TRIBUNALE
CIVILE E PENALE DI PALERMO
L’anno duemilauno il giorno05del mese diMarzo , la Corte di Assise di Palermo, nell’Aula delle pubbliche udienze, sezione Terza composta dai Signori:
1.
Dott. AngeloMONTELEONEPresidente
2.
Dott. AngeloPELLINOGiudice
3.
Sig. Giuseppe DE FRANCESCAGiudice
Popolare
4.
Sig. Vincenzo RESTIVOGiudice Popolare
5.
Sig. MarinaLA ROSAGiudice
Popolare
6.
Sig. Giuseppe MANNONEGiudice Popolare
7.
Sig. AldoDI VITAGiudice
Popolare
8.Sig.AlfonsoMOSCATOGiudice
Popolare
Con
l’intervento del Sostituto Procuratore della Repubblica Dott.ssa Franca
Maria Rita IMBERGAMO econ l’assistenza
del Cancelliere Dott.ssa Valeria BERGAMINI riunita in Camera di Consiglio
ha pronunciato la seguente:
DETENUTO per altro– PRESENTE
PARTI
CIVILI COSTITUITE:
1.BARTOLOTTA
Felicia
ved. Impastato, nata a Cinisi il 24/05/1916, rappresentata e difesa dall’Avv.
Vincenzo GERVASI del foro di Palermo, come da procura speciale in calce
all’atto di costituzione di parte civile del 15/12/1989.
2.IMPASTATO
Giovanni
nato a Cinisi il 26/06/1953, rappresentato e difeso dall’Avv. Vincenzo
GERVASI del foro di Palermo, come da procura speciale in calce all’atto
di costituzione di parte civile del 15/12/1989.
3.COMUNE
DI CINISI
in persona del Sindaco pro-tempore Salvatore Mangiapane, rappresentato
e difeso dall’Avv. PALAZZOLO Leonardo, come da procura speciale in calce
all’atto di costituzione di parte civile del 3/03/1999, elettivamente domiciliato
presso lo studio del predettoAvvocato,
sito in Palermo Via L. Ariosto n. 34.
4.PRESIDENZA
REGIONE SICILIANA
in persona del Presidente pro-tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura
Distrettuale dello Stato di Palermo, come da procura speciale in calce
all’atto di costituzione di parte civile depositata all’udienza del 15/10/1999,
elettivamente domiciliata in Palermo Via A. De Gasperi n. 81.
IMPUTATO
a)del
reato di cui agli artt. 110, 575, 577 n. 3 c.p. per avere (con Badalamenti
Gaetano nei cui confronti si procede separatamente) quali ideatori e mandanti,
in concorso tra loro e con ignoti esecutori materiali cagionato, con premeditazione,
la morte di Giuseppe Impastato, con l’uso di materiale esplosivo del tipo
dinitrotoluene la cui deflagrazione dilaniava la vittima provocandone l’immediato
decesso.
b)del
reato di cui agli artt. 81 cpv., 110 c.p., 2 e 4 legge 2 ottobre 1967 n.
895 e succ. mod.; 61 n. 2 c.p., per avere (in concorso con Badalamenti
Gaetano nei cui confronti si procede separatamente)e
con ignoti, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso,
al fine di commettere il delitto di omicidio di cui al capo che precede,
illegalmente detenuto e portato in luogo pubblico materiale esplosivo del
tipo dinitrotoluene.
Fatti
commessi in Cinisi il 9 maggio 1978, e allo scopo di agevolare il conseguimento
dei fini illeciti dell’associazione criminale denominata Cosa Nostra, avvalendosi
della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento ed omertà
che derivava dalla loro partecipazione alla predetta associazione mafiosa,
nell’ambito della quale, all’epoca dei fatti, il BADALAMENTI Gaetano rivestiva
il ruolo di capo della famiglia mafiosa di Cinisi e il PALAZZOLO Vito quella
di sotto-capo della stessa.
CONCLUSIONI
DEL PUBBLICO MINISTERO:
Chiede
affermarsi la penale responsabilità dell’imputato Palazzolo in ordine
ai reati allo stesso ascritti e ritenuti gli stessi unificati dal vincolo
della continuazione e la condanna dello stesso, ai sensi della nuova disciplina
del giudizio abbreviato, alla pena dell’ergastolo.
CONCLUSIONI
DEI DIFENSORI DELLE PARTI CIVILI COSTITUITE:
L’Avv.
Giangiacomo PALAZZOLO sostituto
processuale dell’avvocato Leonardo Palazzolo, difensore della parte civile
Comune di Cinisi, chiede affermarsi la penale responsabilità dell’imputato
per i reati ascritti e condannare lo stesso al risarcimento dei danni la
cui quantificazione lascia alla determinazione della Corte.
L’Avv.
Vincenzo GERVASI difensore
delle parti civili Bartolotta Felicia e Impastato Giovanni, chiede affermarsi
la penale responsabilità dell’imputato per i reati ascritti e condannare
lo stesso al risarcimento dei danni non patrimoniali arrecati, quantificati
in £. 6.000.000.000 per Bartolotta Felicia e £. 6.000.000.000
per Impastato Giovanni o di quella somma maggiore o minore che verrà
accertata od in quella misura che riterrà equa la Corte, con una
provvisionale immediatamente esecutiva per £. 1.500.000.000 per Bartolotta
Felicia e £. 1.500.000.000 per Impastato Giovanni. Condannare altresì
l’imputato al pagamento delle spese legali quantificate in £. 175.599.900
oltre £. 60.000 per spese.
CONCLUSIONI
DEL DIFENSORE DELL’ IMPUTATO:
L’Avv.
Paolo GULLO
chiede in via principale l’assoluzione dell’imputato perché il fatto
non sussiste e in via subordinata l’assoluzione per non aver commessoil
fatto.
SVOLGIMENTO
DEL PROCESSO
Con
decreto emesso dal G.U.P di questo Tribunale in data 19.04.99, PALAZZOLO
Vito, come sopra generalizzato, veniva rinviato a giudizio dinanzi a questa
Corte per rispondere del delitto di omicidio premeditato commesso, in qualità
di mandante e in concorso con BADALAMENTI Gaetano, nonché con ignoti
esecutori materiali, ai danni di IMPASTATO Giuseppe; e del connesso reato
di porto e detenzione illegali di materiale esplodente del tipo dinitrotoluene:
delitti commessi a Cinisi (PA) il 9 Maggio 1978, e come in epigrafe specificati.
All’udienza
del 15.10.1999, si costituiva parte civile, in persona del suo Presidente
e legale rappresentante pro-tempore, la Regione Sicilia. A tale costituzione
si opponeva la difesa dell’imputato che chiedeva altresì l’estromissione
dal processo delle altre parti civili (già costituitesi all’udienza
preliminare), fatta eccezione per i prossimi congiunti (la cui posizione
processuale era stata stralciata all’udienza preliminare del della vittima.
La
Corte, accogliendo un’articolata richiesta del P.M., disponeva un congruo
rinvio in vista della possibilità di riunire il procedimento a quello
pendente a carico del coimputato BADALAMENTI Gaetano, la cui posizione
processuale era stata stralciata per legittimo impedimento del medesimo
imputato, in quanto detenuto negli Stati Uniti per espiazione di una lunga
pena detentiva comminatagli dall’Autorità Giudiziaria statunitense
per il reato di traffico internazionale di stupefacenti, in esito al processo
denominato “Pizza Connection”.
Dalla
documentazione prodotta dal P.M. risultava infatti che la competente Autorità
statunitense, pur essendo restia a concedere l’estradizione anche al solo
fine e per il tempo necessario a consentire la partecipazione dell’imputato
BADALAMENTI al processo a suo carico, era invece disponibile a collaborare
per la celebrazione del processo a distanza, con il sistema della video-conferenza,
in base al Trattato bilaterale di mutua assistenza in materia penale, vigente
tra L’Italia e gli Stati Uniti d’America (Cfr. Nota 17.05.99 del Dipartimento
della Giustizia degli Stati Uniti, prodotta, unitamente al carteggio parimenti
prodotto e relativo alla domanda di estradizione ritualmente avanzata nei
confronti dello stesso BADALAMENTI).
All’udienza
del 26.01.2000, preliminarmente il P.M. specificava il capo d’imputazione
relativo al delitto di omicidio, contestando al PALAZZOLO di averlo commesso
“allo scopo di agevolare il conseguimento dei fini illeciti dell’associazione
criminale denominata Cosa Nostra, avvalendosi della forza di intimidazione
e della condizione di assoggettamento ed omertà che derivava dalla
loro partecipazione alla predetta associazione mafiosa, nell’ambito della
quale, all’epoca dei fatti, il BADALAMENTI Gaetano rivestiva il ruolo di
capo della famiglia mafiosa di Cinisi e il PALAZZOLO Vito quella di sotto-capo
della stessa”.
L’imputato,
a sua volta, chiedeva di essere giudicato nelle forme e nei modi del giudizio
abbreviato, ai sensi dell’art. 223 del D.Lgs n. 51 del 1998. Indi, le parti
civili già costituite – e segnatamente: l’Avv. CRESCIMANNO per l’Ordine
dei Giornalisti di Sicilia; L’Avv. Giangiacomo PALAZZOLO per il Comune
di Cinisi; l’Avv. GERVASI per il “Centro Siciliano di Documentazione”;
l’Avv. SORRENTINO per il Partito di Rifondazione Comunista – e delle quali
la difesa dell’imputato chiedeva l’estromissione dal processo, insistevano
sulle ragioni della rispettiva costituzione.
La
Corte si riservava su tutte le questioni proposte, ivi compresa l’eventuale
necessità di integrazione degli atti ai fini del giudizio abbreviato,
rinviando all’udienza del 4.05.2000. Nelle more il P.M. provvedeva al deposito
di tutti gli atti contenuti nel proprio fascicolo, inclusa la documentazione
relativa all’attività integrativa d’indagine svolta dopo l’emissione
del decreto di rinvio a giudizio (Cfr. vol. 17 e ivi atti acquisiti al
fascicolo del P.M. in data 5.10.99).
Con
ordinanza emessa all’udienza del 4.05.2000, la Corte ammetteva la costituzione
di parte civile della Regione Sicilia, mentre disponeva l’estromissione
dell’Ordine dei Giornalisti, del Partito della Rifondazione Comunista e
del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe IMPASTATO”.
Sulla
richiesta di giudizio abbreviato avanzata dall’imputato, la Corte, verificati
i presupposti di cui all’art. 223 D.Lgs.51/98, disponeva, a titolo di integrazione
probatoria, l’acquisizione dei seguenti atti:
copia
della sentenza emessa dalla Prima Sezione del Tribunale di Palermo nell’ambito
del processo a carico di ALFANO Michelangelo e altri (c.d. Maxi-Quater),
passata in giudicato;
verbali
degli interrogatori resi da BUSCETTA Tommaso nel periodo Luglio-Settembre
’84;
verbale
delle dichiarazioni rese da MARCHESE Giuseppe nel processo ALFANO;
certificato
penale e per carichi pendenti relativo all’imputato PALAZZOLO Vito.
Disponeva
inoltre l’esame (in video-conferenza) dei collaboratori di Giustizia PALAZZOLO
Salvatore, MARCHESE Giuseppe e DI CARLO Francesco.
Sono
stati quindi acquisiti i verbali degli interrogatori resi da Tommaso BUSCETTA
in data 23.07.’84 e 18.08.’84, nonché gli stralci prodotti dalla
difesa dell’imputato degli interrogatori dello stesso BUSCETTA in data
21.07.’84 e 1°.08.’84. Ed inoltre, il verbale delle dichiarazioni rese
da MARCHESE Giuseppe all’udienza 27 Marzo 1996 nell’ambito del processo
ALFANO e i verbali degli interrogatori resi al G.I. dallo stesso MARCHESE
sempre nell’ambito di quel procedimento.
Il
P.M. ha inoltre prodotto copia dei verbali non omissati degli interrogatori
resi dal collaboratore di Giustizia PALAZZOLO Salvatore in data 18.11.’94
e 23.02.94; nonché copia del verbale relativo alle dichiarazioni
rese dallo stesso PALAZZOLO all’udienza dibattimentale del 18.12.’95 nell’ambito
del processo ALFANO.
Si
è quindi proceduto all’esame dell’imputato di reato connesso PALAZZOLO
Salvatore, all’udienza del 26.06.2000; ed alla successiva udienza del 29.09.2000
è stata la volta del collaboratore di Giustizia MARCHESE Giuseppe,
mentre DI CARLO Francesco non si è presentato adducendo (tramite
il proprio difensore) di essere impedito per ragioni di salute. Alla stessa
udienza la difesa dell’imputato ha prodotto un documento in lingua inglese
a firma dell’Avv. Donald KEMPSTER, Attorney at Law con studio in Chicago
in cui si asserisce che Vito BADALAMENTI (figlio di Gaetano) fu arrestato
il 7 Aprile 1984 ed estradato negli Stati Uniti nel Marzo del 1985: ivi
processato e assolto, fu rimesso in libertà il 19 Settembre 1988.
A seguito del contrasto insorto tra le parti in ordine all’ammissibilità
e comunque all’attendibilità di tale documento, volto a comprovare,
nelle intenzioni della difesa, che il suddetto BADALAMENTI, arrestato insieme
al padre Gaetano a Madrid, nell’ambito di un’operazione di polizia concernente
un traffico internazionale di stupefacenti e sfociata poi nel processo
Pizza Connection, rimase detenuto nelle carceri statunitensi fino alla
data appunto del 19 Settembre 1988 e quindi per quattro anni e cinque mesi
(e ciò al fine di provare documentalmente l’inattendibilità
di quanto asserito dal collaboratore PALAZZOLO Salvatore circa l’epoca
in cui si sarebbe incontrato con i figli di Gaetano BADALAMENTI, tra cui
il predetto Vito, per ri-organizzare con loro un traffico di cocaina),
la Corte ha disposto acquisirsi con il mezzo della rogatoria internazionale
informazioni presso le competenti autorità statunitensi per appurare
la data in cui fu rilasciato il Sig. BADALAMENTI Vito, di Gaetano, già
arrestato nell’ambito del procedimento Pizza Connection il 7 Aprile 1984
a Madrid.
Alla
successiva udienza del 19 Ottobre 2000, il DI CARLO si è presentato
ma si è avvalso della facoltà di non rispondere. La Corte
ha rinviato ancora per gli adempimenti connessi alla richiesta di rogatoria.
Alla successiva udienza dl 19.12.2000, fissata anche per l’inizio della
discussione, è stato disposto un nuovo rinvio non essendo ancora
pervenute le informazioni richieste. Solo in data 11 Gennaio 2001 è
stata trasmessa con apposita Nota del Ministero della Giustizia la documentazione
acquisita in evasione alla richiesta di rogatoria.
Indi,
all’udienza del 22.01.2001, dopo che la Corte ha dato atto che erano pervenute
le informazioni richieste, il P.M. ha prodotto le pagg. 46 e 47 della trascrizione
del verbale di interrogatorio reso da SIINO Angelo in data 13 Agosto 1997,
verbale già agli atti, ma privo delle due pagine predette che concernevano
proprio circostanze afferenti all’omicidio IMPASTATO, peraltro riportate
nel verbale riassuntivo ritualmente depositato. Il P.M. ha chiesto altresì,
sollecitando i poteri istruttori della Corte ex art. 507, di voler risentire
il collaboratore di Giustizia PALAZZOLO Salvatore sulla circostanza oggetto
della rogatoria internazionale, facendo presente che sulla stessa egli
aveva già reso dichiarazioni perspicue nel corso dell’esame dibattimentale
cui era stato sottoposto in data 18.12.95, nell’ambito del processo ALFANO
e altri. Ed infine ha chiesto l’acquisizione della relazione della Commissione
parlamentare Antimafia, depositata in data 6 Dicembre 2000 a conclusione
dell’inchiesta parlamentare su presunte deviazioni, omissioni, negligenzeo
dolosi atti di inquinamento perpetrati da apparati e servizi dello Stato
proprio nell’ambito delle indagini sull’omicidio IMPASTATO.
La
Corte, sentite le parti, ha rigettato la richiesta di una nuova audizione
del collaboratore PALAZZOLO, mentre ha disposto l’acquisizione delle pagine
mancanti del verbale di interrogatorio di SIINO Angelo e della relazione
della Commissione Parlamentare Antimafia: quest’ultima in quanto utilizzabile
“esclusivamente nelle parti che si risolvono in una rigorosa ricognizione
o nella ricostruzione fattuale di dati, circostanze, di elementi privi
di ogni connotato valutativo o quanto meno di quel connotato valutativo
che spetta…che rientra nel compito della Corte, cioè in ultima analisi
il giudizio sulla responsabilità, il giudizio sulla fondatezza delle
imputazioni”.
All’udienza
del23.01.2001, dopo che la difesa
dell’imputato ha prodotto due certificati storici anagrafici relativi allo
stato di famiglia di PALAZZOLO Salvatore ha avuto inizio la discussione
con la requisitoria del P.M., cui hanno fatto seguito gli interventi dei
difensori delle parti civili. Indi, alle udienze del 5.02.2001 e del 2.03.2001
la difesa dell’imputato ha svolto la sua arringa. Alla stessa udienza del
2.03.2001, preliminarmente, sono state acquisite due memorie già
depositate, nelle more, dalla difesa del PALAZZOLO e i relativi allegati,
concernenti stralci dei verbali di udienza relativi alle deposizioni rese
da alcuni testi escussi nel processo “parallelo” in corso di svolgimento
dinanzi alla Prima Sezione della Corte d’Assise di Palermo a carico di
Gaetano BADALAMENTI (e segnatamente quelle del Prof. PROCACCIANTI, di MANIACI
Anna e del fratello della vittima IMPASTATO Giovanni); nonché verbali
di ispezioni dei luoghi, di S.I. e altri atti di indagine che peraltro
si trovavano già contenuti nel fascicolo del P.M. ritualmente acquisito
dopo che è stata disposta la definizione del processo nelle forme
del giudizio abbreviato; ed ancora, stralcio del rapporto giudiziario di
denunzia in data 27/11/83, a firma del C.te della Compagnia dei Carabinieri
di Partitico, nei riguardi di 19 soggetti indiziati del reato di associazione
mafiosa( e distinti tra appartenenti al clan definito emergente e affiliati
al clan BADALAMENTI), tra i quali LIPARI Giuseppe, ivi indicato come affiliato
allo schieramento facente capo a Bernardo PROVENZANO . A sua volta il P.M.
ha prodotto schede di polizia relative alla posizione giuridica e ai precedenti
giudiziari dell’imputato e di LIPARI Giuseppe; nonché la sentenza
passata in giudicato il 3.02.2000, emessa dalla Prima Sezione della Corte
d’Assise di Palermo nel processo a carico di GRECO Michele+7, relativo
ad alcuni omicidi commessi ai danni di presunti affiliati al clan BADALAMENTI:
atti che sono stati acquisiti con il consenso delle altre parti.
All’udienza
del 5.03.2001, dopo una breve replica dell’Avv. GERVASI e dell’Avv. GULLO,
sulle conclusioni formulate dal P.M. e dai difensori tutti come da verbali
in atti, la Corte ha posto la causa in decisione e dopo aver deliberato
in camera di consiglio, ha emesso la seguente decisione.
MOTIVI
DELLA DECISIONE
§1- PREMESSA:
SUL FATTO E SUL RITO
Alle
prime luci dell’alba del 9 Maggio 1978, in contrada Feudo di Cinisi -piccolo
centro costiero a poche decine di chilometri da Palermo - venivano ritrovati
i resti di un corpo umano, ridotto a brandelli, sparsi in un raggio di
300 metri intorno ai binari della strada ferrata Palermo-Trapani; e precisamente
in prossimità del km. 180+30 di detta linea.
Le
condizioni in cui era ridotto il cadavere, che appariva irriconoscibile
potendosi dire solo che apparteneva ad un individuo di sesso maschile;
l’ubicazione sparsa dei resti; l’esistenza di un buco a forma di un fosso
del diametro di poco inferiore a mezzo metro, sito tra i binari della linea
ferrata proprio in corrispondenza delle traverse che collegavano le rotaie;
il fatto che proprio in quel punto uno dei binari era divelto mentre l’altro
risultava tranciato per la lunghezza di metri 0,54 e i relativi frammenti
(almeno tre repertati in apposito verbale di sequestro dai Carabinieri
intervenuti sul posto) erano sparsi a distanza di cento metri da quello
stesso punto: tutto ciò non consentiva alcun dubbio, fin dai primi
accertamenti investigativi, circa il fatto che il corpo fosse stato dilaniato
da una violentissima esplosione. Inoltre, a poche decine di metri dal punto
in cui i binari risultavano così danneggiati, nello spazio antistante
un casolare semidiroccato, veniva rinvenuta un’auto Fiat 850, dal cofano
della quale fuoriusciva un cavo telefonico con due fili, uno di colore
rosso e l’altro trasparente, già sguainati all’estremità
e ancora collegato ai morsetti della batteria. (cfr. Relazione di servizio
del 9.05.78,a firma del Vice-Brigadiere
dei C.C. SARDO Domenico, artificiere, fg. 86 del vol. 891 degli atti contenuti
nel fascicolo del P.M. e relativi al procedimento condotto secondo il “vecchio
rito”). Sul lunotto dell’auto, ispezionata alla ricerca di eventuali esplosivi
o di trappole esplosive, si rinveniva una matassa di cavo telefonico della
lunghezza di m. 28 circa e dello stesso tipo di quello (lungo circa m.
2,80) che fuoriusciva dal cofano.
In
esito al sopralluogo effettuato dai Carabinieri giunti dalla locale Stazione
di Cinisi e dal vicino centro di Partinico, nonchè dal primo magistrato
intervenuto sul posto (il Pretore di Carini, Dott. Giancarlo TRIZZINO),
il cadavere, o meglio ciò che ne restava, grazie alla immediata
identificazione della persona che aveva in uso l’auto predetta, e con l’ausilio
decisivo dei resti di indumenti ed altri effetti personali, sottoposti
a ricognizione da parte di alcuni prossimi congiunti del possessore dell’auto
(BARTOLOTTA Fara e VITALE Felicia, rispettivamente zia e cognata: v. verbale
di ricognizione del 9.05.78, aperto alle ore 12.15, fg.12-17, vol. 891),
veniva identificato in quello di Giuseppe IMPASTATO: giovane militante
del partito di Democrazia Proletaria, residente a Cinisie
candidato nelle liste del suddetto partito alle elezioni per il rinnovo
del Consiglio Comunale di Cinisi, che si sarebbero tenute di lì
a pochi giorni (erano state indette per il 14 Maggio).
Quello
stesso giorno, a seguito della segnalazione trasmessa con fonogramma delle
ore 9.45 dal Pretore di Carini, l’Ufficio di Procura di Palermo apriva
un fascicolo iscritto al nr. 1670/78/C, rubricato come “Atti relativi
al decesso di IMPASTATO Giuseppe”. (Cfr. fg. 8 del vol. 891 degli atti
contenuti nel fascicolo del P.M. e relativi al procedimento condotto secondo
il “vecchio rito”). Il testo del fonogramma, d’altra parte, conteneva solo
la rappresentazione nuda e cruda dei dati essenziali, oggettivamente rilevati
sul posto, senza azzardare alcuna ipotesi di qualificazione del fatto:
“Informo la S.V. che in contrada Feudo, territorio di Cinisi, in
zona adiacente alla linea ferrata Palermo-Trapani, km 30+180, è
stato rinvenuto cadavere irriconoscibile di persona di sesso maschile
che allo stato sembra identificarsi con IMPASTATO Giuseppe, nato a Cinisi
il 15.1.1948. Il cadavere è stato dilaniato da esplosione; pezzi
si rinvengono in un raggio di 300 metri dalla linea ferrata. Indagini in
corso. Intervenuto sul posto ho proceduto agli atti di rito e disposto
trasporto resti obitorio di Carini. Resto in attesa delle disposizioni
che la S.V. vorrà impartirmi”. (Cfr. fg.1 del vol. n. 891).
Dopo
181 giorni di istruzione sommaria, il P.M. Dott. SIGNORINO disponeva l’iscrizione
del “processo contro ignoti” (al nr. 3379/78B) per i reati di “omicidio
premeditato di Giuseppe IMPASTATO e di detenzione e porto in luogo pubblico
di esplosivo”. E trasmetteva gli atti al Giudice Istruttore, perché
formalizzasse l’istruttoria e cioè “per il formale procedimento
contro ignoti, cui darà carico: a) del delitto previsto e punito
dagli artt. 110, 575, 5777 n. 3 C.P., per avere, in concorso tra loro,
cagionato mediante esplosione di dinitrotoluene la morte di IMPASTATO Giuseppe,
commettendo il fatto con premeditazione; b) del reato previsto e punito
dagli artt. 2 e 8 della L. 4.10.1974 n. 474, per avere detenuto e portato
illegalmente in luogo pubblico materiale esplosivo (In Cinisi, il 9.05.1978)”.
(Cfr. fg. 199 del vol. 891).
1.2.
Le peculiarità del rito
Questo
processo è il primo che, a distanza di oltre vent’anni di distanza
dal fatto, si è celebrato a carico di uno dei presunti mandanti
dell’omicidio del giovane militante di Democrazia Proletaria. E si è
celebrato nella forma forse meno appropriata per fare piena luce sui molti
punti oscuri di questa dolorosa e intricata vicenda.
Il
rito abbreviato, nonostante le profonde modifiche introdotte dalla legge
16 Dicembre 1999 n. 479 (c.d.”Legge Carotti”) è un giudizio che
si definisce “allo stato degli atti”. Esso non si presta per sua natura
a specifici approfondimenti istruttori che possano intralciarne la finalità
essenziale di assicurare una sollecita definizione del processo, dovendosi
la decisione fondare sulle risultanze già acquisite e sul materiale
e le fonti di prova raccolte nel corso delle indagini espletate prima (e
al di fuori) del dibattimento. Restano salve le limitate possibilità
di integrazione probatorie concesse dal comma 5 dell’art. 441 come modificato
appunto dall’art. 29 della L. 479/99, ai sensi del quale “quando il giudice
ritiene di non poter decidere allo stato degli atti assume, anche d’ufficio,
gli elementi necessari ai fini della decisione”.
Tali
possibilità, che questa Corte non ha mancato di sfruttare, sono
ancora più limitate nella disciplina transitoria appresta dai commi
2 e 3 dell’art. 223 D.l.vo n. 51 del 1998.
Ed
invero lo speciale rito adottato per la definizione di questo processo
a seguito della richiesta di giudizio abbreviato avanzata dall’imputato
è proprio quello delineato dal dispostodell’art.
223 del D.L.vo n. 51 del 1998, come modificato dall’art. 56 della L. 16
Dicembre 1999 n. 479 (c.d. “legge Carotti”). Tale disposto ha reso possibile
una parziale applicazione della disciplina del giudizio abbreviato, che
è stata profondamente rinnovata dalla legge Carotti, limitatamente
ai processi in corso alla data del 2 giugno 1999.
L’art.
223 cit., infatti, al fine di accelerare la definizione di processi giunti
alla fase del giudizio per il mancato ricorso ai riti alternativi, e segnatamente
al giudizio abbreviato, e comunque in vista di un obiettivo di deflazione
del carico di lavoro del giudice dibattimentale, ha operato una sorta di
rimessione in termini a favore degli imputati dei processi nei quali alla
data del 2 giugno 1999 era già intervenuto il rinvio a giudizio,
consentendo di formulare la richiesta di giudizio abbreviato fino all’effettivo
inizio dell’istruzione dibattimentale (cfr. art. 223, comma 1). Si trattava
in realtà di un giudizio abbreviato anomalo, nel quale venivano
anticipati solo alcuni tratti della rinnovata disciplina apprestata dalla
c.d. Legge Carotti. In particolare, si consentiva al giudice di indicare
alle parti temi nuovi ed incompleti, e di acquisire d’ufficio i mezzi di
prova ritenuti necessari ai fini della decisione (v. comma 2). Venivano
inoltre richiamati gli artt. 442 e 443 C.P.P., nonché l’art. 441:
ma quest’ultimo limitatamente al comma 2, che concerne gli effetti della
costituzione di parte civile avvenuta dopo la conoscenza dell’ordinanza
che ha disposto il giudizio abbreviato. (V. comma 3).
Nell’originaria
formulazione dell’art. 223, l’instaurazione del giudizio abbreviato era
ancora subordinata al consenso del pubblico ministero. Questo presupposto
è stato però eliminato dall’art. 56 della L. n. 479 del 1999.
Inoltre, dopo l’entrata in vigore di quest’ultimo provvedimento legislativo,
l’espresso richiamo all’art. 442 c.p.p., contenuto nell’art. 223 del D.L.vo
n. 51 del 1998, ha reso ammissibile il giudizio abbreviato anche nei processi
in corso per reati puniti con la pena dell’ergastolo. L’art. 30 comma 1
lett. b) della L. 16 Dicembre 1999 n. 479 ha infatti integrato il secondo
comma dell’art. 442 C.P.P., stabilendo che “Alla pena dell’ergastolo è
sostituita quella della reclusione di anni trenta”.
(Successivamente
è intervenuto il D.L. 24 Novembre 2000 n. 341, conv. con modif.
in L. 19 Gennaio 2001 n.4, che ha ulteriormente integrato l’art. 442 cpv.,
precisando che l’espressione “pena dell’ergastolo” ivi contenuta deve intendersi
riferita all’ergastolo senza isolamento diurno; mentre “alla pena dell’ergastolo
con isolamento diurno, nei casi di concorso di reati e di reato continuato,
è sostituita quella dell’ergastolo”: sul punto si tornerà
nel paragrafo relativo al trattamento sanzionatorio).
Conseguentemente,
in forza della normativa transitoria apprestata dall’art. 223 D.L.vo n.
51/98 e succ. modificazioni, dopo il 2 gennaio 2000 è stato possibile
accedere al rito abbreviato, anche senza il consenso del P.M., per tutti
gli imputati rinviati a giudizio prima del 2 giugno 1999, a condizione
che la richiesta di instaurazione del procedimento speciale fosse formulata
prima dell’inizio dell’istruzione dibattimentale, come è appunto
avvenuto nel caso di specie.
Ricorrendo
tali presupposti, la richiesta dell’imputato assume i connotati di un vero
e proprio diritto potestativo essendo insindacabile da parte del giudice
fatta eccezione per il caso – che non ricorreva nella fattispecie – di
una richiesta condizionata all’espletamento di un’attività di integrazione
probatoria, a norma dell’art. 438
Ma
quel che preme qui ribadire è che anche nell’ipotesi di cui al citato
art. 223, il giudizio abbreviato rimane un rito alternativo al dibattimento
che conduce ad una decisione sostanzialmente “allo stato degli atti”: si
è ritenuto che nei procedimenti soggetti alla disciplina transitoria,
benché non ci si trovi più nella fase dell’udienza preliminare,
le finalità di rapida definizione proprie del giudizio abbreviato
possano utilmente perseguirsi mediante l’eccezionale instaurazione di esso
davanti al giudice del dibattimento, comportando comunque la richiesta
dell’imputato l’accettazione di una decisione fondata su tutti gli elementi
probatori acquisiti nel corso delle indagini, ivi compresi quelli frutto
di eventuale attività integrativa svolta dopo il deposito della
richiesta di rinvio a giudizio o dopo l’emissione del decreto di rinvio
a giudizio. E a tal riguardo nessuna preclusione può venire dalla
disposizione di cui al comma 3 dell’art. 433 C.P.P., che sembrerebbe subordinare
l’inserimento della documentazione relativa all’attività prevista
dall’art. 430 – ossia l’attività integrativa di indagine successiva
all’emissione del decreto che dispone il giudizio – alla duplice condizione
che “di essa le parti si sono servite per la formulazione di richieste
al giudice del dibattimento e quest’ultimo le ha accolte”. Tale condizione
limitativa infatti ha ragion d’essere in una prospettiva processuale, come
quella in cui si colloca appunto il terzo comma dell’art. 430, nella quale,
superata la fase dell’udienza preliminare con il rinvio a giudizio dell’imputato,
le risultanze dell’attività integrativa d’indagine debbano servire
da materia, presupposto e fonte di impulso all’istruzione dibattimentale.
Nella
prospettiva delineata dall’art. 223 D.l.vo 51/98, invece, quella istruzione
è inibita dall’adozione di un rito modellato su quello del giudizio
abbreviato, e non c’è alcuno spazio per l’ipotizzata sequenza: formulazione
di richieste al giudice del dibattimento, sulla base degli elementi raccolti
in esito all’attività integrativa d’indagine-relativo accoglimento
da parte del medesimo giudice. Ne segue che la disposizione in oggetto
non appare applicabile alla fattispecie; e, al contrario, la logica che
pervade e conforma un rito anomalo ma pur sempre ispirato al giudizio abbreviato
è quella di una decisione “allo stato degli atti”, espressione che
non può che intendersi come comprensiva di tutto il materiale probatorio
e di cognizione che sia stato legittimamente raccolto e validamente acquisito
nel corso delle indagini svolte fino al momento in cui è stata avanzata
rituale richiesta di procedere nelle forme del rito abbreviato.
Nel
caso di specie, la documentazione relativa all’attività integrativa
d’indagine svolta dopo l’emissione del decreto di rinvio a giudizio del
PALAZZOLO era stata in parte acquisita al fascicolo del p.m., già
anteriormente alla prima udienza (cfr. atti depositati in data 5.10.99,
vol 17); e, per la parte residua (v.atti di indagine e amministrativi relativi
alla morte di Giuseppe IMPASTATO in possesso dell’Arma dei Carabinieri
e già richiesti dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul
casi IMPASTATO), è stata depositata in data 4.04.2000, ossia un
mese prima dell’udienza fissata per la decisione su eventuali integrazioni
probatorie; e in pari data trasmessa per essere unita al fascicolo del
P.M. già depositato in vista della celebrazione del giudizio abbreviato.
Inoltre, già all’udienza del 26.01.2000, il P.M., nell’assicurare
che avrebbe ottemperato all’invito a depositare il proprio fascicolo “dopo
l’udienza in cancelleria”, ha precisato che avrebbe depositato appunto
il fascicolo già depositato contestualmente alla richiesta di rinvio
a giudizio, “ed è quello che noi porteremo, con l’attività
integrativa di indagine che abbiamo svolto successivamente, all’attenzione
di questa Corte” (cfr. pag. 42 del verbale di trascrizione udienza del
26.01.2000).
