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S. STEFANO LA MADDALENA |
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U N A B A S E C O N T R O L’E U R O P A
| In un unico
dossier la storia dettagliata della base militare di Santo Stefano,
sull'isola de La Maddalena, in Sardegna, che ospita i sommergibili nucleari americani. |
| Il 25 ottobre 2003 un sottomarino statunitense a propulsione nucleare si incaglia in una secca nell'arcipelago della Maddalena, tra la Sardegna e la Corsica. L'incidente viene reso noto alle popolazioni soltanto dopo molti giorni. Nel frattempo, il comando Usa provvede a silurare il comandante dell'Hartford (sommergibile della classe Los Angeles) e un commodoro responsabile delle operazioni della flotta. Le autorità italiane e quelle statunitensi non rendono nota alcuna rilevazione sul tasso di radioattività in mare, soltanto il governo francese si attiva e fa sapere che sulle rive della Corsica il pericolo non è aumentato. Ma il problema dell'Hartford riporta alla ribalta una vecchia vicenda: la cittadina di La Maddalena, di fronte alla base di Santo Stefano che ospita i sommergibili nucleari americani, non ha alcun piano di evacuazione per i suoi diecimila abitanti. |
Nella costa a levante dell’isola di S. Stefano, nell’arcipelago
di La Maddalena, in un’area demaniale di Ha 12,0992 in uso alla Marina
Militare Italiana, esiste un’ opera militare “costituita da infrastrutture
operative – tecniche – logistiche – addestrative necessarie per il supporto
aeronavale” [Relazione al Progetto del Decreto di imposizione di Servitù].
Le infrastrutture operative consistono in un Deposito
munizioni incavernato, denominato “Guardia del Moro”,
che insiste in parte in area demaniale e in parte
nel sottosuolo in area di proprietà privata.
IN PRINCIPIO UN PUNTO D’APPRODO
Il Deposito di Guardia del Moro ospita, in una delle sue banchine
di servizio (quellapiù a nord), il “Punto di approdo per una Nave
appoggio della U.S. Navy per sommergibili di attacco (nessuno basato a
terra). Equipaggio della nave 922”. Detto Punto d’approdo è il risultato
di una modifica apportata l’11 agosto 1972, con Accordo segreto alla lista
delle Infrastrutture Bilaterali di cui allo “Accordo fra la Repubblica
Italiana e gli Stati Uniti d’America, relativo ad infrastrutture bilaterali”,
stipulato in data 20 ottobre 1954.
Quest’ultimo Accordo anch’esso segreto, altrimenti chiamato “Bilateral
Infrastructure Agreement” (B.I.A.), discende a sua volta da un sistema,
a scatole cinesi, di Accordi militari ancora non del tutto conosciuti,
di cui si ha notizia indiretta dalla pubblicità che a livello di
notizia e di soli titoli hanno avuto negli USA, e che impegnano l’Italia
sia multilateralmente che bilateralmente con l’alleato d’oltreoceano. Si
tratterebbe, in particolare, del “Mutual Security Act” del 1951, da cui
sarebbe disceso l’Accordo bilaterale di “Mutua Sicurezza” tra Italia ed
USA del 7 gennaio 1952, di cui quello del 1954 sopra citato sarebbe un
Accordo d’esecuzione, ulteriormente specificato con modifiche dall’Accordo
del 1972 sul punto d’approdo di S. Stefano.
Una Memoria intitolata “La presenza USA nell’isola di S. Stefano”,
redatta dall’Ufficio Stampa dell’Ambasciata statunitense in Italia e distribuita
nel 1990, afferma che proprio con l’Accordo del 1954 “il Governo italiano
ha autorizzato il Governo degli Stati Uniti d’America ad usare e/o a far
funzionare un certo numero di installazioni concordate unitamente in accordi
supplementari”.
La stessa Memoria informa che in esecuzione dell’Accordo sono stati
firmati 6 “Promemoria di intesa”, il quinto dei quali, relativo allo “Elenco
delle installazioni concordate in linea di massima”, prevedeva per La Maddalena:
“Deposito carburanti e facilitazioni portuali”.
L’11 agosto 1972, con la modifica della tipologia dell’installazione
prevista di massima, segna l’avvio della presenza statunitense con la dislocazione
della prima nave appoggio presso il Molo NATO di S. Stefano, così
chiamato in riferimento al fatto che l’operazione di infrastrutturazione
del sistema di Deposito Munizioni era stata finanziata con i Fondi Comuni
della NATO.
Il punto d’approdo nasce a supporto del Gruppo Sommergibili della
VI Flotta statunitense nel Mediterraneo, formato da sommergibili d’attacco
della classe Los Angeles (ed inizialmente anche qualcuno della classe Sturgeon)
a propulsione nucleare e ad armamento in parte anche atomico.
La mission originaria del Group consiste in operazioni di contrasto
dei sommergibili sovietici presenti nel Mediterraneo, e quindi svolge il
compito comunemente detto di hunter killer.
Si tratta di un’incessante pattugliamento sottomarino e di logoranti
operazioni di agguato e di scoperta dei sommergibili avversari.
A bordo della Nave-Appoggio, contemporaneamente, si stabilisce il
Comando del Submarine Refit and Training Group (Gruppo di raddobbo e di
addestramento per sommergibili) con sigla COMSUBREFITRAGRU, quale agente
esecutivo del Comando dell’Ottavo Gruppo Sommergibili della 69° task
force della VI Flotta, e come tale: “provvede alle operazioni di assistenza
alle navi sotto il suo controllo operativo, verificando la capacità
operativa e l’efficienza dei mezzi stessi, prendendo provvedimenti atti
a correggere le deficienze”.
In particolare le unità subacquee operative sono raggruppate
nel X Squadron.
La fase di primo impianto si conclude con la successiva istituzione
(gennaio 1973) dell’U.S. Navy Support Office (NAVSUPPO, oppure anche N.S.O.),
che nasce con una ricca articolazione di servizi: gabinetto dentistico,
commissariato, ufficio lavori civili, circolo sottufficiali e marinai,
circolo ufficiali, laboratorio hobbies, cinema, scuola (dall’asilo al grado
8), empori, strutture ricreative e sportive.
LE PRIME MUTAZIONI
Un’ulteriore evoluzione si registra il 20 aprile 1978, con la seconda
modifica agli Accordi del 1954, e quindi con un’integrazione all’Accordo
del 1972.
Sempre dalla Memoria dell’Ambasciata sappiamo che la tipologia dell’apprestamento
logistico di S. Stefano-La Maddalena viene rinominata come: “Nave appoggio
sommergibili e sommergibili di attacco (non ormeggiati a terra) in sosta
per manutenzione, nonché installazioni per il supporto logistico
della flotta ed altri elementi di sostegno logistico”.
La novità sancisce di fatto lasituazione di crescita infrastrutturale
nel frattempo verificatasi fuori regola, e stabilisce il numero del personale
USA in 1060 unità, di cui 150 nei servizi logistici con possibilità
di alloggio a terra.
Nasce così quell’immonda baraccopoli che oggi si vuole ristrutturare,
e che nel tempo è cresciuta senza controllo sino ad impegnare un
volume di 18.000 metri cubi di vecchi containers enigmaticamente chiamati
‘scatole Con-Ex’, di prefabbricati e di bettoline, la cui “riqualificazione”
permette di nascondere la vera qualità. dell’operazione di cui si
dirà in seguito.
Dal 1978 in poi si rilevano numerose informazioni di modificazioni
organizzative e/o funzionali ed operative della U.S. Navy di S. Stefano-La
Maddalena senza, però, indicazione alcuna di ulteriori specifici
Accordi bilaterali. Nell’ottobre 1983 si registra, infatti, l’istituzione
delComando della 22° Squadriglia Sommergibili, sempre dell’8° Group
(in sigla COMSUBRON 22) in sostituzione dell’originario Submarine Refit,
e non si ha notizia di alcuno strumento diaccordo tra USA ed Italia in
tal senso. Oltre a svolgere il compito di supporto logistico, di addestramento
delle unità assegnate e di controllo operativo delle forze navali
americane operantinell’area di La Maddalena, questo Squadron “funge anche
da strumento visibile della politica estera Americana”. La 22°
Squadriglia, inoltre, dice di se stessa che “comprende la nave appoggio
sommergibili di base a S. Stefano e diversi sommergibili d’attacco dislocati
nel Mediterraneo”.
