico più inquisito d'Europa. Ha moltissime condanne per corruzione della guardia di finanza da cui si è salvato solo grazie alla prescrizione. I reati però c'erano, era solo passato troppo tempo per il giudizio. E, nelle condizioni giudiziarie in cui versa, questo signore si permette di dare del "condannato" agli altri.

• Dopo tutto quello che è successo, perché non diventi un testimonial della campagna elettorale della sinistra? Se vuoi, ti proponiamo per i nuovi manifesti dell'Ulivo. Il tuo faccione a fianco di quello di Rutelli.
Eh eh eh...vi assicuro che gli ulivisti non gradirebbero molto, soprattutto perché io proprio di sinistra non sono. Eppoi di recente Rutelli ha rifiutato di partecipare a un dibattito che avrei dovuto moderare io. Se non vi basta questo.

• E Montanelli si è fatto sentire?
Mi ha telefonato qualche giorno fa, per avere informazioni sul mio libro e su quello di Peter Gomez che parla del medesimo argomento: la mafia di Berlusconi. Solo che Gomez, non andando in televisione, non è stato querelato.

• Che effetto fa sapere che il tuo libro è più venduto di "Baudolino" di Umberto Eco?
Mi fa onore, anche se non credo di meritare tanto. Il numero di vendite testimonia che si sta formando in Italia un "idem sentire" di coscienza civile di fronte al quale Berlusconi e i suoi accoliti prima o poi dovranno rendere conto.

• Grazie Marco, e che Dio te la mandi buona...
Grazie, mi basterebbe riuscire a trovare la strada giusta. Sapete mica dov'è via Colico qui a Milano?


da Clarence: Marco Travaglio assolto

Marco Travaglio assolto. Silvio Berlusconi condannato al pagamento delle spese legali.
I giudici hanno così risposto alla denuncia che il presidente del Consiglio nel 2001 aveva presentato alla magistratura, per essere stato «devastato» da Travaglio durante Satyricon, la trasmissione di Daniele Luttazzi allora in onda su Rai Tre, e che la rete fu costretta a chiudere immediatamente dopo.

Travaglio aveva parlato, in particolare, della provenienza dei primi soldi utilizzati dall’allora imprenditore edile Silvio Berlusconi per mettersi in affari negli anni 70, e dei rapporti col boss mafioso Vittorio Mangano, lo “stalliere di Arcore”.
«Acqua fresca» dice ora Travaglio, se paragonata al contenuto della sentenza con cui i giudici di Palermo hanno recentemente condannato Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

Per chi non lo avesse letto, il recente libro L’Amico degli amici di Marco Travaglio e Peter Gomez, riassume la requisitoria con la quale i Pm siciliani hanno ottenuto la condanna del presidente di Publitalia. Sostanzialmente un riassunto, che spiega come Forza Italia sia stata fondata da Marcello Dell'Utri su ordine di Bernardo Provenzano, il boss dei boss di Cosa Nostra.
E questa non è acqua fresca: secondo la ricostruzione dei giudici, nei primi anni 90 Cosa Nostra avrebbe deciso di liberarsi del proprio referente politico storico, una Dc dalla quale non si vedeva più sufficientemente tutelata, per cercare protezione nel Psi di Bettino Craxi. Non a caso: tramite la vecchia conoscenza Dell'Utri, l’obiettivo era quello di raggiungere il segretario del Psi attraverso un’altra vecchia conoscenza: Silvio Berlusconi, vecchio "amico" ed ex compagno di studi di Marcello Dell'Utri.

Ma con l’esplosione di Tangentopoli e la fine del partito socialista, Cosa Nostra si trova in grossi guai (al punto che si arriva a programmare anche l’omicidio di Antonio Di Pietro, per liberare il Psi dall’assedio della Procura di Milano): abbandonato il vecchio referente, la mafia non solo non riesce a stringere il legame con quello che avrebbe dovuto essere il nuovo, ma lo vede disintegrarsi nel giro di pochi mesi.