E
all’udienza del 4.05.2000, la difesa dell’imputato ha formulato le proprie
richieste a sollecitazione dei poteri di integrazione probatoria della
Corte, nulla eccependo in ordine all’ammissibilità della documentazione
prodotta dal P.M. che è stata quindi ritualmente acquisita ad integrazione
del fascicolo già depositato.
1.3.
Il materiale probatorio tra specialità del rito, pregressi depistaggi
e rinnovata lealtà processuale
1-
Resta il fatto che, come già detto, lo speciale rito con cui si
è celebrato il presente giudizio si pone per definizione in alternativa
al dibattimento. Esso non offre né le garanzie né le opportunità
- che sono invece tipiche dell’istruzione dibattimentale, mediante cui
la prova si forma effettivamente nel contraddittorio delle parti – di un
metodo di progressione nella conoscenza dei fatti e nell’accertamento della
verità attraverso un vaglio critico delle fonti di prova, qual può
essere assicurato solo dal confronto diretto tra le ragioni dell’accusa
e le contro-deduzioni della difesa, e un approfondimento delle loro risultanze,
nell’atto stesso in cui la prova va ad assumersi. Un metodo che non è
sempre e solo funzionale all’interesse sostanziale e alle garanzie dell’imputato;
ma è, prima di tutto, il più proficuo al fine di accertare
la verità dei fatti e individuare le eventuali responsabilità.
L’impraticabilità
di questo metodo, ovvero il fatto che gran parte del materiale probatorio
si è formato al di fuori del contraddittorio e del controllo diretto
del giudice chiamato poi a valutarne le risultanze a distanza anche di
vent’anni, non è un limite di poco conto, nel caso di specie, ove
si consideri che una parte cospicua di quel materiale – e segnatamente
gli elementi raccolti e, in misura forse ancora più incisiva, quelli
omessi nei primi accertamenti investigativi effettuati nell’immediatezza
del fatto e in quelli che seguirono nelle settimane e nei mesi successivi
- risulta confezionato nel corso di indagini su cui grava l’intollerabile
sospetto di un sistematico depistaggio o comunque di una conduzione delle
stesse viziata da uno sconcertante coacervo di omissioni negligenze ritardi
mescolati ad opzioni investigative preconcette che ne avrebbero condizionato
ed alterato la direzione e lo sviluppo.
Un
sospetto tutt’altro che remoto e pretestuoso se è vero che esso
ha portato alla costituzione, nell’ambito dei lavori della “Commissione
parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni
criminali similari” istituita con legge 1° Ottobre 1996 n. 509, di
un “Comitato di lavoro sul caso IMPASTATO”, con il compito di “condurre
un’approfondita indagine sulle vicende connesse alla morte di Giuseppe
IMPASTATO, militante di Democrazia Proletaria”. E la seconda e la terza
parte della relazione depositata dal Comitato a conclusione dei propri
lavori sono dedicate proprio ad una “minuziosa ricostruzione delle indagini
dei carabinieri della stazione di Cinisi e del reparto operativo del gruppo
di Palermo, intervenuti sul luogo dove fu trovato il corpo dilaniato di
Peppino IMPASTATO e dei magistrati che diressero le indagini”: ciò
al fine di “comprendere se, a partire dalle prime fasi delle indagini,
ci siano state anomalie nel comportamento degli Inquirenti che abbiano
determinato sottovalutazioni o incomprensioni di quanto in realtà
era accaduto oppure se vi fossero state deviazioni e depistaggi” (cfr.
pag. 6 della Relazione in atti).
Al
di là delle conclusioni cui è pervenuta la Commissione parlamentare
d’inchiesta, che non compete a questa Corte di valutare, quel sospetto,
come si vedrà, ha trovato più d’una conferma all’esito di
un accurato esame degli atti riservati in possesso dell’Arma dei Carabinieri
e del compendio degli atti relativi, in particolare, alla fase delle indagini
espletate dal reparto operativo dei Carabinieri sotto la diretta direzione
dell’allora magg. SUBRANNI, che ne compendiò i risultati nei due
rapporti giudiziari datati 10 e 30 Maggio 1978. In essi si esprime e ribadisce
il convincimento che “IMPASTATO Giuseppe si sia suicidato compiendo
scientemente un attentato terroristico, così come si ritiene che
non sia emerso alcun elemento che conduca ad una diversa conclusione”.
In
realtà, già alla data di stesura del primo rapporto erano
emersi elementi che smentivano o quanto meno ponevano seriamente in dubbio
l’attendibilità di quell’ipotesi: peraltro, fondata esclusivamente
sul rinvenimento di una lettera autografa in cui l’IMPASTATO sembrava esprimere
propositi suicidi legati ad una profonda frustrazione per il fallimento
del suo impegno politico e della sua stessa concezione della politica.
In particolare, le testimonianze e i circostanziati esposti di amici compagni
di partito e stretti congiunti dell’IMPASTATO, oltre ad escludere, anche
sulla base di una dettagliata ricostruzione dell’impegno e del fervore
profusi negli ultimi frenetici giorni di campagna elettorale, nonché
dei suoi progetti immediati che lo stesso potesse nutrire propositi suicidi;
e a fornire elementi che consentivano di datare ad almeno sette mesi prima
del fatto, e cioè a Novembre ’77, la lettera; mettevano l’accento
sulla campagna di appassionata contro-informazione e di sensibilizzazione
dell’opinione pubblica sui temi della lotta alla mafia e al ripristino
della legalità; sul tenore delle sue implacabili denunzia di speculazioni
edilizie e collusioni tra amministratori locali ed esponenti mafiosi ben
identificati; e sulle minacce che per questo suo appassionato impegno politico
e civile l’IMPASTATO aveva ricevuto negli ultimi tempi. Elementi che avrebbero
dovuto quanto meno indurregli Inquirenti
a sondare la possibilità di una causale alternativa a quella del
suicidio, mentre nessun concreto atto di indagine venne compiuto in direzione
della c.d. “pista mafiosa”, per tutto il corso dell’istruzione sommaria.
2-
Detto questo, si deve tuttavia alle peculiarità del rito e allo
spirito di leale e fattiva collaborazione tra tutte le parti – a anche
a chi, come il Centro Siciliano intestato alla memoria di Giuseppe IMPASTATO,
dal processo è stato estromesso per difetto di legittimazione all’azione
risarcitoria; ma un prezioso contributo ha dato, nel corso degli anni,
alla raccolta sistematica di un prezioso materiale informativo – la possibilità
che al processo abbiano avuto accesso le fonti più disparate e comunque
utili a fornire elementi di conoscenza dei fatti: dalle cassette contenenti
l’audioregistrazione di alcune trasmissioni radiofoniche concernenti il
programma “Onda Pazza”, ideato e condotto dallo stesso IMPASTATO (e relative
trascrizioni); al Pro-memoria a cura della redazione di Radio Aut, che
fu consegnato al G.I. Dott CHINNICI; al dossier “Notissimi Ignoti” a cura
del Centro Siciliano di documentazione (e allegata documentazione giornalistica,
in essa compresa gli articoli di giornale che fotografano i momenti salienti
delle prime indagini sul caso IMPASTATO; o notiziano delle vicende relative
alla catena di delitti che insanguinarono Cinisi e dintorni, tra il 1981
e il 1984, nell’ambito della c.d. “guerra di mafia”; ma documentano altresì
lo sviluppo delle indagini su alcuni casi di abusivismo edilizio a Cinisi,
esplosi a seguito o nell’ambito delle indagini sul delitto IMPASTATO);
alla testimonianza di Felicia BARTOLOTTA (madre di Giuseppe IMPASTATO)
raccolta il 1° Dicembre 1984 in forma di libro-intervista (“La Mafia
in casa mia”, a cura di Anna PUGLISI e Umberto SANTINO, ed. LA LUNA,
Palermo 1986).
Parimenti
deve darsi atto alla pur puntigliosa e talora pungente Difesa dell’imputato
di avere accettato, senza pretestuose riserve o eccezioni di inammissibilità
della documentazione prodotta ex adverso, di confrontarsi apertamente
anche sulle risultanze delle fonti processualmente meno ortodosse, come
quelle sopra richiamate. Si tratta peraltro di atti ammissibili come prove
documentali, nella parte in cui ricostruiscono rapporti e conservano memoria
di fatti e circostanze assurti a dignità di notorio in ambito locale,
ovvero oggetto di conoscenza diretta da parte di chi ne ha riferito; o
utili a ricostruire, alla stregua di una fonte storiografica, e attraverso
il racconto dei suoi prossimi congiunti o degli amici e compagni di partito
che ne avevano condiviso passione politica ed impegno civile, sia la personalità
della vittima che il retroterra familiare (e, non ultimo, il clima di tensione
e crescente preoccupazione e sfiducia con cui venne seguita la prima fase
delle indagini)
3-
Ancora in via preliminare, non ci si può esimere da un’ulteriore
considerazione.
Secondo
la prospettazione accusatoria, di cui fa fede il tenore stesso dell’imputazione
di cui al capo a), quello di Giuseppe IMPASTATO è un omicidio di
stampo mafioso per la logica in cui si inscrive, per la sua specifica causale
e per l’identità di mandanti ed esecutori. Più precisamente,esso
“fu voluto da Gaetano BADALAMENTI da Vito PALAZZOLO e da altri soggetti
rimasti ignoti, per eliminare uno strenuo “oppositore delle strategie mafiose
sul territorio di Cinisi e su territori a questo limitrofi”; e per far
tacere una voce che aveva avuto l’impudenza di accusare ripetutamente Gaetano
BADALAMENTI, nella sua qualità di boss riconosciuto di Cinisi, di
vari crimini, tra cui il traffico di droga, giungendo anche a dileggiarlo
con una satira dissacrante nel corso di numerose puntate del programma
radiofonico “Onda Pazza”, trasmesso dai microfoni di Radio Aut (e ciò
nel quadro di una campagna di denunzie mirate e di sensibilizzazione dell’opinione
pubblica locale condotta attraverso comizi in piazza, diffusione di volantini
o ciclostilati, mostre fotografiche, articoli di stampa, interviste a radio
locali ma anche un programmi radiofonici a carattere satirici).
Questo
processo, dunque, nasce mutilato della presenza e della partecipazione
del suo principale imputato. Sarebbe infatti Gaetano BADALAMENTI, secondo
la prospettazione accusatoria testè richiamata, il principale artefice
della deliberazione criminale - cui PALAZZOLO Vito avrebbe concorso nella
sua qualità di braccio destro dello stesso boss di Cinisi - di uccidere
il giovane militante di Democrazia Proletaria. E ciò per la sua
autorità di capo della famiglia mafiosa di Cinisi; ma anche perché
era proprio lui il principale bersaglio della campagna di denunzie e istigazioni
alla ribellione civile (contro un ordine costituito basato sulla connivenza
tra pubblici poteri e prepotenza mafiosa) condotta anche con lo strumento
di una satira dissacrante.
In
effetti, in data 27 Maggio 1997 l’Ufficio di Procura aveva avanzato richiesta
di rinvio a giudizio congiuntamente nei riguardi di Gaetano BADALAMENTI
e di Vito PALAZZOLO. Ma lo stralcio della posizione del primo per la sua
condizione di detenzione nelle carceri statunitensi, assunta a legittimo
impedimento alla sua partecipazione all’udienza preliminare (v. verbale
di udienza del 10 Marzo ’99, vol. 16, fascicolo degli atti relativi all’udienza
preliminare); e poi, dopo che lo stesso BADALAMENTI aveva chiesto il giudizio
immediato (effettivamente disposto dal G.U.P. con decreto del 23.11.99),
la scelta processuale del PALAZZOLO in favore del rito abbreviato – scelta
non ripetuta dal coimputato BADALAMENTI- hanno determinato l’impossibilità
di una trattazione congiunta delle due posizioni. Posizioni che restano
però inscindibilmente connesse, nella prospettiva sopra delineata,
con la conseguenza che diventa inevitabile la rilevanza e talora la pregiudizialità
di accertamenti e valutazioni che involgono la responsabilità dell’imputato
nei cui confronti si procede separatamente per il medesimo fatto.
E’
anche vero, però, che, paradossalmente, la scelta del rito abbreviato,
che per sua natura comunque minimizza gli spazi per l’instaurazione del
contraddittorio nella formazione della prova, elevando al rango di fonti
di prova anche gli atti compiuti e le risultanze acquisite nella fase delle
indagini, finisce per fugare le ombre o i rischi che da quell’assenza potrebbero
discendere ai fini di un più compiuto e corretto svolgimento della
dialettica processuale.
Né
appare secondaria, per ovvie ragioni, la circostanza cheil
difensore del BADALAMENTI è lo stesso che ha qui egregiamente difeso
il PALAZZOLO.
1.4.
Un delitto di mafia: risvolti umani e implicazioni politico-istituzionali
della vicenda umana.
La
morte di Giuseppe IMPASTATO è il tragico epilogo di una vicenda
che presenta anche dolorosi risvolti umani per l’insanabile contrasto che
opponeva, con effetti laceranti per l’intero nucleo familiare, lo stesso
Giuseppe al padre. Luigi IMPASTATO, come si evince dalle sofferte testimonianze
dei suoi più stretti congiunti – prima ancora che dalle dichiarazioni
convergenti di numerosi collaboratori di Giustizia – era infatti pienamente
inserito nei circuiti mafiosi locali, in forza dei suoi rapporti di conoscenza,
di abituale frequentazione, e di personale amicizia (oltre a vincoli di
parentela o affinità) con diversi personaggi legati a Cosa Nostra
o accreditati addirittura di ruoli di spicco nell’ambito di quell’organizzazione
criminale (da Cesare MANZELLA, suo cognato, e ritenuto il capo mafia di
Cinisi fino al momento della sua morte, avvenuta per l’esplosione di un
auto-bomba, a Gaetano BADALAMENTI). Ed è emerso come egli osteggiasse
le concezioni e scelte di vita che ponevano il figlio Giuseppe su di una
sponda opposta: quella cioè di un impegno civile e di una militanza
politica incentrata sul tema della lotta alla mafia, e che non risparmiava
strali e accuse pubblicamente rivolte a parenti, conoscenti e amici personali
del padre. Un contrasto, peraltro, che rende ancora più toccante
la disperata testimonianza d’affetto che si ricava da alcune frasi attribuite
allo stesso Luigi da una cugina americana (BARTOLOTTA FELICIA, intesa Vincenzina)
cui egli avrebbe esternato, in occasione di un viaggio per far visita ad
alcuni parenti residenti negli Stati Uniti, tutta la sua angoscia e preoccupazione
per la sorte del figlio, insieme al fermo proposito di difenderlo anche
a costo della propria vita.
Il
delitto IMPASTATO è stato anche un caso politico: per la personalità
della vittima, che era un attivo militante di estrema sinistra nonché
candidato alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Cinisi
per il partito di Democrazia proletaria; e per le polemiche e le recriminazioni
seguite al disorientamento e alle contrastanti reazioni che i dubbi e gli
interrogativi sulla sua morte avevano provocato in seno all’opinione pubblica
e alle formazioni politica della stessa sinistra (parlamentare e non),
complice anche una certa iniziale subalternità degli organi di stampa
alle notizie e valutazioni a senso unico fatte filtrare fin dai primi giorni
successivi al fatto dagli Inquirenti, che accreditavano con decisione l’ipotesi
del suicidio legato ad un attentato terroristico, quando invece le prime
risultanze investigative (v. le deposizioni di numerosi amici e compagni
di militanza dell’IMPASTATO, oltre a quelle dei suoi familiari; e l’esito
negativo delle massicce perquisizioni domiciliari a casa IMPASTATO e nell’abitazione
della zia, BARTOLOTTA Fara, presso cui la vittima dimorava, nonché
nei riguardi degli stessi militanti o presunti appartenenti al suo gruppo
politico) e la necessità di intraprendere alcuni basilari e preliminari
accertamenti rendevano quanto meno prematura ed azzardata qualsiasi conclusione.
E’
stato ed è anche un caso non scevro da co-implicazioni istituzionali,
come dimostra il fatto stesso che sia stata istruita un’apposita indagine
parlamentare, per la necessità di far luce su inspiegabili ritardi
e vistose omissioni e lacune nella conduzione delle indagini (almeno sino
alla formalizzazione dell’istruttoria) ed il tremendo sospetto, insinuatosi
via via che nuovi elementi di conoscenza e spezzoni di verità affioravano
a corroborare l’ipotesi del delitto di stampo mafioso, che i probabili
responsabili possano aver goduto di coperture o connivenze omertose o atteggiamenti
altrimenti compiacenti all’interno delle forze dell’ordine e degli apparati
dello Stato preposti alle indagini.
Ebbene,
dei risvolti umani della vicenda e delle implicazioni predette questa Corte
ha tenuto conto al limitato fine di sceverarne per quanto possibile elementi
di conoscenza e di comprensione dei fatti, con particolare riguardo alla
personalità della vittima, alla sua vicenda personale e politica
e al contesto storico e ambientale in cui questa si è snodata; e
quindi anche alla possibile causale del delitto, nonché, preliminarmente,
alla qualificazione (come tale) del fatto. Ma tutto ciò avendo cura,
al contempo, di bandire dal proprio orizzonte valutativo qualsiasi condizionamento
o suggestione che potesse preludere alla formazione di un pregiudizio,
in un senso o nell’altro, nella valutazione delle responsabilità
individuali e, prima ancora, in ordine alla stessa configurazione del fatto.
§2.-
ITER DELLA VICENDA GIUDIZIARIA: dall'ipotesi del suicidio alla
certezza dell'omicidio.
2.1.
Il fatto e le risultanze dei primi accertamenti
Ma
il caso IMPASTATO è stato anzitutto oggetto di una storia giudiziaria
complessa e travagliata quant’altre mai, delle quale vanno ripercorse le
tappe salienti, a partire dal suo primo capitolo, che è consacrato
nella sentenza ordinanza emessa dal Consigliere Istruttore Dr. Antonino
CAPONNETTO il 19.05.1984.
La
sentenza contiene un’accurata ricostruzione dei fatti e delle indagini
espletate fino ad allora: la più puntuale possibile sulla scorta
delle risultanze dei primi accertamenti investigativi e di fonti del tutto
autonome e distinte dalle successive rivelazioni dei collaboratori di Giustizia
(e relative indagini a riscontro) e dagli ulteriori particolari e retroscena
disvelati dai congiunti della vittima.
Essa
dichiarava non doversi procedere in ordine ai delitti di omicidio premeditato
in danno di Giuseppe IMPASTATO e di detenzione e porto illegali di esplosivo
per esserne rimasti ignoti gli autori, con ciò ponendo come punto
fermo e acclarato che di omicidio si era trattato.
Nella
parte motiva, e con argomenti fondati sull’esito degli accertamenti tecnici
espletati – e segnatamente, consulenza medico legale e indagine balistica
– sulle risultanze delle numerose deposizioni testimoniali e su stringenti
considerazioni logiche, viene decisamente disattesa l’ipotesi di un suicidio
o di un incidente comunque legato ad un attentato terroristico messo in
atto dallo stesso IMPASTATO; e si perviene piuttosto alla conclusione che
questi “è rimasto vittima di un efferato omicidio, attuato con
modalità tali da far attribuire la morte ad un deliberato atto omicida
o ad un’accidentale esplosione, e comunque nel quadro di un attentato dinamitardo,
e da farne quindi derivare discredito, al tempo stesso, al movimento politico
di cui la vittima era il principale esponente della zona.”.
Inoltre,
dalla premessa parimenti acclarata che il giovane IMPASTATO aveva “incentrato
il suo impegno di lotta contro le prevaricazioni, gli abusi e gli illeciti
di taluni amministratori, e – soprattutto – di ben individuati gruppi e
personaggi mafiosi”, si ricava, per logica induzione, il più
che ragionevole convincimento che “proprio in questi ambienti sia stata
decisa e attuata la soppressione di un così irriducibile accusatore”.
Orbene,
dalle ragioni e dalle argomentazioni su cui si fondavano simili conclusioni,
che questa Corte ritiene di dover condividere, occorre prendere le mosse,
con il conforto, se del caso, di testuali richiami alla motivazione della
stessa sentenza, posto che si tratta pur sempre di una sentenza istruttoria
di non doversi procedere e come tale inidonea a dispiegare efficacia di
giudicato pure in ordine a quanto accertato in punto di fatto; e considerato
che la difesa dell’odierno imputato ha rimesso in discussione anche il
punto che si dava per definitivamente assodato, riproponendo in pratica
l’ipotesi del suicidio o, in subordine, dell’esplosione accidentale comunque
legata ad un progetto di attentato dinamitardo.
Va
detto subito che tale ipotesi, consacrata nei due rapporti datati 10 e
30 Maggio 1978 a firma dell’allora Maggiore SUBRANNI, Comandante del reparto
Operativo dei Carabinieri che personalmente diresse le prime indagini,
tramonta definitivamente, come già ricordato, a conclusione dell’istruzione
sommaria. E lo stesso Maggiore SUBRANNI, che ne era stato il più
strenuo sostenitore, nelle deposizioni rese all’A.G. in data 25.12.80 e
16.07.82, ammise l’erroneità del suo iniziale convincimento, riconoscendo
che gli elementi emersi dallo sviluppo delle successive indagini comprovavano
che non si era trattato di suicidio, bensì di un vero e proprio
omicidio premeditato:
“nella
prima fase delle indagini , si ebbe il sospetto che l'Impastato morì
nel momento in cui stava per collocare un ordigno esplosivo lungo la strada
ferrata. Questi sospetti, però, vennero meno quando, in sede di
indagini preliminari, svolte da Magistrati della Procura, emersero elementi
che deponevano più per l'omicidio dell'Impastato che per una morte
accidentale cagionata dall'ordigno esplosivo. Dalle indagini a suo tempo
svolte, emerse in maniera certa che l' Impastato era seriamente e concretamente
impegnato nella lotta contro il gruppo di mafia capeggiato da Gaetano Badalamenti
che l'Impastato accusava di una serie di illeciti, anche di natura edilizia.
In ordine a quest'ultima circostanza, muoveva anche accuse ad un certo
Finazzo da lui ritenuto mafioso e legato al Badalamenti.”.(v.fg.
110, vol. II).
In
realtà, gran parte degli elementi emersi dalle indagini dei magistrati
della Procura e dell’Ufficio Istruzione di Palermo, cui allude l’Ufficiale
sunnominato, erano già stati acquisiti nel corso dei primi accertamenti
investigativi e figuravano agli atti in possesso degli Inquirenti già
alla data di stesura del primo rapporto SUBRANNI o, quanto meno, all’epoca
del suo secondo rapporto. Essi però scontarono una sorta di avversione
preconcetta degli stessi Inquirenti a dare credito a causali del fatto
diverse e alternative all’ipotesi dell’attentato terroristico, che fu formulata
nell’immediatezza del fatto, e cioè la stessa mattina del 9 Maggio
’78, prima ancora di attendere l’esito degli accertamenti preliminari e
quando ancora era in corso la pietosa raccolta dei resti del povero IMPASTATO.
Lo prova il fonogramma urgente a firma del Dott. Gaetano MARTORANA (allora
procuratore aggiunto) trasmesso al Procuratore generale presso la Corte
d’Appello di Palermo appunto il 9 Maggio. Non vi è indicato l’orario,
ma dal suo contesto si evince che non era stato ancora formalizzato il
riconoscimento del cadavere che avvenne, come sappiamo, alle 12.15 di quella
stessa mattina. Dalle testimonianze rese alla Commissione parlamentare
di inchiesta sul caso IMPASTATO abbiamo appreso che, in effetti, quella
mattina fu tenuto un summit presso il Comando della Stazione dei carabinieri
di Cinisi, alla presenza di alti ufficiali dell’Arma e dei magistrati della
Procura di Palermo investiti del caso, mentre erano in corso le operazioni
di rito – tra cui appunto il riconoscimento del cadavere – cui era stato
delegato il Pretore di Carini (cfr. stralcio del verbale di audizione del
Dott. TRIZZINO in data 25 Novembre 1999, pagg.43-44 e pag. 107, nt. 180
della Relazione in atti).
I
risultati di quella riunione, e quale fosse l’atteggiamento degli Inquirenti
che vi presero parte, sono ben riflessi e condensati nel testo del fonogramma
a partire dalla sua titolazione:
“OGGETTO:
Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda-
Morte di persona allo stato ignota, presumibilmente identificatesi in IMPASTATO
Giuseppe, nato a Cinisi il 15.01.1948”.
“A
norma dell’art. 233 c.p.p. informo l’E.V. di quanto segue:
Verso
le ore 0.30- 1 del 9.05.1978, persona allo stato ignota, ma presumibilmente
identificatesi in tale IMPASTATO Giuseppe, in oggetto generalizzato, si
recava a bordo della propria autovettura FIAT 850 all’altezza del km. 30+180
della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo,
che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore.”
“La
ricognizione dei luoghi effettuata dal Pretore di Carini accertava che
il cadavere, di cui rimangono due tronconi degli arti inferiori ed una
mano, è stato dilaniato dall’onda d’urto dell’esplosivo, spandendo
i resti nel raggio di 300 metri dalla linea ferrata, che rimaneva danneggiata.”
“Sul
luogo, ad una distanza di circa 50 metri dalla linea ferrata, veniva rinvenuta
l’autovettura dell’IMPASTATO con un cavo telefonico applicato alla batteria
e, nel punto posteriore, una trentina di metri dello stesso filo, presumibilmente
da collegare alla carica esplosiva per chiudere il circuito e provocare
l’esplosione.”
“I
CC. del Reparto Operativo del Gruppo di Palermo, prontamente intervenuto,
procedevano a perquisizione domiciliare presso l’abitazione dell’IMPASTATO,
rinvenendo, tra l’altro, una lettera con la quale il predetto IMPASTATO
manifestava propositi suicidi.”
“Di
conseguenza, le indagini del caso vengono espletate tenendo presente sia
l’ipotesi del suicidio che quella dell’attentato dinamitardo.”
“E’
da tenere presente che dalle informazioni raccolte sul posto da questo
Ufficio, intervenuto prima in persona del Sost. Procuratore della repubblica
dr. Domenico SIGNORINO e poi in persona del sottoscritto, l’IMPASTATO risulta
appartenente al movimento di estrema sinistra “Democrazia proletaria”,
di cui peraltro era segretario politico e candidato alle prossime elezioni
amministrative.”
“Mi
riservo ulteriori notizie”.
2.2.
Le suggestioni del clima storico politico e l'ipotesi dell'attentato terroristico.
Da
questo documento si evince che la tesi del suicidio legato ad un attentato
terroristico viene subito sposata dagli Inquirenti come unica spiegazione
plausibile del fatto, e quindi con accenti di certezza. L’unico dubbio
che sembra residuare attiene alla sussistenza del proposito suicida, lasciandosi
intravedere la possibilità di una morte accidentale del presunto
attentatore. E si evidenziano altresì gli elementi da cui traeva
origine quel convincimento, che sarà poi ribadito nei rapporti giudiziari
del Magg. SUBRANNI, ma soprattutto la componente di tacito pregiudizio
politico-ideologico che ne faceva un atteggiamento preconcetto: 1)il potente
esplosivo il cui scoppio ha dilaniato “lo stesso attentatore” era stato
collocato sulla linea ferrata; 2) il meccanismo di innesco della carica
esplosiva appariva riconducibile al cavo di tipo telefonico applicato alla
batteria dell’auto dell’IMPASTATO, dal cui cofano fuoriuscivano appunti
dei fili; 3) il rinvenimento a casa della zia, BARTOLOTTA Fara, presso
cui lo stesso IMPASTATO dimorava, di una lettera in cui egli manifestava
propositi suicidi.
Ma
particolare risalto veniva conferito alla collocazione e al ruolo politici
di Giuseppe IMPASTATO, qualificato come militante ed elemento di spicco
di una formazione politica di estrema sinistra. Per comprendere come questo
dato assumesse una precisa connotazione indiziaria, tanto da essere segnalato
a coronamento di un quadro ricostruttivo tutto incentrato sull’ipotesi
dell’attentato terroristico; e quanto possa aver pesato nel determinare
gli Inquirenti a dare un peso preponderante a quell’ipotesi, bisogna riportarsi
alla drammatica temperie storico-politica di quegli anni, anzi di quei
giorni.
Proprio
la mattina del 9 Maggio 1978, il Paese è scosso dalla notizia del
rinvenimento del cadavere dell’on. MORO, trucidato dalle Brigate Rosse:
si concludeva così nel modo più cruento la tragica vicenda
iniziata circa due mesi prima, e precisamente il 16 Marzo 1978, del sequestro
del presidente del partito di maggioranza relativa (e della strage della
sua scorta) che segnò il punto culminante della strategia di attacco
terroristico allo Stato – intrapreso con l’omicidio del procuratore generale
di Genova COCO nel Giugno 1976 - ad opera delle Brigate Rosse e di altri
gruppi armati, sedicenti avanguardie di una vagheggiata rivoluzione proletaria.
(Una vicenda che angosciò e divise l’opinione pubblica e le forze
politiche, che dilaniò le coscienze, costringendo a scelte impietose;
e che pesò in modo decisivo sugli equilibri e i successivi sviluppi
del quadro politico e istituzionale.).
Già
l’anno precedente si era chiuso con l’assassinio del vice-direttore de
“La Stampa” Carlo CASALEGNO (ferito a morte il 16 Novembre), cui era seguita
l’uccisione il 29 Dicembre a Bari dello studente della Federazione Giovanile
Comunista Italiana, PATRONE, ad opera di neo-fascisti. In precedenza, le
Brigate Rosse avevano assassinato il presidente dell’ordine degli avvocati
di Torino (28 Aprile) e ferito alle gambe diversi e autorevoli personaggi
del mondo dell’informazione (il 1° Giugno a Genova il vice-direttore
del Secolo XIX, BRUNO; il 2 Giugno,a Milano, il direttore del Giornale
Nuovo, MONTANELLI; e il giorno dopo a Roma, il direttore del TG1, ROSSI).
Ma va sottolineato,soprattutto, che nel 1977, complessivamente, si registrarono
2.128 attentati, e cioè il doppio di quelli compiuti l’anno precedente;
e la ripresa delle attività terroristiche (di sinistra, ma anche
di destra: compaiono nuove sigle ed organizzazioni clandestine del terrorismo
nero, come i N.A.R. e Terza Posizione), nel contesto di una generale radicalizzazione
degli antagonismi sociali sotto i colpi di una pesante crisi economica
e di un’inflazione galoppante, si salda, proprio in quell’ anno con una
nuova esplosione della protesta studentesca: nasce il movimento c.d. del
’77 che inizialmente teorizza la necessità di riappropriarsi della
sfera dei bisogni personale e di valorizzare la dimensione privata, ma
presto sviluppa, nelle sue frange più organizzate, l’inclinazione
allo scontro e alle violenze di piazza. Tra il 7 e l’11 Marzo, Bologna
è sconvolta dalla guerriglia urbana: nel corso di scontri con la
polizia, muore uno studente di Lotta Continua, LORUSSO. Nella manifestazione
di protesta che ne seguì a Roma, il 12 Marzo, ancora violenti scontri
e il 21 Aprile sempre a Roma da un corteo di autonomi sono esplosi colpi
d’arma da fuoco e muore l’Agente di Polizia PASSAMONTI. Le eccezionali
misure di ordine pubblico adottate danno la misura della gravità
della tensione: per il periodo 22 Aprile-31 Maggio 1977, su disposizione
del Ministro degli Interni, è vietata su tutto il territorio nazionale
qualsiasi manifestazione di piazza. Ma nonostante il divieto, il 12 Maggio,
su iniziativa dei radicali, si svolge a Roma una manifestazione per celebrare
l’anniversario della vittoria abortista: durante una
carica
della polizia, la studentessa Giordana MASI rimane uccisa per un colpo
d’arma da fuoco. Il 1° Ottobre, una manifestazione antifascista seguita
all’uccisione dello studente di Lotta Continua Walter ROSSI degenera in
atti di violenza: viene incendiato un bar frequentato da giovani neofascisti,
e uno di loro muore.
Anche
il 1978 si apre nel segno di una recrudescenza della violenza terroristica
e squadrista, che si avvia ormai ad essere una variabile indipendente delle
vicende politiche nazionali ed un fattore abituale di malessere e angoscia,
fino al limite dell’assuefazione, nella coscienza e nel sentire diffuso.
Il 4 Gennaio viene assassinato il capo dei sorveglianti della FIAT di Cassino
e l’omicidio è rivendicato da un gruppo denominato “Operai armati
per il comunismo”. Il 7 gennaio, extraparlamentari di sinistra uccidono
a Roma due militanti del Fronte della Gioventù, Franco BIGONZETTI
e Francesco CIAVATTA. Negli scontri che seguono con la polizia (e con gruppi
di “autonomi”), resta ucciso lo studente missino Stefano RECCHIONI. (Né
mancano pesanti implicazioni politiche del clima di radicalizzazione della
conflittualità sociale: il 12 Gennaio il Dipartimento di Stato americano
invita i “leaders democratici” dell’Occidente ad evitare alleanze
con i comunisti; il 16 gennaio il Presidente del Consiglio in carica, G.
ANDREOTTI, rassegna le dimissioni. Su impulso dell’on. MORO vengono avviate
difficili trattative per la formazione di una maggioranza programmatica
favorevole ad un governo monocolore a guida democristiana, ma con l’appoggio
esterno del P.C.I.).
Ed
ancora, il 20 Gennaio le “Unità comuniste combattenti” uccidono
a Firenze un poliziotto. Il 14 Febbraio tornano in scena le Brigate Rosse,
uccidendo a Roma il consigliere di cassazione Riccardo PALMA. E il 10 Marzo
a Torino, dove si è finalmente aperto il primo storico processo
alle stesse Brigate Rosse, uccidono un testimone, Rosario BERARDI, Maresciallo
di Polizia. Indi il 16 marzo, sequestrano l’on. MORO trucidando i cinque
uomini della sua scorta. (Proprio quella mattina la Camera era riunita
per ascoltare le dichiarazioni programmatiche e votare la fiducia al nuovo
Governo ANDREOTTI).