Quasi contemporaneamente a quest’ultima novità, e non a caso,
si avvia una radicale modificazione della funzione dell’ottavo Group-Som
della US Navy nel Mediterraneo con il dispiegamento, anche a bordo dei
sommergibili d’attacco, dei Cruise nella versione imbarcata, popolarmente
chiamati Tomahwak. Buona parte del 1984 trascorre sull’onda di un teso
interlocutorio a più livelli su questa novità, peraltro decisamente
negata dalle autorità governative statunitensi ed italiane. La dotazione
di Cruise a bordo dei sommergibili operativi nel Mediterraneo e di base
nella acque dell’Arcipelago maddalenino viene, invece confermata dai documenti
del Congresso degli USA, dai lavori dell’Assemblea Atlantica e dalla letteratura
internazionale di informazione specializzata in questioni militari.
NUOVA BASE PER NUOVI COMPITI
Con questo rinnovato mix d’armamento lo Squadron di S. Stefano acquisisce
la nuova capacità di partecipare a quella che gli analisti militari
chiamano “proiezione di potenza contro terra”.
Si tratta di una profonda innovazione operativa, che riqualifica
la sua funzione rispetto al motivo operativo originario.
I sommergibili statunitensi assumono l’onere di una doppia missione:
oltre quella tradizionale antisom anche quella contro terra. La originaria
guerra subacquea viene integrata con la guerra contro ciò che sta
in superficie, città e popolazioni. Si registra, così, un
significativo salto di qualità che oggettivamente trascina anche
il paese ospite passivo nella corresponsabilità di scelte belliche
operate dal governo della forza armata ospitata La prima funzione venne
svolta sino a quando gli antagonisti sommergibili sovietici non abbandonarono
il Mediterraneo nel 1990, a seguito del disfacimento dell’U.R.S.S. Da quel
momento il Groupsom eight iniziò a svolgere
solo la seconda funzione “contro terra”, che aveva iniziato a svolgere
già dalla fine gennaio del 1986, partecipando alla task-force attivata
unilateralmente dal Pentagono contro la Libia. Lo stesso Group, in partenza
da S. Stefano, intervenne – sempre unilateralmente - nella campagna Desert
storm del gennaio 1991 e replicò nella prima fase dell’attuale campagna
di Enduring Freedom.
Nell’ottobre 1993 si registra, inoltre, un’importante evoluzione
del sistema di supporto (anche questa novità senza riferimento conosciuto
di Accordo apposito), con la istituzione del NAVAL SUPPORT ACTIVITY (NAVSUPACT,
oppure anche N.S.A.) al posto del vecchio Offiice, che porta ad un più
elevato grado ordinamentale la struttura ed i servizi che rende al complesso
della base statunitense nell’arcipelago. Grosso modo le funzioni rimangono
le stesse, ma si amplia
il raggio d’azione. Oltre i sommergibili nucleari d’attacco, questo
nuovo Support, alle dipendenze del Comando in Capo Navale d’Europa, assiste
con la nave Tender anche altre unità navali di superficie della
U.S. Navy che attraccano sempre più frequentemente al molo NATO
di S. Stefano. Nel suo sito internet ufficiale il Naval Support Activity-La
Maddalena dice di se che “posto a nord-est della Sardegna, permette alla
Marina di monitorare tutto il traffico marittimo nella parte nord del Mediterraneo”
e che il “Mediterraneo è sempre stato considerato una delle chiavi
strategiche per l’Europa, il nord Africa e la parte est dell’Europa centrale”.
ASSOLUTA UNILATERALITA’
Questa nuova configurazione operativa esalta la fisionomia più
problematica della presenza statunitense di S. Stefano: la unilateralità
decisionale ed operativa. La originaria funzione antisom poteva avere,
comunque, un significato di cointeresse nel controllo del comune avversario
sovietico; la nuova funzione, per come è stata sinora svolta e per
come si può prevedere che continuerà ad essere svolta, risulta,
invece, completamente avulsa da qualsiasi contesto di compartecipazione
d’interesse bilaterale e/o d’interesse di alleanze più vaste, tanto
più quanto più si va affermando l’idea di una Difesa Europea.
Si tratta di una singolare particolarità di questa Base,
che viene evidenziata sino al clamore dalla circostanza della partenza
dall’aeroporto di Ederle a Vicenza dei parà statunitensi in missione
di guerra in Iraq. La 173° brigata aviotrasportata statunitense, partita
dalla base NATO italiana, il 26 marzo 2003 ha operato un’azione bellica
nell’Iraq settentrionale in aperta violazione dei deliberati del Parlamento
e del Consiglio Supremo di Difesa italiani. Lo Squadron Submarin
22^, di stanza nella base statunitense in territorio italiano di
S. Stefano-La Maddalena, era partito la settimana prima con l’assistenza
della sua nave appoggio, ed aveva scaricato su Bagdad e dintorni tutta
la propria dotazione di cruise tomahwak sugli “obiettivi di opportunità”
assegnatigli.
L’uso scorretto della Base maddalenina non determinò a suo
tempo reazione alcuna a nessun livello istituzionale, politico o mediatico.
Questa particolare e singolare caratteristica istituzionale della
base nucleare della U.S. Navy di La Maddalena, ormai unico residuo in tutta
Europa, è il cuore vero della questione posta dal progetto di “Migliorie
Infrastrutturali a S. Stefano. Attività di Supporto Navale La Maddalena”.
Tutti gli altri elementi (sicurezza ecologico sanitaria, rapporti istituzionali,
occupazione, regole urbanistiche, compatibilità con Parco etc.)
sono un ricco e prezioso intreccio
di punti problematici, ognuno con la propria dignità e tutti
particolarmente impegnativi.
Il complesso della questione, con trenta anni di vita della Base
e le numerose evoluzioni ordinamentali, strutturali, funzionali ed organizzative
che essa ha subito, è divenuto un intrico che si dipana solo se
viene letto nella chiave istituzionale e funzionale del ruolo in cui questa
presenza militare statunitense viene impegnata nel quadro strategico-operativo
gestito dal Pentagono.
Con l’assetto sopra descritto si conclude un ciclo di radicale mutazione
della presenza militare statunitense in Sardegna, con la nuova nave appoggio
apprestata per le nuove esigenze, con i sommergibili a loro volta attrezzati
della nuova dotazione di Cruise, con navi da guerra di superficie e con
il nuovo Naval Support. Non più solo un Punto d’Approdo per nave
appoggio e sommergibili, ma una Base Navale, che però ha a terra
il suo tallone d’Achille, una situazione non consolidata e non qualificata.
A S. Stefano una bidonville e a La Maddalena ben 17 punti sparsi di servizi,
oltre qualcos’altro a Palau ed immediati dintorni.
IL MEMORANDUM DEL 1995 E LA BASE DI S. STEFANO
I progetti che in quest’ultimo periodo sono all’attenzione dell’opinione
pubblica e sono oggetto di interventi nelle istituzioni e di iniziativa
politica,
e che sono l’oggetto diretto di questa Memoria, hanno l’esplicito
compito di completamento dell’operazione di istituzione di una nuova Base
militare statunitense a La Maddalena/ S. Stefano.
Anche per questa imponente riconversione sono stati ricercati i
soliti riferimenti di appositi Accordi bilaterali intercorsi tra Italia
ed U.S.A. per riconoscere i tratti significativi dello status di
questa Base enigmatica, che rimane una sfida alla trasparenza ed una provocazione
istituzionale: un vero e proprio mostro giuridico.