Per questo la strategia della tensione: le bombe di via Palestro a Milano, degli Uffizi a Firenze e quelle di Capaci e via D’Amelio, che uccisero Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti di scorta. Bombe che, secondo i giudici di Palermo, hanno la funzione di mandare un messaggio allo Stato: Cosa Nostra non può restare senza un referente politico.
E’ a questo punto, quando la mafia capisce che nessun partito è in grado di tutelarla, che per ordine di Bernardo Provenzano viene contattato Marcello Dell'Utri, un manager che nel corso degli anni è stato più volte licenziato per manifesta incapacità da Silvio Berlusconi. L’ex compagno di università dovrà tornare ad essere dirigente del gruppo Fininvest, con il compito di costituire un nuovo partito che tuteli gli interessi di Cosa Nostra: Forza Italia.

Questi i fatti secondo il tribunale che ha condannato Marcello Dell'Utri. Come fatti erano quelli di cui Marco Travaglio parlava quattro anni fa nella trasmissione di Daniele Luttazzi. (red.is)
 
Mangano protettore mafioso di Berlusconi
Repubblica — 26 settembre 2009   pagina 1  - ATTILIO BOLZONI 

Dell'Utri quelle amicizie le ha sempre avute, in Sicilia e a Milano.
Poi però ha incontrato lo «stalliere» ed è cambiato tutto. Con lui è cambiata la sua vita. Con Vittorio Mangano - nato a Palermo il 18 agosto 1940 e morto a Palermo il 23 luglio del 2000 - Marcello Dell' Utri è stato trascinato nell' arena siciliana,
è stato processato, è stato condannato.

Tutto per un «cavallo».
Un cavallo che (per i poliziotti) non era un vero cavallo: era una partita di droga.
- DI CARLO Francesco Di Carlo boss della droga CRIMINALPOL -
La Nota Criminalpol del 19 ottobre 1984 CANCEMI:  Il ricordo del pentito Salvatore Cancemi

SE UN inizio c' è in questa storia, quell' inizio è in un pomeriggio piovoso del febbraio 1980. Vittorio Mangano, mafioso
della «famiglia» di Porta Nuova, quello che negli anni a venire sarà conosciuto in tutta Italia come lo «stalliere» di Arcore, alloggia in una suite dell' Hotel Gran Duca di York di Milano. Verso il tramonto afferra il telefono e compone il numero 8054136 intestato a un tale Sergio Fava. Il telefono squilla, in linea però non c' è Sergio Fava ma Marcello Dell' Utri, allora segretario particolare di un Silvio Berlusconi noto soltanto a Milano come impresario edile. Lo «stalliere» gli propone un affare, gli dice «che ha anche un cavallo che fa per lui». Risponde Dell' Utri: «Per il cavallo ci vogliono i piccioli e io non ne ho». A quel punto tutti e due si mettono a ridere, Mangano lo incalza. Gli chiede: «Perché i piccioli, i soldi, non te li fai dare dal tuo amico Silvio?». Gli risponde ancora Dell' Utri: «Quello lì `n' sura», quello lì non suda, non scuce niente.

