LA LEGGE DEL CONTRAPPASSO:
DOPO ROMA LADRONA ARRIVA LA LEGA LADRONA
Fonte:il Fatto Quotidiano
Nuovo colpo per l'amministrazione Formigoni: il presidente del consiglio regionale,
il leghista è accusato nell'ambito di un'inchiesta per tangenti urbanistiche.
Buona parte dell'inchiesta si basa sui verbali dell'architetto Michele Ugliola.
Il capogruppo alla Camera Giampaolo Dozzo se la prende con i magistrati:
"Per la Lega un occhio di riguardo"

Lombardia, tangenti targate Lega: i verbali che accusano Davide Boni
A parlare è l'architetto Michele Ugliola che inizia a collaborare con la procura a partire dal luglio scorso.
Da qui iniziano alcune intercettazioni decisive.
Sul piatto un sistema di corruzione messo in piedi dal presidente del consiglio regionale
che, ovviamente, si dichiara completamente estraneo ai fatti

“Tranquillo, vai avanti che il partito ti copre”. E’ il 2009, quando Daniele Ghezzi,  portavoce di Davide Boni, risponde così all’allora assessore di Cassano d’Adda, Marco Paoletti, che si lamenta delle continue richieste di denaro da parte dell’architetto Michele Ugliola. Due anni dopo, paradossalmente, sarà proprio Ugliola a inguaiare il presidente del consiglio regionale lombardo. Finito in carcere nell’inverno del 2010 per un giro di mazzette che smantella l’intera giunta di Cassano d’Adda, Ugliola inizia a collaborare con il procuratore aggiunto Alfredo Robledo. Riempie pagine di verbali. Tutti segretati. Racconta, in sostanza, il secondo tempo della corruzione. Quando, ad esempio, le tangenti si concordavano al tavolo del ristorante Riccione, noto ritrovo di politici, imprenditori e faccendieri.

Ma l’architetto non sarà il solo ad alzare il velo sul malaffare targato Lega. Dopo di lui tocca a quell’assessore che si lamentava con Ghezzi. Parla anche Marco Paoletti che dopo la gavetta in comune è arrivato fino in Provincia. Grazie a lui, la procura inizia a capire il piano: fatture false a otto zeri emesse dalla società di Ugliola. Tradotto fondi neri: un tesoretto dal quale si attingeva per corrompere. Ed è così che i magistrati arrivano a una prima conclusione. Si legge nel decreto di sequestro: “Boni e Ghezzi utilizzavano gli uffici della Regione cone luogo d’incontro pe concludere accordi e consegne di denaro”.

Ugliola, poi, porta il carico da novanta: i pagamenti. Circa 300mila euro, dice, consegnati nelle mani di Ghezzi. Di questi, dice Ugliola, centomila sono arrivati dall’immobiliarista Luigi Zunino (tra i sette indagati dell’inchiesta). In realtà, prosegue Ugliola, la tangente doveva essere molto più ricca: circa 800mila euro. In cambio l’imprenditore avrebbe ottenuto un’accelerazione per le opere di Santa Giulia e Sesto San Giovanni. L’operazione, però, si incrocia con le elezioni del 2010, quando Boni non viene più riconfermato come assessore all’urbanistica. E così Zunino sborsa solo centomila euro.

Il sistema è oliato. Dopo Zunino, tocca all’imprenditore Francesco Monastero. Sul piatto un mega centro commerciale nel Pavese. Prezzo della corruzione: 800mila euro. Ancora Ugliola e di nuovo la sua società. Il gioco è sempre lo stesso: fatture false per creare la provvista. Della mazzetta complessiva, prosegue l’architetto, ancora una volta nelle mani di Boni e Ghezzi arrivano 200mila euro.

Nel luglio scorso, Ugliola inizia a parlare. Filtrano le prime indiscrezioni. S’intravede lo scenario. Tanto più che l’ex sindaco di Cassano Edoardo Sala, in carcere per corruzione, racconta di quando, assieme a Ugliola, andava in regione a trovare Boni. In quell’estate non c’è molto di più. I magistrati proseguono a verbalizzare. E insieme dispongono intercettazioni che, sostiene la procura, confermano il quadro probatorio. Come le tangenti per milioni euro che Ugliola avrebbe dovuto ottenere con la riqualificazione dell’ex linificio di Cassano. Il resto sta nei verbali fiume dell’architetto e di suo cognato che a cassano rastrellava materialmente ilo denaro dagli imprenditori.