Informazioni di stampa non verificate parlano di due Memorandum,
del 1997 e del 1999, di aggiornamento dell’Accordo del 1954, di cui non
si conoscono i contenuti. Si conosce, invece, il testo integrale del “Memorandum
d’intesa tra il Ministero della Difesa della Repubblica Italiana e il Dipartimento
della Difesa degli Stati Uniti relativo alle installazioni/infrastrutture
concessi in uso alle forze statunitensi in Italia”, stipulato a Roma
il 2 febbraio 1995. L’unico pubblicato su iniziativa del Presidente
D’Alema, in occasione dei fatti del dopo Cermis. Di particolare interesse,
per il nostro caso, risulta essere il suo cosiddetto 7 Annesso A, dal titolo
“Modello di Accordo Tecnico sulle procedure di applicazione tra il Ministero
della Difesa Italiano ed il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti
d’America relativo all’uso di installazioni e/o infrastrutture”.
Si tratta di uno schema che l’art. 3 del Memorandum prevede che
“verrà utilizzato per la stesura di tutti gli Accordi Tecnici relativi
ad ogni installazione concessa in uso alle FF.AA. statunitensi in Italia.
Tali Accordi Tecnici – prosegue lo stesso articolo – stabiliranno le procedure
di applicazione del l’Accordo del 1954 e di altri pertinenti accordi multilaterali
e bilaterali tra i due governi relativamente a ciascuna installazione e/o
infrastruttura in uso alle Forze Armate Statunitensi”. In questi testi
si celebra l’esaltazione dell’intrico che avvolge volutamente tutto il
complesso gioco degli Accordi, degli Accordi sugli Accordi precedenti,
delle integrazioni e modificazioni successive, dei Memorandum, delle Intese
e delle ulteriori variazioni.
Non a caso il citato art. 3 si conclude con la previsione che “le
varianti ai singoli Accordi Tecnici saranno approvate dalle Autorità
Militari di entrambe le Parti e potranno essere discusse dalla Commissione
Militare Congiunta”. Un ennesimo organismo bilaterale istituito da ultimo
dal Memorandum in questione, che perpetua l’esclusione di qualsiasi organo
politico o amministrativo non militare.
L’attenta analisi di quest’ultimo accordo bilaterale, e soprattutto
del suo Annesso A, ha voluto rinvenire in questi testi le tracce dell’attuale
situazione della Base di La Maddalena- S.Stefano e della sua programmata
evoluzione, e rilevare, altresì, la loro pretesa conformità
agli Accordi internazionali sottoscritti dall’Italia, affermata dal Ministro
alla Difesa, Martino.
In linea di massima, rispetto ad alcuni elementi chiave dell’articolato,
non pare chel’installazione e le infrastrutture di S. Stefano rientrino
nella situazione normata dal Memorandum e dal suo Annesso. Non risulta,
infatti, che sia stato ancora redatto l’Accordo Tecnico per l’installazione
e le infrastrutture di S.Stefano che ancora si nega che sia una Base, formalmente
pretendendo che si tratti di un Punto d’Approdo, e chiamando ancora “sito”
la stessa installazione di S. Stefano. Tanto meno può essere ricondotta
allo schema dell’Annesso del Memorandum l’installazione e le infrastrutture
utilizzate dalla U.S. Navy a La Maddalena, in particolare la N.S.A. e il
suo Comando, che sono ubicati in un’area e in fabbricati presi in locazione
da una ditta privata.
Il segno più esplicito che la complessiva situazione non
corrisponde al quadro delle regole definite col Memorandum in questione,
lo si ricava ancor più banalmente dalla verifica del dettato del
punto VII dell’Annesso, che testualmente recita: Bandiere. La Bandiera
della NATO, insieme alla Bandiera italiana e statunitense è issata
sul complesso infrastrutturale. La rispettiva Bandiera nazionale può
essere issata sui fabbricati adibiti ad uso esclusivo italiano o statunitense”.
Nessuna Bandiera della NATO è attualmente issata in nessuna
installazione e/o infrastruttura o singolo edificio dell’arcipelago maddalenino,
mentre sventola da qualche parte quella a stelle e strisce.
Rimane, quindi, da capire e da conoscere a quali “Accordi Internazionali
sottoscritti dall’Italia” sia conforme il progetto d’installazione della
nuova Base di S. Stefano per 52.000 metri cubi di infrastrutture, oggetto
della prossima convocazione del Presidente Masala presso il Consiglio dei
Ministri, a seguito del parere non unanime del Co.Mi.Pa.. La nota con cui
il Ministro della Difesa Martino annunciava, lo scorso 30 settembre, la
sua definitiva decisione di autorizzare i lavoro previsti
a S. Stefano è un ennesimo grave esempio di scorrettezza
istituzionale. In tale atto pubblico si affermano circostanze che la stessa
autorità impedisce a chiunque di verificare. Nel caso in specie,
gli Accordi Internazionali richiamati non sono conosciuti o vengono dichiarati
inconoscibili, e forse sono inesistenti, o dicono altro.
PROGETTO COMMISSIONE MISTA 080-02/0625, MCON P-995, MIGLIORIE
INFRASTRUTTURALI, S. STEFANO ATTIVITA’ DI SUPPORTO NAVALE (N.S.A.)
LA MADDALENA
Si conosce, invece, il Progetto statunitense di intervento a S.
Stefano, perché è stato sottoposto, con una procedura tutta
da verificare, al parere
del Comitato Misto Paritetico Regionale sulle Servitù Militari
(Co.Mi.Pa.) ex lege 898/76. Si tratta di un elaborato sommario
ma molto esplicito e chiaro nei dati informativi e molto scoperto
nel tentativo di camuffare la reale portata dell’operazione. Proprio l’ingenuo
tentativo di nascondere il suo dato più qualificante esalta l’evidenza
del goal desiderato: la installazione di una nuova Base a terra, nella
costa
a levante di S. Stefano, prospiciente il molo NATO utilizzato come
Punto d’Attracco dalla U.S. Navy.
In una prima versione, presentata in occasione della riunione del
Co. Mi. Pa. dell’11 novembre del 2002 sull’argomento, si definiva “Base”
il complesso della presenza statunitense nell’isola. Era la prima
volta in assoluto che si ha in un documento ufficiale il riconoscimento
di una situazione sino a quel momento recisamente negata, e ciò
succede quando si propongono le soluzioni per potenziare la prontezza operativa
della Base. La successiva versione del Progetto, presentato e respinto
in occasione della seconda riunione del Co. Mi. Pa., l’8 luglio 2003,
ha epurato il documento di qualsiasi riferimento alla Base, che
ritorna ad essere “area”, o “sito” od altro.
Per mantenere la definizione secondo cui quello di S. Stefano doveva
intendersi
esclusivamente quale Punto d’Approdo, è stata impiantata
un’operazione di camuffamento che ha indotto anche il Sindaco di La Maddalena,
come il Ministro Giovanardi, a negare l’evidenza dell’ampliamento ed almeno
del raddoppio della Base, e di ripetere che si tratta di migliorie senza
ampliamento, mentre si trattava e si tratta di una installazione
ex novo di una Base con nuove infrastrutture per 52.000 metri cubi di cemento
armato.
L’esame del documento progettuale deve avviarsi proprio dal titolo,
in cui si legge di una Commissione Mista Italia-USA indicata come
titolare del Progetto.
E’ un organismo predisposto dall’Accordo B.I.A. del 1954 (art. 7)
per sovrintendere alla programmazione delle costruzioni che le Forze Armate
statunitensi prevedono nelle loro molte presenze in Italia. Gli uffici
hanno sede a Napoli. Di contro, il verbale della riunione del Co.Mi.Pa.
Stato-Regione della Sardegna del giorno 08 luglio chiarisce, per bocca
del T.C. Gennaro Noviello, membro della Sezione italiana della Commissione
Mista, che il Progetto in esame deve intendersi quale proposta della sola
Sezione statunitense della Commissione Mista.
Le pretese migliorie infrastrutturali, di cui nello stesso titolo,
altro non sono che un maldestro camuffamento della realtà, che invece
denuncia l’edificazione ex novo di un complesso edilizio per 52.000 mc,
con manufatti in cemento armato.
Si tratta cioè di una vera e propria NUOVA BASE MILITARE
STATUNITENSE, in aggiunta alla vecchia concessione nel 1972 del PUNTO D’APPRODO
PER NAVE APPOGGIO PER SOMMERGIBILI D’ATTACCO (NESSUNO BASATO A TERRA) EQUIPAGGIO
DELLA NAVE 922, secondo il titolo dell’Accordo segreto del 1972, a sua
volta di modifica dell’Accordo segreto del 1954.