LA TELEFONATA INTERCETTATA La telefonata è intercettata dalla polizia. Prima finisce nel rapporto della Criminalpol di Milano - il fascicolo è il numero 0500 del 13 aprile 1981 «dove vengono trattate insospettabili persone che costituiscono il vero centro motore del crimine mafioso in Lombardia» - poi entra in un' altra nota della Criminalpol (è del 19 ottobre 1984) che è la prima pietra del processo di Palermo contro Marcello Dell' Utri. Ecco alcuni stralci di quell' informativa: «Dell' Utri è stato oggetto di indagine da parte di questo Centro Criminalpol Lombardia.. Lo spunto viene principalmente da alcuni servizi di intercettazione dal quale era emerso il rapporto che esisteva fra il mafioso Mangano Vittorio e il più volte citato Dell' Utri Marcello. Tale rapporto è chiaramente evidenziato in una telefonata». Così sono cominciate altre indagini. «Signor Mangano, ricorda quando ha conosciuto esattamente l' onorevole Marcello Dell' Utri?», gli chiedono i magistrati di Palermo il 5 aprile del 1995? «Da una vita», risponde lui. Da quale vita? «Da quando Dell' Utri era presidente della squadra di calcio della Bacigalupo, io andavo al campo dell' Arenella a vedere a giocare quei ragazzi, un bel calciatore era anche il figlio di Tanino, Tanino Cinà».
SPEDITO DAI BOSS IN BRIANZA Comincia su quel campetto di sabbia spruzzato dalla schiuma del mare dell' Arenella - a cavallo fra gli anni ' 60 e ' 70 - l' avventura di «eroe» di Mangano Vittorio, uomo d' onore inviato dai boss siciliani in Brianza nel quartier generale di Berlusconi. Per accudire i cavalli dell' imprenditore che 20 anni dopo diventerà primo ministro? Per proteggerei suoi figli dall' Anonima Sequestri? Come andarono o come non andarono le cose, secondo i pubblici ministeri palermitani il futuro presidente del Consiglio con Vittorio Mangano in casa «si espose alla pericolosa "attenzione" dell' organizzazione mafiosa che ricercava sbocchi per i suoi capitali». Quando lo «stalliere» si sistema in via Villa San Martino 42 (è il domicilio che dichiara alla Questura), raccomandato da Dell' Utri, è già stato tre volte all' Ucciardone, due volte diffidato come «soggetto pericoloso», due volte finito sotto inchiesta per ricettazione e tentata estorsione, una volta sospettato di traffico di stupefacenti. Uomo d' onore a Palermo, «stalliere» a Milano. Una fortuna per quei boss che l' hanno piazzato lassù e che salgonoe scendono dalla Sicilia. Per andare a trovare lui ma soprattutto per conoscere i suoi nuovi «padroni». Un giorno - è la metà degli anni `70 - tutta la «crema» della mafia di Palermo incontra Silvio Berlusconi.
L' INCONTRO CON BERLUSCONI Il racconto è di Francesco Di Carlo, un boss della droga: «In un ufficio non molto distante dal centro di Milano ci accolse Dell' Utri. Dopo quindici minuti venne Berlusconi. A quella riunione eravamo presenti: io, Tanino Cinà (ricordate?, la Bacigalupo), Mimmo Teresi, Stefano Bontate, Marcello Dell' Utri e Silvio Berlusconi». Il boss ricorda anche come finì la riunione: «Berlusconi disse che "era a nostra disposizione per qualsiasi cosa", e allora anche Bontate gli rispose nello stesso modo». Se i padrini salgono a Milano, Marcello Dell' Utri torna a Palermo. È nel suo ambiente, «conosce». Frequenta Pino Albanese della «famiglia» di Malaspina. E poi Giovanni Citarda detto «Gioia mia». Tutti e due sono legatissimi a Stefano Bontate, il capo dei capi che ha voluto Vittorio Mangano ad Arcore. Spiegherà qualche anno dopo il pentito Salvatore Cancemi: «Il rapporto fra Mangano e Dell' Utri era strettissimo. Mangano in pratica usava Dell' Utri e gli poteva chiedere qualsiasi cosa: per esempio Mangano mi disse che nella tenuta nella disponibilità di Dell' Utri furono nascosti anche latitanti.. i fratelli Grado».
PIANTO COME UN EROE Quando lo «stalliere» è morto, il senatore l' ha pianto: «E' morto per causa mia. Era ammalato di cancro, è stato ripetutamente invitato a fare dichiarazioni contro di me e Berlusconi. Se lo avesse fatto, l' avrebbero scarcerato con lauti premi e si sarebbe salvato. È un eroe, a modo suo». Sulla sua lapide, i figli dello «stalliere» hanno fatto scrivere: «Hai dato un valore alla storia degli uomini non barattando la dignità per la libertà».