Lombardia, una Regione di inquisiti: da Prosperini a Penati 

L’assessore allo Sport e ai Giovani Piergianni Prosperini è stato arrestato in diretta tv nel 2009, durante un collegamento con una tv locale. “Ora ti devo lasciare”, diceva frettolosamente al giornalista che aveva annusato la notizia. Il fustigatore dei costumi, ex leghista passato ad An, protagonista di crociate televisive autogestite in cui tuonava contro gli immigrati, i centri sociali, i gay, finiva in carcere per corruzione, in un’inchiesta relativa agli spot commissionati dalla Regione Lombardia. Dopo aver patteggiato una pena di tre anni cinque mesi, Prosperini ci ricasca. Ora è di nuovo sotto processo, di nuovo per corruzione, di nuovo per accuse relative alla sua carica di assessore, ma la Regione Lombardia ha deciso di non costituirsi parte civile.

Roberto Formigoni guida la regione Lombardia dal lontano 1995, miete consensi a ogni tornata elettorale, ma la sua lunga parabola è accompagnata dai numerosi guai giudiziari che colpiscono il suo”inner circle”, specie negli ultimi tempi. Dopo Prosperini è toccato a un big del Pdl, il vicepresidente del Consiglio regionale Franco Nicoli Cristiani, arrestato il 30 novembre 2011 nella sua casa di Brescia, dove i carabinieri trovano due buste con 100 mila euro in banconote da 500 euro. Tangenti sulle concessioni di cave e discariche, secondo gli inquirenti, che portano in carcere anche un funzionario dell’Arpa e l’impernditore Pierluca Locatelli, il presunto corruttore.

Il 16 gennaio 2012 è la volta del molto chiacchierato Massimo Ponzoni, consigliere segretario dell’ufficio di presidenza. Ma soprattutto plenipotenziario di Formigoni in Brianza, ex assessore, il più votato del partito con 11 mila preferenze, e più volte assessore. Ponzoni è arrestato per bancarotta fraudolanta – per alcune società immobiliari che gestiva insieme ad altri pezzi grossi del Pdl lombardo – e per corruzione. La Procura di Monza gli contesta anche il pagamento di “vacanze esotiche e in barca” per Formigoni (che smentisce) a spese delle suddette società. Ponzoni è anche più volte citato nell’inchiesta Infinito del 2010 sulla ‘ndrangheta, che proprio a Desio – culla del potere ponzoniano – ha messo le sue radici più profonde in Lombardia. “Caso personale e non politico”, commenta il governatore, ma non si comprende come possa essere “personale” un’accusa di corruzione, relativa per di più a vicende urbanistiche brianzole. Non resta immune la sinistra. Il 20 luglio 2011 viene indagato il Pd Filippo Penati. E’ accusato di corruzione. L’inchiesta fa emergere il cosiddetto sistema di Sesto San Giovanni.

Oggi, l’ennesima accusa di corruzione per un uomo al top del potere regionale, il presidente del consiglio Davide Boni, della Lega nord. Anche lui indagato per vicende strettamente connesse alle sue funzioni in Regione.

Gli arresti e le indagini che colpiscono i big sono inframmezzati da tante vicende che imbarazzano il “celeste” Formigoni al di là dei risultati giudiziari: dal lontano scandalo Oil for Food al recente crac dell’ospedale San Raffaele, fiore all’occhiello della sanità lombarda, che equivale a dire fiore all’occhiello della politica formigoniana. Nomi, casi, ombre, riassunti per esempio nelle “dieci domande” – senza risposta – rivolte al presidente dai consiglieri di Sel Giulio Cavalli e  Chiara Cremonesi.

Domande che rievocano tra l’altro le sempre più numerose inchieste sulla mafia in Lombardia che vanno a lambire la Regione e le sue competenze. Il direttore sanitario della Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, è attualmente imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, gravato da vanterie imbarazzanti sul proprio ruolo nella ‘ndrangheta, rimaste impresse nelle intercettazioni. E Formigoni non si è fatto alcun problema a promuovere alla Asl più importante della provincia di Milano quel Pietrogino Pezzano filmato e intercettato in amichevoli contatti con i boss calabresi della solita Desio. E costretto alle dimissioni soltanto dalla rivolta dei sindaci interessati.




Ponzoni, tangenti e ‘ndrangheta in Lombardia 
Tutti sapevano, tranne Formigoni 
Il governatore resiste alle richieste di dimissioni, con la benedizione della Lega e di Alfano:
"Caso personale, non politico". Invece le vicende che hanno portato in carcere l'ex assessore venivano
denunciate da quasi dieci anni. Senza scalfire la sua carriera, né quella della sua "cricca" brianzola

Come si fa carriera nel Pdl lombardo? Il governatore Roberto Formigoni ha affermato che l’ordine d’arresto per l’ex assessore Massimo Ponzoni è un “caso personale, non politico”, la Lega nord gli è andata subito dietro con il vicepresidente della Regione Andrea Gibelli. Poi è arrivata la benedizione del segretario nazionale del Pdl Angelino Alfano: “Le accuse rivolte a Massimo Ponzoni non intaccano in alcun modo l’operato del presidente della Regione Lombardia, né il sistema Lombardia”. Invece mai come questa volta il caso è strettamente politico, perché l’esistenza di una “cricca brianzola” coordinata da Ponzoni – protagonista della politica dal 1995, quando giovanissimo fu eletto consigliere comunale per Forza Italia con un record di preferenze – era nota a tutti.