Per una più attenta lettura del Progetto si ritiene utile
seguire il tracciato di quel documento, con i titoli originali per capitolo,
presentando in corsivo la descrizione in sintesi o la trascrizione del
testo ufficiale, ed in stampatello il commento- guida.
1) SCOPO DEI LAVORI
Più adeguate condizioni abitative e lavorative del personale
di stanza e di passaggio.
Superamento dell’obsolescenza e deterioramento delle strutture,
mantenendo invariate le funzioni e l’attività. Miglioramento dell’aspetto
esteriore dell’esistente con infrastrutture “costruite in armonia con i
canoni estetici indicati dalle leggi urbanistiche della Regione Sardegna”.
In teoria, il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori
e dei luoghi di lavoro appare condivisibile, sempre e comunque. In questo
caso, pragmaticamente si potrebbe aderire alla proposta almeno salvaguardando
il principio della reciprocità. Migliorare le condizioni di vita
anche dei cittadini maddalenini e sardi esposti, al rischio nucleare ed
alle scorie derivate, con cui sono costretti a convivere, e, al minimo,
dotare il territorio
di un sistema adeguato di monitoraggio in continuo e di allarme,
quindi di un piano di emergenza e di evacuazione mirato alla qualità
e quantità del rischio. Un piano vero, verificato e soprattutto
conosciuto nelle modalità, nelle procedure, nelle attrezzature e
nei mezzi previsti. Sperimentato con esercitazioni di mobilitazione e di
evacuazione da eseguirsi come prove di efficienza e di efficacia. Un tale
“Piano di sviluppo”, per utilizzare l’espressione con cui il Progetto USA
si autodefinisce, anche per il benessere dei cittadini del territorio ospitante
renderebbe meno scoperto il disinteresse per la sicurezza delle popolazioni
ospitanti.
L’armonia dei nuovi manufatti ai canoni estetici della legislazione
urbanistica regionale, appare invece una vera e propria provocazione.
Un complesso edilizio di 52.000 metri cubi non lo si valuta, infatti,
in riferimento a canoni estetici inesistenti nel corpo di norme urbanistiche,
ma
si analizza in base alle disposizioni esistenti che stabiliscono
le condizioni di estensione, di volumetrie, di distanze, di altezze e di
quant’altro.
Per ciò che, comunque, attiene al dato estetico della proposta,
le due immagini di rendering del progetto presentate a colori al Co.Mi.Pa.
testimoniano la previsione di collocare in riva al mare edifici-scatoloni,
in perfetto stile parallelepipedo/squadrato, che nessun canone estetico
proporrebbe come accettabile in nessun contesto, tanto meno in un tratto
delle coste più belle del mondo. Intanto si denuncia il tentativo
truffaldino
di affermare un’inesistente armonia estetica per sottrarsi all’armonia
urbanistica.
2) ESIGENZE CHE SI INTENDONO SODDISFARE
Ristrutturare/riorganizzare le strutture di supporto navale, procedendo
alla demolizione dell’esistente ed alla costruzione delle nuove. Con ciò
si ottimizzerà l’utilizzo delle infrastrutture, si miglioreranno
le relazioni funzionali, si separeranno le strutture operative e quelle
di supporto del personale. Tutte le costruzioni saranno adeguate agli attuali
criteri anti-terrorismo.
Siamo al cuore del problema “urbanistico”. Le strutture da demolire
non sono manufatti eretti secondo la normativa urbanistica vigente nel
momento della loro installazione, ma strutture mobili prefabbricate installate
abusivamente, senza neppure il parere del Co.Mi.Pa (eccetto, a suo tempo,
quello positivo per l’adeguamento di un market e quello negativo su dei
generatori).
La normativa urbanistica non riconosce a tale situazione la condizione
di volumetria preesistente, che il Progetto pretende invece di calcolare
per definire un incremento limitato del 25% della situazione attuale, che
dal punto di vista urbanistico sarebbe comunque intollerabile.
Nel caso in esame non si può assolutamente parlare di ristrutturazione,
giacché siamo in presenza di un Progetto di costruzione ex novo
di un complesso edilizio.
Ad esempio, si può indicare la palazzina di servizi portuali
da costruire per 15.556 mc, a fronte dell’esistente di 11.644 mc calcolato
per la bettolina
ed il prefabbricato in cui attualmente vengono svolte le stesse
funzioni. Lo stesso progetto, nel presentare le condizioni degradate in
cui si svolgono alcune funzioni, afferma che esse sono ubicate in contenitori
metallici (tipo containers da spedizione marittima) chiamati, stranamente,
“Scatole con ex”.
L’unico fabbricato regolare, computabile come volumetria preesistente,
è quello della ex caserma della Marina Militare italiana, che però
non è mai stato sinora compreso nella disponibilità della
U.S. NAVY.
La Base prevista è un brutto ed immenso complesso edilizio,
che con la scusa del militare (vedremo in seguito che si tratta di una
scusa non legittima e molto pasticciata) si vuole sottrarre alle normali
valutazioni urbanistiche perché irricevibile.
3) DESCRIZIONE DELLE OPERE
Vengono descritte partitamene le singole opere da costruire, con
un’illustrazione sommaria delle funzioni e per ciascuna opera una tabella
a tre colonne per indicare l’esistente, ilfuturo e la variazione rispetto
la volumetria, la superficie delle aree di stoccaggio esterno, la funzionalità
ed il rischio sicurezza per il personale. Un’altra tabella a due colonne
presenta le attività/funzione previste in ciascuna opera per il
futuro e nella condizione esistente. A parte i dati relativi al rapporto
volumetrie preesistenti e quelle future di cui s’è gia detto, tutti
gli altri elementi delle tabelle rappresentano una condizione attuale di
degrado funzionale e strutturale e ne prevedono una futura adeguata. La
voce rischio è sempre bassa per l’attualità e sempre altra
nelle previsioni per il futuro. Un ricco corredo fotografico suffraga l’evidente
stato di degrado di quel complesso operativo che contraddice l’immagine
di qualità che si accredita alle strutture statunitensi, specie
quelle ad uso militare.
L’onestà intellettuale pretende di dare testimonianza diretta,
da parte di chi ha visitato più volte quel sito, a conferma di una
realtà che le immagini del corredo fotografico rappresentano con
crudo realismo. E’ stato ricordato il parere favorevole a suo tempo espresso
all’unanimità dal Co.Mi.Pa. per la sostituzione del capannone adibito
a market, una volta verificato l’insostenibilità della situazione,
con un altro nuovo prefabbricato. In quell’occasione non si pose il problema
di sostituire una infrastruttura mobile con un edificio in muratura, che
altrimenti non sarebbe stato accettato.
Scontata una certa benevolenza per il centro Benessere, con i suoi
spazi attrezzati interni ed esterni, ed alla mensa con area ricreativa,
rimane la ferma opposizione alla trasformazione delle strutture mobili
in cemento armato con un raddoppio dei volumi, che rende inaccettabile
anche questa struttura.
Rispetto alle altre opere, ad iniziare dal magazzino di stoccaggio
per materiali speciali e/o soggetti a discarica controllata, le obiezioni
sono alte e determinate.
La descrizione di quest’opera è significativamente reticente
proprio a proposito dei materiali speciali. Il verbale del Co.Mi.Pa, già
citato, a pag. 15 registra una domanda specifica su questo argomento, con
un inquietante riferimento al riconoscimento in una foto del simbolo del
nucleare. La risposta del rappresentante dello Stato Maggiore e dell’Ammiraglio
Comandante di MARISARDEGNA appare incredibile. Per quest’ultimo materiali
speciali sono da intendersi, genericamente, batterie, vernici, oli usati
ecc. Per il primo invece anche le macchine da scrivere ed i computers.
Entrambi hanno dimenticato di indicare anche il più noto e pericoloso
dei materiali speciali ed a discarica controllata: le scorie nucleari,
se non altro per negare che in quella base se ne tratti o se ne vuole trattare.