Anche
nelle settimane e nei mesi che seguono la tragica mattina del 9 maggio
’78, la violenza terroristica proseguirà, peraltro, a scandire con
lugubre puntualità le cronache del tempo.
Le
B.R. uccidono: il 21 Maggio, il capo dell’antiterrorismo della questura
di Genova, Antonio ESPOSITO; il 6 Giugno, ad Udine, un maresciallo delle
guardie carcerarie; e il 10 Ottobre, a Roma, il Direttore degli Affari
Penali delMinistero di Giustizia,
Girolamo TARTAGLIONE. L'8 Novembre, a Patrica, presso Frosinone, vengono
assassinati, in un agguato rivendicato dalle “Formazioni comuniste combattenti”,
il procuratore capo della Repubblica, Fedele CALVOSA, un agente e l’autista.
Infine,
il 15 Dicembre, a Roma, “guerriglia comunista” uccide (per sbaglio) un
giovane.
(Cfr.
cronologia degli avvenimenti in “L’Italia Contemporanea”, Storia d’Italia
a cura di G. SABBATUCCI e V. VIDOTTO, LATERZA 1999, pagg. 623-626; e, a
cura di Luca PES, in S. LANARO, Storia dell’Italia Repubblicana, pagg.522-525,
, ED. MARSILIO 1992).
Così
un autorevole storico riassume il clima di tensione e di esasperata conflittualità
socialeideologica che percorre e
lacera l’inquieta società italiana in quegli anni, modificandone
anche costumi e mentalità:
“Nel
tempo si consolidarono alcuni rituali : il vocabolario elementare erano
le occupazioni, i cortei e le manifestazioni, più o meno militanti,
ossia più o meno violente. Seguirono gli espropri proletari, il
gesto delle armi e le armi stesse. Il terrorismo codificherà la
cospirazione, la setta, la clandestinità, il gesto estremo.
“Nessun
paese europeo conobbe una stagione così insistita e prolungata di
conflitti sindacali e non, una così ricca varietà di forme
e di livelli di protesta. Nessun paese europeo conobbe un terrorismo politico,
di destra e di sinistra, attivo per un periodo così lungo e con
un costo in vite umane così elevato. Solo l’Italia conobbe un’area
così ampia di indulgenza per le forme di violenza sovversiva e un
così lungo consenso, o tolleranza di fatto, per il terrorismo di
sinistra: agli occhi di molti militanti i terroristi compivano errori teorici
e ideologici, di strategia e di tattica, ma non erano percepiti come avversari,
né condannati per la minaccia portata alla convivenza politica della
collettività. Erano i “compagni che sbagliano”. Del resto lo slogan
“né con lo Stato né con le B.R.” che ricordava il “né
aderire né sabotare”dei socialisti durante la prima guerra mondiale,
dimostrava una diffusa alterità, non limitata ai soli settori della
nuova sinistra, rispetto alle ragioni della Repubblica” (Cfr. V. VIDOTTO,
“La Nuova società”, in L’Italia Contemporanea, cit. pagg.68-69).
In
effetti, a larghi settori dei partiti e delle formazioni della sinistra,
o almeno dei gruppi riconducibili all’area della c.d. sinistra extra-parlamentare,
si rimproverava un atteggiamento diffuso di eccessiva indulgenza e comprensione
nei riguardi dei militanti del Partito armato, e l’ambiguità di
una condanna del metodo della lotta armata non disgiunta da condivisione
o giustificazione delle sue finalità rivoluzionarie.
Ciò
posto, non deve stupire che l’etichetta di militante dell’estrema sinistra,
nonché proveniente dalle fila di Lotta Continua, ricavata dalle
informazioni assunte in loco nei riguardi del giovane IMPASTATO, si prestasse
a ad essere utilizzato come elemento unificante di una serie di elementi
indiziari che sembravano convergere a delineare l’ipotesi che egli fosse
rimasto vittima di un attentato terroristico da lui stesso ordito e messo
in atto.
2.3.
La personalità della vittima: modi e contenuti di una militanza
politica e civile
1-
In realtà, le informazioni raccolte già nei primi giorni
di indagine sul conto della personalità, del tenore e dei contenuti
dell’impegno politico dell’IMPASTATO – e segnatamente le testimonianze
rese dai prossimi congiunti, dagli amici e dai compagni di partito e la
documentazione acquisita in esito alle perquisizioni domiciliari – ne fornivano
un’immagine addirittura antitetica rispetto agli stereotipi del militante
del partito armato qual era già all’epoca consegnato dalle cronache
giudiziarie (Il 9 Marzo ’78 era iniziato a Torino il primo storico processo
alle Brigate Rosse, dopo un rinvio di quasi un anno per il clamoroso rifiuto
dei giudici popolari sorteggiati di accettare l’incarico).
Giuseppe
IMPASTATO non aveva alcun tratto in comune con la figura del terrorista
che nasconde la sua vera identità o i suoi illeciti disegni dietro
l’apparenza di un’anonima quotidianità, perfettamente integrato
nel corpo sociale per tessere nell’ombra le sue trame di morte, sfuggendo
all’attenzione e all’azione di contrasto e prevenzione delle forze dipolizia.
Al
contrario, egli professava apertamente le sue idee rivoluzionarie e, oltre
ad essere l’elemento di punta del gruppo di giovani militanti di sinistra
che si riconoscevano nelle posizioni e nei programmi del partito di Democrazia
Proletaria (v. tra gli altri, LA FATA Pietro, 10.05.78, fg. 77 vol. 891:
“All’interno del gruppo di Democrazia Proletaria Giuseppe IMPASTATO era
un punto di riferimento concreto in quanto aveva alle spalle un bagaglio
di esperienza politica superiore a tutti gli altri. Con ciò non
voglio dire che egli fosse il capo perché un simile concetto è
estraneo alla nostra ideologia, ma debbo soggiungere che egli era un personaggio
di maggiore suggestività”; cnf. anche BARBERA Giuseppe e CARLOTTA
Francesco, fg.126-127) aveva assunto cariche di vertice, almeno in ambito
locale, nelle formazioni politiche della sinistra c.d. extra parlamentare
in cui aveva militato in precedenza, come risulta dalla documentazione
che già all’epoca era in possesso dell’Arma (in particolare, era
stato segretario delle sezioni di Cinisi e Terrasini della “Unione Comunisti
Italiani Marxista-Leninista”; e nel 1976 era stato il candidato di Lotta
Continua nella lista per le elezioni regionali presentata da Democrazia
Proletaria, riportando peraltro in quella competizione elettorale un brillante
successo personale).
E
infatti egli fu oggetto di costante attenzione da parte dei carabinieri
che avevano aperto un fascicolo a lui intestato fin dal Dicembre del 1968,
quando veniva segnalato come militante del P.S.I.U.P. di “ideologia
filocinese” e quindi “pericoloso per l’ordine pubblico”, pur
non avendo – alla data di uno dei primi di numerosi rapporti riservati
sul suo conto – “pregiudizi penali, politici, né psicopatologici
agli atti degli uffici giudiziari competenti di Palermo” (cfr. vol.
3, fg. 689 e segg. della documentazione relativa all’attività integrativa
d’indagine del 4.04.2000. Ivi l’estensore del rapporto datato 17.01.69
si premura di aggiungere che “Comunque è di ideologia estremista
di sinistra”).
Ma
a dire quanto il giovane IMPASTATO fosse estraneo a qualsiasi forma di
violenza – ed in particolare alla violenza come strumento di lotta politica
– e quindi alieno dal compire atti terroristici non sono solo le prime
testimonianze in tal senso rese dal fratello Giovanni o dalla cognata VITALE
Felicia o dai suoi amici e compagni di partito e poi ribadite e approfondite
nel corso dell’istruzione formale. Ve n’è traccia anche nei pochi
reperti documentali agli atti che, in qualche modo, fanno luce sui contenuti
e il modo di far politica dell’IMPASTATO.
Prezioso
si rivela, sotto questo profilo, l’esito delle perquisizioni domiciliari
effettuate a casa IMPASTATO ed anche presso l’abitazione della zia, BAROLOTTA
Fara.
Tale
esito non fu solo negativo, come recitano i relativi verbali, rispetto
alla ricerca di armi munizioni, materiale esplosivo o qualunque altra traccia
di coinvolgimento in attività terroristiche. In realtà, fu
rinvenuto e informalmente sequestrato materiale cartaceo (opuscoli volantini
ciclostilati ecc.) rivelatosi inconsistente o inconducente ad asseverare,
nei riguardi di Giuseppe IMPASTATO, l’etichetta di terrorista, ma utilissimo
a lumeggiarne la personalità ed il modo di intendere e di vivere
l’impegno politico.(Cfr.fg. 745 e segg. del vol. 4 della documentazione
relativa all’attività integrativa d’indagine del 4.04.2000: atti
contenuti nel fascicolo riservato in possesso dei Carabinieri e di cui
la Commissione di inchiesta parlamentare aveva chiesto la trasmissione
al Comando provinciale di Palermo della Regione Carabinieri “Sicilia”).
Ed
invero, non si trovò traccia di pubblicazioni clandestine, di volantini
o altro tipo di documentazione che incitasse o inneggiasse alla lotta armata;
e tanto meno di progetti di attentati o atti di sabotaggio o peggio manuali
di istruzione per un “fai da te” del terrorismo armato. (A meno che non
si spaccino per tali due testi del professore padovano Toni NEGRI, pubblicati
nella collana “Opuscoli marxisti” edita da FELTRINELLI: testi-icona, in
quel tempo, per gran parte dei militanti della c.d. sinistra extraparlamentare
e opera di un “cattivo maestro” che però all’epoca figurava tra
i più gettonati maitre à penser nel non esaltante panorama
offerto dalla pubblicistica di sinistra).
Spiccavano
piuttosto documenti quali: lo Statuto nazionale dell’A.R.C.I.; una fotocopia
dello Statuto e dell’atto costitutivo di una sezione territoriale della
stessa associazione; un documento che illustra in modo dettagliato costituzione,
oggetto, finalità e iniziative di una serie di organismi e associazioni
che oggi si definirebbero “no profit”, sorte a Partinico ed operanti
anche nei territori limitrofi (un consorzio di acque irrigue, cooperative
agricole ed artigianali ecc.); un programma di iniziative teatraliche
illustra anche la concezione artisticadel
gruppo teatrale “Living Theatre”; l’elenco nominativo dei tesserati ai
due cicli di abbonamento del Cineforum di cui lo stesso IMPASTATO era organizzatore
e responsabile per il biennio 1976/77 e relativa contabilità. (Fa
un certo effetto constatare come, nel biennio in cui divampava la violenza
di piazza e la nuova protesta giovanile si saldava con la recrudescenza
del terrorismo, Giuseppe IMPASTATO si occupava con il massimo rigore della
gestione di un cineforum, come può evincersi dallo scrupolo con
cui risultano annotati i movimenti in entrata e in uscita di cui si componeva
il modestissimo bilancio dell’iniziativa; o progettava di costituire una
sezione territoriale dell’ARCI).
Ed
ancora: un volantino (ciclostilato in proprio) di sostegno alle ragioni
della legalizzazione dell’aborto nel quadro di una più complessiva
campagna per i diritti civili; e un volantino in cui si censura la strumentalizzazione
dell’eccidio di due carabinieri, avvenuto nel Gennaio del 1976, in una
caserma di Alcamo come pretesto per criminalizzare e perseguitare i gruppi
di estrema sinistra e le voci di opposizione, e si denunzia invece la matrice
mafiosa del crimine.
Tra
il materiale cartaceo oggetto questa volta anche di sequestro formale figurano
poi 5 lettere (due indirizzate a Giuseppe IMPASTATATO, due a LA FATA Gianfranco
ed una ai “Comunisti” di Cinisi), contenenti minacce nei confronti di Giuseppe
IMPASTATO ed altri componenti del suo gruppo, tra i quali MANIACI Roberto
e LA FATA Gianfranco): lettere anonime, ovvero a firma, una, senza data,
di un gruppo denominatosi “Avanguardia S.M.A.” e, le altre, spedite in
date comprese tra Novembre e Dicembre del 1973, a firma di un fantomatico
gruppo di “muratori” di Cinisi. Tutte si riferivano all’impegno profuso
dal gruppo facente capo all’IMPASTATO nell’organizzare la protesta degli
edili a Cinisi, in occasione delle agitazioni sindacali verificatesi nei
primi anni ’70 e intimavano di desistere dall’intraprendere ulteriori vertenze,
vantando “appoggi da certe autorità politiche”, e
minacciando, in caso contrario, pesanti ritorsioni (“Noi agiremo con
la forza appena sappiamo che voi fate le vertenze….”. “… E tu
Giuseppe IMPASTATO sarai il primo a pagarla cara.”. E in una delle
due missive spedite al LA FATA: “Anche tu devi finirla. Noi abbiamo
mandato delle lettere a i tuoi amici comunisti di Cinisi, per dirvi a voi
tutti che dovete finirla con i picciotti muratori…..”. “Anche ai
tuoi amici abbiamo detto che siete controllati, se continuate vi possiamo
fare saltare pure la casa. Abbiamo informatori che ci dicono tutto, perciò
dovete stare attenti. Dovete finirla a fare diventare comunisti i muratori
di Cinisi”).
Figura
altresì la famosa letterache
fu interpretata come una sorta di testamento spirituale del giovane IMPASTATO,
che in essa avrebbe esternato il proposito di suicidarsi poi messo in atto,
legandolo ad un gesto eclatante come un attentato terroristico, secondo
la tesi sposata nei due rapporti SUBRANNI.
Con
riserva di tornare nel merito, per dimostrare la fallacia di quel ragionamento
e la clamorosa svista che lo inficiava nella datazione della lettera, val
qui rammentare un brano che non è riportato in nessuno dei due rapporti
citati, ma che si rivela quanto mai utile a fotografare il percorso morale
e intellettuale dell’IMPASTATO, e la distanza che lo separava dalla psicologia
criminale del terrorista. Ne emerge, invero, più che un giudizio
politico di disapprovazione, addirittura un personale ed interiore disgusto
per la piega assunta dalle vicende della lotta politica a partire proprio
dal 1977:
“Ricordo
molto bene che, quel giorno, (NdR: poco prima aveva indicato la data
del 13 Febbraio, vigilia della prima manifestazione studentesca cittadina)
trascrissi su una parete del circolo una famosa canzone del ’68 in cui
si parla di compagni e compagne, di operai e studenti e di facce sorridenti.
“In
quel gesto, volevo esprimere il mio desiderio di tornare a vivere e sorridere
come nel ’68 e fino a tutto il ’76.
“Si
trattava solo di una pietosa aspirazione e ne avevo piena coscienza”.
Ora
è piuttosto evidente, nelle frasi sopra riportate, il disagio e
il rimpianto per come, nei nuovi scenari delineatisi tra la fine del 1976
e i primi mesi del ’77, fossero andati smarriti il senso e la dimensione
di giocosa vitalità che si poteva ancora respirare appunto “fino
a tutto il 1976”: e i nuovi scenari politici sono quelli segnati dalla
recrudescenza del terrorismo, in cui all’iniziale folclore contestatario
dei “creativi” (come i c.d.”indiani metropolitani”) si mescola e sovrappone
il plumbeo nichilismo estetizzante dei seguaci della lotta armata.
Non
è facile, in verità, rinvenire manifestazioni altrettanto
convinte e convincenti di un’accorata ed interiore presa di distanze dalla
psicologia criminale del terrorismo brigatista, in cui “il nulla non deriva
dall’ablazione di sé delle persone, ma dalla totale mancanza di
senso delle relazioni che intrattengono, delle azioni che commettono, degli
ambienti che frequentano: un mondo dove non esistono confini tra il bene
e il male, ma dove sono banditi anche i sentimenti e dove capire e osservare
la realtà è solo noioso, superfluo, fuorviante. Conta solo
piace re a se stessi, e magari riempire le ore di spleen spegnendo nel
nulla le vite altrui” (Cfr. S.LANARO, op. cit. pag. 427).
E’
agli atti la trascrizione di alcuni brani o di intere puntate del programma
radiofonico di satira politica “Onda Pazza”, ideato e condotto da Giuseppe
IMPASTATO e diffuso dai microfono di Radio-Aut: le relative bobine furono
consegnate da IMPASTATO Giovanni al G.I. Dott. CHINNICI il 7.12.78 (l’ultima
puntata del programma fu trasmessa tre giorni prima della sua morte: la
relativa bobina, nell’etichetta intitolata “Commissione elettorale. Situazione
pre-elettorale-Mafia-D.C.”, porta infatti la data del 5/05/78).
Ebbene,
nonostante la veemente carica di polemica politica e anche ideologica che
pervade la dissacrante satira che l’IMPASTATO rivolge contro esponenti
di partito e vari personaggi delle istituzioni locali, in nessun passo
si registra il minimo cedimento a simpatia o comprensione per le ragioni
della lotta armata. Semmai, egli spende parole di solidarietà in
favore di chi, a suo giudizio, era ingiustamente accusato di attività
terroristiche o di appartenenza a gruppi eversivi, e sul presupposto che
le accuse fossero infondate: così nel caso dell’appello in favore
di Petra Kraus, che figurain uno
degli scorci non umoristici, ma di riflessione e dibattito su temi di attualità
della trasmissione.
D’altra
parte, sotto tutte le latitudini, storico-ideologiche e geo-politiche,
il terrorista, per definizione e per vocazione, non crede al valore della
politica, o, almeno, della politica intesa come strumento di organizzazione
e mediazione degli interessi, o anche di rottura degli assetti di potere,
ma pur sempre attraverso il libero confronto-scontro delle idee e la ricerca
(non violenta) del consenso e della persuasione. A questi valori egli sostituisce
la ricerca di obbiettivi da distruggere materialmente e di individui da
eliminare fisicamente, e persegue un suo disegno escatologico senza curarsi
di aggregare consensi e tanto meno di sviluppare (anche) un’azione finalizzata
a risultati più o meno immediati di utilità sociale.
Giuseppe
IMPASTATO, per quanto può desumersi non solo dalle testimonianze
di parenti e compagni di partito ma anche da dati oggettivi della sua biografia,
vive la politica come una passione ed un impegno quotidiani che lo spingono
a produrre e confrontare idee ed iniziative socializzanti. Del repertorio
politico utilizza tutti gli strumenti tradizionali, dal volantinaggio,
alla partecipazione a dibattiti ed assemblee, alla diffusione di opuscoli
e ciclostilati; alla vendita di quotidiani e periodici a scopo di autofinanziamento,
ai comizi; e vi associa anche strumenti più prossimi alle nuove
forme di creatività individuale e collettiva: mostre e spettacoli
in piazza, interviste e programmi radiofonici.
La
stessa scelta della satira, sempre come strumento di lotta politica, è
rivelatrice, al contempo, di una sincera vocazione libertaria e di un impegno
politico concepito e mirato a scuotere le coscienze e stimolare la critica
e il confronto delle idee.
E
deve altresì presumersi che egli intendesse condurre la sua battaglia
politica all’interno e non contro le istituzioni, posto che, dopo aver
riportato un brillante successo personale nelle elezioni regionali del
1976 – riuscendo il più votato della sua lista, a Cinisi: v. esposto
in data 16 Maggio ’78 presentato da IMPASTATO Giovanni e da sua madre BARTOLOTTA
Felicia – stava ripetendo l’esperienza, candidandosi alle elezioni per
il rinnovo del consiglio comunale del suo paese. Al riguardo, è
emerso da innumerevoli testimonianze come egli conducesse in prima persona
la campagna elettorale, tenendo comizi e rilasciando interviste, ma anche
girando con la sua auto per le vie del paese per la più classica
delle forme di propaganda elettorale (Cfr. BARTOLOTTA Andrea, LA DUCA Vito,
LA FATA Pietro, DI MAGGIO Andrea).
Nel
complesso, può dirsi acclarato che egli poneva al centro del suo
impegno e del suo modo di far politica un capillare lavoro di contro-informazione,
mirato a sensibilizzare le coscienze sui temi del ripristino della legalità
attraverso l’incessante denunzia di speculazioni illecite e collusioni
politico mafiose, e ad incitare alla ribellione contro il potere mafioso,
ma anche ad aggregare consensi intorno ad obiettivi concreti di interesse
comune e di forte impegno civile.(v. infra).
Il
problema, che si trascinava da più di dieci anni, dell’insabbiamento
del porto di Terrasini, fonte di rendita sicura per le ditte appaltatrici
dei relativi ed eterni lavori di sbancamento e oggetto, da ultimo, di un
faraonico stanziamento pari a un miliardo e duecento milioni (dell’epoca);
il disinteresse dell’amministrazione comunale per le condizioni fatiscenti
dell’edificio che ospitava la scuola comunale di Terrasini; i prezzi esorbitanti
imposti dalle ditte locali, facenti capo a personaggi ben identificati,
per le forniture alle imprese impegnate nei lavori di costruzione della
vicina autostrada per Mazara del Vallo (un metro cubo di bitume costa
un milione solo nel comune di Mafiopoli); lo scandalo delle assunzioni
facili di centinaia di(presunti)
invalidi civili al Comune di Cinisi; la spartizione tra i vari gruppi politici
degli scrutatori reclutati per i vari seggi elettorali in occasione delle
imminenti elezioni comunali; il malcontento dei commercianti locali per
la mancata o insufficiente valorizzazione delle risorse turistiche a fronte
della creazione di vere e proprie isole del turismo organizzato, come il
villaggio-comunità “Citta del Mare”, a pochi chilometri da Terrasini;
gli intrallazzi e le speculazioni intuibili sullo sfondo di alcuni discussi
e controversi progetti di riassetto urbanistico o di ristrutturazione edilizia
(come il progetto di ampliamento del cimitero comunale; l’appalto per i
lavori di restauro del palazzo municipale, il cui costo sarebbe lievitato
a 54 milioni e 479 mila lire, a fronte di un preventivo stimato per circa
la metà; l’ampliamento della zona destinata ad attrezzature sportive;
il progetto di realizzazione di una strada panoramica tra Punta Raisi e
Isola delle Femmine, praticamente a ridosso della battigia); alcune puntate
quasi esclusivamente dedicate alle più recenti riunioni del Consiglio
Comunale di Cinisi in cui era in discussione l’approvazione del nuovo piano
regolatore (e si dà conto al riguardo di malumori e dissensi che
serpeggiavano all’interno dei gruppi rappresentativi della sinistra storica,
paventandosi una cementificazione selvaggia della circostante zona litoranea);
la denunzia e la polemica, particolarmente ricorrenti nelle ultime puntate
del programma, concernenti alcune speculazioni edilizie cui erano interessati
personaggi vicini a Gaetano BADALAMENTI, ribattezzato gran capo Tano
seduto, in spregio al suo onore e alla sua fama di boss incontrastato
di Cinisi (e segnatamente, l’approvazione del progetto relativo al Camping
Z10, e il progetto, già approvato dalla Commissione Edilizia, per
la costruzione di un palazzo di cinque piani nel centro urbano di CINISI,
in violazione di limiti legali di altezza e cubatura: progetto presentato
dal costruttore Giuseppe FINAZZO, indicato come socio in affari o addirittura
prestanome del boss BADALAMENTI): questo è solo un sintetico campionario
dei temi e degli argomenti trattati – per lo più attraverso una
rappresentazione parodistica di vicende e personaggi che nulla toglie alla
loro serietà e al contenuto di denunzia rigorosamente documentata
– nelle puntate del programma Onda Pazza, ideato e condotto da Giuseppe
IMPASTATO. Ma su tutti campeggia, al di là dei toni e contenuti
satirici, l’amarezza e lo sdegno per lo stato di sudditanza di un’intera
comunità descritta come ostaggio del potere mafioso che impone il
proprio ordine, incarnato nella subalternità ai voleri e agli interessi
di Don Tano (“Per Don Tanu non esistono ostacoli”; “Non si muoverà
foglia senza il nostro consenso…Se Tanu non voglia”) a suon di lupara,
e cioè con la sopraffazione e la forza dell’intimidazione (“…alcuni
nostri argomenti li hanno regolarmente dissuasi”: e sullo sfondo si
ode un rumore di spari, a proposito del modo in cui Don Percialino,
nomignolo affibbiato al FINAZZO, avrebbe soffocato le voci di dissenso
circa l’approvazione del progetto di costruzione del palazzo di
cinque piani); ma grazie anche all’arrendevole condiscendenza di amministratori
e politici imbelli o collusi (“Don Tano Seduto, nostro padre ispiratore”).
E
Gaetano BADALAMENTI è a sua volta indicato come il garante di un
ordine costituito che, in cambio dell’assoluta subalternità ai suoi
voleri, assicura che non ci siano morti ammazzati, dispensa favori
e procura o favorisce lucrosi affari, si presenta come patrono e ispiratore
di accordi proficui tra gruppi politici, amministratore locali e imprenditori.
Ma è anche accusato di arricchirsi con il traffico della droga e
di progettare, per un traffico con paesi oltre-oceano, l’apertura di nuovi
canali, utilizzando come base logistica uno dei complessi turistici in
via di realizzazione, qual era appunto il Camping Z10 (che nella
rappresentazione parodistica di Onda Pazza è ribattezzato con una
sigla non molto diversa, e cioè Z11, sponsorizzato, a dire dell’IMPASTATO,
dal BADALAMENTI attraverso suoi prestanome o fiduciari: “….Potremo
sistemare le nostre veloci canoe che porteranno al di là del mare
la sabbia bianca, le nostre canoe cariche di eroi…che merci”; “…potremo
fumare in pace il calumet con tabacco….bianco come la neve. Veramente,
lo faremo fumare agli altri il calumet della pace, il tabacco bianco”).
2-
Alcuni dei temi e argomenti sopra cennati ricorrono in altri reperti documentali
attribuiti o riferibili a Giuseppe IMPASTATO e testimoniano, per la diversa
epoca a cui risalgono, della continuità e centralità del
suo impegno contro la mafia.
In
uno dei volantini già citati, datato 31 Gennaio 1976, si lamenta
come le indagini seguite all’eccidio dei due carabinieri avvenuto qualche
giorno prima in una caserma di Alcamo si fossero indirizzate su una pista
del tutto erronea, quella del delitto politico, traducendosi in perquisizioni
a tappeto in “centinaia di abitazioni di compagni della sinistra rivoluzionaria
e del P.C.I.” dopo che una telefonata anonima ne aveva rivendicato
la paternità ad un fantomatico NAS III (Nucleo Armato Siciliano),
presunta filiazione isolana delle Brigate Rosse. E nel denunziare, di contro,
la matrice mafiosa di quel delitto, si sottolinea come esso sia stato consumato
“in una zona che è, senza ombra di dubbio, campo d’azione incontrastato
della mafia: sofisticazione del vino (Partitico), traffico degli stupefacenti
(Cinisi, Alcamo), speculazione edilizia mascherata da sviluppo turistico
(Cinisi Terrasini), sequestri di persona (Alcamo-Salemi), taglieggiamenti
ed estorsioni a danno di ditte appaltatrici di lavori pubblici, controllo
del collocamento della forza lavoro e degli enti locali, imposizioni di
ogni genere, lotte tra le cosche e una valanga di miliardi ricavato da
loschi intrallazzi, riciclati e immessi nel traffico degli stupefacenti.
Ma
la mafia non c’entra, dicono i carabinieri, bisogna cercare a sinistra,
e via a tutto fiato nelle case dei compagni….”.
(Difficile sfuggire alla suggestione di leggere in queste parole una tragica
e inconsapevole predizione di quanto sarebbe avvenuto, poco più
di due anni dopo, all’indomani della morte del loro estensore, con riferimento
alla piega che avrebbero inizialmente assunto le indagini).
In
altro volantino – su cui dovrà tornarsi per la rilevanza delle reazioni
che ne seguirono nella cerchia familiare dello stesso IMPASTATO, e la loro
refluenza su di un momento topico della vicenda sfociata nella sua morte
– che era stato diffuso per iniziativa del giovane militante di Democrazia
Proletaria nell’Aprile del 1977, si denunziavano con forza, tra le altre
speculazioni in atto con la complicità o la colpevole inerzia dei
gruppi consiliari dei partiti della sinistra storica, quelle concernenti
la costruzione di due strade: 1) la strada Siino-Fondo Orsa, dal nome delle
località che doveva attraversare, per cui era stato deciso un ulteriore
finanziamento pubblico destinato ad arricchire il solito FINAZZO; 2) la
strada “Purcaria”, sempre dal nome della contrada che avrebbe attraversato.
Quel
volantino si apriva peraltro con la denunzia del parere favorevole della
Commissione edilizia all’approvazione del progetto per la costruzione di
un palazzo a cinque piani “presentato dal famigerato FINAZZO, strascina-quacina
di Gaetano BADALAMENTI, viso pallido esperto in lupara e traffico d’eroina”
e
si sottolineava che “il lavoro di scavo per la posa delle fondamenta
è già iniziato e chiunque può vederlo (in zona Mulino)”.
Tale
volantino venne consegnato all’A.G. solo in allegato all’esposto datato
16 Giugno 1986 con cui veniva reclamata la riapertura delle indagini, dopo
la prima archiviazione: ma del suo contenuto e delle pubbliche denunzie
formulate da Giuseppe IMPASTATO avevano riferito diversi suoi amici e compagni
di partito nelle testimonianze rese già nel corso dell’istruzione
sommaria e poi dinanzi al G.I. Dott. CHINNICI (Cfr. LA FATA Pietro e BARTOLOTTA
Andrea). I passi salienti del volantino sono citati anche nel c.d. Pro-Memoria,
che fu consegnato allo stesso magistrato dai responsabili di Radio-Aut.
Ma i medesimi argomenti ricorrono pure in un brano di un intervista radiofonica
di Giuseppe IMPASTATO, registrata ai microfoni di Radio Terrasini Centrale
alcuni giorni prima della sua morte e trasmessa proprio Lunedì 8
Maggio: trasmissione che fu oggetto di commenti polemici da parte dello
stesso IMPASTATO che si dolse con i suoi compagni del collettivi di Radio-Aut
del fatto che fossero stati censurati alcuni passaggi in cui esprimeva
giudizi spezzanti nei riguardi della Democrazia Cristiana, che accusava
espressamente di collusioni con la mafia locale. (Cfr. deposizione di MANIACI
Giosue’, 9.12.78, Fg. 783531 del vol. 892; e, in allegato all’attività
integrativa d’indagine del 4.04.2000, verbale di trascrizione del brano
menzionato, effettuata dai CC. di Cinisi a seguito delle S.I. rese da VITALE
Salvatore il 3.03.1999, nonchè S.I. di CUCINELLA Giuseppe del 14.05.78:
il CUCINELLA, che aveva raccolto l’intervista, aveva consegnato la cassetta
contenente la registrazione al Mar. TRAVALI già in data 14 maggio
’78, rendendo in quella circostanza dichiarazioni piuttosto prudenti ed
evasive sul contenuto dell’intervista; si limitò infatti a riferire
che IMPASTATO aveva espresso un duro giudizio critico nei confronti dell’amministrazione
comunale di Cinisi e si era detto certo che la sua lista avrebbe conquistato
almeno un seggio).
3-
Altri volantini scritti da Giuseppe IMPASTATO e riportati nel Bollettino
dal Titolo “10 anni di lotta alla mafia” edito dalla Cooperativa CENTOFIORI
riguardano pure alcune speculazioni edilizie sponsorizzate da esponenti
mafiosi (Se ne dà conto al punto 9 del citato Pro-Memoria, ma il
Bollettino in questione fu consegnato da Giovanni IMPASTATO al G.I. CHINNICI
in occasione delle S.I.rese il 7.12.78).
Nella
documentazione consegnata dal fratello Giovanni al G.I., figurano altresì
otto fogli manoscritti dello stesso Giuseppe IMPASTATO che “riguardano
speculazioni edilizie e mafiose”. (Cfr. ancora verbale di S.I.
7.12.78).
Nell’ultimo
comizio, tenuto la Domenica del 7 Maggio ’78, Giuseppe IMPASTATO aveva
ancora una volta reiterato pubblicamente le sue denunzie su una serie di
speculazioni affaristico-mafiose. E tra le altre aveva parlato di forniture
imposte aicantieri MAZZI e ROMAGNOLI
per la costruzione dell’autostrada per Mazara, forniture cui erano interessati
i fratelli D’ANNA e il solito FINAZZO. (Cfr.punto 16 del Pro-Memoria consegnato
al G.I. CHINNICI e fg. 32 del Dossier curato dal Centro Siciliano di Documentazione,
in vol. 894).
Nell’esposto
presentato da IMPASTATO Giovanni e BARTOLOTTA Felicia già in data
16 Maggio ’78 si segnalava tra l’altro che nel corso di quel comizio, cui
aveva partecipato una folla numerosissima e non solita, Peppino
non aveva mancato di proclamare il suo proposito di condurre fino in fondo
la lotta al malaffare, una volta eletto al Consiglio comunale: “Giuseppe
aveva assicurato che, entrando in consiglio comunale, avrebbe potuto sapere
più cose, approfondire con maggiori dati quelle che conosceva già,
e comunicava alla cittadinanza di (voler)condurre meglio e con più
forza la battaglia sua e dei suoi compagni”. Si rimarcava altresì
che “Giuseppe è stato l’ispiratore e il conduttore delle campagne
di denuncia contro i BADALAMENTI e contro tanti altri presunti mafiosi”.
E se ne ricordava la condanna esplicita del terrorismo, che lo aveva indotto
a “opporsi con forza e meditata convinzione alle azioni criminali
compiute dalle Brigate Rosse”.(fg. 137-138. vol. 891).
Anche
il teste DI MAGGIO Faro, nelle S.I. rese al P.M. SIGNORINO il 17.05.78,
esclude l’ipotesi dell’attentato dinamitardo “perché l’IMPASTATO
condannava anche pubblicamente la violenza” (v. fg. 151, vol 891;
cnf. Anche IACOPELLI Fara, fg. 157)
L’ultimo
comizio era stato corredato da una mostra fotografica sul tema”Mafia e
Territorio”, che illustrava la devastazione del territorio circostante
e del vicino litorale, frutto di speculazioni selvagge e di asserite collusioni
tra imprenditori rampanti ed amministratori corrotti, con il suggello di
esponenti mafiosi che venivano espressamente menzionati. (Foto e didascalia
della mostra figurano tra i documenti che furono consegnati da IMPASTATO
Giovanni al G.I. Dott. CHINNICI, in occasione delle S.I. rese il 7.12.78).