I nomi, gli affari sospetti, le connessioni pericolose con la ‘ndrangheta venivano denunciati pubblicamente da anni dall’opposizione di centrosinistra a Desio, cittadina in provincia di Monza epicentro del potere del numero del Pdl in Brianza, e riportate dai giornali. Non solo quest’ultima per corruzione, bancarotta e altri reati, ma anche nell’operazione Infinito del 13 luglio 2010 – un anno e mezzo fa – contro la ‘ndrangheta in Lombardia. Dove Ponzoni veniva definito “capitale sociale” dell’organizzazione criminale e Desio il trapianto “meglio riuscito” della criminalità calabrese al Nord, arrivata fino ai “gangli” dell’amministrazione locale. Possibile che solo Formigoni e i vertici del partito berlusconiano siano rimasti all’oscuro per tutti questi anni?

LE PRIME DENUNCE DEL 2004. E’ almeno dal 2004 che il malaffare desiano viene denunciato, in particolare da Lucrezia Ricchiuti (Pd) e Daniele Cassanmagnago (Sel), poi entrati nella giunta di centrosinistra che ha vinto le elezioni nel 2011 dopo il crollo della maggioranza Pdl-Lega seguito all’indagine Infinito. E da Giuseppe Civati, il leader “rottamatore” del Pd che ha più volte sollevato il caso in consiglio regionale, di fronte a un silente Formigoni, arrivando a chiedere lo scioglimento del regno di Ponzoni per infiltrazioni mafiose.

E su che cosa si discuteva a Desio in quel lontano 2004? “Della variante industriale che in modo insensato rendeva edificabili numerosi terreni agricoli sparsi a macchia di leopardo nella città, nonostante esistessero già due aree industriali dove poter costruire”, ricorda Lucrezia Ricchiuti. Favori urbanistici di questo tipo sono uno dei pilastri dell’accusa di corruzione che ha portato in carcere Ponzoni, ma non è tutto. “Su una di queste aree, quella di via Mascagni, avevano interessi società protagoniste dell’inchiesta di questi giorni”. Come l’immobiliare Mais, riconducibile a Ponzoni e portata al fallimento, secondo l’accusa, dalle continue “distrazioni” di denaro operate dall’ex assessore. E’ la Mais che, secondo il commercialista di Ponzoni Sergio Pennati, pagava “noleggi di barche e vacanze esotiche” a Formigoni (che smentisce decisamente).

Ma è solo un esempio. Giovane, rampante, amante della bella vita – e della cocaina, annotano gli investigatori – sposato con Maria Luisa Cocozza – di una famiglia di grossi costruttori di Desio – in questi anni Massimo Ponzoni ha inanellato una serie di disavventure che avrebbero dovuto stroncare qualunque ambizione politica. A cominciare da una villa di famiglia abusiva (Desio è considerata la capitale dell’abusivismo edilizio al Nord), abbattuta dalle autorità nel 2009, una faccenda imbarazzante per l’allora assessore regionale “alla qualità dell’ambiente”.

In quello stesso anno emerge la vicenda della Pellicano, iperattiva negli affari immobiliari di Desio, la cui bancarotta è oggi uno dei capo d’accusa che ha portato in carcere Ponzoni e Pennati. Qualche campanello d’allarme avrebbe potuto tinitinnare anche alle orecchie del “celeste” presidente lombardo, dato che della Pellicano erano soci un altro assessore regionale, Massimo Buscemi, un consigliere regionale ed ex assessore, Giorgio Pozzi, un assessore provinciale di Pavia, Rosanna Gariboldi, poi condannata per riciclaggio e moglie del deputato Giancarlo Abelli. Tutti big, dal primo all’ultimo, del Pdl in Lombardia. La Pellicano è stata dichiarata fallita dal tribunale di Monza il 12 gennaio 2010. Ma già nel 2009 Pozzi e Buscemi ne erano usciti sbattendo la porta, arrivando a far pignorare lo sipendio di consigliere regionale a Ponzoni, in veste di parte lesa del crac. Intanto, in quello stesso anno, a Desio e Cesano Maderno la campagna elettorale per le provinciali di Monza e Brianza è segnata da intimidazioni a candidati del Pdl locale, solcato da rivalità interne, con proiettili appiccicati ai “santini”, bombe carta, sparatorie. Nessuno sembra preoccuparsene, a parte i destinatari.