La caserma cambia radicalmente funzione, passando da alloggio del
personale permanente della base a una funzione cosiddetta di “branda calda”,
cioè per i marinai in servizio nei sommergibili che sostano a S.
Stefano. 24 stanze per 2 posti letto ciascuna, con relativo magazzino e
reception, per ben 4.892 mc.
Il magazzino generale di 7.000 mc. non viene ulteriormente specificato
nelle sue funzioni e nei materiali al cui stoccaggio dovrebbe essere adibito.
La banchina di ormeggio per il Naviglio di Unità Leggere
appare l’opera meno significativa, se non per il fatto che i dati che si
riferiscono ad essa permettono agli USA il trucco di abbattere dell’80%
le presunte cubature. Per rimanere alle banchine, si nota che la precedente
elaborazione del Progetto presentava una cartina della banchina su cui
approda dal 1972 la nave appoggio, incui si prevedeva l’attracco di altre
navi da guerra di superficie, oltre la nave appoggio ed i sommergibili.
I due generatori diesel aggiuntivi, ultima opera prevista, sono
la prova più evidente del potenziamento della capacità operativa
della nuova Base. La vecchia base, infatti, è nata 31 anni or sono
senza alcun generatore a terra. Successivamente gli statunitensi ne hanno
installati due e poi altri sino ad un numero di 6, quando la base aveva
il doppio compito di contrastare nel Mediterraneo la flotta subacquea dell’impero
sovietico e contemporaneamente di attaccare a terra i bersagli delle guerre
unilaterali degli USA. Ora che il primo compito è stato dismesso
da quattordici anni e rimane solo il secondo, si potenzia il parco generatori
per la più pronta operatività, efficienza ed efficacia dello
squadrone d’attacco a capacita nucleare. Tutto ciò mentre si afferma
di non voler modificare la funzione e l’attività della Base Un paragrafo
relativo alle caratteristiche comuni delle opere, ripete la previsione
di armonia estetica ed addirittura afferma che “lo stile costruttivo darà
vita a delle strutture in muratura non invadenti, dal design accurato e
contemporaneo”. La risposta viene ancora una volta affidata alla eloquenza
dei due rendering citati.
4) RIPERCUSSIONI DEI LAVORI SUL COMPLESSO DELL’INSTALLAZIONE
Si specifica che il Progetto riguarda esclusivamente l’area di S.
Stefano e non ha ripercussioni sul restante complesso dell’articolata presenza
delle altre infrastrutture della N.S.A. della Maddalena. Si vedrà
in seguito che il Pentagono pensa ad altra installazione a La Maddalena,
almeno doppia di quella progettata per S. Stefano.
5) COSTO PREVENTIVATO
US$ 32,700,00 ad intero carico del governo USA.
6) CONDIZIONI AMBIENTALI
E’ il capitolo del Progetto più criptico, con cui si tende
a dare assoluta assicurazione sull’impatto ambientale. Nessuno, infatti,
conosce il documento “Standard Governativi Ambientali Finali per l’Italia”,
altrimenti indicato con la sigla FGS, a cui il progetto si atterrebbe.
Da un’apposita nota si apprende che il documento citato sarebbe una “analisi
comparativa tra il documento del Dipartimento della Difesa,USA, denominato
‘OEBGD’ (Overseas Environmental Baseline Guidance Document – Documento
di Base per le Problematiche Ambientali all’Estero), la normativa italiana
in campo ambientale ed appropriati accordi internazionali. Il documento
FGS fornisce per ciascuna area di interesse/riserva ambientale, la normativa
di riferimento, selezionando i requisiti più restrittivi
tra quelli contenuti nei documenti di cui anzi”.
L’esperienza di oltre trent’anni di mancato controllo ecologico-sanitario
in riferimento alla base nucleare statunitense, ci fornisce gli elementi
di non credibilità degli “appropriati accordi internazionali” che
sarebbero stati prodotti. Potrebbe essere illuminante conoscere la parte
del documento FGS relativo all’area maddalenina per giudicare l’affidabilità
dei propositi.
7) PROCEDURE PARTICOLARI
La Sezione USA della Commissione Mista Costruzioni dichiara di aver
autocertificato unilateralmente la correlazione delle opere del proprio
Progetto con la Difesa Militare. Altrettanto unilateralmente la Sezione
USA ha ritenuto pertanto di utilizzare la deroga prevista per le opere
interessanti la Difesa Nazionale dal cap. IV della Direttiva SMD Infra
PL 11/78, che sottrae tali opere all’iter determinato dal sistema autorizzativo
della normativa urbanistica.
E’ il cuore dell’aspetto giuridico e di legittimità di tutta
l’operazione, che s’è svolta in un crescendo di irregolarità
formali per nascondere la mostruosità sostanziale del Progetto,
sia dal punto di vista urbanistico ma soprattutto istituzionale.
L’interesse delle opere per la Difesa Nazionale deve essere proclamata
formalmente dall’autorità italiana, e solo i programmi di installazioni
che hanno già avuto tale dichiarazione possono essere portati al
parere del Co.Mi.Pa. e sottoposti alle procedure della Legge 898/76, utilizzando
la deroga che sottrae tali installazioni alle procedure ordinarie previste
per le opere
demaniali dal D.P.R. 348/77
LA DECISIONE DEL MINISTRO DELLA DIFESA
Il Progetto sopra descritto è stato rigettato dal Co.Mi.Pa.
Stato/Regione con il parere non unanime dei suoi componenti regionali e
addirittura del rappresentante del Ministero dell’Economia. Secondo quanto
dispone la legge, a questo punto è dovuto intervenire il Ministro
della Difesa
con la sua decisione di autorizzare comunque l’istallazione.
La decisione assunta dall’On.le Martino è stata chiaramente
scritta con un intento di elementare tatticismo diplomatico. “Pur nell’attenta
considerazione delle motivazioni poste a base dei pareri contrari espressi
dai rappresentanti della Regione Sardegna, questo Ministero rappresenta
che i lavori in questione sono urgenti, indispensabili ed indifferibili,
in particolare per gli aspetti riguardanti la sicurezza del personale della
Base,
e sono conformi agli accordi internazionali sottoscritti dall’Italia”.
Anche le ragioni del Ministro devono essere tenute in attenta considerazione,
per cui si propone una precisa valutazione delle due motivazioni da Lui
espresse:
1 – SICUREZZA DEL PERSONALE DELLA BASE.
Nonostante il tentativo maldestro della Sezione USA di nascondere
la funzione delle attività che i militari statunitensi svolgono
a S. Stefano
ed aLa Maddalena, arrivando ad autocensurare la parola Base, il
Ministro italiano, per la prima volta nella storia trentennale di questa
incostituzionale presenza militare straniera, ammette da parte italiana
che di Base si tratta.
La U.S. Navy lo aveva ammesso nella precedente stesura del Progetto
ed accuratamente epurato nella seconda versione.
La sicurezza delle persone è cosa per principio irrinunciabile,
e quindi desiderabile anche per gli operatori di una Base militare straniera
seppure abusiva.
La grave situazioni di degrado strutturale in cui versa attualmente
“il sito” statunitense di S. Stefano, e le conseguenti condizioni di pesante
insufficienza della sicurezza in cui si trova, derivano proprio dalla condizione
di abuso in cui questa baraccopoli ha dovuto forzatamente vivere, proprio
perché avviata esviluppata contro legge.
Per evitare di chiamarla BASE, nel 1972 Andreotti-Medici-Tanassi
convenirono di chiamarla “PUNTO D’APPRODO PER NAVE APPOGGIO/OFFICINA”.
Ma nel tempo, con operazioni di volgare abusivismo, gli statunitensi ritennero
necessario avere a terra servizi tecnologici e di benessere con la scandalosa
complicità dei governi italiani, e, sempre per non potere o volere
chiamarla BASE, si risolse di ricorrere a prefabbricati, baracche, containers,
bettoline ed altri manufatti precari.