La
mostra aveva avuto un tale successo che l’IMPASTATO aveva espresso il proposito
di ripeterla, parlandone con i suoi compagni del collettivo di Radio-Aut
proprio la sera dell’8 Maggio ’78, poco prima di andar via. (Cfr. sul punto,
verbale di S.I. rese da MANIACI Giosue’ al G.I. CHINNICI il 9.12.78, fg.
28-30 vol. 892).
Anche
il teste CARLOTTA Francesco, escusso a S.I. il 15.05.78, ha riferito che
L’IMPASTATO, in occasione di una riunione politica tenuta al Policlinico
di Palermo circa un mese prima, gli aveva parlato di analoghe iniziative,
e più precisamente di una manifestazione che aveva intenzione di
organizzare a Cinisi o a Terrasini sui temi delle centrali nucleari e delle
scelte energetiche in Sicilia.
Ulteriore
traccia della tenacia con cui il giovane militante di D.P. coltivava il
suo impegno politico e civile sul versante della lotta alla mafia, facendone
anche uno dei temi conduttori della sua campagna elettorale, si rinviene
in una testimonianza dello scrittore Michele PANTALEONE, riportata
in un articolo a stampa. In particolare, nell’articolo pubblicato sul quotidiano
“Giornale di Sicilia” dell’11.12.78, ove si dà conto di un dibattito
svoltosi il giorno prima al Liceo palermitano “Garibaldi” che faceva il
punto anche sullo stato delle indagini relative alla morte di Giuseppe
IMPASTATO, vengono riportate alcune dichiarazioni rese in quella sede dallo
scrittore. Questi avrebbe riferito che, qualche tempo prima di morire,
l’IMPASTATO lo aveva invitato ad andare a Cinisi per partecipare ad un
dibattito sulla mafia: “Ero impegnato – ha aggiunto lo scrittore – e
lo pregai di rinviare. Ci incontrammo più volte e, alla fine, concordammo
una mia visita a Cinisi per dopo le elezioni. (Lui era candidato e non
volevo dare l’impressione di parteggiare per una lista in particolare).
Sapevo comunque che da tempo Peppino IMPASTATO indagava sul traffico di
droga. E sono convinto che è questa la strada da battere se si vuole
scoprire chi l’ha ucciso”. (Cfr. fg. 233 vol.1 del fascicolo riservato
in possesso dell’Arma, trasmesso con la doc. integrativa del 4.04.2000).
Ed
invero, non risulta che Michele PANTALEONE abbia poi saputo fornire informazioni
effettivamente utili alle indagini volte a far luce sul movente e sui responsabili
del delitto. Ma quella testimonianza conferma che l’impegno anti-mafia
era uno dei temi conduttori delle iniziative e delle manifestazioni pubbliche
attuate e/o programmate da Giuseppe IMPASTATO, e, pur connotandone la stessa
campagna elettorale, si proiettava oltre quella scadenza immediata.
Anche
le testimonianze dei prossimi congiunti e degli amici e compagni di partito,
seppur con accenti diversi e da diversa angolazione, sono assolutamente
univoche e concordi nel sottolineare questo aspetto dell’impegno politico
di Peppino, nonché la concretezza delle sue pubbliche e reiterate
denunzie, sempre circostanziate e corredate da nomi e cognomi delle persone
accusate.
Nelle
S.I. rese al G.I. Dott. CHINNICI in data 7.12.78, Giovanni IMPASTATO -
ribadendo peraltro la convinzione espressa giànell’immediatezza
del fatto, e cioè che suo fratello fosse rimasto vittima di un agguato
e che i suoi assassini avessero voluto dissimulare l’omicidio dietro le
apparenze di un attentato terroristico: v. S.I. del 9 Maggio ‘78 – dichiara:
“D.R.
Tra me e mio fratello c'era un rapporto vivo di amicizia. Mio fratello
con me si apriva e spesso parlavamo della sua attività. Tale attività
era caratterizzata da una lotta a fondo contro il potere mafioso della
zona. Di questo lui non faceva alcun mistero e nei pubblici comizi denunciava
apertamente i nomi di coloro i quali lui riteneva esponenti del potere
mafioso della zona. I nomi erano di Gaetano Badalamenti, Finazzo Giuseppe
e di certo Palazzolo.
In
particolare al Badalamenti mio fratello dava carico di essere esponente
di vere attività illecite: traffico di droga, specificamente di
eroina e mandante di delitti mafiosi, e inserito anche alla illecite attività
edilizia. A Finazzo in particolare dava continuamente carico di essere
uno speculatore nel campo dell'edilizia e della attività delle cave.
Debbo
dire che nelle trasmissioni di "Onda pazza" di Radio aut ridicolizzava
tali persone chiamandoli per nomignoli. A Finazzo attribuiva il nomignolo
di "percialino" e a Badalamenti quello di " grande Capo Tano seduto", circostanze
queste chesuscitavano l'ilarità
nella cittadinanza.
Però
l'attività di mio fratello non si limitava ad una propaganda fatta
di parole, egli agiva concretamente, tant'è che riuscì ad
ottenere che fossero sospesi i lavori di costruzione di un palazzo a cinque
piani che pare sia del Finazzo.
Inoltre
mio fratello riuscì a non fare approvare il cosiddetto piano "Z
10" che consisteva nella realizzazione di un campo turistico nella zona
di Cinisi. A tale proposito per quanto io so erano interessati un certo
Lipari, geometra dell'ANAS, figlioccio di un noto mafioso defunto Rosario
Badalamenti; un certo Caldara di Palermo; e un certo Cusimano di Cinisi,
costruttore edile, non mafioso ma forse in buoni rapporti con elementi
mafiosi. Non risultava che Badalamenti fosse personalmente interessato
a questa opera, però Lipari era in buoni rapporti con Badalamenti.
Il progetto fu approvato prima della morte di mio fratello e mio fratello
denunciò pubblicamente questa approvazione fatta in modo quasi clandestino.
L'opera è stata realizzata.
Mio
fratello denunciò anche pubblicamente attraverso la radio le imposizioni
nei confronti delle società che costruivano l'autostrada le quali
erano costrette ad acquistare il materiale necessario dal Finazzo e dai
D'Anna, elementi mafiosi di Terrasini”.
Da
ultimo, in sede di attività integrativa d’indagine, è stato
escusso a S.I. il Prof. Salvatore VITALE in relazione ad alcune sue affermazioni
pubblicamente fatte in occasione della presentazione del libro “L’assassinio
e il depistaggio”, avvenuta il 12 Dicembre 1998 presso l’Auditorium della
Scuola Media Statale di Cinisi.
Premesso
che, per sua esplicita asserzione, era stato “intimo amico di Giuseppe
IMPASTATO con il quale militavamo insieme nella stessa corrente politica”;
e che fin dal 1977 anche lui aveva iniziato a frequentare gli studi di
Radio Aut, siti in Terrasini, nei pressi della sua abitazione, il VITALE,
mai sentito in precedenza dagli Inquirenti, ha dichiarato tra l’altro:
“Ricordo
che Giuseppe IMPASTATO, in quel periodo, aveva denunciato pubblicamente
che la commissione edilizia, in una seduta del mese di Marzo-Aprile 1978,
aveva approvato il progetto per la realizzazione di un immobile per civile
abitazione, in deroga a tutti i vincoli quali quello aeroportuale, in altezza
poiché erano previsti ben sette piani ed altre clausole che non
ricordo, da sorgere in Cinisi, di proprietà di tale FINAZZO Giuseppe,
detto “u parrineddu”. Successivamente e solo dopo la morte di “Peppino”
la costruzione che di fatto era iniziata, veniva bloccata. Lo steso FINAZZO,
ricordo, che era stato oggetto di una specifica accusa in quanto avrebbe
costruito in Contrada Siino Orsa una via per un appalto di circa 1.500.000
con la complicità dell’allora sindaco di quel periodo Febbraio marzo
del 1978. Allora, il FINAZZO Giuseppe, unitamente al fratello Emanuele,
gestivano una cava di pietra sita in contrada Ciciritto, e ricordo inoltre
che, durante una mostra fotografica sullo scempio del territorio di Cinisi
avvenuta il 5 Maggio 1978, il FINAZZO Emanuele è stato notato e
fotografato mentre guardava il pannello con le fotografie delle cave, foto
riportata a pagina 126 del libro “Nel cuore dei coralli”. Altro bersaglio
delle accuse di Peppino era l’allora realizzazione del villaggio turistico
“AZ/10” del quale erano titolari il geometra LIPARI Giuseppe, tecnico dell’ANAS,
un costruttore tale CALDARA e tale CUSUMANO dei quali non sono i grado
di precisare ulteriori elementi identificativi. Altra persona bersaglio
delle accuse di “Peppino” erano tale Salvatore CUSUMANO, consigliere comunale
del Partito repubblicano, del quale egli diceva che era titolare di un
deposito di carburanti nel porto di Genova, del quale era convinto che
fosse dedito a traffici illeciti per come risulta dalla registrazione di
una trasmissione radiofonica del 28.04.1978 e riportata a pag. 102 del
libro “Nel cuore dei coralli”, nonché il Prof. Leonardo PANDOLFO,
già sindaco di Cinisi, che lo indicava essere “consiglieri” di Gaetano
BADALAMENTI. Tale salvatore CUSUMANO è soltanto omonimo al CUSUMANO
dell’AZ/10”.
In
effetti, oltre ai ripetuti riferimenti alle vicende e i personaggi predetti
che si leggono in alcuni brani di trascrizione delle puntate del programma
satirico “Onda Pazza”, anche in un passo dell’intervista sopra citata,
che fu trasmessa da Radio Terrasini Centrale il 7 maggio ’78, Giuseppe
IMPASTATO si sofferma sulla scandalosa lievitazione del costo dell’appalto
per la costruzione dell’ultimo tratto di strada dello svincolo per Torre
dell’Orsa (“……chi ha costruito quella strada, tutti sanno chi effettivamente
l’ha costruita s’è beccati undici milioni per 150 metri di strada…”);
e sui contrasti che avrebbero lacerato l’amministrazione comunale di Cinisi
– costando la poltrona a ben due sindaci – a cause di due speculazioni
edilizie e segnatamente quelle concernenti la realizzazione del villaggio
AZ10, già noto come progetto PA2, e la costruzione del famoso palazzo
a cinque piani: speculazioni che sarebbero state bloccate, a dire dell’intervistato,
per merito della controinformazione e dell’opera di denuncia della sinistra
rivoluzionaria (Cfr.dal verbale di trascrizione del 10.03.1999: “….Mi
riferisco appunto alla bruciatura di Stefano IMPASTATO che è caduto
sul progetto PA/2 e alla bruciatura di NinoBARTOLOTTA, che è caduto
sul famoso progetto o sulla approvazione del famoso progetto…di palazzo
a cinque piani che doveva sorgere, essere costruito…sotto la 113. Anche
in quella occasione, un’ultima annotazione e concludo, anche in quella
occasione il progetto è stato bloccato solo ed esclusivamente per
merito della controinformazione e dell’opera di denuncia della sinistra
rivoluzionaria”).
2.4.
Le testimonianze di congiunti, amici e compagni di Peppino IMPASTATO: prime
smentite all'ipotesi del suicidio.
Nella
sua toccante testimonianza raccolta nel libro intervista “La Mafia in casa
mia”, Felicia BARTOLOTTA ricorda che proprio i discorsi di Peppino sulla
e contro la mafia, oltre che causa di crescente preoccupazione da parte
sua e di suo marito, erano stati all’origine dei contrasti esplosi tra
padre e figlio. In pratica, Luigi IMPASTATO non condivideva affatto le
idee politiche di Peppino, ma poteva ancora tollerare che fosse comunista;
quello che gli riusciva intollerabile era la sua avversione e i pubblici
attacchi ad un ambiente che era sempre stato anche il suo e a personaggi
cui era ancora legato (cfr. pag. 35: “Lui glielo diceva in faccia a suo
padre: <<Mi
fanno schifo, ribrezzo, non li sopporto>>.
Così diceva a me: <<Non
li sopporto, no. L’ingiustizia, fanno abusi, si approfittano di tutti,
al Municipio comandano loro>>”).
Per due volte Giuseppe cacciato fuori di casa dal padre - nel senso che
questi gli intimò di non mettere più piede a casa sua, poiché
già egli abitava dalla zia Fara BARTOLOTTA, come la stessa Felicia
ha precisato – e tutte e due le volte a seguito di litigi causati dal fatto
che Giuseppe parlava contro la mafia. (cfr. pagg.34-35).
L’intervista
è pubblicata nel Dicembre del 1984 e quindi in epoca successiva
alla sentenza CAPONNETTO. Ma è significativo che sulla stessa lunghezza
d’onda si collochi la testimonianza resa proprio da Fara BARTOLOTTAa
caldo, cioè la stessa mattina in cui fu rinvenuto il cadavere di
Giuseppe IMPASTATO, e mentre erano ancora in corso le operazioni di identificazione.
La sorella di Felicia ha confermato che fin da piccolo suo nipote viveva
con lei e suo marito, deceduto sette mesi prima. Sapeva che faceva attività
politica, che era candidato nella lista di Democrazia Proletaria, e che
frequentava una radio privata di Terrasini insieme ad altri suoi amici
che ne condividevano le idee politiche; ma non poteva aggiungere altro,
anche perché Giuseppe in casa “non ha mai parlato di politica”
e non vi aveva mai portato nessuno dei suoi compagni di partito (circostanza
quest’ultima ribadita anche dinanzi al P.M. SIGNORINO il 17.05.78, fg.
147 vol. 891). Una cosa però, un solo frammento è stata in
grado di riferire dei discorsi politici di suo nipote: “Mio nipote spesso
nominava la parola mafia, senza comunque specificare cosa intendesse dire
anche perché io sono ignorante politicamente” (cfr. verbale
S.I.del 9.05.78, aperto alle ore 08.00). Dunque pur nella sua dichiarata
ignoranza di politica; e sebbene suo nipote non parlasse di politica a
casa, ciò che, nondimeno, la zia Fara ha percepito e più
le è rimasto impresso dei suoi discorsi è il fatto che parlava
– evidentemente anche a casa -di
mafia. Ed è importante sottolineare la spontaneità di questa
testimonianza resa quando ancora non era stata informata della morte di
suo nipote. Nella successiva deposizione, resa a distanza di qualche mese
dinanzi al G.I. CHINNICI, la stessa Fara renderà dichiarazioni molto
più articolate sull’impegno politico del nipote contro la mafia,
ammettendo però di esserne stata informata dai parenti e dai compagni
di partito di Giuseppe. (V.verbale di S.I. 7.12.78, fg.22 del vol. 892
“Insisto nell’affermare che mio nipote, per non darmi preoccupazioni,
non mi parlava mai del suo programma politico, quello che ho detto circa
gli attacchi contro i mafiosi di Cinisi l’ho saputo dagli amici di mio
nipote e da tutto il paese”).
Quanto
alle testimonianze degli amici e dei compagni di partito, tutti escludono
che l’IMPASTATO potesse nutrire propositi suicidi (e tanto meno il proposito
di compiere un attentato terroristico), sottolineando come egli stesse
vivendo piuttosto un momento di fervido impegno e di rinnovato entusiasmo
per la politica, atteso anche l’andamento gratificante della campagna elettorale
che lo vedeva impegnato in prima personain
molteplici e coinvolgenti iniziative pubbliche, sempre connotate da un
forte impegno di denunzia contro il malaffare e gli illeciti intrecci politico-mafiosi.
(Cfr. IACOPELLI Fara, IACOPELLI Graziella, VITALE Felicia, VITALE Maria
Fara, ANDRIOLO STAGNO Marcella, BARTOLOTTA Andrea, FANTUCCHIO Giuseppe,
CAVATAIO Benedetto, LO DUCA Vito, LA FATA Pietro, DI MAGGIO Faro, CARLOTTA
Francesco, VITALE Salvatore.).
E
alcuni di loro, in particolare, confermano che quelle del loro amico e
compagno Giuseppe erano denunzie mirate e accuse circostanziate. Al riguardo,
oltre alla testimonianza del Prof. VITALE, che sarà resa solo molti
anni dopo, si segnalano le dichiarazioni che furono rese già nell’immediatezza
del fatto e nel corso dell’istruzione sommaria , prima, e di quella formale
poi, da LA FATA Pietro, LO DUCA Vito e ANDRIOLO STAGNO Marcella.
Quest’ultima
in particolare, nelle S.I. rese il 10 Maggio ’78 dichiara che “L’IMPASTATO
Giuseppe era un giovane alquanto sensibile e da un certo tempo aveva impostato
la sua linea politica nella denuncia pubblica della mafia locale e delle
speculazioni che tali organizzazioni effettuavano. In particolare, egli
indicava Gaetano BADALAMENTI quale capo della mafia locale, nonché
in privato asseriva che lo stesso fosse un corriere della droga. Aveva
pubblicamente citato un tale FINAZZO costruttore edile del luogo, uno speculatore
in materia edilizia riferendosi alla costruzione di un palazzo a cinque
piani….”.(Cfr. verbale di S.I. a fg.61, vol. 891).
Lo
stesso giorno, BARTOLOTTA Andrea, dopo aver asserito che l’IMPASTATO “era
molto sensibile, aperto e che perseguiva una linea politica ben precisa
e cioè la lotta aperta alla mafia locale”, precisa che “Per
linea politica mi riferisco a quella anticapitalista, antimperialista e
contro ogni forma di repressione. Per lotta alla mafia mi riferisco a quella
rivolta alla mafia locale sul piano della informazione e controinformazione
consistente nella pubblica denunzia dei danni derivanti al territorio dalla
speculazione edilizia. Come riferimenti precisi, egli si riferiva a Gaetano
BADALAMENTI nonché a due ex sindaci del Comune di Cinisi, nelle
persone di ORLANDO e PANDOLFO. Questi ultimi due sono compresi nella mostra
già esposta Domenica scorsa in questo Corso Umberto”. (Cfr.
fg. 71, vol.891).
Nelle
S.I. rese il 9 Maggio (fg.77-80), LA FATA Pietro (che apparteneva anche
lui al collettivo di Radio Aut ed era candidato nella stessa lista di Democrazia
Proletaria) si dice convinto che “IMPASTATO Giuseppe sia stato ucciso
volontariamente e poi da parte dei responsabili sia stato simulato un incidente
come se fosse avvenuta la sua morte in conseguenza dello scoppio accidentale
di una bomba. Ritengo che sia stato ucciso perché IMPASTATO Giuseppe
rappresentava l’uomo di punta di una controinformazione sostanziata di
denunce di speculazioni varie come lottizzazioni edilizie, cave, scempio
delle coste, del litorale. Tutto ciò ne faceva carico alla mafia
locale che attaccava pubblicamente in linee generali. L’anno scorso invece
in un volantino denunciò apertamente che tale FINAZZO Giuseppe di
Cinisi, legato al mafioso Gaetano BADALAMENTI, esperto in lupara e traffico
di eroina, aveva presentato un progetto per la costruzione di un edificio
di cinque piani in aperta violazione della legge. In seguito a tale denunzia
il progetto non fu approvato. Per questi motivo ritengo che IMPASTATO Giuseppe
sia stato ucciso ad opera della mafia locale”.
(Per
completezza e obbiettività, va rammentato che, dopo essere stato
edotto dagli stessi Ufficiali di P.G. che lo stavano esaminando di alcuni
passi della lettera-testamento attribuita all’IMPASTATO, e segnatamente
di quelli in cui si manifestano propositi suicidi, il LA FATA, esplicitamente
sollecitato a rivedere le proprie affermazioni, ha dichiarato: “Non
mi sento di dare una risposta organica. Sono sorpreso. Sono stupito e non
mi aspettavo una cosa del genere. Non posso non tenere conto delle frasi
di cui mi è stata data testè lettura e onestamente debbo
dire che ne sono rimasto influenzato e forse è il caso che io riveda
anche la mia primitiva convinzione sulle cause del decesso di IMPASTATO
Giuseppe”. Ma sul punto, e sull’effetto depistante della famosa lettera,
si tornerà in prosieguo).
LO
DUCA Vito, al P.M. SIGNORINO, conferma che “L’IMPASTATO aveva denunciato
alla cittadinanza di Cinisi la costruzione di due strade e di un villaggio
turistico improduttivo per Cinisi stessa. In particolare, una strada costruita
con i soldi del Comune in contrada “Purcaria” che serviva per l’uso di
due sole persone di cui non so i nomi, ma ho sentito dire essere mafiosi
e del villaggio turistico in realtà non so particolari precisi.
Il villaggio turistico si chiama Z 10” (Cfr. verbale di S.I. del 19.05.78,
fg.154).
Nelle
S.I. rese al G.I. CHINNICI il 9.12.78, VITALE Maria Fara, che faceva parte
del collettivo di RadioAut “da circa un anno e mezzo”, dopo aver
ribadito la sua convinzione che Peppino fosse stato ucciso per mano mafiosa
(“io pensai subito che Peppino era stato ammazzato e ciò perché
Peppino da dieci anni a questa parte a Cinisi faceva un certo tipo di lavoro
politico che lo portava a contrastare il potere mafioso”), aggiunge
di aver pensato all’assassinio anche “perché Peppino IMPASTATO
aveva ideato la trasmissione “Onda Pazza” nella quale, in chiave satirica,
attaccava mafiosi chiamandoli per nome e attribuendo nomignoli: chiamava
Gaetano BADALAMENTI “Tano Seduto”, o “il Grande Capo”, FINAZZO lo chiamava
“Don Peppino Percialino”. “Onda Pazza”, la trasmissione ideata da Peppino
IMPASTATO si occupava di speculazioni mafiose.
“In
un pubblico comizio Peppino IMPASTATO denunciò il FINAZZO perché
lo stesso aveva iniziato la costruzione di un palazzo a cinque piani. A
seguito della denuncia dello IMPASTATO i lavori furono sospesi.
“In
un altro comizio Peppino denunciò l’iniziativa di un complesso turistico
che fu realizzato su parere favorevole della Commissione edilizia”. (Cfr.
fg. 34-35 vol. 892).
Questa
sommaria rassegna suggerisce un’ulteriore considerazione sul ruolo e sul
tipo di azione politica esercitati da Giuseppe MPASTATO all’interno del
gruppo di giovani militanti di D.P. e del Collettivo di Radio Aut: egli
non solo era, in pratica, il vero artefice e ispiratore di un’incessante
campagna di denuncia contro il malaffare e le “speculazioni edilizie
e mafiose”; ma con tutta probabilità era anche il più
scrupoloso nella ricerca dei dati e delle informazioni a corredo delle
sue pubbliche denunce, nonché, conseguentemente, l’unico in possesso
di tali dati e a conoscenza di particolari e retroscena, sulle vicende
e sugli illeciti intrecci oggetto di quelle denunce, che restavano
ignoti ai più, compresi i suoi stessi compagni di partito.
2.5.
Ancora dubbi e insinuazioni: i "precedenti" di Peppino IMPASTATO.
La
difesa dell’imputato insinua il dubbio che le testimonianze dei prossimi
congiunti dell’IMPASTATO e quelle dei suoi amici e/o compagni di partito
non siano attendibili, soprattutto nella parte in cui tendono ad accreditarne
l’immagine di una persona aliena da qualsiasi forma di violenza e pervasa
da un rigore morale e un fervore ideale che traduceva in un’appassionata
militanza politica. Le prime, per comprensibile e umana pietas verso
il congiunto scomparso, farebbero prevalere le ragioni dell’affetto e del
dolore (o del risentimento contro i presunti assassini) sulla serenità
di giudizio. Le altre sarebbero offuscate anche dall’intento degli stessi
dichiaranti di fugare qualsiasi sospetto di contiguità a gruppi
o attività terroristiche o eversive, e dal timore di poter essere
a loro volta attinti dai gravi sospetti avanzati dagli Inquirenti sul conto
di Giuseppe IMPASTATO fin dai primi atti successivi al rinvenimento del
cadavere.
Di
contro va ribadito che, insieme ai più stretti congiunti, gli amici
e i compagni di partito rimangono le principali e più attendibili
fonti cui attingere elementi di conoscenza della personalità, delle
idee, degli interessi, delle inclinazioni e delle abitudini di vita dell’IMPASTATO,
in quanto gli unici in grado di interloquire sul suo vissuto familiare,
e sulla sua formazione politica per averne direttamente condiviso o conosciuto
vicende ed esperienze personali e di lotta politica.
D’altra
parte, è fin troppo ovvio che il rilievo processuale di quelle testimonianze
non sta nei giudizi sulla personalità di Giuseppe IMPASTATO o nei
convincimenti espressi sulle cause della sua morte, bensì nei riferimenti
che se ne ricavano a fatti specifici e a circostanze di vita vissuta, e
nelle informazioni (riscontrate o verificate) e quant’altro, di obbiettivamente
rilevabile o riscontrabile nella vita e nella condotta della vittima, possa
giovare a far luce sulle cause della sua morte. E sotto questo profilo,
al di là della convergenza e concordanza che le testimonianze predette
registrano fin dal primo giorno d’indagine, la messe di reperti documentali
di cui s’è fatto cenno fornisce eloquenti riscontri, ove ve ne fosse
bisogno, alla loro attendibilità.
Se
è vero poi, come pure si dirà, che il rapporto di collaborazione
con gli Inquirenti è stato turbato, per tutta una prima fase delle
indagini, da un pesante clima di sospetto e di avversione pregiudiziale
alla matrice politica e ideologica del gruppo di militanti di cui faceva
parte lo stesso Giuseppe IMPASTATO – ne sono traccia evidente le massicce
perquisizioni effettuate anche a casa di molti di loro, alla ricerca di
armi esplosivi o altro materiale compromettente; e il modo in cui taluno
venne escusso, in termini più prossimi all’interrogatorio di un
inquisito – non è men vero che tale clima provocò piuttosto,
per reazione, un atteggiamento di sfiducia e di diffidenza che si tradusse
a sua volta in reticenza o indisponibilità a rivelare fin dall’inizio
circostanze e particolari di sicuro interesse investigativo (Scrive in
proposito il giudice CAPONNETTO che fu proprio questo “senso di sfiducia
che indusse amici, compagni e parenti del giovane, come risulta dalle sopramenzionate
dichiarazioni di costoro, a rivelare in un momento successivo, e soltanto
al Giudice Istruttore, circostanze di indubbia rilevanza al fine di accertare
modalità e causa del tragico episodio”).
Ma
la difesa dell’imputato, a confutazione delle risultanze emerse in ordine
alla personalità dell’IMPASTATO e per accreditare l’opposto assunto
di una sua inclinazione alla violenza, ne cita i precedenti penali e le
valutazioni espresse nei rapporti riservati sul suo conto contenuti nel
fascicolo riservato in possesso dei Carabinieri.
Ora,
tralasciando quelle valutazioni, che si fondano esclusivamente sulla pregiudiziale
riprovazione delle idee politiche professate dall’IMPASTATO – come si evince
dall’ apodittico giudizio di pericolosità sociale motivato dalla
professione di ideologie estremistiche e di sinistra - dalla
scheda informativa allegata al fascicolo riservato cat. “P” in possesso
dell’Arma (v.fg737 vol.4) risulta che Giuseppe IMPASTATO riportò:
-una
condanna a £ 15.000 di ammenda, per violazione dell’art. 16 della
legge sulla stampa, successivamente amnistiata;
-una
seconda condanna, con sentenza del Pretore di Carini del 22.12.1969, a
£ 50.000 di ammenda (pena sospesa) per disturbo di spettacolo pubblico;
-e
infine, con rapporto giudiziario dei Carabinieri di Cinisi in data 11.07.1973,
fu deferito a piede libero alla Pretura di Carini per lesioni personali
lievissime, aggressione e violazione di domicilio in persona dell’esponente
della Giovane Italia di Cinisi, MALTESE Salvatore, ma non risulta che in
ordine a tale fatto sia intervenuta sentenza di condanna. (Dell’episodio
– che fu oggetto di una contro-denunzia in un volantino diffuso dal Centro
di Informazione Democratica che figura tra gli atti informalmente sequestrati
nell’abitazione dell’IMPASTATO – Giovanni IMPASTATO ha dato questa versione
nella deposizione resa all’udienza del 25.10.2000 nel procedimento nr.41/99
a carico di BADALAMENTI Gaetano: “Un’altra denuncia l’ha subita non
perché lui ha aggredito i fascisti, ma perché i fascisti
hanno aggredito lui e lì ci sono delle testimonianze precise, ci
sono degli atti giudiziari che sicuramente qualche persona non è
andata guardare o a leggersi attentamente. Ha partecipato a quegli scontri
anche mia mamma, perché i fascisti lo stavano uccidendo a Peppino
IMPASTATO. Cioè si vadano….andiamo a rileggere un po’ quegli atti.”.
Cfr. stralcio del verbale d’udienza prodotto dalla Difesa dell’imputato
in allegato alla memoria del 15.02.2001).
Nessuna
condanna quindi per danni a cose o a persone.
Ciò
posto, l’entità di simili precedenti, avuto riguardo anche alla
loro causale e alla lontananza nel tempo, appare a dir poco risibile a
fronte del clima instauratosi in tutto il Paese a partire dalla seconda
metà degli anni ’70: un clima di esacerbata conflittualità
sociale, di tensione strisciante e di violenza diffusa, che si è
cercato di riassumere attraverso la cronologia degli avvenimenti più
significativi, sotto questo profilo, occorsi nel biennio 77/78 (v. supra).
Erano, come si è visto, anni in cui non solo gli attentati terroristici,
ma anche gli scontri di piazza mietevano vittime con cadenza quasi giornaliera
e provocavano ondate di arresti e denunzie con imputazioni ben più
gravi della violazione della legge sulla stampa o del disturbo della quiete
pubblica. E i movimenti dell’IMPASTATO erano oggetto di particolare attenzione,
se è vero che in una nota riservata trasmessa al Comando Gruppo
Operativo dei Carabinieri di Palermo in data23.05.78,
si conferma che egli aveva effettuato svariati viaggi a Palermo, Roma e
Bologna per partecipare a manifestazioni di piazza e di protesta.
Deve quindi presumersi che non sarebbe passato inosservato un suo coinvolgimento
in scontri o violenze di piazza. (Cfr. fg. 287, vo. 1 del fascicolo ult.
citato).
Del
tutto inconducente appare poi l’episodio, pure rievocato dalla difesa del
PALAZZOLO, del litigio familiare nel corso del quale l’IMPASTATO sarebbe
venuto alle mani con suo zio Giuseppe, inteso SPUTAFUOCO, che era una persona
anziana (oltre settanta anni) oltre che un prossimo congiunto.
Ed
invero, l’assoluta occasionalità dell’episodio e la peculiare cornice
psicologica in cui si verificò non consentono affatto di inferirne
un temperamento aggressivo e una spiccata familiarità nel ricorrere
alla violenza fisica da parte del giovane militante di D.P. Di tale episodio,
occorso la stessa sera della morte di Luigi IMPASTATO, padre di Peppino,
ha riferito il fratello Giovanni nell’esame dibattimentale cui è
stato sottoposto all’udienza del 25.10.2000 nell’ambito del processo parallelo
a carico di BADALAMENTI Gaetano (il relativo verbale è stato acquisito
su richiesta della difesa dell’imputato, per comprovare la storicità
del fatto).
Ebbene,
il teste ha spiegato che il fatto avvenne mentre “c’era il morto a casa”
e che suo fratello Giuseppe, raggiunto dalla notizia che suo padre era
rimasto vittima di un incidente stradale, ne fu sconvolto non solo per
l’ovvio dolore che l’improvvisa perdita di un genitore può cagionare
ai figli, e per il particolare stato d’animo indotto dai lacerato contrasti
che lo avevano allontanato dalla casa paterna, ma anche perché era
convinto che non si fosse trattato di un incidente, bensì di un
assassinio ordito da quella stessa cerchia di personaggi mafiosi o vicini
a esponenti mafiosi, cui apparteneva anche lo zio SPUTAFUOCO, per eliminare
l’ostacolo che impediva loro di uccidere lo stesso Giuseppe (“…Dice
ora chiaramente avete ucciso lui ora….per…per uccidere me successivamente”).
E fu proprio questo il motivo del litigio:
“
Dunque mio fratello era molto addolorato del fatto che improvvisamente
viene a sapere della morte del padre. Era molto addo…poi viveva in una
situazione terribile, perché non….non era a casa, era fuori casa
insomma…Poi c’è stato il fatto del viaggio che lo ha un po’ sorpreso
pure lui ed era…aveva delle convinzioni. Credo che ognuno di noi può
anche avere delle proprie convinzioni. Lui era convinto che praticamente
mio padre fosse stato ucciso, che non si trattava di un incidente stradale.
Anche perché non…non conosceva lui la dinamica del fatto. Improvvisamente
gli dicono c’è tuo padre morto in un incidente stradale. Chiaramente
lui si scaglia verbalmente contro questo zio, lo zio risponde e lo rimprovera…insomma
gli va incontro, lui pure va incontro a lui. Insomma….e vengono quasi alle
mani. Non è che c’è stato un atto di violenza nei confronti
di mio fratello, sia di mio fratello sia dello zio. Vengono quasi alle
mani, cioè il fatto che….insomma abbia 70 anni (N.d.R.:
in realtà erano 77, come precisato dall’Avv. GULLO), diciamo
che….77,76, è una persona che merita rispetto ma non che…poi c’era
il figlio accanto, Jack, non era soltanto questo zio mio.”.
2.6.
Ancora sulle risultanze obbiettive dei primi accertamenti investigativi:
ulteriori smentite all'ipotesi dell'attentato.