SPESE ELETTORALI FOLLI PER IL PDL BRIANZOLO.
Tutto questo è già accaduto quando il Pdl compila le liste per le regionali lombarde del 2010 che daranno il quarto mandato da governatore a Formigoni. Ponzoni non solo è candidato – e raccoglie trionfalmente oltre 11 mila preferenze – ma è anche il plenipotenziario di Formigoni nell’importatissimo bacino di voti della bianca Brianza. Poco importa, ancora, che da tempo gli avversari politici lamentino le spese “sproporzionate” di Ponzoni nella campagne elettorali. E’ un altro elemento che finirà nelle carte dell’inchiesta di questi giorni. Il commericalista Pennati, nella sua inquietante lettera testamento dove appare terrorizzato dalle “minacce” ricevute dal socio-cliente, le quantifica in un milione 600 mila euro per le Provinciali del 2009 con esborsi nell’ultimo mese di “15-20 mila euro giornalieri” per pagare cene elettorali “in 3-4 ristoranti per sera”.

Ponzoni, all’epoca assessore regionale, non era neppure candidato. Però era il coordinatore del Pdl in Monza-Brianza. Questo significa che tanto munifico attivismo era a favore del suo partito. Secondo i pm monzesi, quei soldi provenivano dalle società mandate in malora (compresa la Pellicano) e dalle mazzette ottenute in cambio di favori urbanistici e simili, come nel caso dell’imprenditore bergamasco Filippo Duzioni, anche lui arrestato con l’accusa – tra le altre – di aver versato al politco contributi occulti per 295 mila euro. Tant’è che Duzioni e Ponzoni sono accusati di finanziamento illecito ai partiti, reato difficile da derubricare come “caso personale”. Passano solo due mesi dal trionfale ritorno di Ponzoni in consiglio regionale quando si viene a sapere che lui e Duzioni sono indagati a Monza per queste vicende.

E’ solo a questo punto che l’enfant prodige del Pdl lombardo – era entrato in consiglio comunale a Desio nel 1995 a soli 24 anni, e cinque anni prendeva il direttissimo per il Pirellone con quasi 20 mila preferenze – subisce il primo arresto di carriera. Il suo nome comincia a diventare ingombarnte: nessun assessorato nella nuova giunta Formigoni. Ma la rinuncia è compensata da un posto di segretario dell’Ufficio di presidenza, un ristretto nucleo di cinque consiglieri che sovraintende al funzionamente del consiglio regionale. Carica dalla quale Ponzoni si è dimesso dopo l’arresto (mentre è ancora consigliere).

PROVINCIA DI MONZA, TRE INQUISITI IN DUE ANNI.
La storia della Provincia di Monza-Brianza è altrettanto edificante. Fortissimamente voluta dalla Lega, istituita nel 2004, ha avuto la sua prima giunta con le elezioni del 2009, quelle delle spese folli di Ponzoni. Poco più di due anni dopo, sono finiti in grossi guai giudiziari ben tre assessori di quella giunta, targata Pdl-Lega. Rosario Perri, lo storico capo dell’Ufficio tecnico del Comune di Desio, uomo ombra di Ponzoni finito agli arresti domicliari nell’ultima inchiesta monzese, ma che già si era dovuto dimettere nell’estate 2010 perché il suo nome risuonava spesso nelle carte dell’inchiesta antimafia “Infinito”. Antonino Brambilla, investito della vicepresidenza nonostante due passate condanne definitive per corruzione in materia urbanistica, anche lui finito in carcere con Ponzoni, accusato di aver fatto parte della sua “cricca”. Casi personali, anche questi, che non hanno a che fare con discutibili meccanismi di carriera nel Pdl lombardo? Il terzo assessore costretto alle dimissioni anticipatissime è il leghista Luca Talice, sul quale pende una richiesta di rinvio a giudizio per violenza sessuale e atti osceni in luogo pubblico, dopo la denuncia di due militanti e consiglieri comunali del suo stesso partito.

La parabola di Ponzoni e dei suoi uomini è sempre stata gravata dal sospetto di contatti con la ‘ndrangheta radicata a Desio da decenni. Sospetti che sono stati poi documentati dall’inchiesta Infinito e non solo: “La grande influenza di cui godeva Perri era da collegare, altresì, ai suoi rapporti con la cosca di ‘ndrangheta locale a Desio”, scrivono i magistrati mozesi. Rapporti che non erano tanto misteriosi. “Con un cazzo di consiglio comunale così cosa governi, la ‘ndrangheta?”, sono le “congratulazioni” espresse al sindaco appena eletto, Gampiero Mariani, da Angela Familari, direttrice della Compagnia delle opere a Monza, e finite in un’intercettazione.