Oggi quel “sito” (come con pudore lo chiama il Progetto) è
paragonabile ad una vecchia bidonville, e può essere dato per certo
che l’attuale condizione di degrado è stato voluto e programmato
dalle autorità militari statunitensi ed italiane. Si è voluto
determinare una situazione talmente insostenibile, soprattutto sul versante
della sicurezza e della salute del personale nel posto di lavoro, da rendere
obbligatorio ed indifferibile la costruzione in muratura di una vera e
propria BASE A TERRA, rifiutando ancora di chiamarla Base (se non per errore).
Sulla pelle dei lavoratori, i problemi di sicurezza e di salute
sono stati volutamente esasperati per avere l’alibi di poter praticare
surrettiziamente, e in stato di oggettiva necessità, l’installazione
della nuova BASE A TERRA.
. Il rischio che l’insicurezza possa divenire dramma non è
però meno probabile per i maddalenini che per il personale militare
statunitense.
Da 30 anni i maddalenini aspettano un qualsiasi decreto o atto del
Governo italiano che avvii un credibile sistema di sicurezza, di monitoraggio
in continuo e di allarme. Attendono, altresì, un piano efficace
di emergenza e di evacuazione, che dia anche a loro la sicurezza necessaria
nella situazione in cui sono costretti a vivere, avendo in casa il nucleare
più rischioso e meno remunerativo: il nucleare militare. Oggi si
afferma che la Prefettura di Sassari starebbe per rendere noto – con 30
anni di ritardo - un piano di emergenza nucleare riferito direttamente
alla presenza nucleare statunitense a La Maddalena. Finalmente la comunità
scientifica lo potrà conoscere e valutare, ma soprattutto lo potrà
conoscere e provare la popolazione interessata.
2 – CONFORMITA’ AGLI ACCORDI INTERNAZIONALI SOTTOSCRITTI
DALL’ITALIA
Come noto l’accordo del 1972 è segreto. Se ne conosce solo
l’oggetto, ovvero il titolo, e lo si conosce indirettamente per tutta una
serie di effetti esterni e pubblici che necessariamente dispiega. La segretezza
sinora è stata mantenuta soprattutto per poter affermare sul loro
contenuto tutto ed il contrario di tutto, senza soffrire la possibilità
di verifica ed il controllo di conformità di nessuno.
Che il Progetto in questione sia stato elaborato in conformità
agli accordi internazionalisottoscritti dall’Italia ed autorizzato in quanto
riconosciuto conforme, è affermazione assoluta e non verificabile
del Ministro Martino nella sua nota del 30 settembre scorso.
Se si trattasse di Accordi manifesti, pubblici e positivamente introdotti
nell’ordinamento italiano, come tutti i trattati ed accordi militari e/o
diplomatici, anche bilaterali sottoscritti con altre Nazioni, tutti li
potrebbero conoscere e potrebbero valutarne la conformità pretesa
dal Ministro. Purtroppo però nel decreto autorizzativo del Ministro
della Difesa, in cui si trova citata anche la legge che gli da’ la potestà
di decisione a seguito del parere negativo del Co.Mi.Pa., non si rinviene
alcuna citazione dei soliti elementi di riconoscimento della pubblicazione
degli accordi affermati.
Il richiamo, quindi, agli accordi sottoscritti appare molto equivoco,
e probabilmente si tratta di un’ambiguità voluta, giacché
in questa materia la forma dell’autorizzazione viene particolarmente curata
e nessuna espressione è casualmente lasciata all’approssimazione
e alla genericità.
L’uso al plurale del termine accordi autorizza ad intendere che
non si tratta solo dell’accordo segreto del 1972, ma anche di altri accordi
che non possono essere anteriori. Quali altri accordi sono intercorsi tra
l’Italia e gli Stati Uniti interessanti la Base di S. Stefano, giacché
non se ne conoscono altri? E cosa essi prevedono e permettono? Sono stati
sottoscritti da autorità
politiche o militari?
Se il Progetto sinora esaminato viene assunto quale prodotto conforme
a tali accordi, si capisce perché devono rimanere segreti e sottratti
all’iter parlamentare e di ratifica presidenziale costituzionalmente previsti.
Si tratta infatti di una mostruosità giuridica ed istituzionale
che va tenuta nascosta, e che va fatta passare per le vie traverse, con
bugie, affermazioni non controllabili, atti amministrativi volutamente
irregolari
da non correggere.
Da 30 anni i maddalenini, i sardi e gli italiani attendono il documento
di conformità che definisca la compatibilità della collocazione
della Base nucleare militare statunitense, all’interno della più
vasta Base militare italiana di stoccaggio di munizioni di S. Stefano.
I Ministri italiani della Difesa hanno sempre impedito che l’A.I.E.A. potesse
giudicare la situazione di fatto presente a S. Stefano e potesse fornire
il proprio parere di conformità e compatibilità. Negli ultimi
vent’anni, con il ritmo quinquennale del rinnovo, per legge, della servitù
militare di S. Stefano i rappresentanti regionali del Co.Mi.Pa. Stato/Regione
hanno sempre espresso parere contrario richiedendo il documento di compatibilità
tra la base nucleare statunitense ed il deposito munizioni che la ospita.
I ricorsi sempre presentati dai vari Presidenti della Regione non sono
mai stati accolti a livello di Consiglio dei Ministri, e mai è stata
accolta la richiesta della certificazione da parte dell’autorità
più adeguata a fornirla, l’Agenzia Internazionale per l’Energia
Atomica (A.I.E.A.).
"OBIETTIVI DI CONSOLIDAMENTO”
Il Progetto di “Migliorie Infrastrutturali” a S. Stefano sopra descritto,
e che sta percorrendo il suo iter travagliato di autorizzazioni, non esaurisce
la pianificazione della nuova presenza militare statunitense nell’arcipelago.
Il Dipartimento della Difesa statunitense ha, infatti, presentato a partire
dal marzo scorso un proprio “programma concettuale” intitolato “Obiettivi
di consolidamento”. Meno precisato e con una “tipologia” istituzionale
molto diversa dall’installazione di S. Stefano, quest’ultimo programma
partecipa a definire ancor più completamente il quadro d’insieme
della nuova presenza statunitense in Sardegna.
1- LA NUOVA BASE DI SUPPORTO LOGISTICO DI LA MADDALENA:
FUNZIONI ED ENTITA’
Gli obiettivi del progetto sono stavolta ubicati nel territorio
dell’isola capoluogo e sono evidenziati da un documento illustrativo ancora
di massima. Un documento predisposto dalla Naval Support Activity di La
Maddalena che definisce subito l’obiettivo principale, e presenta esplicitamente
i dati numerici, anche se li esprime furbescamente in mq.
Il Progetto di La Maddalena prevede, in sintesi, di accorpare in
un’unica località le strutture logistiche e di supporto che attualmente
sono distribuite in 17 siti diversi a La Maddalena, S. Stefano ed a Palau
e dintorni. L’accorpamento servirebbe a superare le notevoli carenze in
fatto di predisposizioni anti terrorismo e di controllo di Polizia, e quindi
a migliorare la qualità della vita e la qualità del servizio.
Ancora una volta ci si trova di fronte ad un messaggio ambiguo che
mischia la legittima esigenza di migliorare la qualità della vita
con lo sviluppo della qualità del “servizio”, che viene riferita
senza precisi aggettivi. Per “servizio”, nel caso di un comando militare
e del suo supporto logistico ed organizzativo, non può intendersi
che servizio militare.
Sia la qualità del servizio dell’installazione presente attualmente
a S. Stefano, sia quella della nuova installazione colà progettata,
sia, inoltre, la qualità dell’installazione di La Maddalena, si
riferiscono tutte alla funzione primaria che devono svolgere per sviluppare
la potenza operativa dello Squadron 22 a propulsione ed armamento nucleare.
Appare singolare l’insistenza con cui anche i materiali illustrativi
di questa ulteriore installazione cercano sempre di mimetizzare la scontata
funzione propria di una base militare, con il richiamo pressoché
esclusivo alla qualità della vita, al benessere e alla sicurezza
degli operatori e del personale tutto. Non meno singolare appare l’adesione
di molti interlocutori istituzionali italiani, politici ed amministrativi,
a tale messaggio, anche a costo di negare l’evidenza della quantità
e della qualità dell’operazione.