1-
Gli elementi fin qui esaminati – e con riserva di tornare su alcuni di
essi – debbono un sicuro valore indiziario al fatto di concorrere, nel
loro insieme, a delineare un quadro valutativo, in ordine alla personalità
di Giuseppe IMPASTATO, al tenore e ai contenuti del suo impegno politico,
al suo percorso morale e intellettuale, del tutto dis-metrico e incongruo
rispetto all’ipotesi dell’attentato terroristico. Molti di essi, noti o
acquisiti già nella fase d’avvio delle indagini, offrivano spunti
investigativi che avrebbero dovuto indurre gli Inquirenti a sondare, quanto
meno, la possibilità di causali del fatto diverse e alternative
a quell’ipotesi, senza escludere a-priori alcuna pista, e segnatamente
quella mafiosa. Né può obbiettarsi che le modalità
e circostanze del fatto apparivano del tutto estranee al copione e ai rituali
tipici dell’omicidio di stampo mafioso – come pure teneva a ribadire il
Col. SUBRANNI anche nel rapporto datato 30.05.1978 – poiché già
nel corso delle S.I. raccolte tra il 9 e il 10 Maggio, e poi ancora nell’esposto
a firma dei congiunti dell’IMPASTATO presentato in data 16 Maggio, si ventilava
apertamente l’ipotesi di un depistaggio: ossia che si fosse trattato
di un omicidio artatamente dissimulato dalla macabra messinscena di un
attentato terroristico proprio per sviare le indagini dalla vera natura
e causale del delitto e occultare la provenienza della mano omicida. E
se si fosse subito scavato con il dovuto rigore – e senza pregiudiziali
politico-ideologiche - in direzione della personalità della vittima,
del suo retroterra familiare e del contesto ambientale in cui si era innestato
il suo peculiare modo di far politica, ne sarebbero scaturiti (come si
dirà) elementi di conoscenza e di valutazione dei fatti sufficienti
e idonei a rendere più che plausibile, e quindi degna di approfondimento,
l’ipotesi del depistaggio.
Tuttavia,
da quegli stessi elementi non poteva e non può venire una risposta
esauriente e definitiva ai numerosi interrogativi sulla morte di Giuseppe
IMPASTATO, a partire proprio dal nodo cruciale sulla configurazione del
fatto (omicidio, suicidio, o morte dovuta all’esplosione accidentale di
un ordigno che lo stesso IMPASTATO avrebbe tentato di piazzare tra i binari
della ferrovia).
Ma
ben altre risultanze, anch’esse emerse peraltro fin dalle prime battute
investigative, valgono a confutare l’attendibilità del costrutto
indiziario imbastito inizialmente sull’ipotesi dell’attentato terroristico.
Intanto,
dall’esame degli atti, a fronte degli accenti di certezza con cui si esprimeva
il fonogramma a firma del Dott. MARTORANA nel prospettare quell’ipotesi,
risaltano la prudenza e la cautela che ispirano invece le due (pressoché
contestuali) comunicazioni a firma del Dott. TRIZZINO, primo magistrato
intervenuto sul posto nella sua qualità di Pretore di Carini: non
solo nel fonogramma già citato delle ore 9.45, ma anche nella “Comunicazione
di morte” successiva all’identificazione del cadavere non viene avanzata
né si lascia trapelare alcuna ipotesi sulla causale del fatto. Dalla
testimonianza resa dallo stesso Dott. TRIZZINO alla Commissione parlamentare
di inchiesta apprendiamo che quella prudenza era imposta anzitutto dal
fatto che non gli competeva formulare ipotesi, dal momento che la direzione
delle indagini era stata già assunta, quella stessa mattina, dal
competente Ufficio di Procura.
Ma
c’era dell’altro:
“Ricordo
l’estrema complessità e difficoltà del sopralluogo, proprio
perché – come ho già detto – non vi era un cadavere da identificare,
da sottoporre a ricognizione, m solo brandelli sparsi – una scena veramente
raccapricciante – oserei dire a centinaia di metri, alcuni dei quali furono
trovati anche sui fili della luce; sulle prime non si riuscì a reperire
una parte consistente del corpo. Ricordo anche un particolare. Mentre stavo
ultimando il sopralluogo, proprio perché non c’era più nulla
da fare, mi posi il seguente interrogativo: può il corpo di una
persona ridursi in quel modo senza la possibilità di trovare una
sua parte più consistente?Mi rivolsi quindi ad un ufficiale superiore
dei carabinieri che stava sul posto, pregandolo di attivarsi per far intervenire
un gruppo di militari per scandagliare la zona al fine di trovare un qualcosa
di più considerevole. Proprio nel momento in cui stavo per andare
via da quel luogo, fui richiamato perché fu trovata una gamba intera.
(…)….La ferrovia era interrotta perché alcune traversine dei binari
erano saltate. In prossimità della ferrovia vi era una macchina,
una Fiat 850 o qualcosa del genere, che mi fu segnalata come appartenente
all’IMPASTATO. Dal cofano anteriore di tale macchina fuoriusciva una specie
di filo elettrico. Proprio in relazione al ritrovamento della gamba
intera – non ricordo se a posteriori o sul momento – supposi che l’IMPASTATO
si trovasse in posizione curva o prona sui binari e che l’esplosivo fosse
collocato sotto il torace, cosa che poteva dare adito a perplessità
sulle reali causali del fatto”. (Cfr. dall’audizione del 25 Novembre
1999 dinanzi al Comitato di Lavoro sul caso IMPASTATO, pag.44 della relazione
in atti).
In
effetti, la scena che si presentava agli occhi dei Carabinieri e del Pretore
TRIZZINO appena intervenuti sul posto era a dir poco raccapricciante, per
quanto è dato desumere dal verbale di ricognizione dei luoghi a
firma dello stesso Pretore (e del Mar. TRAVALI) in cui sono minuziosamente
ricostruiti la sequenza e i luoghi di rinvenimento dei poveri resti con
la cruda descrizione del loro stato, poi integrata dai rilievi di cui al
verbale autoptico redatto (a cura del Dott. PROCACCIANTI) quella stessa
mattina all’obitorio del cimitero comunale: brandelli di carne e tessuti
vari, frammenti ossei e di pelle di cui riesce difficile allo stesso medico
legale stabilire a quale organo o parte del corpo appartenessero e sparsi
nel raggio di trecento metri.
Le
gambe, invece, erano integre, con l’ulteriore particolarità che
presentavano una netta diversione o strappamento dei tendini della coscia;
e che erano state proiettate a grande distanza dal cratere dell’esplosione.
Più esattamente, si legge nel verbale di ricognizione, che viene
rinvenuto un pezzo d’arto troncato, con insieme delle parti muscolari e
ricoperto in parte dal resto di un calzone bleu e al piede una calza dello
stesso colore, tolta la quale “si accerta che trattasi dell’arto inferiore
destro”; tale arto “appare integro dal terzo superiore in giù”.
Prosegue poi il verbale che “alla distanza di quasi cento metri dal
primo arto si rinviene ulteriormente il resto dell’arto di sinistra pure
integro dal terzo superiore della coscia fino al piede e alla radice dilaniato,
con visione di parti molle e della testa del femore scoperchiata. Al piede
la calzetta colore blu”. Nel verbale di sopralluogo a firma TRAVALI
(fg. 44-45 vol.I e 891) si legge che i due arti furono trovati a circa
trecento metri dal punto dell’esplosione. Ma sull’ubicazione e la distanza
a cui essi furono rinvenuti, dichiarazioni assai dettagliate ha reso l’App.
PICHILLI, autore, insieme al necroforo comunale BRIGUGLIA Giuseppe, di
quel rinvenimento (v. infra).
In
sede di ispezione cadaverica, il medico legale osserva che i due arti inferiori
appaiono “ricoperti da un abbondante peluria di un soggetto di sesso
maschile, con unghie che oltrepassano le estremità delle dita. Tali
arti risultano irregolarmente disarticolati in corrispondenza delle anche.
Il rivestimento cutaneo è irregolarmente frastagliato ed affumicato
sulla fascia anteromediale delle cosce stesse. L’affumicatura si estende
alla cute integra per una decina di centimetri ed ai muscoli della radice
delle cosce per un’estensione pressoché analoga. Sulla fascia mediale
della coscia sinistra la pelle presenta delle lacerazioni a forma di V
con apice in basso. In corrispondenza della lacerazione più interna
(delle due anzidette) si rinviene una parte dello scroto, un testicolo
e il pene lacerati ed affumicati. Integre le parti restanti delle cosce,
delle gambe e dei piedi”. Ed ancora ribadisce. “Integre le ossa
delle cosce, delle gambe e dei piedi” (cfr. fg. 19, vol.I e 891).
In
pratica, le gambe sono state tranciate di netto dal resto del corpo, rimanendo
pressoché intatte (piedi compresi), mentre il resto del corpo è
stato letteralmente sbriciolato dall’esplosione. Basti rammentare che i
frammenti più grossi erano costituiti da parti dell’osso iliaco
e frammenti di teca cranica della lunghezza di pochi centimetri. Ancora
dal verbale autoptico del 9.05.78: “…si notano altresì frammenti
di cuoio capelluto, di ossa craniche (ogni frammento di forma triangolare,
quadrangolare o pentagonale, ha il diametro massimo di 6-8 centimetri).
E tra gli ulteriori resti si evidenziano “frammenti di muscoli, di rachide
cervicale, di ossa tra cui è riconoscibile solo un largo frammento
di osso iliaco destro, di cute, di encefalo e di intestino”.
Ciò
fa supporre che gli arti inferiori non siano stati investiti direttamente
né dallo scoppio né dall’onda d’urto dell’esplosione, e quindi
dovevano trovarsi poco al disotto – e non al di sopra o allo stesso livello
– della carica esplosiva e parzialmente al riparo della massicciata, avvalorando
l’ipotesi che il corpo di IMPASTATO fosse disteso per terra con la parte
superiore del tronco, ovvero la parte compresa tra il bacino e lo sterno
a diretto contatto della carica esplosiva (come ipotizzato anche dagli
artificieri LONGHITANO e SARDO). Questa considerazione, come vedremo, è
ripresa ed evidenziata nella relazione PELLEGRINO di consulenza balistica.
Ma
c’è un altro dato che balza evidente già dal macabro elenco
dei reperti di cui al verbale di ricognizione dei luoghi e agli altri atti
sopra citati: uno dei pochi frammenti riconoscibili e di maggior consistenza
dopo gli arti inferiori, è costituito da una porzione della mano
destra, e precisamente “dagli ultimi tre metacarpi e dalle ultime tre
dita a confine assai irregolare”. (Nel verbale autoptico si precisa
che “la superficie palmare è interamente affumicata e decisamente
nerastra sui polpastrelli”).
Valgono
per questo reperto considerazioni analoghe a quelle relative agli arti
inferiori. Attesa la potenza dell’esplosione, la mano destra doveva trovarsi
su di un piano diverso rispetto a quello su cui era dislocata la carica
esplosiva, o comunque in una posizione tale da non essere investita in
pieno e direttamente dalla tremenda onda d’urto dell’esplosione. A fortori
è ragionevole supporre che essa non fosse a diretto contatto con
la carica medesima, ché altrimenti sarebbe stata sbriciolata.
Né
vale obbiettare, in contrario, che le evidenti tracce di polveri piriche
sulla superficie palmare sono compatibili ed anzi avvalorano l’ipotesi
che l’esplosivo potesse trovarsi tra le mani della vittima: è questa,
come si vedrà, la conclusione formulata, in termini interlocutori,
nella relazione di consulenza medico-legale a firma CARUSO-PROCACCIANTI.
Ma nella medesima relazione si evidenzia che analoghe tracce di esplosivo
vennero rinvenute anche nei frammenti della camicia di lana indossata dalla
vittima; e praticamente tutti i frammenti di cute recuperati e riconoscibili
presentano tracce di affumicatura.
Al
riguardo il perito balistico formula una considerazione addirittura troncante:
“Su questi resti anatomici sono stati individuati tracce di nitrati,
ma questa risultanza è di scarsa utilità in quanto che è
oltremodo evidente che l’epidermide delle parti esposte del corpo della
vittima sia stata direttamente investita dalla violenza dell’esplosione”.
(Cfr. Relazione PELLEGRINO, fg. 190, vol. I).
Ed
invero, se l’esplosione di un semplice colpo d’arma da fuoco entro il limite
delle brevi distanze, ossia fino a 50 centimetri, provoca il deposito di
nitrati sulla cute della persona che ne sia attinta, è lecito supporre
che le polveri sprigionate dall’esplosione di 4 o 6 chili di tritolo investano
ben oltre quel limite la cute non solo delle mani ma di qualsiasi altra
porzione del corpo che vi sia esposta. E se, in ipotesi, il corpo di IMPASTATO
era disteso per terra con il tronco a contatto diretto con l’esplosivo,
la mano destra (così come la sinistra) non poteva certo trovarsi
ad una distanza tale da porla al riparo dal deposito di nitrati e polveri
sprigionate dall’esplosione: senza che per questo si debba concludere che,
al momento dell’esplosione, la bomba stava addirittura tra le mani
della vittima. (Si noti peraltro che la prova c.d. della paraffina ha dato
esito positivo per la ricerca di nitrati anche sulla parte dorsale e non
solo su quella palmare della mano destra: cfr. pag. 10 della relazione
CARUSO).
D’altra
parte, la conclusione formulata al riguardo nella relazione CARUSO-PROCACCIANTI
è dichiaratamente interlocutoria. Gli stessi periti infatti ammettono
che i dati relativi all’affumicamento del frammento di mano dx e delle
estremità superiori delle cosce, tenuto conto anche delle lacerazioni
sulla faccia interna della coscia sx – dati che farebbero ritenere verosimile
che al momento dell’esplosione l’ordigno si trovasse all’altezza del bacino,
probabilmente tra le mani della vittima – “permettono di stabilire
soltanto la posizione dell’ordigno rispetto alle parti anatomiche del soggetto,
ma non permettono di far luce su quale fosse in quel momento l’esatta posizione
del corpo dell’IMPASTATO rispetto al suolo (o alla strada ferrata), né,
invero, disponiamo di altri dati idonei a risolvere tale quesito” (cfr.
pagg.20 e 21). Questa precisazione tradisce, ci sembra, insieme all’incertezza
sulla posizione del corpo, il dubbio sul ruolo attivo o passivo delle mani
rispetto alla carica esplosiva.
Resta
il fatto che, soprattutto a paragone di tutte le altre parti del corpo,
la mano destra riportò danni minori o almeno fu una delle porzioni
corporee più risparmiate dall’esplosione; e resta il dubbio che
anche la mano sinistra fosse stata risparmiata. Infatti, il Prof. DEL CARPIO
consegnò ai periti i frammenti e poveri resti che aveva ricevuto
in data 12 Maggio da uno dei giovani compagni di IMPASTATO (che li avevano
rinvenuti sul luogo della tragedia lo stesso giorno o il giorno prima);
ed ha sempre indicato uno di tali frammenti come appartenente alla mano
sinistra. Invece, nella relazione CARUSO-PROCACCIANTI si attribuisce tale
identificazione dell’arto ad un errore, perché “in effetti era
un brandello di cute a contorni assai frastagliati, privo di qualsiasi
caratteristica anatomica tipica della mano”.
Sul
punto, non ci si può esimere dal rilevare che il Prof. DEL CARPIO,
unanimemente reputato come clinico valente e medico legale di valore indiscusso,
ebbe modo di visionare il frammento corporeo in questione appena tre giorni
dopo la data del decesso e non appena lo ebbe in consegna lo ripose nella
cella frigorifera (come ha dichiarato), insieme agli altri resti. Invece,
i periti predetti, quando hanno esaminato gli stessi reperti, e in particolare
il presunto frammento della mano sx, li hanno trovati “già in preda
a putrefazione” e questo stato di degrado potrebbe averne ostacolato l’identificazione.
Tuttavia,
la Corte non può che limitarsi a registrare il contrasto di valutazioni
anatomiche tra il Prof. DEL CARPIO e i consulenti CARUSO e PROCACCIANTI,
sicché non v’è alcuna certezza che quel frammento appartenesse
effettivamente alla mano sinistra della vittima.
Val
comunque ribadire che se, effettivamente, l’ordigno si fosse trovato, al
momento dello scoppio, tra le mani dell’IMPASTATO, queste sarebbero state
le prime parti del corpo ad essere investite dalla violenza dell’esplosione.
Invece, proprio le mani, o almeno la mano destra, risulta essere la parte
del corpo che ha riportato i danni meno devastanti, dopo gli arti inferiori.
2- Dubbi
e ovvietà
Ma
al di là dei ragionevoli dubbi scaturiti da una prima sommaria valutazione
dei poveri resti del corpo del giovane militante di D.P., già nei
primi giorni di indagine, e più precisamente nel periodo compreso
tra il primo e il secondo dei due rapporti giudiziari a firma del Magg.
SUBRANNI, andò facendosi strada, tra i magistrati inquirenti, una
considerazione logica che contribuì a minare le iniziali e frettolose
certezze sulla causale del fatto.
Ne
ha riferito proprio il Dott. MARTORANA nel corso della sua audizione in
data 15.12.99 dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta, parlando
appunto dei primi dubbi che indussero il suo Ufficio a verificare piuttosto
l’ipotesi che si fosse trattato di omicidio: “…Io ritenni strano che
un soggetto, con l’intenzione di compiere un attentato, avesse collocato
un esplosivo su un tratto di binario ferroviario lontano 500 o 600 metri.
Cosa voleva dimostrare? Questa fu la mia riflessione.” (A domanda del
Presidente, lo stesso MARTORANA risponde che, però, “ufficialmente
non fece nulla” per verificare la fondatezza di quei dubbi). E aggiunge:
“Una persona che compie un attentato deve mirare a qualcosa di particolare
e non era particolarmente grave far saltare un tratto di binario ferroviario,
peraltro di una linea di scarsa percorrenza”.
Ma,
ricorda l’ex procuratore aggiunto, il rinvenimento della lettera in cui
IMPASTATO esternava propositi suicidi “fuorviò tutte le indagini
perché effettivamente sembrò che la morte fosse dovuta ad
un atto disperato, ad un suicidio” (Cfr. pag. 85 e nt. 58 della relazione
in atti). Tuttavia, qualche giorno dopo, alcuni giovani di Democrazia Proletaria
o di Radio Aut “rinvennero una pietra su cui c’era qualche macchia di
sangue e la portarono all’Istituto di Medicina Legale, non ai Carabinieri,
perché credo che ci fosse qualche prevenzione per quanto riguardava
le stazioni dei carabinieri.[…]
L’Istituto di medicina legale in quel periodo era retto da un eccellente
medico legale, il Professor Ideale DEL CARPIO sul quale credo non si possa
avanzare alcuna ombra. Egli informò immediatamente l’autorità
giudiziaria. Venne dato ad un secondo collega l’incarico di andare a fare
un’ispezione e controllare da dove fosse spuntata questa pietra. [….].”.
Ma solo dopo che furono presentati degli esposti (“alcuni di questi
furono fatti proprio dai compagni di Democrazia Proletaria”) e furono
pubblicati sulla stampa alcuni articoli in cui si cominciava a profilare
l’ipotesi dell’omicidio, solo allora “convocai i colleghi SIGNORINO
e SCOZZARI e organizzai una riunione, nel corso della quale dissi al Dottor
SIGNORINO che era necessario che invitasse i carabinieri ad approfondire
le indagini proprio su quell’aspetto.”.
3-
Le pietre insanguinate, i sopralluoghi al casolare e i reperti- fantasma.
In
effetti, quello delle pietre insanguinate trovate all’interno del casolare
poco distante dal luogo in cui era esploso l’ordigno che fece a pezzi il
corpo di IMPASTATO è uno dei capitolo più oscuri nel tormentato
iter delle indagini e poi della vicenda processuale che ci occupa: per
le incertezze sull’effettivo numero delle pietre in questione e sulle modalità
del loro rinvenimento; ma anche per l’ostinazione, da parte di chi conduceva
le indagini sul campo, nel negare o minimizzare la rilevanza di questo
elemento indiziario fino a quando fu possibile farlo, e cioè fino
all’esito degli accertamenti medico-legali che appurarono trattarsi di
sangue umano e dello stesso gruppo sanguigno di Giuseppe IMPASTATO (Cfr.
conclusioni certe, sul punto, nella relazione PROCACCIANTI, pag. 25: “Le
macchie di sangue prelevate sulla camicia indossata dal soggetto al momento
del fatto appartengono al gruppo “0 CD”. Le stesse proprietà gruppo-specifiche
(0 CD) caratterizzano la macchia di sangue umano esistente sulla pietra
repertata durante il sopralluogo giudiziale del 13.05.78”).
E
valga il vero.
ØIn
data 12 maggio ’78, il Prof. Ideale DEL CARPIO - che sarà nominato
consulente tecnico di parte nell’interesse dei prossimi congiunti e legittimi
eredi dell’IMPASTATO – riceve una pietra con tracce verosimilmente ematiche
e un sacchetto contenente resti umani tra cui una mano: glieli consegna
uno studente di Medicina, tal CARLOTTA, specificandogli che la pietra era
stata asportata dal casolare vicino al luogo dell’esplosione, e i resti
umani erano quelli del corpo di IMPASTATO, raccolti nei dintorni.
In
particolare, nelle S.I. rese al P.M. Dott. SCOZZARI il 13 Maggio, lo stesso
DEL CARPIO ricorda di aver subito contestato al giovane che sarebbe stato
opportuno consegnare quei reperti ai Carabinieri. Ma gli fu risposto che
i carabinieri erano stati informati del rinvenimento di tracce di sangue
all’interno del casolare, ma non si erano attivati. La stessa sera il Prof.
DEL CARPIO provvide ad informare l’A.G. e per il giorno seguente venne
disposta un sopralluogo con ispezione del casolare: atti che furono effettuati
dal P.M. Dott. SCOZZARI, con la partecipazione dello stesso DEL CARPIO,
di alcuni dei giovani che avevano scoperto le tracce di sangue (LO DUCA
Vito e LA FATA Giampietro), oltre a vari ufficiali (compreso il Magg. SUBRANNI)
e sottufficiali (tra i quali il Mar. TRAVALI) dei Carabinieri, esperti
della Polizia Scientifica e i due consulenti tecnici già incaricati
dei necessari accertamenti medico-legali. E, come si evince dal verbale
d’ispezione, proprio su indicazione dei giovani predetti vengono effettivamente
rinvenute, repertate ed asportate due pietre con macchie verosimilmente
di sangue.
ØLa
testimonianza di DEL CARPIO trova preciso riscontro in quella di Felicia
VITALE: al G.I. Dott. CHINNICI aveva dichiarato di essere stata proprio
lei, insieme ad altri compagni a trovare le pietre insanguinate all’interno
del casolare e di averne subito informato i Carabinieri. (v. S.I. del 21.12.78,
vol. II, fg.71).
Nel
corso della sua audizione dinanzi alla commissione parlamentare d’inchiesta
ha poi spiegato che il carabiniere a cui si erano rivolti, non diede corso
ad alcun accertamento. E fu questa la ragione per cui decisero di asportare
loro stessi una delle pietre insanguinate e di farla avere – insieme ad
alcuni resti del cadavere parimenti rinvenuti sul luogo dell’esplosione
– al prof. DEL CARPIO.
ØAnaloga
spiegazione era stata resa già nel corso dell’istruzione formale
da Giovanni IMPASTATO, che l’ha poi ribadita dinanzi alla Commissione parlamentare
d’inchiesta: “Debbi dire a questo proposito che, a quello che ho saputo,
i ragazzi amici di mio fratello avevano notato tali macchie fin dal primo
momento: in tal senso informarono il Maresciallo, il quale però
solo a distanza di giorni accettò la richiesta di accedere sul posto”
(Cfr. S.I. del 7.12.78 cit.).
Qui
il teste allude ad un distino sopralluogo effettuato personalmente dal
Mar. TRAVALI, di cui ora si dirà, e in esito al quale furono rinvenute
altre pietre con macchie di sangue.
ØSecondo
quanto riferito dalla teste VITALE, il primo rinvenimento delle pietre
insanguinate risalirebbe ad un sopralluogo effettuato da amici e compagni
di Giuseppe IMPASTATO (tra i quali la stessa VITALE) uno o due giorni dopo
la scoperta del cadavere. In effetti, dal riscontro incrociato delle testimonianze
rese nel corso dell’istruzione sommaria dai compagni di IMPASTATO che parteciparono
a quel sopralluogo e alla susseguente decisione di far avere il materiale
rinvenuto al Prof. DEL CARPIO, è lecito ricavare che quel sopralluogo
avvenne o il giorno precedente alla materiale consegna a mani dl Prof.
DEL CARPIO, e quindi l’11 Maggio; oppure lo stesso 12 Maggio.
Sul
punto, il 13 Maggio ’78 sono stati sentiti direttamente dal P.M. SCOZZARI
sia LO DUCA Vito che LA FATA Pietro. Entrambi hanno confermato di aver
ispezionato insieme ad altri compagni (tra i quali pure MANZELLA Benedetto,
come ricorda la teste VITALE) il casolare e di avervi rinvenuto ed asportato
una pietra sporca di sangue che poi qualcuno di loro aveva fatto pervenire
al Prof. DEL CARPIO. Ed entrambi collocano l’episodio al “primo pomeriggio
di ieri”, e cioè quel 12 Maggio in cui il Prof. DEL CARPIO ricevette
il reperto in questione.
Ma
dal verbale di S.I. in atti a fg. 113 si evince che quello stesso 13 Maggio
– giorno dell’ispezione SCOZZARI e dell’escussione dei due testi menzionati
– viene sentito dal Mar. TRAVALI anche MANZELLA Benedetto, il quale fa
risalire l’episodio in questione ad “avantieri, giorno 11 Maggio”.
Ed è pacifico che si riferisca al medesimo episodio: “Avantieri
giorno 11 Maggio 1978,in compagnia di altri giovani miei compagni mi sono
recato il località “Feudo” di Cinsi ove era avvenuta l’esplosione
in cui trovò la morte Giuseppe IMPASTATO allo scopo di ispezionare
il luogo al fine di trovare qualche traccia. Verso le ore 16 circa del
predetto giorno ho visto una macchia che a mio avviso poteva essere macchia
di angue, per cui unitamente ai miei compagni ho deciso di asportare unitamente
alla pietra sulla quale si trovava. Preciso che detta pietra fa parte del
pavimento di una stalla con ingresso che si affaccia verso Cinisi e che
fa parte del fabbricato rurale di una casa abbandonata distante pochi metri
dalla strada ferrata. La sera dello stesso giorno era venuto in Cinisi
il giovane che conosco solo di vista, ma non ricordo il nome, al quale
ho consegnato la pietra con sopra la macchia di sangue. Io consegnai detta
pietra al giovane con l’incarico di farla recapitare al Prof. DEL CARPIO
per gli accertamenti.”.
ØLo
stesso MANZELLA fu protagonista però di un altro sopralluogo al
casolare con il conseguente rinvenimento di altre quattro pietre con macchie
verosimilmente di natura ematica. Di tale episodio non si parla nel citato
verbale delle S.I. rese dal MANZELLA. Ma di esso hanno riferito al G.I.
Giovanni IMPASTATO (de relato) e DI MAGGIO Faro, che ne fu anche lui protagonista.
Il
primo ha dichiarato in particolare che Faro DI MAGGIO faticò a convincere
il Mar. TRAVALI a recarsi all’interno del casolare in cui lo stesso DI
MAGGIO e altri compagni avevano rinvenuto delle tracce di sangue: “e fu
solo allora che lui repertò un sasso che conteneva le macchie”.
Secondo
il racconto di Faro DI MAGGIO (v. verbale di S.I. rese al G.I. il 7.12.78,
vol. II, fg. 23-27) la pietra insanguinata poi recapitata al Prof. DEL
CARPIO fu rinvenuta e estratta dal pavimento del casolare “non ricordo
se lo stesso giorno o il giorno successivo al rinvenimento del cadavere,
ovvero al giorno in cui lui e gli altri compagni erano stati interrogati
dai carabinieri. Nella circostanza erano presenti anche LO DUCA Vito, Pino
MANZELLA e Paolo CHIRCO. Furono fatte delle fotografie sia alle macchie
che al pavimento e in particolare alle macchie sulla panchina in muratura
all’angolo della parete. Quindi, loro stessi staccarono dal pavimento una
pietra sporca di sangue, e corsero a chiamare i Carabinieri. Insieme a
loro, prosegue il DI MAGGIO “abbiamo rotto con martello e scalpello
parte della panchina in muratura sulle quali si trovavano le macchie di
sangue e parte del pavimento, consegnando sia le parti in muratura staccate,
che lo straccio e un telo di sacco imbevuto di sostanza solidificata
argentata ai carabinieri. Subito dopo in caserma abbiamo verbalizzato
tutto”.
L’episodio,
che si riferisce evidentemente ad un sopralluogo fatto al casolare dal
Mar. TRAVALI in un momento e in circostanze diverse dall’ispezione effettuata
la mattina del 13 Maggio dal P.M. SCOZZARI, è confermato dalle dichiarazioni
rese al G.I. Dott. CHINNICI dall’App. PICHILLI e dallo stesso TRAVALI.
Il
primo ha dichiarato che, dopo l’ispezione condotta dal Pretore la mattina
in cui fu rinvenuto il cadavere di IMPASTATO, lui non partecipò
ad ulteriori ricerche sul posto: “Soltanto qualche giorno dopo, assieme
al Maresciallo, mi recai al casolare su segnalazione di alcuni giovani
che vennero in caserma ad avvisarci che in un casolare vicino al luogo
dello scoppio avevano visto delle macchie di sangue.
Fui
io che assieme al Maresciallo asportai un tratto del sedile in muratura
e una pietra dove si notavano appena delle macchie”
(v. verbale di S.I. 28.12.78, fg.84-85).
Il
TRAVALI a sua volta riferisce che, qualche giorno dopo l’ispezione curata
dal Dott. SCOZZARI – che lui colloca dubitativamente al pomeriggio del
9 Maggio o nelle ore antimeridiane del giorno dieci – “un gruppo di
ragazzi, tra cui MANZELLA e DI MAGGIO, presentarono in caserma pezzi di
stoffa ed alcune pietre con delle macchie nerastre. Il tutto io repertai
e trasmisi alla Procura della Repubblica” (cfr. fg.46 verbale di S.I.
del 19.12.78).
Ma
molto più preciso e dettagliato dell’approssimativa ricostruzione
fatta al G.I. sia dal PICHILLI che dal TRAVALI e il verbale in atti (v.
fg.116, vol.I e 891) datato 13 Maggio ’78, a firma dello stesso TRAVALI,
che fornisce puntuali riscontri al racconto del DI MAGGIO, sollevando però
non pochi interrogativi.
Nel
verbale predetto, che ha ad oggetto la “ricezione di numero due pezzi di
stoffa” esibiti da DI MAGGIO Faro, MANZELLA Benedetto e CUSUMANO Gaetano
(tutti e tre compiutamente generalizzati nel medesimo atto) si attesta
che “Avanti a noi, M.C. TRAVALI Alfonso, comandante della Sazione predetta,
carabiniere PICHILLI Carmelo è presente DI MAGGIO Faro, MANZELLA
Benedetto e CUSUMANO Gaetano, i quali spontaneamente ci esibiscono numero
due pezzi di stoffa sotto descritti che a loro dire sono stati rinvenuti
nello spiazzo antistante la casa rurale di contrada Feudo.
-un
pezzo di stoffa a fiorellino fantasia blè, bianco viola e verde
che presenta numero tre piccoli buchi prodotti probabilmente da bruciature
ed un pelo attaccato all’orlo del buco; numero otto piccolissime macchioline
carcerate da un apposito cerchio a matita di colore rosso così anche
i buchi. Detta stoffa appartenga ad indumento per abito da donna.
-un
pezzo di stoffa di colore nocciola sporco delle dimensioni cm.40x60 circa
che presenta attaccature di materiale solido come piombo ad un angolo ed
in altre parti due macchie nere probabilmente di catrame e con una certa
quantità di catrame attaccata. Detta stoffa a dire dei giovani è
stata rinvenuta nello spiazzo antistante alla predetta e dove poco più
avanti era stata lasciata parcata l’autovettura appartenente ad IMPASTATO
Giuseppe.
“I
predetti, nella circostanza, facevano presente di avere notato alcune macchie
probabilmente di sangue che si trovano sulla panca in muratura nell’interno
della stalla con ingresso verso Cinisi. In considerazione di quanto sopra
lo scrivente, in compagnia dei predetti, si recava sul posto ove, con l’ausilio
di scalpello provvedeva ad asportare sul masso di tufo le macchie sotto
segnate:
-due
macchie di probabile sangue rinvenute sopra una pietra, ai piedi della
panca del pavimento della stalla la pietra è stata asportata e repertata;
-numero
tre pezzi di tufo facente parte della panca, ciascuno dei quali presenta
macchie rossastre con delle sbavature.
“Le
macchie sono state carcerate con matita color rosso. Quanto…. (illeggibile)sarà
repertato e trasmesso all’Autorità Giudiziaria per gli accertamenti
di competenza.
“Detto
materiale è stato rinvenuto dai predetti alle ore 17 del 13.5.1978”
La
lettura del verbale fuga qualsiasi dubbio, ove mai potessero esservene,
circa il fatto che le pietre con macchie di sangue effettivamente asportate
dal Mar. TRAVALI insieme al PICHILLI dopo che il loro intervento era stato
sollecitato dal DI MAGGIO e dagli altri compagni summenzionati, provenivano
effettivamente dallo stesso casolare dinanzi al quale era parcata l’auto
di Giuseppe IMPASTATO e che fu oggetto anche dell’ispezione curata dal
Dott. SCOZZARI.
Ora
è singolare che di questo episodio non vi sia traccia nel verbale
delle S.I. rese lo stesso 13 Maggio (appena venti minuti dopo, stando all’orario
di apertura del medesimo verbale) proprio da MANZELLA Benedetto e concernente
il rinvenimento di tracce di sangue all’interno del casolare e l’asportazione
della pietra fatta pervenire al Prof. DEL CARPIO. Eppure, il MANZELLA era
stato diretto protagonista anche di questo secondo episodio (cioè
dell’asportazione di altre pietre ad opera del C.te della Stazione di Cinisi):
lo ricorda il DI MAGGIO, lo conferma il TRAVALI e lo attesta il verbale
a firma di quest’ultimo sopra riportato.