E PONZONI DISSE: “QUESTA VOLTA NON HO I VOTI DEI CLAN”.
Lo stesso Ponzoni, in un’altra conversazione intercettata, appare perfettamente consapevole dell’ambiente che lo vota e lo sostiene: “Mi son tolto la soddisfazione di arrivare primo”, afferma in una telefonata dopo la vittoria alle regionali del 2010, “e mi son tolto i voti di certi personaggi affiliati a certi clan eccetera”. Su un conto corrente intestato alla nonna dell’ex assessore, ma secondo gli investigatori utilizzato da lui, è finito un assegno emesso da Pasquale Nocera, braccio destro di Salvatore Strangio, appena condannato a 12 anni di carcere a Milano per aver guidato la scalata delle cosche aspromontane a un’importante azienda brianzola del movimento terra, la Perego strade. Senza dimenticare Pietro Gino Pezzano, altro pilastro dell’entourage di Ponzoni a Desio. Direttore della Asl Monza Brianza, è stato filmato e fotografato in compagnia di boss locali dai carabinieri che hanno condotto l’inchiesta Infinito. Questo non ha impedito alla giunta Formigoni di promuoverlo successivamente, il 23 dicembre 2010, alla direzione della Asl Milano 1, tra le più importanti d’Italia. E sarebbe ancora lì se non fossero insorti una ventina di sindaci del comprensorio e le opposizioni in consiglio regionale, costringendolo alle dimissioni nell’aprile del 2011.




Ponzoni, l’area di Berlusconi e i voti dei clan
Civati (Pd): “Formigoni deve dimettersi”
I "casi personali", come li definisce il governatore, diventano sempre più politici. Dalle carte dell'inchiesta monzese
riemerge la speculazione mancata dell'immobiliare Idra sul Parco del Lambro. E il primo dei non eletti
che potrebbe subentrare al consigliere regionale arrestato ha ricevuto un imbarazzante sostegno elettorale.
Il leader dei "rottamatori" ora punta a mandare a casa il "Celeste" prima del tempo

C’è anche l’immobiliare Idra, storica società di Silvio Berlusconi che possiede tra l’altro Villa San Martino ad Arcore, tra i soggetti beneficiati dalla “cricca” brianzola svelata dall’inchiesta della Procura di Monza che ha portato in carcere l’ex assessore regionale Massimo Ponzoni e altri tre amministratori locali del Pdl. La vicenda si ingrandisce di giorno in giorno, a dispetto dell’autodifesa del governatore Roberto Formigoni, che parla di “casi personali e non politici”. E rischia di sfuggirgli di mano, come spiega il consigliere del Pd Giuseppe Civati, pronto a chiedere le dimissioni del “Celeste” e nuove elezioni. Civati è anche andato a vedere chi subentrerebbe in consiglio regionale a Ponzoni, attualmente in carcere, se decidesse di lasciare il Pirellone. “Il primo dei non eletti del Pdl in Brianza è Antonio Romeo“, l’ex sindaco di Limbiate che, stando alle carte, avrebbe ricevuto i voti della ‘ndrangheta quando quest’ultima ha voltato le spalle a Ponzoni.

In favore di Romeo, non indagato, si registra persino una dichiarazione pubblica di voto espressa da Natale Moscato, grosso imprenditore edile di Desio, la cittadina brianzola culla del potere di Ponzoni. Natale Moscato è orignario di Melito Porto Salvo ed è imparentato con la famiglia Iamonte, storica cosca di ‘ndrangheta egemeone nel paese del reggino. Già assessore comunale all’urbanistica per il Psi, fu arrestato per associazione mafiosa nel 1994 e pi assolto. La famiglia Moscato continua a essere citata nei rapporti investigativi sulla criminalità calabrese in Lombardia, e Annunziato, il fratello di Natale, figurava tra i presunti boss da arrestare nell’inchiesta Infinito del luglio 2010, ma era deceduto prima del blitz. In un’intervista al Giornale di Desio del 17 agosto di quello stesso anno, dove nega ogni coinvolgimento con la criminalità, Natale Moscato dice la sua sulle elezioni regionali lombarde svoltesi in primavera: “Massimo Ponzoni non è mai stato presente a Desio né in Brianza e gli stessi brianzoli l’hanno punito. Io non ho fatto la campagna elettorale per nessuno, ma come sa ho una famiglia numerosa e tutti noi alle Regionali abbiamo votato per Antonio Romeo, un sindaco che al suo paese, a Limbiate, è stato premiato con tremila voti. Evidentemente fa bene il suo lavoro e, lui sì, merita la mia stima: Ponzoni non avrebbe neanche dovuto essere eletto”.