In quest’ultimo progetto la parola magica è “consolidamento”,
la verità è ancora una volta l’abnorme ampliamento che prevede.
L’U.S. N.S.A. propone la propria necessità di coprire nell’isola
capoluogo un totale di 33.430 mq con sue nuove strutture previste, a fronte
degli 11.350 mq attualmente a loro disposizione. L’estensione che si prevede
di impegnare risulta, quindi, tripla rispetto a quella che asseriscono
essere
attualmente in loro uso.
Due prospetti diversi rappresentano due diverse ipotesi per compattare
i servizi da consolidare. Il primo prevede di inserire le nuove strutture
per 33.430 mq (3,4 ettari) di coperto in un sito unico di 14 ettari.
L’altro prevede, invece, un’articolazione su due siti in cui inserire
le stesse strutture in due aree separate per un totale di 15 ettari.
La valutazione sull’entità volumetrica del nuovo complesso
edilizio, in assenza di qualsiasi indicazione da parte del proponente,
si può dedurla - al minimo – considerando edifici con il solo piano
terra di almeno 3 metri di altezza, per un totale di ben 100.000 metri
cubi. Si tratta di una cifra sottostimata, giacché se si tiene conto
che in altro documento si parla di tipologia costruttiva di bassa densità
con strutture di uno o due piani, si potrebbe arrivare a 150.000 mc se
si ipotizza che la metà delle strutture avrà il piano rialzato.
L’elaborato della proposta (sette cartelle tipo lucidi da lavagna
elettrica) appare predisposto nel momento in cui il progetto di S. Stefano
diceva pane al pane, e chiamava Base il complesso di quell’installazione.
In più punti, infatti, si legge il giusto termine di Base per definire
un complesso militare articolato in sede del Comando della Base, in fabbricato
per la polizia ed i vigili del fuoco, in uffici di supporto alla Comunità
ed al personale, in strutture d’assistenza medica, in uffici per il Genio
navale, in magazzini, in foresterie ed in spaccio e circoli.
Rispetto alla situazione attuale che vede gli stessi servizi distribuiti
in 17 siti separati e dispersi nel territorio, il Progetto di consolidamento
non può definire altrimenti il complesso accorpato che si propone.
La sua cartella n° 3, nel diagramma di raffronto tra Requisiti della
Base di supporto & spazi in uso, rileva la novità importante
della istituzione di un reparto di Polizia e di Vigili del fuoco sinora
inesistente.
Non meraviglia la nuova predisposizione di un reparto di antincendio,
mentre andrebbe approfondita la novità circa il reparto di Polizia
che si acclara dalla previsione di una nuova caserma non presente tra le
strutture e quindi tra i servizi attualmente esistenti. Il problema si
pone con segno di novità nonostante si abbia conoscenza di attività
di ronda da sempre in svolgimento a La Maddalena ed a Palau da parte statunitense
e di notizie di interventi esuberanti ed autonomi del Comando statunitense
in occasione di circostanze di competenza degli organi italiani di polizia
giudiziaria e di pubblica sicurezza.
Nella nuova situazione di complesso accorpato di strutture e servizi
si ripropongono, ancor più esasperati, i problemi di sovranità
e giurisdizione che sono stati sempre considerati già nell’attuale
situazione almeno per ciò che riguarda la sede del Comando Militare
della N.S.A., piuttosto che per la scuola, i servizi medici e quant’altro.
Attualmente tutti i servizi, comprese le residenze, stanno disperse
nel territorio e tutte in locali presi in locazione da ditte private. In
particolare la sede della N.S.A. è collocata nel centro urbano,
a pochi metri dalla sede del Comando della Marina Italiana, in un’area
ed in fabbricati locati in cui si svolgono le funzioni militari assegnate
a quel tipo di Ente dall’organizzazione della U.S. Navy. Lo status di questa
situazione risulta un mix indecifrabile tra regole NATO e regole non conosciute,
in cui convivono le immatricolazioni e le targhe automobilistiche AFI della
NATO e l’esposizione della bandiera statunitense, da qualche anno abbinata
a quella italiana in assenza di quella della NATO, un’inconoscibile sistema
doganale ed un conosciutissimo regime illegale dei cittadini extra-comunitari
di origine statunitense che, contro la legge Martelli prima, contro la
legge Turco-Napolitano dopo e l’attuale Bossi-Fini, permette loro di utilizzare
ilpermesso di soggiorno anche per lavoro dipendente.
In questa situazione, la nuova richiesta indiretta di istituire
un loro reparto di Polizia nell’area che il Dipartimento della Difesa statunitense
richiede per consolidare la sua presenza nell’isola, pone degli interrogativi
inquietanti circa le funzioni che dovrà svolgere tale organismo
tipico della sovranità giurisdizionale, in un’area non di proprietà
demaniale degli USA, ma presa in locazione e con esposizione della bandiera
a stelle e strisce.
Non si riconosce in questa situazione che si verrebbe a creare,
più di quanto non lo si riconosca nella situazione attuale, la corrispondenza
tra la creazione di un reparto di Polizia con il quadro normativo della
NATO, incamerato nell’ordinamento italiano, dettato dalla Convenzione
di Londra (giugno1951) sullo statuto delle Forze Armate dei paesi del Trattato,
dal Protocollo di Parigi (agosto 1952) sullo statuto dei quartieri generali
militari ed infine dal Memorandum Italia- USA del 1995.
2 – LA VIA URBANISTICA ALLA NUOVA BASE DELLA MADDALENA
Nonostante i tanti sostanziali punti di contatto, le due installazioni
in questione di S.
Stefano e di La Maddalena hanno un importante elemento di differenziazione
proprio nell’area di sedime dove prevedono di insediarsi. L’una sta in
un’area demaniale in uso alla Marina Militare Italiana, l’altra in
un’area privata. Da ciò discende la diversa procedura che gli statunitensi
stanno seguendo per ciascuno dei Progetti, impegnando quest’ultimo nell’ordinario
iter di rilascio delle licenze edilizie.
Un importante documento del Dipartimento Navale – NSA di La Maddalena
ci fa conoscere la pressione che l’Amministrazione maddalenina sta subendo
per favorire la soddisfazione dell’esigenza rappresentata dagli USA. Con
una nota ufficiale il Pentagono pretende di intervenire come avente diritto
nel processo formativo del Piano Urbanistico Comunale (P.U.C.) di La Maddalena
in via di definizione. Come qualsiasi cittadino, l’Amministrazione statunitense
ha ritenuto di aver la titolarità di presentare le proprie osservazioni
al PUC maddalenino che il Consiglio Comunale ha esitato in prima battuta
ed esposto per legge alla fase di pubblicazione prima della deliberazione
finale.
La nota statunitense del 24 giugno 2003, diretta all’Amministrazione
comunale di La Maddalena, da atto dei contatti pregressi sull’argomento
fin dal marzo e pone esplicitamente la “volontà di realizzare una
Base di supporto logistico”. La nota specifica che l’operazione si realizzerà
con lo strumento contrattuale cosiddetto di “Costruzione per locazione”,
per cui si aggiudicherà l’appalto alla ditta vincitrice della gara
per la realizzazione delle strutture secondo le indicazioni che verranno
dettagliate nella licitazione. In pratica la N.S.A. chiede la costruzione
ex novo del complesso edilizio che le occorre con l’impegno a locarlo.
Il suo intervento sull’iter di formazione dello strumento urbanistico
viene operato, quindi, per favorire le condizioni che permettano ad una
ditta privata di ottenere le deroghe necessarie in riferimento ai bisogni
della U.S.Navy. L’Amministrazione maddalenina invece di rigettare come
irricevibile le osservazioni dell’Ente militare statunitense, decide di
non accoglierle all’interno del definitivo deliberato sul Piano ma di accantonarlo
tra le varianti al Piano stesso da definire successivamente.
UNA BASE CONTRO L’EUROPA
L’evoluzione della presenza militare statunitense in questi trenta
anni trascorsi nelle acque
dell’arcipelago maddalenino, sia dal punto di vista funzionale che
dal punto di vista strutturale,
evidenzia la particolarità e forse la singolarità
di questa Base nucleare.