E’
a dir poco singolare che il Mar. TRAVALI abbia intrapreso quell’iniziativa,
sia pure su sollecitazione dei giovani amici e compagni di IMPASTATO, senza
previamente informare i suoi superiori che pure erano direttamente impegnati
nelle indagini e che, stando alla data riportata nel verbale in questione,
avevano effettuato una delicata ispezione quella stessa mattina in quel
casolare alla ricerca di eventuali tracce di sangue. Né si preoccupò
di informarli subito dopo, benché il (nuovo?)sopralluogo avesse
avuto esito positivo.
Ma
è di inaudita gravità che quel materiale, compresi i pezzi
di stoffa che verosimilmente recavano tracce non solo dell’esplosione,
ma anche dell’esplosivo utilizzato, non sia mai stato oggetto di alcun
accertamento e non se ne abbiano avuto più notizie (v. infra).
ØCon
riserva di tornare tra breve su questi punti oscuri della vicenda, va intanto
segnalato che l’indagine della Commissione parlamentare d’inchiesta sul
caso IMPASTATO ha messo in luce un’altra circostanza, se possibile ancora
più inquietante, relativa alla possibilità che gli stessi
Carabinieri si siano accorti, o siano stati informati della presenza di
tracce di sangue all’interno del casolare già la mattina del 9 Maggio
78.
Agli
atti della Commissione figura invero una copia (e relativa trascrizione)
della registrazione di una intervista contenente le dichiarazioni di Giuseppe
BRIGUGLIA, inteso Liborio, necroforo comunale di Cinisi, che partecipò
alle operazioni di ricerca e raccolta dei resti del povero IMPASTATO, la
mattina del 9 Maggio ’78. Tali dichiarazioni furono raccolte da Felicia
VITALE IMPASTATO (la VITALE ha sposato Giovanni IMPASTATO) ed una copia
della registrazione è stata acquisita (dalla Commissione) presso
il Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe IMPASTATO, dove era custodita
(cfr. pag. 67 e nt. 135 della relazione in atti).
E’
opportuno quindi riportare il testo dei passi salienti di quella intervista,
come trascritti alle pagg. 67 e 68 della relazione in atti:
“F.Che mestiere fai?
L.Il mio mestiere è... di spostare i cadaveri.
F.Cioè sei necroforo comunale?
L.Sì, sì. Giusto.
F.Da quanto tempo fai il necroforo?
L.Quarant'anni
F.Conoscevi Peppino Impastato?
L.Sì, conoscevo Poppino Impastato. Quannu c'era d'appizzari [appendere] i manifesti... U
venerdì, mi retti [diede] i manifesti pi essiri pronti u sabatu, chi c'era u fattu du comiziu, ai si
purtava Pippinu Impastato. Perciò... Poi sintivi stu fattu, mi vinniru a chiamari... là... .u dutturi...
F.Parli del 9 maggio?
L.Il 9 maggio, quannu fu... Pippinu Impastato...
E.Quando fu assassinato Peppino Impastato...
L.Sì, e mi vinniru a chiamari, u dutturi Di Bella, compreso il Comune di Cinisi, pi spustari... "
(Sai, ci fu stu buottu...". Poi di chiddu c'era sei chila di robba, sei chila...
E.Cioè del corpo di Peppino hai recuperato...
L.L'occhiale e compreso chiddu chi c'era vicino ai zabbari [alle agavi], giustu? ... Nu murettu
c'era una amma [gamba] di Pippinu Impastato.
Pu fattu di chiavi, truvai nella ferrovia, 'nsemmula [insieme] cu maresciallu, chi era e ... truvammu
sti chiavi nella ferrovia.,
F.Le hai trovate tu o... ti ha detto...?
L.U maresciallu mi rissi: "Amu a truvari sti chiavi". E circammu 'nsinu chi truvammu sti
chiavi nella ferrovia. A ferrovia era già staccata, du scoppiu [per lo scoppio],
F.Ti ha indicato lui il posto dove cercare?
L.Sì, sì, pi circari sti chiavi, ca i chiavi un si putevanu truvari unii eranu e i truvammu na
ferrovia. Tuttu bellu... I truvammu e ci retti all'autorità. "Ccà ci sunnu i chiavi". Poi arrivannu na
cosa... truvammu sta pietra... Sta pietra era... E si la purtaru iddi...
F.Dove?
L.Ni
lu casularu.
F.Dentro il casolare...
L.Dentro il casolare e truvammu sta pietra e s'a purtaru iddi 'n Palermu, pi i fatti soi, pi
indagini.
F.La pietra era sporca di sangue?
L.Sì inchiappata [sporca] di sangue era.
F.Era sporca di sangue...
Secondo
questa testimonianza (che fu raccolta, val ripeterlo, da Felicia VITALE
per conto del Centro Siciliano di Documentazione) un grosso ciotolo sporco
di sangue fu rinvenuto proprio dal necroforo Liborio già la mattina
del 9 Maggio all’interno del famoso casolare; e fu consegnato ai carabinieri
che la conservarono in un sacchetto e la portarono via. E questa è
anche l’unica circostanza, tra tutte quelle riferite nel corso della intervista,
di cui non si fa menzione nelle S.I. che lo stesso BRIGUGLIO rese al G.I.
Dott. CHINNICI, in data 2.12.78, ossia la prima e unica volta in cui venne
sentito nel corso delle indagini sull’omicidio (dopo la formalizzazione
della relativa istruzione). Ma è anche vero che in quella sede il
punto relativo alla presunta ispezione del casolare e alla scoperta delle
tracce di sangue non fu oggetto di specifico approfondimento. Certo è
che di quel reperto non v’è traccia agli atti.
D’altra
parte, il ricordo del necroforo non può che essere legato all’unica
circostanza in cui egli fu presente sul luogo: il giorno appunto del rinvenimento
del cadavere e in occasione della pietosa raccolta dei resti del corpo.
Difficile che possa essersi sbagliato: dovremmo ipotizzare che abbia confuso
la sua esperienza personale e diretta, legata a quel macabro sopralluogo,
con notizie apprese successivamente (magari apparse sulla stampa o comunque
divenute di pubblico dominio) circa il rinvenimento di pietre insanguinate
all’interno del casolare.
Il
racconto del BRIGUGLIO, però, sembra trovare conferma nelle dichiarazioni
rese dal Mar. TRAVALI nel corso della sua audizione dinanzi alla Commissione
parlamentare d’inchiesta in data 11 Novembre 1999. E ciò almeno
su due punti essenziali: a) il casolare fu ispezionato già la mattina
del 9 Maggio 78; b) furono effettivamente rinvenute, in esito a tale ispezione
delle tracce di sangue su alcune pietre del pavimento. (“Mi sembra di
ricordare che all’interno di quel casolare disabitato e fatiscente rinvenimmo
qualche pietra”).
L’argomento
viene ripreso e messo a fuoco nel seguente passo della citata audizione
che di seguito si riporta:
“RUSSO SPENA COORDINATORE. Che cosa avete trovato nel casolare?
TRA VALI. Poche cose, quasi niente. Ripeto, ricordo che non abbiamo trovato niente, poi non so se nel verbale...
RUSSO SPENA COORDINATORE. Non avete osservato dei segni di violenza, ad esempio delle pietre insanguinate?
TRAVALI. Credo che sia stata rinvenuta qualche pietra con tracce di sangue. A proposito del casolare torno a ripetere che si trattava di un edifìcio malandato disabitato da molto tempo.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Maresciallo Travali, precedentemente, a mia precisa domanda, lei ha risposto che il casolare era stato perquisito e che non avevate rinvenuto nulla, adesso però afferma che in quell'edifìcio vi erano delle pietre insanguinate...
TRAVALI. Mi sembra di ricordare che all'interno di quel casolare disabitato e fatiscente rinvenimmo qualche pietra con tracce di sangue.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Avete dato importanza al fatto di aver trovato queste pietre insanguinate nel casolare? Inoltre ci può descrivere il casolare?
TRAVALI. Era un edifìcio con mura fatiscenti, senza porte e quindi accessibile a tutti, forse veniva utilizzato come ricovero da qualche pastore dal momento che era completamente aperto.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Il sopralluogo nel casolare l'avete effettuato immediatamente, non appena compresa la gravità dei fatti verifìcatisi?
TRAVALI. Certamente, nella stessa mattinata e siamo rimasti sul posto fino a tardi.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Quindi presumo che il sangue sulle pietre fosse ancora fresco?
TRAVALI. Questo non lo so dire.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Immagino che abbiate esaminato queste pietre, non sa dirmi quindi se si trattasse di sangue fresco?
TRAVALI. Noi abbiamo rinvenuto delle pietre con qualche schizzo di sangue.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Non avete toccato le pietre per verifìcare se si trattasse di sangue fresco?
TRAVALI. No, non l'abbiamo fatto perché toccandole avremmo potuto alterare delle prove. Successivamente, provvedemmo a comporre in una cassa i frammenti del cadavere dell'Impastato che rinvenimmo nei dintorni, addirittura sugli alberi considerato che la deflagrazione era stata di una certa violenza. A quel punto tornammo in paese dove altri gruppi stavano effettuando indagini, accertamenti e perquisizioni a cui non partecipai perché - ripeto- rimasi sul posto dove stilai il verbale di sopralluogo".
La
questione è ulteriormente approfondita nel prosieguo dell’audizione:
“RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha parlato poco fa di reperti e vorrei sapere qualcosa sulle pietre insanguinate e sulle tracce di sangue trovate nel casale.
TRA VALI. Anche le pietre venivano repertate.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha detto che non bisognava alterare le pietre perché avevano macchie di sangue. Poche-ore dopo l'avvenimento, quindi quando ha albeggiato, lei è entrato nel casolare e ha trovato pietre con macchie di sangue, tant'è vero che ha detto che non bisognava alterarle (verbo che lei ha usato e che risulta dai nostri resoconti stenografici). Agli atti non vi è traccia di reperto sulle pietre insanguinate. E sicuro che sono state repertate?
TRAVALI. Tutto quello che veniva rinvenuto sul luogo o che ci veniva portato dai giovani di Cinisi ...
RUSSO SPENA COORDINATORE, Mi riferisco a quello che avete rinvenuto nel casolare; i giovani svolgevano attività di volontariato nelle indagini le quali però spettano alla stazione dei
carabinieri. Avete repertato le pietre con macchie di sangue rinvenute nel casolare?
TRAVALI. Tutto ciò che veniva rinvenuto veniva repertato e quindi anche queste pietre.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Il ritrovamento di pietre insanguinate nel casolare sarebbe stato utile anche per le vostre indagini.
TRAVALI. Tutto quello che veniva rinvenuto veniva repertato e consegnato presso la cancelleria della procura.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha detto di aver visto pietre insanguinate e tutto ciò che è stato rinvenuto sul posto veniva repertato. Di conseguenza, anche le pietre insanguinate sono state reperiate. Quale ufficiale di PG curava la repertazione?
TRAVALI. Lo facevo io con altri militari della stazione. Dopo vent'anni non mi ricordo i loro nomi ma mi facevo dare una mano a repertare da chi era presente; i reperii venivano poi portati alla procura di Palermo. RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha parlato poco fa di reperti e vorrei sapere qualcosa sulle pietre insanguinate e sulle tracce di sangue trovate nel casale.
TRAVALI. Anche le pietre venivano reperiate.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha detto che non bisognava alterare le pietre perché avevano macchie di sangue. Poche ore dopo l'avvenimento, quindi quando ha albeggiato, lei è entrato nel casolare e ha trovato pietre con macchie di sangue, tant'è vero che ha detto che non bisognava alterarle (verbo che lei ha usato e che risulta dai nostri resoconti stenografici). Agli atti non vi è traccia di reperto sulle pietre insanguinate. E sicuro che sono state repertate?
TRAVALI. Tutto quello che veniva rinvenuto sul luogo o che ci veniva portato dai giovani di Cinisi ...
RUSSO SPENA COORDINATORE, Mi riferisco a quello che avete rinvenuto nel casolare; i giovani svolgevano attività di volontariato nelle indagini le quali però spettano alla stazione dei carabinieri. Avete repertato le pietre con macchie di sangue rinvenute nel casolare?
TRAVALI. Tutto ciò che veniva rinvenuto veniva repertato e quindi anche queste pietre.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Il ritrovamento di pietre insanguinate nel casolare sarebbe stato utile anche per le vostre indagini.
TRAVALI. Tutto quello che veniva rinvenuto veniva repertato e consegnato presso la cancelleria della procura.
RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha detto di aver visto pietre insanguinate e tutto ciò che è stato rinvenuto sul posto veniva repertato. Di conseguenza, anche le pietre insanguinate sono state reperiate. Quale ufficiale di PG curava la repertazione?
TRAVALI. Lo facevo io con altri militari della stazione. Dopo vent'anni non mi ricordo i loro nomi ma mi facevo dare una mano a repertare da chi era presente; i reperii venivano poi portati alla procura di Palermo.”.
(Cfr.
pagg.69-71 della relazione in atti).
Ma
è anche vero che del rinvenimento e della conseguente repertazione
di una pietra con macchie di sangue all’interno del casolare, che sarebbero
avvenuti già la mattina del 9 Maggio, non v’è traccia né
nel verbale di ricognizione a firma del Pretore TRIZZINO (e redatto dallo
stesso TRAVALI), né nel contestuale verbale di sopralluogo a firma
del solo TRAVALI.
Ora,
è possibile che, nel rievocare dinanzi alla Commissione quei primi
frenetici giorni di accertamenti investigativi il Mar. TRAVALI si sia confuso
e abbia sovrapposto il ricordo di momenti ed episodi diversi, facendo risalire
alla mattina del 9 Maggio la scoperta delle tracce di sangue nel casolare.
Del resto, già nelle S.I. rese al G.I. oltre vent’anni prima aveva
collocato l’episodio dell’ispezione effettuata con il P.M. SCOZZARI, in
esito alla quale era stata appunto rinvenuta nel casolare, repertata ed
asportata una pietra con macchie di sangue, nel pomeriggio del 9 Maggio
o “nelle ore antimeridiane del dieci…”.
Colpisce
però come, nelle dichiarazioni rese alla Commissione parlamentare
d’inchiesta, il Sottufficiale sia stato molto attento a precisare che le
pietre con tacce di sangue rinvenute quella stessa mattina del 9 Maggio
all’interno del casolare non furono toccate, per non pregiudicare delle
prove. E con altrettanta sicurezza colloca questa scoperta in un momento
antecedente alla composizione dei resti nella cassa di legno dentro la
quale poi furono trasportati all’obitorio. Sicchè sembrerebbe proprio
riferirsi, con certezza, ad un episodio diverso da quello dell’Ispezione
SCOZZARI, avvenuta la mattina del 13 Maggio; e diverso altresì dall’episodio
occorso il pomeriggio dello stesso giorno, allorché si recò
ancora al casolare su sollecitazione di DI MAGGIO e compagni, per asportare
(con martello e scalpello) altre pietre con probabili macchie di sangue.
Inoltre,
di una sommaria ispezione effettuata la mattina del 9 Maggio, contestualmente
alla prima ricognizione dei luoghi e alla raccolta dei resti del corpo
di IMPASTATO, il Mar. TRAVALI aveva riferito anche al G.I. Dott. CHINNICI,
quando i suoi ricordi dovevano essere sicuramente più freschi, con
ciò fornendo, su questo punto, ulteriore conferma alle rivelazioni
del BRIGUGLIO. In quella sede però il TRAVALI afferma di non aver
trovato alcuna traccia utile e precisa di aver ispezionato il casolare
“unitamente al Pretore”: il Dott. TRIZZINO invece ha negato dinanzi
alla Commissione parlamentare tale circostanza. Anzi del casolare non serbava
neppure il ricordo ed è certo che non gli fu fatta alcuna segnalazione
particolare al riguardo. In effetti, come già si è visto,
nel verbale di ricognizione del 9 Maggio è contenuto solo un fuggevole
e incidentale cenno al casolare predetto, laddove si fa riferimento al
luogo in cui era parcata l’auto dell’IMPASTATO. E lo stesso BRIGUGLIO,
nella sua intervista, non fa cenno della presenza del Pretore all’atto
del presunto sopralluogo all’interno del casolare. (E alla domanda se avesse
consegnato la pietra sporca di sangue “alle autorità”, risponde
di averla consegnata “ai carabinieri chi c’eranu”.).
ØSta
di fatto che l’11 Maggio, o al più tardi il 12 Maggio, e comunque
ancora prima della consegna della pietra recapitata al Prof. DEL CARPIO,
i Carabinieri di Cinisi erano stati avvisati (se non ne erano già
informati fin dalla mattina del 9 Maggio)della scoperta di tracce di sangue
all’interno del casolare. Lo ricaviamo dal riscontro incrociato delle testimonianze
di VITALE Felicia e dello stesso Prof. DEL CARPIO, oltre che dalle dichiarazioni
di MANZELLA Benedetto e, soprattutto, di Faro DI MAGGIO, secondo il quale
lui stesso si sarebbe premurato di avvisareCarabinieri
della scoperta e ciò sarebbe avvenuto lo stesso giorno in cui fu
prelevata la pietra recapitata a DEL CARPIO.
ØE
veniamo al punto più oscuro e inquietante dell’intera vicenda relativa
al rinvenimento frazionato di reperti di (verosimile) sangue all’interno
del casolare.
Secondo
la ricostruzione che precede, basata sulle risultanze di deposizioni testimoniali
e di verbali di atti istruttori, il mar. TRAVALI avrebbe personalmente
effettuato insieme al carabiniere PICHILLI (che lo ha confermato), un secondo
sopralluogo dopo quello effettuato insieme al P.M. SCOZZARI, la mattina
del 13 Maggio ’78. E questo secondo sopralluogo sarebbe avvenuto il pomeriggio
dello stesso giorno, a seguito delle pressanti richieste di alcuni giovani
che si erano presentati in caserma esibendo dei “pezzi di stoffa”
con varie macchie e imbevuti di una sostanza argentata (secondo DI MAGGIO)
o come di piombo (secondo quanto recita il verbale di ricezione in atti).
Tutto
ciò risulta, come si è visto, dal verbale di ricezione datato
13 Maggio a firma del Mar. TRAVALI, in cui non si fa cenno dell’altro sopralluogo
che sarebbe avvenuto la mattina dello stesso giorno.
Ora,
è singolare che siano state trovate ulteriori tracce di sangue all’interno
del casolare dopo che questo era stato oggetto dell’accurata ispezione
condotta dal P.M. Dott. SCOZZARI, con la partecipazione di periti e di
esperti della polizia scientifica (rectius, della Squadra Scientifica del
Reparto Operativo dei Carabinieri), come si evince dal verbale in atti
in cui è contenuta una minuziosa descrizione dello stato dei luoghi
e di tutte le operazioni effettuate.
Ma
ancora più singolare, ed anzi inquietante, è il fatto che
il Mar. TRAVALI non abbia dato alcun peso alla cosa: non abbia cioè
ritenuto di doverlo segnalare tempestivamente all’Autorità Giudiziaria,
o almeno ai suoi superiori, che pure quella stessa mattina avevano compiuto
un delicatissimo atto istruttorio concretatosi in un analogo sopralluogo
mirato proprio alla ricerca di eventuali tracce di sangue all’interno di
quel casolare.
Poiché
delle due l’una: o i tre giovani avevano inscenato un maldestro tentativo
di simulazione o contraffazione di prove di un (possibile) reato; oppure,
alla pur accurata ispezione del P.M. erano clamorosamente sfuggite tracce
ancora più numerose e cospicue di quelle rinvenute in esito alla
medesima ispezione. Se a ciò si aggiungono le indicazioni desumibili
dalla testimonianza del DI MAGGIO e della VITALE, nonché il fatto
che il verbale di S.I. di MANZELLA Benedetto non contenga alcun cenno a
quel secondo sopralluogo con asportazione di pietre, ve ne è abbastanza
per avanzare il dubbio che le operazioni descritte in quel verbale di
ricezione non siano avvenute, in realtà, lo stesso giorno, ma
il pomeriggio precedente.
Ma
una cosa è certa perché documentalmente provata: per dieci
giorni l’ottimo TRAVALI si tenne i reperti acquisiti e cioè sia
quelli ricevuti in consegna alla caserma di Cinisi dai tre giovani summenzionati;
sia le pietre che lui stesso provvide ad asportare. Soltanto con Nota in
data 23/05/78 (v. fg.112, vol. I), egli trasmise il verbale di ricezione
dei pezzi di stoffa in cui si dava conto del rinvenimento delle pietre
con le macchie di probabile sangue; e lo trasmise unitamente al verbale
di S.I. di MANZELLA Benedetto e ad altri atti istruttori che riguardavano
reperti ed accertamenti affatto diversi (così per il verbale di
S.I. e ricezione del nastro consegnato da CUCINELLA Giuseppe e relativo
all’intervista di Radio Terrasini Centrale a Giuseppe IMPASTATO; ed anche
per il verbale di ricezione di “alcuni frammenti di resti umani presentati
da CHIRCO Francesco”, con la precisazione, per quest’ultimo, che “i
frammenti di organo sono stati consegnati dal Signor Procuratore SCOZZARI
ai periti”).
Va
segnalato ancora che nella Nota si parla genericamente di “alcuni reperti
presentati da DI MAGGIO Faro, MANZELLA Benedetto e CUSUMANO Gaetano”,
senza specificarne la natura. E solo alla fine del testo si precisa che
“con reperto a parte saranno depositate presso la Cancelleria di codesta
Procura i seguenti reperti…..”. Si parla però in termini generici
dei pezzi di stoffa senza precisare nulla in ordine alle tracce di bruciatura
e alla sostanza di cui uno di essi sarebbe imbevuto; e dei quattro pezzi
di pietra repertati si dice solo che “presentano alcune macchie nerastre”,
mentre è scomparso qualsiasi riferimento a tracce di sangue.
Francamente,
non si poteva fare (e dire) di meglio per dissimulare la vera natura di
quei reperti e per minimizzarne la rilevanza a fini investigativi. E infatti:
1°)
il pezzo di stoffa contenente, probabilmente, tracce dell’esplosivo utilizzato
per far saltare in aria il corpo di INMPASTATO non è mai stato sottoposto
a perizia; anzi, i periti ne hanno persino ignorato l’esistenza.
2°)
Le pietre con alcune macchie nerastre, che nel verbale di ricezione
del 13 Maggio ’78 (v.fg.116)venivano indicate dallo stesso verbalizzante
come “macchie di probabile sangue” non sono mai state sottoposte
a perizia.
La
Nota predetta, a firma del Comandante della Stazione CC. Di Cinisi è
indirizzata alla Procura della Repubblica di Palermo, ma non risulta che
sia mai stata presa in esame. E’ altresì indirizzata, per conoscenza,
al R.O. dei Carabinieri, all’epoca comandato dal Magg. SUBRANNI: che ne
accusa in effetti conoscenza nell’epigrafe del rapporto datato 30 Maggio
’78, a sua firma, laddove è scritto che il rapporto fa seguito,
tra le altre, alla Nota n.4304/22-3 del 23.5.1978 della Stazione CC.
di Cinisi, che è appunto la Nota di trasmissione dei reperti
in questione.
Quanto
alla sorte di detti reperti, apprendiamo solo dalla relazione della Commissione
parlamentare che, tra gli atti acquisiti dalla stessa Commissione presso
gli uffici del Reparto Operativo dei Carabinieri di Palermo e nell’ambito
della corrispondenza tra quel Reparto e la Stazione dei CC. di Cinisi,
figura anche una missiva a firma SUBRANNI, datata 25 maggio 1978 econcernente
la trasmissione all’Ufficio reperti dei due famosi pezzi di stoffa e di
“n.4 frammenti di pietre che presentano tracce nerastre”. E figura
anche la nota 25/9 in pari data, afferente “n.2 ricevute relative ai
reperti versati in data odierna presso la cancelleria del locale Tribunale”.
(Cfr. pag. 63 della Relazione in atti).
Orbene,
si è fatto cenno dei dubbi sorti sulla data di redazione del verbale
di ricezione dei reperti predetti che vennero consegnati dai tre giovani
alla Caserma di Cinisi; o meglio sul fatto che il giorno in cui vennero
effettivamente compiute le operazioni descritte in quel verbale (che le
riporta al pomeriggio dello stesso giorno 13 Maggio, data di redazione
del verbale medesimo) corrisponda alla data in esso indicata. Ma anche
volendo sorvolare su tali dubbi, è perfino superfluo sottolineare
l’inaudita gravità della leggerezza in cui è incorso l’allora
Comandante della Stazione CC. di Cinisi:
a)per
avere trattenuto presso di sé reperti concernenti un punto assolutamente
decisivo per orientare il corso delle indagini in quel momento; e ciò
dopo che lui stesso aveva avuto diretta contezza, per avervi partecipato
personalmente, di uno specifico atto di indagine mirato proprio ad accertare
(con esito positivo, peraltro) l’eventuale presenza di tracce di sangue
all’interno del casolare prossimo al luogo dell’esplosione.
b)Per
non avere messo in risalto, nella citata Nota di trasmissione del 23.05.78,
l’effettiva natura ed il contenuto dei reperti che si riservava di depositare
presso la cancelleria della Procura.
Ma
non meno gravi appaiono le responsabilità al riguardo del Mag. SUBRANNI,
estensore del rapporto datato 30 Maggio 1978, al quale la citata nota di
trasmissione era stata inviata, sia pure solo per conoscenza.
Nel
rapporto infatti non si fa alcun cenno di quei reperti e in particolare
delle pietre o frammenti di pietra con macche di probabile sangue,
che avrebbero dovuto aggiungersi ai reperti già in possesso dei
periti, essendo già in corso gli accertamenti medico-legali sulle
tracce di sangue rinvenute sia sulla pietra a suo tempo consegnata a DEL
CARPIO, sia sulle pietre asportate in occasione dell’ispezione SCOZZARI.
Eppure,
sarà lo stesso SUBRANNI – nel corso della sua audizione dinanzi
alla commissione parlamentare d’inchiesta ma prima ancora nelle deposizioni
rese nel corso dell’istruzione formale - a riconoscere che la scoperta
di tracce di sangue e l’esito della perizia nel senso della loro compatibilità
con il gruppo sanguigno dell’IMPASTATO avrebbero avuto un peso decisivo
nell’imprimere una svolta alle indagini, accreditando con forza l’ipotesi
dell’omicidio.
In
effetti, la formalizzazione dell’istruzione per questa ipotesi di reato
avviene pochi giorni dopo il deposito della relazione CARUSO-PROCACCIANTI,
e cioè appena acquisito l’esito di quegli accertamenti. Ed anche
dal carteggio riservato contenente la corrispondenza intercorsa tra il
Reparto Operativo dei CC e gli Alti Comandi dell’Arma - che sollecitarono
ripetutamente a compiere i necessari approfondimenti investigativi e invitavano
comunque il C.te del Reparto predetto a fornire, con cadenza mensile, tempestivi
ragguagli su ogni eventuale sviluppo delle indagini, con ciò manifestando
– emerge la consapevolezza che quella svolta fu determinata proprio dall’esito
degli accertamenti sulle macchie di sangue. (Cfr. Nota 30.11.78 trasmessa
dal C.do del R.O. al C.do del Gruppo Carabinieri di Palermo, fg.234 del
Vol. I della documentazione relativa ad attività integrativa d’indagine
depositata in data 4.04.2000).
E
allora, anche qui delle due l’una: o il Magg. SUBRANNI non si peritò
di appurare in cosa consistessero i reperti sommariamente indicati nella
nota di trasmissione del 23 Maggio; o, ancora peggio, ne era perfettamente
consapevole ed ha intenzionalmente taciuto una circostanza che avrebbe
gravemente indebolito la tesi del suicidio-attentato.
Non
è possibile, in questa sede, andare oltre la constatazione che,
nella migliore delle ipotesi, autorevoli esponenti delle Forze dell’Ordine
direttamente impegnati nello svolgimento delle indagini sono incorsi in
gravi e inescusabili negligenze.
Ma
il dato che qui più importa rilevare è che le tracce di sangue
rinvenute all’interno del casolare sono molto più cospicue delle
poche goccioline sulle pietre esaminate dai periti, e cioè quelle
asportate in occasione dell’ispezione SCOZZARI: anche se, non essendo stati
esaminati i reperti acquisiti dal Mar. TRAVALI, non si può affermare
con certezza che le macchie presenti su quelle pietre fossero anch’esse
di sangue umano e dello stesso gruppo sanguigno di IMPASTATO.
Riassumendo,
le pietre insanguinate sono almeno sei o sette:
-
una è quella che sarebbe stata asportata dal casolare e consegnata
dal necroforo ai carabinieri già la mattina del 9 Maggio: ma come
detto, dell’esistenza di questo reperto, desumibile solo dalla intervista
di Giuseppe BRIGUGLIO (raccolta da Felicia VITALE) e dalle dichiarazioni
rese dal mar. TRAVALI alla Commissione parlamentare d’inchiesta, non v’è
traccia agli atti;
-
una seconda pietra è quella asportata tra l’11 e il 12 Maggio dai
compagni di IMPASTATO e recapitata al Prof.DEL CARPIO;
-
la terza è quella asportata in occasione dell’ispezione condotta
dal P.M. SCOZZARI (fg.107, Vol. I);
-
altre quattro sono le pietre o i frammenti di pietra asportate, sempre
dall’interno del casolare, dallo stesso TRAVALI, in occasione dell’ulteriore
sopralluogo effettuato su richiesta di DI MAGGIO Faro e compagni (fg.116,
vol.I).
Ve
n’è abbastanza per rendere credibili le affermazioni fatte da VITALE
Felicia dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta, laddove ha riferito
della traccia di un rivolo di sangue che dallo spigolo della panchina in
muratura scendeva fino al pavimento di uno dei due vani del famoso casolare
(Cfr. pagg. 75-76 della relazione in atti: “Quando siamo entrati nel
casolare c’era un sedile in pietra. Nello spigolo del muro c’era una traccia
di sangue, una macchia con delle gocce di sangue sul pavimento tutto in
pietra.”. E poi, alla domanda se fosse visibile un rivolo di sangue
precisa ancora: “Nello spigolo c’era una macchia di sangue che scendeva
a terra [….]
Era giorno ed era sufficiente aprire la porta per vedere questo rivolo
di sangue”.
E’
anche vero che l’unico reperto utilmente esaminato è il terzo tra
quelli sopra elencati, poiché anche le macchie sulla pietra recapitata
al Prof. DEL CARPIO non erano sufficienti, a parere dei periti, per una
valutazione attendibile sulla loro natura.
E’
certo, però, che tutti i reperti in questione contenevano macchie
simili, per quanto può evincersi dalle descrizioni contenute nei
relativi verbali; e provenivano dallo stesso sito e cioè dall’interno
di uno dei (due) vani del casolare, e più precisamente dal sedile
di pietra intagliato nella parete in cui si apriva l’ingresso, o dal pavimento
pure in pietra nelle immediate adiacenze del medesimo sedile.
Detto
questo, deve anche convenirsi che le macchie di sangue rinvenute all’interno
del casolare non hanno un valore probatorio assoluto, poiché come
hanno precisato i periti, il gruppo sanguigno cui appartengono è
sì lo stesso di Giuseppe IMPASTATO (“0-CD”) ma si tratta di un tipo
comune, statisticamente, al 30% circa della popolazione. Sicchè
non v’è la certezza che quel sangue non appartenesse ad altri che
Giuseppe IMPASTATO (e una simile certezza basterebbe di per sé a
provare l’omicidio).
Esse
conservano però un innegabile valore indiziario, deponendo per l’ipotesi
dell’omicidio, se inserite e valutate nel coacervo delle risultanze processuali,
e segnatamente quelle desumibili già dai dati e dai reperti raccolti
nel luogo e nell’immediatezza del fatto, come ora si vedrà. In ogni
caso, sono, di per sé, quanto meno compatibili con l’ipotesi
che IMPASTATO, all’interno di quel casolare, sia stato ucciso o anche solo
picchiato prima di essere trascinato fino al punto in cui l’esplosione
dell’ordigno previamente apprestato ne avrebbe sbriciolato il corpo; ma
compatibili anche con l’ipotesi affine che sia stato ivi segregato
il corpo già privo di vita in attesa del momento propizio per trascinarlo
fino ai binari nel punto in cui era piazzata la carica esplosiva. E questa
compatibilità è sufficiente, nel quadro di una valutazione
unitaria e complessiva di tutti gli elementi raccolti, a fondare il valore
indiziario del reperto ematico.
Non
depone in contrario l’esiguità delle tracce di sangue. A parte la
difficoltà, per le ragioni già specificate, di quantificare
tali tracce (che comunque parrebbero molto più cospicue di quelle
che i periti hanno avuto la possibilità di esaminare), l’ipotesi
dell’omicidio non postula affatto né che esso si sia consumato all’interno
del casolare (poiché, come detto, il corpo avrebbe potuto esservi
trascinato già privo di vita o gli assassini essersi limitati a
picchiare la vittima per ridurla all’impotenza); nè che la morte
sia stata provocata da colpi d’arma da fuoco o da taglio che comunque abbiano
cagionato alla vittima ferite profonde (con conseguente copiosa perdita
di sangue), non potendosi affatto escludere, in tale ipotesi, una modalità
meno cruenta come lo strangolamento.
Va
invece disattesa, siccome priva di qualsiasi fondamento logico prima ancora
che non suffragata da adeguati riscontri la prospettazione difensiva secondo
cui le macchie di sangue potrebbero essere state originate da gocce di
sangue proiettate dalla forza dell’esplosione fino al casolare e quindi
incuneatesi negli interstizi delle travi di sostegno del soffitto o delle
tegole di copertura del casolare; ovvero, gocciolate da frammenti di carne
sanguinolenti scagliati dalla forza dell’esplosione fino a raggiungere
il tetto del casolare, da dove il sangue sarebbe appunto gocciolato all’interno.
Ora,
è vero che nel verbale dell’ispezione SCOZZARI si dà atto
che l’intero casolare appare fatiscente e lo è in particolare la
copertura in tegole (“tale copertura è palesemente dissestata
tanto che dall’interno si intravvede l’esterno”: cfr. pag. 3 del verbale
in atti e fg.109, vol. I). Ma non v’è dubbio che l’accurata ispezione,
che non ha risparmiato neppure l’esame della copertura in tegole, almeno
per quanto poteva vedersi guardando dall’interno verso l’esterno, non avrebbe
mancato di rilevare l’eventuale presenza, negli interstizi tra una tegola
e l’altra, di frammenti di carne umana, sia pure ormai essiccati: così
come due frammenti identificati come di budella ormai essiccate sono stati
rilevati “sui fili della rete elettrica ad alta tensione che costeggia
la strada ferrata”.