Un accenno a questi movimenti elettorali si trova nelle intercettazioni dell’inchiesta monzese condotta dai pm Walter Mapelli (lo stesso che ha inquisito per corruzione il dirigente del Pd Filippo Penati), Giordano Baggio e Donata Costa. Uno sconosciuto parla con Franco Riva, un altro amministratore del Pdl arrestato, spiegando: “Mi hanno detto a Cesano chi ha votato quello di Limbiate, tutto il clan Moscato… Soliman e gli altri tre consiglieri, Giacomini, Mandin… il clan Moscato”. Limbiate è la città dove Romeo era sindaco, ma aveva deciso di dimettersi per tentare la strada del Pirellone. Riva risponde: “Il Ponz mi ha detto che è contento di essersi tolto da quel giro lì”. Ora i destini si intrecciano di nuovo: il candidato preferito dalla famiglia Moscato rischia di entrare in consiglio regionale al posto del “Ponz”. Romeo non è indagato né accusato di nulla, ma anche questa vicenda potrebbe diventare molto imbarazzante per il presidente Formigoni, in caso di sostituzione.

I “casi personali” di cui parla Formigoni arrivano molto in alto. Fino all’ex presidente del consiglio. Insieme a Ponzoni, è finito in carcere Antonino Brambilla, vicepresidente della Provincia di Monza e Brianza e già condannato in passato per corruzione. Grande esperto di cavilli urbanistici, secondo l’accusa si dava da fare sulle varianti urbanistiche che interessevano l’ex assessore regionale, che rappresentano uno dei pilastri dell’accusa di corruzione formulata dalla Procura di Monza. Lo fa, secondo i pm, anche nella vicenda che coinvolge l’immobiliare Idra, la società di Silvio Berlusconi che contiene diverse magioni del Cavaliere, compresa Villa San Martino ad Arcore e Villa Certosa in Sardegna. All’inizio del 2010, Idra progetta un grosso insediamento residenziale da 220 milioni su un tererno di 300 mila metri quadri proprio dietro Villa San Martino. Che però fa parte del Parco regionale della Valle del Lambro, dove l’indice di edificabilità è zero spaccato. Urge “sensibilizzare” la politica arcorese, per innalzare quel vincolo a 0,6, in particolare la giunta allora guidata da Pdl e Lega. “Il coinvolgimento di Brambilla in questo progetto milionario”, si legge nell’ordine di custodia del gip di Monza, “mette in evidenza come sia ormai una prassi abituale di questo indagato la svendita delle sue pubbliche funzioni per soddisfare l’interesse privato che ritiene di maggior convenienza”.

Il progetto di Idra finisce in niente perché si trasforma in uno scandalo politico. Viene organizzata una riunione dove ruoli pubblici e privati si mischiano in modo inestricabile. C’è Brambilla, in doppia veste di vicepresidente della Provincia e di consulente di Idra, e sul suo esatto ruolo in quel consesso circoleranno imbarazzate versioni divergenti. C’è il presidente del Parco Emiliano Ronzoni, anche lui Pdl, che quell’area verde dovrebbe tutelarla con i denti. Ci sono un paio di consiglieri comunali leghisti. E, per conto di Idra, c’è anche Francesco Calogero Magnano, il “geometra di Arcore”, uomo di fiducia di Berlusconi. Che alle imminenti regionali del 2010 finirà nel “listino bloccato” del governatore Formigoni, ma mancherà il risultato perché sopravanzato successivamente in graduatoria da altri pupilli del Cavaliere, compresa Nicole Minetti, l’animatrice delle notti di Arcore. Ma niente paura: fatta la giunta, Magnano è nominato sottosegretario del Presidente, cioè Formigoni medesimo, con delega all’”attrattività del territorio”. Il sottosegretario non risulta indagato, ma secondo i pm monzesi Ponzoni e Brambilla agiscono “dietro input di Magnano”.

Altri casi personali, forse, che però provocano un terremoto politico. Il presidente del consiglio comunale Alessandro Ambrosini, del Pdl, esce sdegnato dalla riunione e racconta tutto all’avversario del Pd Fausto Perego, che a sua volta riporta la denuncia alla stampa. Nel cuore del regno berlusconiano, il Pdl si spacca perché non tutti ci stanno a fare “gli interessi del capo”. E quando Arcore va al voto, Ambrosini presenta una sua lista alternativa al Pdl, che contribuisce a far vincere il centrosinistra.

L’elenco potrebbe continuare, senza contare gli altri scandali, recenti e lontani, che hanno coinvolto uomini delle giunte formigoniane, giunto al suo quarto madato e prossimo ai vent’anni di potere incontrastato. Un regno che Giuseppe Civati, già leader dei “rottamatori” del Pd, ora vorrebbe interrompere prima del tempo. O meglio, prima che sia troppo tardi. Prima che in Lombardia si arrivi a una situazione “simile a quella della Campania, dove il magistrato anticamorra Raffaele Cantone ha chiesto in sostanza di estendere lo scioglimento per infiltrazioni mafiose anche ai consigli regionali”, afferma Civati. “Come Pd chiediamo le dimissioni di Roberto Formigoni e le elezioni anticipate”, continua, “non per il caso giudiziario in sé, ma per il caso politico che tutte queste vicende aprono. Ormai in Lombardia siamo di fronte a una questione di praticabilità politica”.