In questa sua eccezionalità vanno pure letti i progetti delle
installazioni esaminati, che
marcheranno l’immediato futuro della sua funzione nell’attuale contesto
di politica internazionale
e di difesa militare, e in quello prossimo venturo che si delinea.
L’intera presenza americana va articolandosi intorno all’originario
Punto di attracco con la
nave ed i sommergibili nucleari, cui si aggiunge la nuova base a
terra a S. Stefano ed a La
Maddalena la prossima nuova base, sempre a terra. Piuttosto che
di tre Basi si può parlare a questo
punto di una grande Base articolata in tre moduli che fanno tra
loro sistema.
La qualità della novità ed il segno di un consolidamento
definitivo del complesso, che
supera dopo trenta anni le condizioni di precarietà e dispersione
infrastrutturale, la sua
stabilizzazione con strutture permanenti, segnalano una volontà
del Dipartimento della Difesa
statunitense di utilizzare per molto tempo ancora questa sua posizione
privilegiata nel
Mediterraneo.
In questa prospettiva di tempi medio-lunghi, s’impone una nuova
e più
attenta valutazione del particolare status istituzionale, giuridico
e politico che connota e marcherà
sempre più la funzione e l’attività di questa Base.
Per gli elementi che sono stati evidenziati
dall’analisi esposta, appare evidente la sua esasperata unilateralità,
che non l’assimila a
nessun’altra base statunitense in Italia, ed oggi anche in Europa.
E’ un dato di fatto che mentre cresce la preoccupazione statunitense
per lo sviluppo
dell’ipotesi di una Difesa Europea, l’Amministrazione Bush predispone
il salto di qualità per la
sua unica incontestata presenza militare in Europa e nel Mediterraneo
che gode di uno status
unico, che non rientra negli schemi del sistema NATO pur largamente
inteso, ed è ancora più
libera e flessibile rispetto al quadro degli accordi bilaterali
Italia /USA, conosciuti almeno per
titolo.
Di conseguenza appare realistico il sospetto che l’autorizzazione
da parte del Ministro
Martino al progetto di S, Stefano, pur a fronte di tante palesi
irregolarità di procedure, ma
soprattutto nonostante la particolare evidenza dei propositi politici
che sottendono la richiesta di
migliorie e di consolidamento, ha il segno dell’adesione proprio
al proposito politico statunitense.
La posizione che Berlusconi ha da ultimo espresso in più
occasioni sul tema della Difesa
Europea ancorata alla NATO e senza autonomia reale nei confronti
degli USA, non permette di
sperare nella possibilità di revisione della decisione di
Martino.
La nuova Base di S. Stefano /La Maddalena è quindi una spina
nel fianco del futuro
sistema europeo di difesa
LE RAGIONI DELLA SARDEGNA
Sulla Base nucleare statunitense e sulla sua coabitazione con il
Deposito Munizioni della NATO il Consiglio regionale ha sempre espresso
unitariamente la propria posizione di contrarietà.
Altrettanto determinato è il suo atteggiamento di rifiuto
di qualsiasi, seppur minimo, incremento di presenza militare nel territorio
dell’isola,
già oltremodo oberata di vincoli militari.
Si tratta di un orientamento riproposto sempre unanimemente anche
di recente, che ha impegnato il Presidente della Regione a chiedere la
revisione della decisione del Ministro della Difesa in sede di Consiglio
dei Ministri. Lo stesso orientamento impegna, altresì, il Presidente
ad esprimere un netto dissenso al progetto USA, in occasione della riunione
del Consiglio dei Ministri cui dovrà partecipare secondo legge.
Sarà questa l’occasione privilegiata per riproporre organicamente
la questione della Base USA, superando la tentazione di utilizzare la circostanza
per rilanciare l’annosa vertenza regionale sulle servitù e
le esercitazioni militari in Sardegna. Sarà utile evitare, altresì,
di portare sul tavolo delle trattative anche la sola questione complessa
dell’isola maddalenina e la sua crisi di rapporti con la Marina Militare
Italiana, che ha quasi consumato il suo disimpegno da quel territorio.
Affrontare nella sostanza la questione della Base nucleare statunitense,
dei progetti per il suo futuro e ricercare le soluzioni di “armonizzazione
tra i piani di assetto territoriale e di sviluppo economico e sociale”dell’area
subregionale Gallura costiera ed interna ed il programma di quest’installazione,
è la ragione unica e vera della convocazione presso il Consiglio
dei Ministri secondo la Legge sulle installazioni e le servitù militari.
Lo spessore qualitativo e quantitativo delle problematiche che sostanziano
la questione della Base USA di La Maddalena/S. Stefano non tollera il suo
annacquamento in contesti di contrattazione più larghi, dove le
mediazioni politiche trovano soluzioni ambigue, ed in cui le contropartite
servono alle parti per non affrontare la questione centrale ed i suoi specifici
problemi.
Dall’analisi sinora svolta si impongono oggettivamente i nodi critici che l’occasione di confronto Regione-Governo deve affrontare su iniziativa della Presidenza della RegioneSardegna, che ha chiesto il riesame della decisione ministeriale sulla Base nucleare statunitense
1 - Il primo punto di rivendicazione si ritiene debba essere quello relativo al SEGRETO MILITARE. L’articolo 3, comma 3, della Legge sulle servitù offre la possibilità di superarlo, dando facoltà al Presidente della Regione di chiedere all’autorità competente di autorizzare la comunicazione delle notizie necessarie anche se secretate. Il Co.Mi.Pa. deve poter riconsiderare la questione sottoposta al suo parere obbligatorio nella pienezza della conoscenza del contesto giuridico della Base statunitense. L’affermazione del Ministro circa la conformità del progetto avanzato dal Dipartimento della Difesa statunitense agli accordi internazionali sottoscritti dall’Italia, va riportata in quel Comitato perché possa rideliberare con la consapevolezza dei termini della proclamata conformità.
2 - In secondo luogo, la proposta di RICONVOCAZIONE del Co.Mi.Pa.
appare necessaria per riportare a correttezza le procedure di legge
che impegna il Comitato a deliberare sulle installazioni che interessano
la Difesa Nazionale. E’ infatti necessario superare la grave
irregolarità che ha portato la Sezione Statunitense della
Commissione Mista Lavori Italia /USA a farsi proponente unilaterale di
un’opera di “interesse militare” statunitense. L’Amministrazione italiana
della Difesa dovrà eventualmente riproporre alla deliberazione del
Comitato Regione-
Governo un’opera che viene da essa dichiarata di interesse della
Difesa Nazionale.
3 – La Regione deve richiedere, ancora una volta in quella sede, la CERTIFICAZIONE SCIENTIFICA DI COMPATIBILITA’ alle regole dell’Agenzia Internazionale sull’Energia Atomica (A.I.E.A.) tra la Base nucleare statunitense ed il Deposito Munizioni di Guardia del Moro, che la ospita nella propria ridottissima area demaniale di S. Stefano. La certificazione deve essere richiesta, secondo quanto da sempre richiesto dai rappresentanti della Regione nel Comitato alla stessa A.I.E.A., rifiutando qualsiasi tentativo di autocertificazione.
4 – Va riproposto il riconoscimento del diritto di qualsiasi lavoratore
a condizioni di salute e sicurezza in qualsiasi luogo di lavoro e di vita,
ed il
Presidente della Regione deve avanzare la richiesta del DIRITTO
DI RECIPROCITA’ a favore anche della salute e della sicurezza delle popolazioni
e del territorio che ospitano una presenza nucleare. A questo proposito
appare obbligato richiedere: A) la revisione e potenziamento dell’
attuale sistema di monitoraggio, di controllo in continuo e di allarme;
B) La predisposizione e la pubblicazione di un completo Piano di
Emergenza esterno e del conseguente Piano di evacuazione senza omissis,
specificatamente adatto alle condizioni di vita in un’isola.
5 – La Sardegna ha tutti i titoli per riproporre, soprattutto in
quella sede ed in quella data circostanza, la propria VOCAZIONE EUROPEA.
e porre la questione politica sul mantenimento di una simile Base
nel proprio territorio.
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