Ma
soprattutto, appare inverosimile che dei frammenti del corpo del povero
IMPASTATO possano essere stati proiettati fino al casolare, raggiungendone
il tetto, quando nessuna traccia è stata rilevata né sulle
pareti esterne del casolare medesimo, né nelle sue immediate adiacenze
o nello spiazzo antistante in cui era parcata l’auto dello stesso IMPASTATO
; e neppure, per quanto può evincersi dalla testimonianza del buon
TRAVALI, nel viottolo che dal casolare conduceva fino al punto dell’esplosione.
Frammenti e resti sono stati rinvenuti persino sugli alberi, nella zona
circostante la linea ferrata: ma sempre in prossimità di questa
e prevalentemente verso la zona monte e non nella zona intorno al casolare.
Così è stato anche per le gambe, come si evince dal verbale
di sopralluogo a firma TRAVALI e per gli altri resti recuperati dai compagni
di IMPASTATO. Se ne dà atto anche nel verbale dell’ispezione SCOZZARI:
“Prima di procedere alla ispezione del caseggiato, dai predetti testi
ci viene indicato lo spazio nel quale è stata rinvenuta la mano
ed i frammenti organici, che è posto oltre la strada ferrata, guardando
questa verso monte”.
Ancor
meno verosimile è poi l’ipotesi che delle semplici gocce di sangue,
originate dallo spappolamento del corpo, ma disgiunte dai relativi frammenti
di carne e provenienti da punti imprecisati, possano essere schizzate all’interno
del casolare, incuneandosi con precisione chirurgica, a distanza di decine
e decine di metri, attraverso gli interstizi della copertura in tegole
del fabbricato o attraverso la piccola feritoia praticata in una delle
pareti del vano in cui vennero trovate le tracce di sangue.
Piuttosto,
deve convenirsi ancora una volta con quanto è scritto nella sentenza
CAPONNETTO, circa il fatto che l’ipotesi dell’omicidio, alla luce delle
complessive risultanze processuali in parte anticipate e di cui ora si
dirà, “non deve ritenersi necessariamente collegata all’attribuzione
all’IMPASTATO Giuseppe delle macchie di sangue riscontrate sulla pietra
di cui s’è detto. Nulla esclude infatti di ritenere che ilo corpo
della vittima sia stato trasportato già inanimato a bordo della
autovettura da lui usata, sul luogo ove il veicolo venne lasciato e di
qui sia stato poi trasportato sulla rotaia, ed ivi adagiato proprio sull’ordigno
esplosivo (come confermano le perizie in atti).”.
4-
Altri reperti rinvenuti sul posto: chiavi, occhiali e sandali.
Ma,
come già anticipato, ulteriori considerazioni logiche potevano ricavarsi,
generando interrogativi non meno inquietanti, sulla base del mero rilevamento
di altri dati oggettivi e dei reperti raccolti sul luogo e nell’immediatezza
del rinvenimento del cadavere.
Sia
nel verbale di ricognizione dei luoghi a firma del pretore TRIZZINO che
nel contestuale verbale di sopralluogo a firma del (solo)
Mar. TRAVALI
si dà atto del rinvenimento di un chiavino tipo Yale in un cespuglio
di agave distante circa cinque metri dal punto dell’esplosione. Si accertò
poi che la chiave era quella, in possesso dell’IMPASTATO, che apriva la
porta di ingresso dei locali di radio AUT.
E’
a dir poco singolare, però, che i Carabinieri fossero già
a conoscenza dell’esistenza di quella chiave, mentre era ancora in corso
la ricerca e raccolta dei resti del cadavere e dovevano ancora iniziare
le conseguenti operazioni di identificazione.
Di
quella chiave hanno infatti parlato diversi testi. Anzitutto, lo stesso
Mar. TRAVALI, che, nelle S.I. rese al G.I. il 19.12.78, precisa che detto
chiavino “era perfettamente pulito”; e che “fu trovato sul lato
destro della rotaia, rispetto alla direzione Trapani, nei pressi di un
cespuglio tra la parte sterrata e la massicciata” (cfr. fg. 44-45,
vol. 2 e 892).
Poi,
RIGGIO Giovanni, all’epoca Maresciallo capo del Nucleo Informativo dei
Carabinieri, che giunse sul posto nella tarda mattinata del 9 Maggio insieme
al Maggiore FRASCA, dello stesso reparto (mai escusso, per quanto consta),
quando già il Pretore era andato via, insieme agli altri Ufficiale
e Sottufficiali che avevano eseguito il sopralluogo (“lì trovammo
soltanto una Giulia dei carabinieri….”). Ebbene, il Mar. RIGGIO nelle
S.I. rese al G.I. il 19.12.78, ha dichiarato di avere partecipato quella
stessa mattina alla perquisizione della sede di Radio-AUT a Terrasini,
insieme a numerosi altri militari (“Ricordo che eravamo in parecchi
ad eseguire la perquisizione…”); e ha precisato che “La porta fu
aperta con la chiave che ci fu data alla caserma dei CC. Di Cinisi. Nel
momento in cui il Maresciallo Comandante la Stazione ci consegnò
la chiave ci disse che probabilmente detta chiave era quella della sede
di Radio-AUT”. (Cfr.
fg.48, vol. II
cit.).
In
effetti, il Mar. TRAVALI appena terminata l’ispezione effettuata insieme
al Pretore, si era recato in Caserma, ossia alla stazione di Cinisi; e
l’unica chiave di cui ha parlato e che risulta ufficialmente rinvenuta
e repertata sul luogo dell’esplosione quella mattina, è proprio
il chiavino tipo Yale: verosimilmente attribuibile ad IMPASTATO, attese
le circostanze ed il luogo in cui fu rinvenuto. Il fatto poi che lo stesso
TRAVALI ipotizzasse, nel consegnarla al collega RIGGIO, che probabilmente
quella era anche la chiave della sede di Radio-Aut torna a grande merito
delle capacità intuitive di questo Sottufficiale.
Ma
l’intuizione c’entra poco con le circostanze che emergono dalla testimonianza
di BRIGUGLIA Carmelo, inteso Liborio. Si tratta del necroforo comunale
di Cinisi, che partecipò alla pietosa raccolta dei resti del povero
IMPASTATO, seguendo il pretore e i militari impegnati nella relativa ispezione.
E fu lui, insieme all’App. PICHILLI, a trovare importanti reperti come
la mano e anche gli occhiali di IMPASTATO (v. infra e S.I. dello stesso
PICHILLI, il quale ricorda che, sempre insieme al BRIGUGLIA, trovò
anche le gambe). In effetti, veniva spesso chiamato dai carabinieri “per
rimuovere cadaveri che si trovavano nelle strade in occasione di incidenti
stradali o altri avvenimenti delittuosi”. E anche “quando vengono
a fare le autopsie, io pulisco i cadaveri”. Quella mattina era stato
il mar. TRAVALI a incaricarlo di recarsi sul posto, dicendogli “dobbiamo
andare a prendere quello che è rimasto di un picciotto che è
scoppiato nella ferrovia”. Al suo arrivo, vi trovò il pretore
e l’ufficiale sanitario.
Orbene,
al G.I. Dott. CHINNICI il suddetto Liborio ha dichiarato. “Mentre io
cercavo i resti di IMPASTATO, il Brigadiere dei CC. di Cinisi mi disse
di cercare una chiave. Io trovai tre chiavi vicino alla macchina di IMPASTATO
e precisamente accanto alla portiera di destra, cioè accanto al
posto di chi si trova vicino al guidatore. Le tre chiavi erano l’una vicina
all’altra”. (Cfr.verbale di S.I. del 20.12.78, fg.55, vol. II).
Dunque,
furono trovate altre tre chiavi e in un sito che non lascia troppi dubbi
sulla loro riferibilità all’IMPASTATO, almeno quanto il chiavino
tipo Yale. Ma di esse non c’è traccia agli atti. Eppure, il BRIGUGLIA
è certo non solo di averle trovate, ma anche di averle subito consegnate
al Brigadiere, che dovrebbe identificarsi nel Brigadiere Carmelo ESPOSITO,
il quale, secondo la concorde testimonianza del mar. TRAVALI e dell’App.
PICHILLI, era presente sul posto quella mattina. (TRAVALI, in particolare,
ricorda che il Brig. ESPOSITO rimase sul posto insieme al PICHILLI e all’App.
ABRAMO, mentre lui andava a prendere il Pretore a Cinisi).
Ma
la circostanza più singolare ed inquietante, che ci riporta al chiavino
tipo Yale, emerge dal prosieguo della deposizione del BRIGUGLIA: “Il
Brigadiere, dopo che io trovai le tre chiavi, mi disse. <<Ma
se ne deve trovare un’altra!>>.
Io allora cercai altri pezzi del corpo di IMPASTATO perché il Brigadiere
mi disse che la chiave la cercava lui. Difatti poco dopo il Brigadiere
trovò la chiave a circa tre metri, un poco più avanti di
dove ci fu lo scoppio. La chiave la prese il Brigadiere e se ne andò
subito alla caserma.”.
Ora
non c’è dubbio che la chiave che a dire del Liborio, fu trovata
a poca distanza dal luogo dell’esplosione – e che, si badi, fu subito portata
in caserma - si identifica appunto con il chiavino tipo Yale che venne
formalmente repertato. E su questo punto il ricordo del teste, che è
molto preciso, trova pieno conforto nei verbali in atti. Difficile credere
che possa essersi inventato l’altra circostanza relativa al rinvenimento
delle tre chiavi, o che possa avere sovrapposto il ricordo di un altro
episodio occorso in una occasione diversa da quella del rinvenimento del
cadavere di IMPASTATO, perché anche su quella circostanza il suo
ricordo appare nitido e sicuro. Ma l’unica persona che potrebbe (o dovrebbe)
confermare o smentire il BRIGUGLIA, e cioè il Brigadiere ESPOSITO,
non è mai stato sentito nel corso delle indagini; e neppure la Commissione
parlamentare d’inchiesta ha potuto dare corso all’audizione che pure aveva
disposto perché il Sottufficiale predetto risultava impegnato in
una non meglio precisata missione all’estero.
Stando
dunque alle rivelazioni del BRIGUGLIA, coordinate alla testimonianza del
Mar. RIGGIO, dovremmo concludere che i carabinieri intervenuti sul posto
nell’immediatezza del fatto sapevano già: a) che lì intorno
doveva trovarsi una certa chiave; b) che questa chiave era di pertinenza
di IMPASTATO; c) che serviva ad aprire la sede di Radio-AUT.
Resta
il fatto, ed è ciò che preme qui evidenziare, che tre chiavi
di pertinenza verosimilmente dell’IMPASTATO vengono trovate per terra in
prossimità della portiera della sua auto, ma dal lato opposto a
quello di guida; e che il chiavino Yale, viene trovato a pochi metri (circa
tre, secondo BRIGUGLIO; circa cinque, secondo TRAVALI) dal cratere formato
dall’esplosione, intatto e addirittura, come precisa il Mar. TRAVALI, “perfettamente
pulito”. Neppure le tracce di affumicamento che sono la nota costante
che accomuna i brandelli di abbigliamento dell’IMPASTATO e i suoi poveri
resti. E sì che, se davvero, come sembra, la chiave apparteneva
ad IMPASTATO, essa doveva trovarsi, al momento dello scoppio, nella tasca
dei suoi pantaloni, o comunque addosso allo stesso. Eppure era intatta.
Come
pure intatti sono stati trovati, sempre nelle immediate adiacenze del luogo
dell’esplosione, altri accessori sicuramente di pertinenza dell’IMPASTATO,
e segnatamente: i suoi sandali (tipo scholl’s), uno dei quali rinvenuto
quasi a contatto con il binario, nel tratto danneggiato dall’esplosione,
mentre l’altro giaceva dal lato opposto “quasi nel tratto in cui mancava
il binario” (cfr. PICHILLI); e i suoi occhiali. Di questi ultimi, PICHILLI
non ricorda se fossero del tutto intatti o se mancasse una lente. Il teste
Liborio, invece, ancora una volta molto preciso, ricorda che fu rinvenuta
la montatura (intatta) senza le lenti. E in effetti è in questo
stato che vengono descritti nel verbale di ricognizione di cose in esito
al quale si procedette all’identificazione del cadavere. (E’ curioso che
nel verbale di ricognizione dei luoghi curato dal Pretore TRIZZINO non
si dia atto del rinvenimento degli occhiali, benché siano stati
trovati in prossimità di uno dei sandali che sono invece descritti
nel medesimo verbale. Ma ciò può spiegarsi con il fatto che
il rinvenimento fu successivo alla ricognizione predetta; e in effetti,
il PICHILLI, che trovò gli occhiali, ha precisato di avere partecipato
alle ricerche dei poveri resti di IMPASTATO subito dopo l’ispezione condotta
dal Pretore: durante l’ispezione, invece, egli era rimasto a guardia dell’auto
di servizio).
Quellamontatura
presentava poi un elemento individualizzante che la rendeva inconfondibile:
una delle stanghette era attaccata con del nastro adesivo perché
in precedenza si era rotta, come ricordato da Fara BARTOLOTTA in sede di
riconoscimento del cadavere. Eppure, quella stessa montatura, ancorché
già lesionata e assistita da una riparazione di fortuna, è
uscita indenne dalla violenta esplosione che fece a pezzi il corpo di IMPASTATO
e il capo in particolare, se è vero che ne rimasero solo pochi frammenti
di teca cranica e di cuoio capelluto, come si evince dal verbale autoptico
già citato. Non è superfluo rammentare, in proposito, la
testimonianza dell’allora Brigadiere Carmelo CANALE, in forza alla Compagnia
CC. di Partitico, che, nel rievocare gli accertamenti espletati sul luogo
la mattina del 9 Maggio, ha dichiarato di avere partecipato personalmente
alla raccolta dei poveri resti e ricorda che particolare attenzione e impegno
furono profusi nella ricerca proprio della testa, al fine di rendere possibile
l’identificazione del cadavere. Ma la ricerca, benché mirata e accurata,
risultò vana (Cfr. dal verbale di S.I. del 20.12.78, pagg.57-58,
vol. II: “Io personalmente ispezionai un tratto della strada ferrata
e tutta la zona circostante alla ricerca della testa dello sconosciuto
per potergli dare un nome. Rinvenni diversi frammenti di cadavere sparsi
per un raggio di 30-40 metri e più. Null’altro io vidi.”).
Ciò
già rende poco verosimile che gli occhiali si trovassero, al momento
dello scoppio, lì dove avrebbero dovuto trovarsi in condizioni normali.
Inoltre, la montatura è stata ritrovata ad una distanza così
prossima al cratere formato dall’esplosione, da far apparire qualsiasi
ipotesi alternativa molto più credibile di quella. Infatti, secondo
il ricordo del carabiniere PICHILLI – particolarmente nitido perché
fu proprio lui a trovarli, insieme al necroforo, che lo conferma – gli
occhiali giacevano “a tre metri di distanza circa dal sandalo che si
trovava nel punto in cui mancava il binario”, e quindi a circa tre
metri dal punto esatto dell’esplosione. Dalla testimonianza di NEGRELLI
Antonino, casellante accorso sul posto dopo l’allarme dato dall’operaio
specializzato delle ferrovie EVOLA Andrea, apprendiamo infatti che uno
dei due sandali rinvenuti- ed evidentemente si tratta proprio di quello
cui allude il PICHILLI - giaceva “quasi nel punto in cui il binario
era interrotto” e quindi sul lato sinistro “rispetto alla direzione
verso Trapani” (Cfr. verbale delle S.I. rese al G.I. in data 28.12.78,
fg.80-81 vol.II).
L’altro
sandalo, invece, fu avvistato (per primo) dal suddetto EVOLA, dal lato
opposto, vicino al binario di destra “rispetto alla direzione di Trapani”
e precisamente a circa 60-70 centimetri dal medesimo binario. (Cfr. verbale
di S.I. del 28.12.78, fg. 78-79 Vol. II). E fu avvistato, peraltro, mentre
albeggiava, quando cioè lo stesso EVOLA fece ritorno sul posto insieme
ai carabinieri e al sorvegliante NIGRELLI. (In precedenza egli aveva constatato
solo l’interruzione della linea ferrata e il cratere formato dall’esplosione:
“Al lume della lanterna avevo visto soltanto il binario divelto per
circa 55 centimetri ed un fosso profondo circa 30 centimetri e largo non
più di 30 centimetri”).
Questa
singolare dislocazione dei due sandali (o zoccoli, come si esprime EVOLA),
che giacevano da parti opposte rispetto alla linea ferrata, ma entrambi
praticamente a ridosso del cratere formato dall’esplosione, trova conferma
nelle citate testimonianze del TRAVALI del PICHILLI. “…quasi nel tratto
in cui mancava il binario, notai un sandalo del tipo farmacia di colore
bianco; un altro era nel lato opposto, e quasi a contatto con il binario”(Cfr.
PICHILLI, loc.ult.cit.).
E’
una circostanza singolare ove si consideri che gli arti inferiori furono
trovati, invece, a quasi trecento metri dal punto dell’esplosione ed entrambi
dal medesimo lato, come ci conferma, nella deposizione resa al G.I., il
Mar. TRAVALI. In pratica, l’impressionante onda d’urto dell’esplosione
avrebbe avuto l’effetto di proiettare a grande distanza, ma da uno stesso
lato, gli arti inferiori, che sarebbero poi piombati al suolo. I sandali
invece, sarebbero rimasti pressoché sul posto, senza restare minimamente
danneggiati dallo scoppio, e con l’ulteriore particolarità di essere
allocati (dal medesimo scoppio che aveva proiettato le gambe a così
grande distanza) uno a sinistra e l’altro a destra dello stesso tratto
di linea ferrata.
Si
aggiunga ancora che, sebbene nulla sia precisato al riguardo nel verbale
di ricognizione e in quello di sopralluogo a firma del Mar. TRAVALI, i
due sandali non erano coperti da terriccio, tant’è che furono avvistati
quando ancora albeggiava, e non dovevano neppure presentare tracce di bruciature
o di affumicamento, nonostante la estrema prossimità al punto in
cui si verificò lo scoppio. Infatti, PICHILLI ne indica il colore,
come lo percepì all’atto del loro rinvenimento: erano bianchi. Ed
altrettanto precisa appare la rievocazione del Mar. TRAVALI: “la nostra
attenzione fu attratta da un paio di sandali del tipo del dott.Scholl che
solitamente calzava lo IMPASTATO” (cfr.fg.41).
5-
Prime ragionevoli conclusioni.
Ebbene,
tutti questi reperti, per lo stato ed il luogo in cui furono rinvenuti,
orientano verso la medesima (e duplice) conclusione. Essi sono perfettamente
compatibili con l’ipotesi dell’omicidio; e in particolare, con l’ipotesi
che siano stati perduti mentre il corpo di IMPASTATO veniva trascinato
fino ai binari e nel punto in cui era piazzata la carica esplosiva che
l’avrebbe fatto saltare in aria; o, ancora più plausibilmente, confortano
l’ipotesi che gli assassini, dopo l’esplosione, li abbiano disseminati
nei dintorni del punto in cui era scoppiato l’ordigno, per completare la
messinscena dell’attentato e per non lasciare dubbi sull’identificazione
del cadavere. (Poiché è di tutta evidenza che se gli assassini,
in ipotesi, vollero dissimulare l’uccisione dell’IMPASTATO dietro le apparenze
dell’attentato, essi vollero altresì che non vi fossero dubbi sull’identità
del simulato attentatore).
Di
contro, una spiegazione diversa non è altrettanto plausibile. Anzi,
appare francamente inverosimile che gli accessori personali di cui s’è
detto (occhiali, sandali e chiavi) fossero portati o indossati dall’IMPASTATO
al momento dello scoppio.
Ad
analoghe conclusioni inducono altresì gli inquietanti interrogativi
che suscitano le strane lesioni riscontrate ad entrambi i piedi del povero
IMPASTATO.
Si
legge infatti nel verbale autoptico redatto dal medico legale alle ore
13.50 del 9 Maggio 1978 presso l’obitorio del cimitero comunale di Cinisi:
“Sulla faccia destra dei piedi e delle dita rispettive, piccole ferite
lacero contuse a lembo, il cui bordo libero è rivolto verso l’alto
(verso la tibiotarsica)”. Il verbale prosegue poi ribadendo che erano
“integre le ossa delle cosce, delle gambe e dei piedi”.
Ora,
che cosa può aver provocato lesioni di quel genere? Se si considera
che i piedi erano integri e ricoperti da calzini, anch’essi sostanzialmente
indenni (come risulta dal verbale a firma del Pretore TRIZZINO) è
quanto meno lecito dubitare che siano effetto diretto dell’esplosione:
nel senso che, se questa avesse investito direttamente gli arti inferiori,
avrebbe provocato danni ben più devastanti di quelle lesioni.
Si
può ipotizzare, piuttosto, che gli arti predetti, dopo essere stati
proiettati verso l’alto dall’onda d’urto dell’esplosione, siano pesantemente
ricaduti a terra, magari rotolando o rimbalzando sul terreno sassoso. Ma
allora non si spiegherebbe come mai le lesioni si siano prodotte tutte
e solo dal lato destro di entrambi i piedi e delle dita di ciascun piede.
Pertanto,
pur senza alcuna pretesa di fornire una risposta certa ed esauriente, deve
concludersi che anche questo dato sia quanto meno compatibile con l’ipotesi
di un trascinamento (per le braccia) del cadavere o del corpo sul terreno,
ad opera di una o più persone che facesse(ro) leva appunto sulle
braccia, mentre i piedi, inerti o immobilizzati nella stessa posizione
e inclinati sul lato destro, strisciavano sul terreno.
Tale
dato, invece, resta oscuro o comunque difficilmente spiegabile con altre
ipotesi ricostruttive.
La
stessa conclusione vale anche per uno dei reperti fantasma di questo processo,
e cioè le tre chiavi che il necroforo BRIGUGLIO ricorda nitidamente
di avere trovato (e consegnato ad uno dei sottufficiali insieme ai quali
era intento a cercare e raccogliere i resti del corpo o altre tracce utili)
in prossimità della portiera dell’auto di IMPASTATO, ma dal lato
opposto a quello di guida. Se le chiavi appartenevano allo stesso IMPASTATO,
si può ipotizzare che gli siano cadute accidentalmente da una tasca,
mentre usciva dall’auto: ma in questo caso avrebbero dovuto trovarsi dal
lato del guidatore, a meno che non si vogliano prefigurare improbabili
scenari (e cioè che il giovane sia giunto liberamente sul posto,
altri essendo però alla guida della sua auto).
Anche
di questo dato deve dunque dirsi che è quanto meno compatibile con
l’ipotesi che Giuseppe IMPASTATO sia stato condotto sul posto già
esanime o comunque contro la sua volontà; e che le chiavi siano
cadute da una sua tasca mentre il suo corpo veniva trascinato a forza o
di peso fuori dall’auto, appunto dal lato opposto a quello di guida. Ciò
spiegherebbe altresì, e in modo ben più convincente, il fatto
che le tre chiavi possano essere cadute di tasca nell’atto di uscire dall’auto.
La
verità è che l’avere subito sposato la tesi dell’attentato
terroristico fu al contempo effetto e causa di un atteggiamento preconcetto
che ha inevitabilmente predisposto:
1.Ad
una sequela sconcertante di omissioni, ritardi, negligenze e approssimazioni
nella raccolta delle prove, nell’individuazione e nella conservazione delle
tracce e dei reperti, nell’espletamento dei necessari approfondimenti istruttori;
2.A
generare un clima di diffidenza, di sospetto e di sfiducia in quanti (familiari,
conoscenti, amici e compagni di lottae
di partito della vittima)avrebbero
potuto fornire un contributo prezioso alle indagini; e che solo quando
percepirono che quel clima era effettivamente mutato si decisero a fornire
importanti rivelazioni su circostanze ed aspetti della vicenda di sicuro
interesse investigativo (cfr. pagg. 23 e segg. della sentenza CAPONNETTO).
3.Ad
un sistematico travisamento dei dati di fatto e delle informazioni raccolte
nel corso dei primi accertamenti investigativi, nonché ad ignorare
o sottovalutare molteplici e convergenti indicazioni che avrebbero potuto
e dovuto orientare verso altre possibili causali.
2.7.
Omissioni, ritardi e negligenze nella raccolta e nella conservazione delle
prove.
1.
Sconcerta anzitutto la mancata evasione alla richiesta del magistrato procedente
di accertare la provenienza del materiale esplodente, di cui al punto 2
della delega di indagini conferita (con nota a firma del P.M. SIGNORINO)
già in data 11 Maggio ’78 al Comandante del Reparto Operativo dei
carabinieri (e cioè al Magg. SUBRANNI). Tale richiesta non poteva
certo ritenersi superata o assorbita dall’incarico di “perizia tecnica
d’ufficio” che lo stesso P.M. avrebbe conferito, appena otto giorno dopo,
al perito balistico Pietro PELLEGRINO, cui vennero posti tre quesiti: “1)
Tipo di esplosivo usato nella morte di IMPASTATO Giuseppe; 2) La ricostruzione
della dinamica della morte; 3) Quant’altro risulta utile alle indagini.
(Il perito depositerà la propria consulenza solo il 28 Ottobre 1978).
E’
evidente che l’indagine peritale non si sovrapponeva all’oggetto dell’accertamento
espressamente richiesto ai carabinieri, ma avrebbe dovuto trarne semmai
elementi utili alle valutazioni che competevano al perito balistico. E
il sollecito conferimento dell’incarico peritale dimostrava piuttosto,
ove mai ve ne fosse bisogno, la rilevanza che nell’economia complessiva
delle indagini assumevano gli accertamenti in ordine all’esplosivo “usato
nella morte di IMPASTATO Giuseppe”.
E’
addirittura inquietante, quindi, che nel rapporto giudiziario del 30 Maggio
’78, che pure doveva dar conto delle ulteriori indagini espletate in evasione
alla delega dell’11 Maggio, non venga spesa neppure una parola in ordine
al punto 2 di detta delega, salvo evidenziare, in relazione all’escussione
del Prof. DEL CARPIO che “sul luogo dell’esplosione e all’esterno della
buca formatasi per effetto dell’esplosione stessa non era stata rilevata
o notata alcuna traccia di miccia combusta”.
Ma
su questo punto gravissime omissioni si sono registrate fin dai primi necessari
accertamenti. Ed invero, gli unici elementi acquisiti come certi già
nell’immediatezza del primo sopralluogo - lo ha spiegato il gen. SUBRANNI
nel corso della sua audizione dinanzi alla commissione parlamentare d’inchiesta
- erano appunto l’assenza di tracce di miccia combusta e la presenza di
polvere di cava che faceva presumere l’impiego di esplosivo del tipo di
quello utilizzato nelle cave. (Cfr. pag. 9 dell’allegato alla Relazione
in atti, concernente l’audizione dell’11 Novembre 1999: “Gli elementi
tecnici erano questi: l’assenza di una traccia di miccia che andasse oltre
la buca formatasi per effetto dell’esplosione; in secondo luogo, la dinamite
usata era quella comune delle cave, e lì ci sono tantissime cave.
Questi sono i pochi aspetti tecnici, il resto era tutto legato alle indagini…”).
In
effetti questo dato relativo al tipo di esplosivo, che si identificherebbe
con quello comunemente usato nelle cave, troverà conferma nell’esito
degli accertamenti chimici di cui alla Relazione CARUSO-PROCACCIANTI, ribaditi
anche dal perito balistico PELLEGRINO, grazie agli esami effettuati sulle
polveri ricavate dal frammento della mano destra e dal frammento di stoffa
repertato sul luogo, che evidenziarono tracce di binitrotoluene o DNT-dinitrotoluene.
E, scrive il PELLEGRINO, “Gli esplosivi a base di binitrotoluene
fanno parte dei cosiddetti esplosivi dirompenti o da mina, e quindi vengono
utilizzati anche nelle nostre cave”.
Ma
il dato in questione emerge processualmente già dalle relazioni
di servizio redatte in data 9 Maggio ’78 dagli artificieri LONGHITANO Salvatore,
Sergente Maggiore dell’11° Artiglieria, e SARDO Antonio, Brigadiere
in forza al reparto Operativo dei Carabinieri di Palermo.
Entrambi
sono convocati sul posto, si badi bene, solo per ispezionare l’autovettura
dell’IMPASTATO, nel timore che i fili che fuoriuscivano dal cofano facessero
parte di un congegno esplosivo (v. Relazione SARDO) e per accertare eventuali
tracce di esplosivi all’interno della stessa auto (v. LONGHITANO, che ha
ispezionato l’auto dopo che questa era stata già portata alla Stazione
CC. di Cinisi). Ed entrambi esprimono analoghe valutazioni in ordine al
tipo e alla quantità di esplosivo che aveva fatto a pezzi il corpo
di IMPASTATO, danneggiando anche la linea ferrata, sulla scorta di quanto
loro riferito dagli stessi Carabinieri di Cinisi.
In
particolare, si legge nella Relazione SARDO, (giunto sul posto alle ore
10.00) che “Da quanto riferito dai Carabinieri della Stazione CC. di
Cinisi, per quanto riguarda gli effetti prodotti dall’esplosione, perché
sono giunto sul posto dopo che la linea ferrata era stata già riattivata
e tutto riportato allo stato normale, si suppone che la carica esplosiva
fosse composta da esplosivo ad elevato potere dirompente, verosimilmente
esplosivo da mina comunemente impiegato nelle cave di pietra e per sbancamento
di terreno quantitativamente rappresentato da kh 4-6 circa” (Cfr. fg.
86, vol. I).
Anche
LONGHITANO, constatato che, al momento del suo sopralluogo, nel punto in
cui era avvenuto lo scoppio non v’era alcuna anomalia nei binari e nella
massicciata “perché rimessi in efficienza da personale delle
Ferrovie dello Stato”, si limita a rilevare che “stante quanto riferitomi
dai carabinieri, presumo che l’esplosivo fosse ad elevato potere dirompente,
verosimilmente esplosivo da mina comunemente impiegato nelle cave di pietra
e per sbancamento terreni. La carica esplosiva, considerato gli effetti
dirompenti, poteva essere di kg. 4-6 circa”. (cfr.
fg. 85, vol. I).
Ora,
non si comprende – se non ipotizzando in effetti la presenza sul luogo
di consistenti tracce di polvere di cava - su quali elementi, evidentemente
forniti dai carabinieri di Cinisi, si fondasse questa valutazione concorde,
sia pure presuntiva, espressa dai due artificieri. Né gli stessi
hanno saputo precisare la fonte delle loro informazioni. Ma è certo
che entrambi furono convocati per ispezionare l’auto e non per espletare
accertamenti urgenti sulle modalità e le cause dell’esplosione o
sul tipo di ordigno impiegato; e comunque, prima del loro arrivo,non
venne compiuto alcun accertamento o adottata alcuna cautela in ordine alle
tracce dell’esplosivo verosimilmente ancora presenti sul terreno.
In
particolare, per quanto consta, non si è proceduto a setacciare
il terreno per reperire eventuali tracce dell’innesco, dell’ordigno e della
sostanza esplosiva. Né si è proceduto a prelievi di inerti
dal cratere dell’esplosione, e cioè all’asportazione di terra, pietrame
e quant’altro potesse essere utile ad eventuali analisi chimiche per individuare
qualità e quantità dell’esplosivo o il tipo di innesco.
Anche
per quanto concerne le caratteristichee
le dimensioni (che non vennero misurate) del cratere, o i danni alla linea
ferrata, che pure dovevano apparire elementi preziosi per ricostruire la
forza e la quantità dell’esplosivo, se non anche la traiettoria
dell’onda d’urto sprigionata dall’esplosione, ci si deve accontentare (fatto
salvo quanto si dirà per la relazione ispettiva dei funzionari delle
FF.SS.) delle testimonianze rese dai soggetti che a vario titolo presero
parte ai primi sopralluoghi, che scontano inevitabili imprecisioni e discordanze.
Neppure i resti del binario vennero misurati (nel verbale di sequestro
in atti si parla soltanto di “3 pezzi”), né vengono allegate fotografie.
E non si procedette ad un’accurata descrizione dei pezzi di rotaia divelti,
o dello stato e della lunghezza delle traverse di legno.
Così
nel verbale di sopralluogo a firma del Mar. TRAVALI si legge di una rotaia
divelta e mancante per circa 30-40 cm. E di un “fosso sottostante da
cui manca la traversa in legno”. Lo stesso TRAVALI è invece
molto più preciso nelle S.I. rese al G.I. Dott. CHINNICI: “per
un tratto di circa 30-40 cm. mancava la rotaia. In corrispondenza del punto
in cui mancava la rotaia c’era un piccolo buco del diametro di 30-40 cm,
profondo circa 10-15 cm”.
Sempre
al G.I. il Brig. CANALE riferisce invece di un cratere del diametro di
circa mezzo metro e della profondità di circa 30-40cm.
Ed
ancora PICHILLI: “Ivi notammo la mancanza di un tratto di binario per
circa 50 centimetri e in corrispondenza una fossa profonda circa 20 centimetri
circa”.
A
sua volta l’operaio EVOLA riferisce al G.I. di avere constatato che il
tratto interrotto era lungo circa 55 centimetri e di aver notato, in corrispondenza,
“un fosso profondo circa 30 centimetri e largo non più di 30
centimetri”. E gli fa eco NIGRELLI, che parla di “un fosso profondo
circa 20 centimetri e largo circa 40 centimetri”.
Mancano
inoltre rilievi fotografici o altro tipo di documentazione idonea a fornire
un’esatta rappresentazione dei luoghi. In particolare, le immagini del
luogo dell’esplosione e i particolari del cratere, del binario interrotto,
dell’auto, dei singoli reperti (frammenti umani e resti di abbigliamento)
nel punto esatto del rinvenimento e quant’altro. Ciò appare tanto
più singolare perché dal verbale di sopralluogo a firma del
Mar. TRAVALI si evince che era presente sul posto personale addetto ai
rilievi fotografici e che furono scattate numerose foto. E anche il perito
balistico PELLEGRINO riferisce di avere esaminato le foto scattate dai
carabinieri sul posto: ma tali foto non risultano allegate alla relazione
di consulenza.