Esclusivo/Il socio di Ponzoni: “Minacce dall’assessore, temo per la mia vita” 
Sergio Pennati, commercialista di Desio che curava le immobiliari del politico del Pdl poi fallite,
nel marzo del 2009 scrive una sorta di testamento, poi sequestrato dai magistrati,
che hanno disposto l'arresto del luogotenente di Formigoni in Brianza.
Dove svela le sue "malefatte", i rapporti politici, i rapporti d'affari. L'ombra degli "amici calabresi"

Teme per la propria vita Sergio Pennati, il commercialista di Desio che cura le società immobiliari di Massimo Ponzoni, il numero uno del Pdl in Brianza, consigliere regionale e più volte assessore nelle giunte di Roberto Formigoni, inseguito da un ordine di custodia emesso dal gip di Monza e al momento “irreperibile”. Tanto da scrivere un drammatico testamento in cui parla esplicitamente di “minacce” ricevute dall’uomo politico dopo aver rifiutato di uscire dalle società ormai sull’orlo del crac. Intimidazioni, spiegherà poi ai magistrati di Monza, rafforzate dall’essere state profferite in presenza “di persone di origine calabrese dal cui atteggiamento si ricavava una certa preoccupazione”.

“Chi leggerà queste parole è perché, purtroppo, a me sarà successo qualche incidente. Nel caso mi capitasse qualcosa, la persona a cui dovrà essere addebitata la colpa è Massimo Ponzoni, ora assessore alla qualità dell’ambiente della Regione Lombardia”.  Comincia così il documento rivolto ai propri familiari, scritto il 4 marzo 2009 e sequestrato dalla Guardia di finanza nel corso dell’inchiesta. Pennati traccia un ritratto impietoso del luogotenente di Formigoni in Brianza: “E’ un drogato cocainomane dedito più che altro alle donne”, scrive. Ma quel che più conta è il lungo elenco delle sue “malefatte”, commesse per fare carriera in politica e per “mantenere un tenore di vita superiore alle sue possibilità”. Malefatte che ricalcano le accuse della Procura di Monza, che ha ottenuto un ordine di custodia per Ponzoni con accuse che vanno dalla corruzione alla bancarotta fraudolenta.

Una delle società a cui Pennati fa riferimento è l’immobiliare Pellicano srl, poi fallita, di cui erano soci diversi big del Pdl lombardo: l’attuale assessore regionale Massimo Buscemi, il consigliere regionale Giorgio Pozzi e Rosanna Gariboldi, ex assessore provinciale a Pavia e moglie del parlamentare berlusconiano Giancarlo Abelli, già condannata per riciclaggio.
 

Ecco il testo integrale del “testamento” di Pennati, agli atti dell’inchiesta.










Il 4 dicembre 2009, i magistrati di Monza interrogano Sergio Pennati e gli chiedono conto di quel testo inquietante. “Ho scritto il memoriale perché avevo ricevuto delle minacce da Ponzoni nel mese precedente”, spiega. “In particolare ciò è accaduto tre volte, una volta a Milano negli uffici della Regione e le altre volte nel parcheggio del bar ‘La Rotonda’ di Cesano Maderno”. Nella prima occasione, continua, “in seguito al mio diniego a uscire dalla società Il Pellicano e La Perla, Ponzoni mi ha detto: ‘Stai attento che io ti schiaccio’”. 

Fuori dal bar di Cesano, l’allora assessore rincara la dose: “Stai attento che sopravvive chi ha gli amici”. E Pennati coglie un riferimento “a un gruppo di persone che frequentano quel bar: si tratta di persone di origine calabrese, lo posso dire dall’accento, dal cui atteggiamento si ricavava una certa preoccupazione”. E nella terza occasione, Pennato afferma di essersi sentito dire: “Ricordati che gli amici ce li ho io”.



Urbanistica e mazzette in Brianza 
indagato l’ex assessore regionale Ponzoni
L'uomo forte del Pdl nella provincia di Monza, consigliere al Pirellone, è accusato di corruzione, concussione e peculato.
Insieme a Rosario Perri, costretto a dimettersi dalla giunta provinciale dopo l'operazione anti-ndrangheta dell'anno scorso

Un’altra inchiesta per corruzione in Lombardia. E questa volta a finire nel mirino è un pezzo da novanta del Pdl a livello regionale, l’ex assessore all’ambiente Massimo Ponzoni, fiduciario del governatore Roberto Formigoni in Brianza, attuale consigliere al Pirellone e già coinvolto in diverse vicende giudiziarie. La Procura della Repubblica di Monza, la stessa che coordina l’inchiesta sul dirigente del Pd Filippo Penati, lo accusa di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, concussione e peculato.

L’indagine verte sulle vicende urbanistiche dei comuni di Desio e Giussano e su alcuni lavori affidati all’ente regionale Irealp (Istituto di ricerca per l’ecologia e l’economia applicate alle aree alpine). Gli altri indagati, anticipa il quotidiano locale Il Cittadino, sono il vicepresidente del consiglio provinciale di Monza e Brianza Antonino Brambilla, l’ex assessore provinciale Rosario Perri, l’ex sindaco di Giussano Franco Riva. Perri, altro uomo forte del Pdl nella zona, si era dovuto dimettere dall’assessorato dopo che il suo nome era finito agli atti della grande inchiesta Crimine-Infinito sulla ndrangheta trapiantata in Lombardia. Sarebbero coinvolti anche due imprenditori e due funzionari della Regione Lombardia.

La notizia è trapelata perché il pm Giordano Baggio ha ottenuto un decreto di proroga delle indagini, che sarebbero iniziate il 27 dicembre scorso, dal gip Maria Rosa Correra. Secondo l’accusa, Brambilla e Perri intervenivano in modo illecito sul piano di governo del territorio di Desio, in veste rispettivamente di assessore comunale all’urbanistica e di potente capo dell’ufficio tecnico. Lo stesso faceva Riva a Giussano. Ponzoni, in cambio, grazie al suo peso nel Pdl distribuiva incarichi politici e amministrativi di prestigio.

Nel fascicolo sono confluite altre inchieste che riguardano Ponzoni, a cominciare da quella che lo vede accusato di corruzione per una presunta somma di denaro ottenuta dall’imprenditore Filippo Duzioni, proprio in relazione a una variante del Pgt di Desio, quando era in carica la giunta Pdl-Lega costretta alle dimissioni dopo l’inchiesta Crimine-Infinito, per favorire la costruzione di un centro commerciale.

Interpellati dal Cittadino, Brambilla e Riva si sono dichiarati completamente estranei alle accuse.



L'operazione ''outlet'' iniziò nel 2007, divise il Consiglio
meroledì 7 marzo 2012 Federica Vernò

Giussano - L'operazione "outlet" ha inizio nel 2007 quando la società francese Altarimi Srl, in novembre, acquista dalla Edil promotions Srl l'area di 13.700 metri quadrati all'interno del comparto di via Prealpi-don Rinaldo Beretta. Fino a quel momento di proprietà dell'Istituto per il sostentamento del Clero, a fare da intermediario nella compravendita del terreno è Filippo Duzioni, consulente immobiliare con uno studio in città, già iscritto al registro degli indagati per un presunto reato di corruzione nell'"affaire" Ponzoni. Inizia così la diatriba politica tra chi vede nel nuovo centro commerciale un'occasione di sviluppo per Giussano e chi (l'ex presidente del parlamentino cittadino Emanuela Beacco, ad esempio) definisce l'operazione «pessima» tant'è che, anche per questo motivo, arriva a rompere definitivamente con la sua maggioranza. Il piano attuativo dell'outlet sbarca in Commissione urbanistica nel gennaio 2009 (assente la Lega Nord). Ad aprile viene approvato il Pgt. Tra l'adozione e l' approvazione Altarimi presenta un'osservazione, la 258, con la quale chiede, in sintesi, di non limitare la superficie di vendita. I tecnici del Politecnico di Milano incaricati dal Comune di redigere il documento urbanistico propongono una controdeduzione: la proposta è di alzare a 15mila metri la superficie di vendita. Dopo lunga discussione, il Consiglio comunale, su due emendamenti, accoglie quello del consigliere Flavio Airoldi che propone di portare a 13mila metri la superficie massima di vendita. Sono quasi le 23 del 3 aprile 2009, votano per i 13mila metri la maggioranza più i consiglieri di Forza Italia Mario Nespoli e Fabio Mandruzzato, si astiene Emanuela Beacco, contrari la Lega Nord, i Repubblicani e gli Indipendenti per la Libertà. Nella programmazione dell'ordine del giorno dei Consigli comunali previsti da inizio 2009 all'ultimo utile prima delle elezioni c'è il centro commerciale, che, però, non giunge in tempo in aula. Arrivano le elezioni e la giunta di Gian Paolo Riva, appena insediata, si dice contraria a quel progetto. A luglio Duzioni e i progettisti francesi vanno in Comune per conoscere i nuovi amministratori e contestualmente la giunta dà avvio al procedimento di variante parziale sull'area in oggetto poi a quella generale. Tre lotti di terreno facenti parte dell'area su cui era prevista la nuova struttura commerciale finiscono nell'inchiesta del pm monzese Walter Mapelli sulla presunta corruzione di Massimo Ponzoni, cui proprio Filippo Duzioni, secondo i magistrati, avrebbe versato 220mila euro per ottenere un cambio di destinazione per una grande area a Desio.