Infine,
la Commissione parlamentare d’inchiesta dà atto di avere acquisito
ed esaminato copia di un "fascicolo fotografico a seguito della morte
di Impastato Giuseppe classe 1948 da Cinisi", realizzato dal Nucleo operativo
della Compagnia dei carabinieri di Partinico. Ma questo fascicolo, a firma
"II Maresciallo Ordinario Comandante del Nucleo Operativo Francesco Di
Bono", privo di indice e di relazione, consta di sole 9 (nove) fotografìe,
tutte prive di legenda e mancanti di qualsiasi elemento descrittivo, che
ritraggono da più posizioni i resti degli arti inferiori di Impastato
Giuseppe".
Ma
ivi si precisa anche che “In questo "fascicolo fotografico" non vi è
alcuna inquadratura del binario interrotto dall'esplosione, dei frammenti
di rotaia (v. sub a) della posizione degli altri reperti individuati e
descritti nei verbali di sopralluogo (chiavi, zoccoli, ecc.), ne' dell'autovettura
fìat 850 parcheggiata in uno spiazzo poco distante dal luogo dell'esplosione,
nei pressi di una casa disabitata.
“Tantomeno
risultano presenti in questo fascicolo (trasmesso anche all'A.G.) fotografìe
di campo largo, idonee a documentare l'area dell'evento e dell'intervento
della polizia giudiziaria, che ordinariamente vengono effettuate in occasione
di qualsiasi sopralluogo”.
(Cfr. pagg. 60.61 della Relazione in atti).
In
generale, non risulta che siano mai stati effettuati rilievi planimetrici:
per circoscrivere anzitutto il luogo in cui fu trovata l’auto e la sua
distanza rispettivamente dal casolare e dal luogo dell’esplosione. Particolare
che invece aveva la sua importanza al fine di vagliare l’ipotesi, che pure
fu ventilata, di un incidente occorso mentre l’IMPASTATO si accingeva a
piazzare l’ordigno esplosivo, poiché, in tale ipotesi, sarebbe stato
a dir poco imprudente parcheggiare l’auto a poca distanza dal luogo prescelto
per piazzare l’ordigno. Lo evidenziò anche il Prof. DEL CARPIO nelle
S.I. rese al Magg. SUBRANNI in data 16 Maggio ’78, laddove, nel ricapitolare
gli argomenti logico-critici che smentivano l’ipotesi dell’attentato, ribadisce
“la scarsa importanza dell’obbiettivo” e aggiunge che “rimane
la inspiegabile imprudenza commessa dall’attentatore, nel caso dell’ipotesi
dell’attentato, di avere lasciato l’autovettura a breve distanza dal luogo
dell’esplosione, distanza che non è di cento metri, come mi era
stato prima indicato ma intorno ai trenta metri”.
Apprendiamo
così che la distanza era di circa trenta metri: una valutazione
attendibile, perché lo stesso DEL CARPIO era reduce dal sopralluogo
effettuato appena tre giorni prima con il P.M: SCOZZARI. E lo stesso dato
figura anche nel verbale di sequestro dell’auto predetta, datato 9 Maggio
’78.
Ma
in altri atti processuali figurano dati differenti:
a)alcuni
dei compagni e amici di IMPASTATO, come già si è visto, parlano
di 10-15 metri, con riferimento alla distanza del casolare dal luogo dell’esplosione;
b)nel
verbale di sopralluogo a firma del Mar. TRAVALI si legge solo che la FIAT
850 si trovava nel piazzale antistante un casolare nei pressi della linea
ferrata;
c)nel
fonogramma datato 9 Maggio ’78 a firma del Dott. MARTORANA si dice che
l’autovettura dell’IMPASTATO si trovava ad una distanza di circa 50 metri;
d)Nel
rapporto 10 Maggio a firma SUBRANNI la distanza scende a 20 metri (più
o meno la lunghezza del cavo elettrico rinvenuto al suo interno);
e)Nelle
S.I. del Mar. TRAVALI si parla ancora di una stalla o casolare “a circa
50 metri dal punto in cui mancava la rotaia”.
Né
sono mai stati effettuati rilievi planimetrici per misurare le distanze
tra i vari reperti rinvenuti o altri manufatti che potevano avere interesse
investigativo (in particolare al fine di ricostruire, con la massima esattezza
possibile, intensità e traiettoria dell’esplosione).
Infine,
non vennero rilevate le impronte sull’auto, che avrebbero potuto quanto
meno accreditare o smentire l’ipotesi che IMPASTATO fosse solo o in compagnia
di altri.
2-
Reperti scomparsi o mai esaminati.
Tra
le ombre e le lacune istruttorie più gravi figurano poi i reperti
misteriosamente scomparsi o comunque mai esaminati, di cui già si
è detto.
Del
“cucculuni i mari” sporco di sangue che sarebbe stato trovato all’interno
del casolare e consegnato dal necroforo ai carabinieri la mattina del 9
Maggio non è neppure certi che sia mai esistito, perché ne
ha parlato il BRIGUGLIO solo nell’intervista raccolta da VITALE Felicia.
Ma non v’è traccia agli atti neppure della sommaria ispezione che
il Mar. TRAVALI avrebbe effettuato, sempre quella mattina, all’interno
del casolare, senza trovarvi alcuna traccia utile, come lui stesso ha riferito
al G.I.
Le
pietre con macchie di probabile sangue, trovate dai compagni di IMPASTATO
e asportate dal sedile e dal pavimento all’interno del medesimo casolare
invece esistevano e sono state repertate, ma mai esaminate. Come non fu
mai sottoposto ad accertamenti il pezzo di stoffa color nocciola sporco,
come è descritto nel verbale di ricezione del 13 Maggio, trovato
nei pressi del casolare e intriso di sostanza gelatinosa, come la definisce
Faro DI MAGGIO nella sua deposizione al G.I., o con “attaccature di
materiale solido colore piombo”, come è scritto nel verbale
predetto: materiale che forse avrebbe potuto fornire lumi per l’identificazione
del tipo di esplosivo. Tutti reperti che sono passati pressoché
inosservati, anche grazie alla disattenzione di chi avrebbe dovuto segnalarne
il rinvenimento, al ritardo con cui furono depositati presso la cancelleria
dell’ufficio di Procura e al modo evasivo con cui ne venne annotato il
contenuto nell’apposita nota di trasmissione (v. supra).
Né
agli atti v’è traccia delle tre chiavi che il necroforo trovò,
nel corso delle operazioni di ricerca e raccolta dei poveri resti di IMPASTATO,
proprio accanto alla portiera dell’auto ma dal lato opposto a quello di
guida, come lo stesso BRIGUGLIO ha dichiarato al G.I. Dott. CHINNICI: con
l’ovvia conseguenza che neppure queste chiavi sono mai state oggetto di
accertamenti per rilevare eventuali impronte, o tracce di sangue o anche
solo per appurare se appartenessero davvero a Giuseppe IMPASTATO, come
pure parrebbe stando al luogo in cui il BRIGUGLIA le avrebbe rinvenute.
Certo
è che queste omissioni o disattenzioni appaiono accomunate dall’effetto
che hanno oggettivamente prodotto di sottrarre alle indagini elementi che
avrebbero potuto imprimere ad esse, fin dai primi giorni, un diverso indirizzo,
accreditando l’ipotesi dell’omicidio piuttosto che quella dell’attentato.
E
resta il mistero delle modalità di rinvenimento del chiavino tipo
Yale, che si rivelò essere la chiave di accesso a Radio-Aut, effettivamente
in possesso di Giuseppe IMPASTATO, ma che fu oggetto di una ricerca mirata,
quando ancora neppure si sapeva con certezza che il cadavere fosse proprio
quello dell’ IMPASTATO.
3-
Omessa o tardiva raccolta di informazioni
Solo
il 20 Dicembre 1978 è stato sentito (dal Giudice Istruttore) il
necroforo comunale di Cinisi, quel Giuseppe BRIGUGLIO che partecipò
attivamente alla raccolta dei resti del corpo di IMPASTATO e che, come
si è visto, era a conoscenza di circostanze di notevole interesse
investigativo.
E
solo dalle S.I. rese sempre al G.I. Dott. CHINNICI dal Carabiniere PICHILLI
(il quale ricorda che “il Pretore eseguì l’ispezione insieme
al maresciallo e al Brigadiere Antonio ESPOSITO”) e dal Mar. TRAVALI
si è potuti risalire all’identità del Brigadiere di Cinisi
che era stato indicato dal necroforo come quello che lo aveva incaricato
di cercare la chiave poi rinvenuta presso un cespuglio di agave. Ma Antonio
ESPOSITO non è stato mai sentito e quando la Commissione parlamentare
ne ha disposto l’audizione, egli “è risultato in missione all’estero”.
(Cfr. pag. 49 della relazione in atti).
Francamente
inspiegabile – se non alla luce di una convinta opzione per l’ipotesi del
suicidio o dell’attentato - è poi il fatto che gli Inquirenti non
si siano preoccupati di sentire subito i due casellanti di turno tra l’8
e il 9 Maggio ’78.
Solo
a distanza di otto mesi viene esaminato uno dei due, e precisamente il
casellante montato in servizio a partire dalle 22.00 dell’8 Maggio ’78.
SALAMONE Benedetto infatti viene escusso a S.I. il 9 Gennaio ’79 dal Mar.
TRAVALI (ma il verbale reca la firma anche del Brig. ESPOSITO) e per iniziativa
dello stesso Sottufficiale (non risulta infatti alcuna delega di indagine
al riguardo), ma appena qualche settimana dopo che il TRAVALI era stato
a sua volta sentito dal G.I. Dott. CHINNICI.
Invece,
la casellante smontante quella sera, identificata in VITALE Provvidenza,
risulta (dalla nota con cui lo stesso TRAVALI trasmette al G.I. il verbale
di esame del SALAMONE) emigrata negli USA; e per quanto consta se ne sono
perse le tracce, anche se nella Nota di trasmissione al G.I. datata 9.01.79
il verbalizzante si riservava di assumere a S.I. la stessa VITALE, “il
cui rientro in Cinisi è previsto fra 20 giorni” (Cfr. fg. 251, Vo.
I).
Ora,
posto che il casello ferroviario, sito al km 30+745, distava poco più
di 500 metri dal punto (sito al km 30+180 della stessa linea ferrata) in
cui era esploso l’ordigno, nella notte tra l’8 e il 9 Maggio ’78, i due
casellanti avrebbero potuto riferire circostanze utili al fine di appurare
se quella sera vi fosse stato un movimento insolito di persone e/o di auto
in prossimità del passaggio a livello verosimilmente attraversato
da chi avesse voluto raggiungere la trazzera di Feudo Orsa da cui si accedeva
al famoso casolare, o da chi se ne fosse allontanato (in auto) dopo l’esplosione.
Ebbene,
la deposizione del SALAMONE non è affatto immune dal sospetto di
reticenza.
Egli
ricorda che fino alla mezzanotte non erano stati segnalati inconvenienti
di sorta; ed erano transitati due treni, rispettivamente alle 22.30 e alle
24 circa. Precisa inoltre che “al passaggio dei suddetti treni uscivo
fuori dal casello, chiudevo le sbarre stesse in attesa che venissero riaperte.
Io provvedo alla chiusura delle sbarre circa 7 minuti prima del transito
di ogni treno all’avviso che mi giunge da Carini; fatto ciò ritorno
nel casello e non appena ricevo comunicazione dal casellante del passaggio
a livello del km. 27+628, mi munisco di torcia elettrica, esco fuori ed
attendo il transito del treno. Quanto sopra avvenne anche per il transito
del locomotore delle ore 01,35 del 9/05/78 Palermo-Trapani. Detto locomotore
teneva un’andatura normale e dopo aver superato il mio casello per circa
50 metri, si fermava e ritornava indietro….”. Il SALAMONE prosegue
rammentando di essere stato informato dal conducente che doveva esservi
qualcosa di anormale sulla linea ferrata e allora personalmente provvide
ad ispezionare i binari al lume della lanterna per circa 100 metri senza
notare alcunché. Solo intorno alle 3.30 l’operaio RANDAZZO Vito,
da lui allertato, lo informò di avere constatato la mancanza di
un pezzo di rotaia lungo circa 50 cm.
A
precisa domanda dei verbalizzanti, il casellante risponde di non avere
udito alcun rumore di esplosione e di non aver visto “aggirarsi nei
paraggi del casello o sulla strada vicina (comunale) ove sono ubicate le
sbarre del passaggio a livello, persone di Cinisi, di Terrasini o estranei”.
Poi, forse resosi conto di quanto potesse apparire poco verosimile la sua
affermazioni di non aver udito alcun rumore “da attribuire a qualche
esplosione”, spontaneamente aggiunge: “Faccio presente che quella
notte, sino alle ore 01.00 circa, vi era un forte vento di scirocco che
soffiava da Trapani verso Palermo e quindi, rispetto alla mia posizione
ed al punto nel quale avveniva l’episodio di IMPASTATO Giuseppe, trasportava
l’eco o altri rumori in direzione opposta alla mia”.
In
effetti, non è verosimile che non abbia udito il rumore di un’esplosione
provocata dallo scoppio di 4 o 6 kg di tritolo, considerato che il suo
casello distava circa 500 metri dal punto dello scoppio; che era notte
fonda; e che il luogo (aperta campagna, distante diversi chilometri dal
centro abitato più vicino) si prestava alla propagazione del più
debole rumore. Quanto alla scusante addotta, a parte la singolarità
di un vento di scirocco che si sarebbe protratto solo fino alle ore 01.00,
giusto in tempo per disperdere il rumore dell’esplosione che sarebbe avvenuta
appunto tra le ore 0.16 e le ore 01.15 o 01.30, dell’asserito forte vento
non esiste agli atti alcun riscontro; ed anzi un riscontro negativo è
costituito dall’accertamento che quella notte non si verificò alcun
ritardo apprezzabile o inconveniente di sorta nelle partenze e negli atterraggi
degli aerei del vicinissimo aeroporto di Punta Raisi (Cfr. riepilogo analitico
del traffico aereo dello scalo palermitano tra l’8 e il 9 Maggio, allegato
al verbale di S.I. rese il 20 Dicembre 1978 al G.I.Dott. CHINNICI da SORO
Ugo, all’epoca Direttore del predetto aeroporto, fg. 51 Vol. II).
4
- Un'indagine a senso unico.
Non
può poi sottacersi - perché costituisce una circostanza che
concorse non poco a generare e alimentare un clima di reciproco sospetto
e diffidenza e ad avvelenare, nella fase delle prime indagini, i rapporti
tra gli Inquirenti e gli amici e i compagni di Giuseppe IMPASTATO (ma anche
i suoi prossimi congiunti) – che fin dal primo giorno furono effettuate
sistematiche perquisizioni domiciliari alla ricerca di armi esplosivi o
tracce utili a far luce sulla vicenda: ma solo presso le abitazioni dei
giovani che appartenevano al collettivo di Radio Aut o comunque al gruppo
politico che si assumeva capeggiato dall’IMPASTATO. Non anche presso le
abitazioni di personaggi legati ad ambienti della mafia locale, che pure
erano notoriamente, e comunque sulla scorta delle prime concordi testimonianze
raccolte, da sempre oggetto dell’impegno di lotta dello stesso IMPASTATO
e che anche negli ultimi giorni della campagna elettorale da lui condotta
in prima persona erano stati il bersaglio principale delle sue accuse e
di denunzie mirate, formulate anche nel corso di comizi o altre pubbliche
manifestazioni. Eppure tra quei personaggi ve ne erano alcuni che risultavano
proprietari o interessati alla gestione di alcune cave della zona tra Cinisi
e Terrasini. E fin dal primo sopralluogo gli stessi Carabinieri di Cinisi
avevano manifestato, nei termini di cui s’è detto, la convinzione
che l’esplosivo fosse del tipo comunemente impiegato nelle cave.
Non
si vuole con ciò insinuare, ragionando con il senno di poi, che
fin dal primo giorno si sarebbe dovuta imboccare con decisione la c.d.
“pista mafiosa”; ma è innegabile che quel contegno investigativo
di per sé lasciava trasparire quale fosse l’orientamento (se non
il convincimento) degli Inquirenti ed era un segno evidente del fatto che
le indagini, lungi dall’essere a 360 gradi, come s’usa dire, si svolgevano
in un’unica direzione.
Del
resto ulteriore riprova – addirittura documentale - dell’atteggiamento
di sospetto con cui si guardava, anche in relazione alle indagini sulla
morte di IMPASTATO, ai giovani militanti dei collettivi e altri gruppi
politici di sinistra presentiin quel
di Cinisi e Terrasini, viene dalla documentazione riservata in possesso
dell’Arma, che è stata acquisita dalla Commissione parlamentare
d’inchiesta e poi depositata anche agli atti di questo processo.
In
particolare, agli atti del fascicolo “P” del R.O. dei CC. di Palermo figura
un cospicuo elenco di materiali e documenti vari di pertinenza di Giuseppe
IMPASTATO che furono oggetto di sequestro informale presso la sua abitazione.
L’intestazione
dell’indice di cui al Vol. II recita: “Elenco degli atti non protocollati
contenuti nel fascicolo permanente nr. 029542 (VOLUMI I E II) intestato
a Giuseppe IMPASTATO, nato a Cinisi il 05.01.1948”. e al nr. 01 dell’indice
predetto, sotto la rubrica “OGGETTO DEL DOCUMENTO” si legge testualmente:
“Elenco del materiale informalmente sequestrato in occasione del
decesso di IMPASTATO Giuseppe nella di lui abitazione.”.
In
effetti si tratta di una cospicua documentazione di cui non v’è
traccia nei verbali di perquisizione e di sequestro formalmente redatti
nella stessa occasione in cui quella documentazione fu di fatto
(cioè illegalmente) acquisita.
Ora,
tra gli altri documenti figurano anche dei fogli manoscritti contenenti
l’elenco nominativo di oltre cento persone che, con apposita Nota in data
1° Giugno a firma del Magg. Enrico FRASCA, del Nucleo Informativo del
Gruppo Carabinieri di Palermo, viene trasmessi alle Stazioni CC. di Cinisi
e Terrasini e al Comando Compagnia di Partitico per opportuni accertamenti
e per la completa identificazione “delle persone in esso indicate”.
(Nella Nota si parla, testualmente, di un “elenco sequestrato informalmente
nell’abitazione di Giuseppe IMPASTATO nel corso delle indagini relative
al suo decesso”).
Tale
richiesta viene puntualmente e sollecitamente evasa. Infatti, con Nota
del 26 Giugno 1978 il C.te della Stazione di Cinisi trasmette un elenco
nominativo di 110 persone che indica come “giovani appartenenti a Democrazia
Proletaria i cui nominativi sono stati rinvenuti nell’abitazione di IMPASTATO
Giuseppe nel corso delle indagini svolte in ordine al decesso del predetto”;
nonché un distinto elenco nominativo di 23 persone che indica come
“iscritte od orientate verso il P.C.I.” e i cui nominativi furono
rinvenuti nella medesima circostanza. Nella nota si precisa inoltre che
“Le persone sono state identificate, molte delle quali già conosciute
da questo ufficio, mediante l’elenco pervenuto con il foglio a riferimento”.
Ma
già con precedenti note in data rispettivamente 9 e 10 Giugno ’78,
lo stesso Comando aveva trasmesso altri tre nominativi di persone indicate,
ciascuna, come “politicamente orientato per il partito radicale”.
(Uno dei tre è altresì identificato come “facente parte
della radio AUT di Terrasini quale collaboratore”).
Ebbene,
tutte e tre le Note menzionate riportano come oggetto: “Controllo di
persone sospettate di appartenere a gruppi eversivi”. (Cfr. fg. 633-644
del Vol. 3 della produzione documentale depositata il 4.04.2000).
Ma
ancora più sconcertante, perché indicativa di un inesausto
accanimento investigativo nei riguardi del gruppo di giovani militanti
di cui aveva fatto parte IMPASTATO, appare la Nota datata 7.10.1978 a firma
del Magg. Antonio SUBRANNI e indirizzata al Comando Compagnia Carabinieri
di Monreale. Con l’asettico stile di un mero atto d’ufficio ad uso interno,
“Si comunicano, qui di seguito, le generalità degli intestatari
delle autovetture notate nei pressi della Cattedrale di Monreale in occasione
del matrimonio di IMPASTATO Giovanni (nato a Cinisi il 26.6.1953, ivi residente),
fratello di IMPASTATO Giuseppe (nato a Cinisi 5.1.1948), già noto
esponente di Democrazia Proletaria di Cinisi.”. La nota è firmata
dal Magg. SUBRANNI nella sua qualità di Comandante del Reparto Operativo
e indica (piuttosto laconicamente) il proprio oggetto come “Indagini di
P.G.”. Ma non è difficile arguire a quale tipo di indagine essa
alluda.
Difficile
è invece sfuggire ad una sensazione di obbiettivo disagio nel constatare
come venissero attenzionati financo gli invitati al matrimonio del fratello
di Giuseppe IMPASTATO, mentre nulla si era fatto e nulla si sarebbe in
seguito fatto per appurare la provenienza dell’esplosivo utilizzato per
l’attentato in cui aveva perso la vita lo stesso IMPASTATO, benché
il punto avesse formato oggetto di una specifica delega di indagine da
parte dell’A.G. procedente; ovvero, per accertare, per esempio, eventuali
anomalie nei registri di depositi o di carico e scarico delle partite di
esplosivo impiegate nelle (note) cave in attività, all’epoca, nei
dintorni di Cinisi e Terrasini, benché si fosse certi fin dal primo
giorno che anche quello utilizzato per l’attentato era esplosivo da cava.
Ma
per comprendere con quale pervicacia si persistesse nella difesa dell’originaria
ipotesi investigativa, ad onta di nuove emergenze processuali che la smentivano,
o, quanto meno, ne mettevano in dubbio la fondatezza, è ancora più
utile riportare il contenuto saliente della Nota datata, si badi bene,
15 Febbraio 1979, a firma del Ten Col. Salvatore RIZZO, Comandante del
Gruppo Carabinieri di Palermo e indirizzata alla locale Prefettura.
In
questa Nota correttamente si fa il punto dell’iter della vicenda processuale,
rammentandosi che il P.M. titolare dell’inchiesta, in data 8.11.78, aveva
trasmesso gli atti al Consigliere Istruttore Aggiunto CHINNICI con richiesta
di procedere contro ignoti per l’ipotesi di omicidio volontario; e che
il G.I. Dott. CHINNICI aveva emesso mandato di cattura nei riguardi di
AMENTA Giuseppe per il reato di falsa testimonianza “per non avere confermato
la circostanza, riferita da un congiunto dell’IMPASTATO, secondo cui avrebbe
suggerito, tramite una terza persona, allo stesso IMPASTATO di non recarsi
a Cinisi il 21.1.1978 (data in cui morì) perché sarebbe successo
un fatto gravissimo”; ed aveva altresì emesso una comunicazione
giudiziaria nei confronti di FINAZZO Giuseppe, “costruttore da Cinisi”,
in quanto indiziato di essere mandante dell’omicidio di IMPASTATO Giuseppe.
L’estensore
della Nota precisa che l’AMENTA “risulta estraneo ad ambienti mafiosi”;
indica invece lo stesso FINAZZO come “indiziato mafioso del gruppo di
BADALAMENTI Gaetano”, soggiungendo però, con evidente tono dubitativo:
“Pare che l’indizio a suo carico consista nel fatto che nel 1975 presentò
una proposta per la costruzione di un edificio di cinque piani nel corso
Umberto di Cinisi, che non venne approvato dal Comune proprio per l’intervento
di IMPASTATO Giuseppe”.
Ma
soprattutto l’informativa si apre con una perentoria riaffermazione della
validità dell’iniziale ipotesi investigativa avanzata dai responsabili
dell’ARMA, nei termini che seguono:
“Le
risultanze investigative acquisite dall’Arma in ordine al decesso di IMPASTATO
Giuseppe e le conclusioni alle quali si pervenne sono tuttora valide in
quanto dall’istruzione formale non è fin qui emerso alcun elemento
contrario di egual valore”.
In
realtà la Nota prosegue citando proprio due dei principali indizi
emersi in contrasto con quelle conclusioni e cioè l’episodio per
cui si contestò all’AMENTA il reato di falsa testimonianza (v. infra)
e le tracce di sangue rinvenute all’interno del casolare prossimo al luogo
dell’evento, risultate in esito alla perizia dello stesso gruppo sanguigno
dell’IMPASTATO. Ma di quest’ultimo indizio l’estensore si sforza di minimizzare
la rilevanza, precisando che si trattava solo di due macchie di
sangue e che il casolare era “in disuso e lasciato da tempo aperto”.
E ritiene doveroso “soggiungere che in quello stesso locale furono trovate
evidenti tracce di precorsi ricoveri di persone, di bivacchi e di incontri
sessuali, quali stoviglie di plastica, residui di cibi, escrementi anche
di animali, residui di legname combusto, assorbenti igienici intrisi di
sangue, profilattici, scritte murali di contenuto osceno ecc.”.
E’
dunque netto e stridente lo scollamento che, alla data della Nota sopra
riportata, si era delineato tra l’indirizzo ormai definitivamente impresso
alle indagini dall’AG. procedente e i responsabili dell’Arma direttamente
impegnati nelle indagini, ma evidentemente indifferenti a qualsiasi nuova
emergenza che non si inserisse nel solco scavato attorno all’ipotesi dell’attentato
terroristico.
Per
dovere di completezza e onore di verità storica va anche detto che
quello scollamento, a leggere attentamente la corrispondenza riservata
intercorsa all’epoca tra i vari Comandi dell’Arma, era interno alla stessa
Arma dei Carabinieri. Ne fanno fede i reiterati inviti rivolti (in particolare
a Giugno e a Dicembre del 1978) dagli Ufficiali comandanti della Legione
di Palermo ai Comandi competenti ad approfondire le indagini e a ricercare
ed acquisire ulteriori risultanze che facessero “definitiva luce sull’episodio”,
con ciò eloquentemente significando di non essere affatto paghi
delle conclusioni cristallizzate nei due rapporti giudiziari a firma del
Magg. SUBRANNI. (Cfr. Note 13 Maggio ’78 e 7 Giugno ’78 a firma del Col.
Mario SETARIALE; e Nota 7 Dicembre 1978 a firma dello stesso Comandante
della Legione Carabinieri di Palermo).
Ma
alla luce di tali risultanze non stupisce che il sospetto e la diffidenza
nutriti dagli Inquirenti e dai carabinieri (dell’epoca) nei riguardi dei
giovani militanti di sinistra, amici o compagni di partito dell’IMPASTATO,
fossero debitamente ricambiati traducendosi in atteggiamenti di scarsa
collaborazione, dichiarazioni reticenti, ritardi o incertezze nella consegna
di preziosi reperti, o difficoltà a rivelare circostanze che avrebbero
potuto aiutare a far luce sui fatti.
2.8.
Il clima di sospetto e diffidenza.
1-
Vi si soffermano diffusamente MANZELLA Benedetto, IMPASTATO Giovanni e
RICCOBONO Giovanni nel corso delle loro audizione dinanzi alla Commissione
parlamentare d’inchiesta. Ma ne avevano riferito già al G.I. Dott.
CHINNICI gli stessi testi e anche altri amici e compagni del Collettivo
di Radio Aut, come DI MAGGIO Faro, IACOPELLI Fara, LO DUCA Vito e VITALE
Maria Fara. E tutti imputano, tra l’altro, il non aver riferito la circostanza
appresa dal RICCOBONO, circa l’avvertimento datogli dal cugino AMENTA Giuseppe
di non recarsi a Cinisi in quei giorni perché “sarebbe successo
qualcosa di grosso”, proprio a questo clima di sfiducia. Un clima ingenerato,
a loro dire, dal fatto che le indagini sembravano svolgersi a senso unico,
essendo gli Inquirenti convinti della tesi secondo cui Giuseppe IMPASTATO
si era suicidato o era rimasto vittima di un’esplosione accidentale mentre
comunque stava mettendo in atto un attentato terroristico. E la sfiducia
si accompagnava anche alla paura di poter essere ritenuti in qualche modo
corresponsabili, come si evince, in particolare, dalle deposizioni rese
al G.I. da DI MAGGIO Faro (“…fummo presi dalla paura, dal momento che
i CC. erano orientati alla tesi dell’attentato”) e da IACOPELLI Fara
(“….dopo il fatto fummo presi tutti dalla paura, anche perché
le indagini furono volte alla tesi della morte accidentale a seguito di
attentato”).
Altrettanto
esplicito il teste MANIACI Giosue’ laddove confessa (al G.I.) di non aver
fatto parola dell’episodio raccontato dal RICCOBONO neppure al P.M. SIGNORINO
“perché nei giorni che seguirono la morte di Peppino a Cinisi
avevamo tutti paura e finii anch’io come gli altri miei compagni per sentirmi
estraniato ed allontanato da tutti perché fu detto subito che Peppino
morì mentre stava compiendo un attentato”.
Ben
si comprende quindi per quale ragione il teste LO DUCA non abbia subito
rivelato la circostanza del pedinamento che lui stesso aveva subìto
la sera dell’8 Maggio in pieno centro di Cinisi, in coincidenza con la
scomparsa dell’IMPASTATO, circostanza di cui riferì nel corso dell’istruzione
formale. E si spiega, alla luce di quel clima di sfiducia e diffidenza,
la scelta di consegnare al Prof. DEL CARPIO, invece che ai Carabinieri,
la pietra insanguinata ed alcuni resti del corpo di IMPASTATO, raccolti
tra l’11 e il 12 Maggio ’78 sul luogo del misfatto. E solo nella tarda
mattinata del 13 Maggio, ossia dopo che si era conclusa l’ispezione SCOZZARI,
che altri poveri resti, oppure rinvenuti il pomeriggio precedente, vengono
consegnati ai Carabinieri da Paolo CHIRCO e da altri giovani. Come pure
(si spiega) la decisione di Giovanni IMPASTATO di consegnare solo nel corso
dell’istruzione formale e a mani direttamente del G.I. Dott, CHINNICI alcuni
preziosi reperti, come le cassette contenenti la registrazione di sette
puntate del programma radiofonico ideato e condotto dal fratello Peppino
e alcuni fogli manoscritti contenenti appunti dello stesso su vicende di
speculazione edilizia e illeciti vari, oltre ai fogli dell’agenda in cui
era annotata la scaletta di un intervento che Peppino avrebbe verosimilmente
effettuato in occasione del comizio di chiusura della campagna elettorale.
Particolarmente
toccante è poi la testimonianza di RICCOBONO Giovanni sul disagio
provato per il modo, incalzante e tendenzioso, con cui vennero condotti
i primi interrogatori cui lui stesso e gli altri giovani militanti
del Collettivo di Radio Aut furono sottoposti all’indomani del fatto:
“All’indomani
della morte di Peppino, gli Inquirenti portarono me e altri amici di Giuseppe
in caserma dove fummo tutti tartassati e trattati da terroristi”.
Poi spiega: “Ho usato il termine tartassati perché una
stessa domanda ci fu rivolta frequentemente ed è la seguente: “Perché
stavate facendo l’attentato?” Noi dovevamo affermare per forza che avevamo
fatto l’attentato o che lo stavamo facendo e che era andata male, avendo
Peppino perso la vita. Questo è il senso. La domanda venne rivolta
parecchie volte”.
Ed
ancora:
“C'era la sensazione che non si volesse cercare la verità, almeno come primo tentativo. Anche noi l'abbiamo notato subito. Ripeto che nessuna domanda è stata fatta su altre cose, si diceva solo che noi eravamo attentatori e basta. RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei intende dire che non hanno posto domande sulla mafia locale?
RICCOBONO..L'unica
domanda sulla mafia è stata fatta quando il carabiniere voleva i
nomi. RUSSO SPENA COORDINATORE. In sostanza solo quando lei ha affermato
che poteva trattarsi di un attentato di stampo mafioso le hanno chiesto
di dire i nomi
RICCOBONO.
Io - come tutti gli altri - feci loro presente che Peppino aveva diffuso
volantini, presentato denunce e fatto comizi contro la mafia. In qualche
modo tutti noi invitavamo gli inquirenti ad indagare in quella direzione.
Fu allora che il carabiniere che svolgeva l'interrogatorio, piuttosto arrabbiato
e sbattendo una mano sulla scrivania, ci chiese di fare i nomi.
MICCICHE'.
Quindi si passò immediatamente alla tesi di un attentato da parte
del vostro gruppo e poi a quella del suicidio. Da quel momento aveste la
sensazione che la pista della vendetta mafiosa fosse del tutto accantonata
e non venisse neppure sfiorata come ipotesi? RICCOBONO. Sì.
FIGURELLI.
Ricorda qualche testimonianza di quei giorni circa le perquisizioni effettuate
in paese? In sostanza, ricorda se, quanto e in quale direzione, subito
dopo la morte di Impastato, la stazione dei Carabiniere indagò tra
i mafiosi o tra quelli che in paese erano ritenuti fiancheggiatori della
mafia o comunque uomini legati ai capi mafia?
RICCOBONO.
Le uniche perquisizioni furono fatte in casa mia, in quella di La Fata,
di Giovanni Impastato e nella casa in campagna di Manzella Benedetto. Sull'altro
versante non furono fatte perquisizioni. Furono perquisite solo le case
dei compagni di Peppino”.
(cfr. pag. 98).
Di
analogo tenore le dichiarazioni rese da LA FATA Pietro sul clima in cui
si svolse il suo interrogatorio:
“C’erano
SUBRANNI e BASILE, il capitano che poi è stato ucciso ed era l’unico
che ascoltasse, l’unico con cui sono riuscito a dialogare. Dicevo che non
si trattava di un attentatore, ma di una persona che portava avanti una
battaglia ed era stato ucciso. Dissi che c’era stata una simulazione. Mi
fu chiesto in che modo potessi dimostrarlo, ma io risposi che non potevo
dimostrare niente. Però erano dieci anni che lo frequentavo. Mi
si contestò che lì c’erano i fili, c’era la macchina, c’erano
i cavetti telefonici, ma erano quelli che servono per attaccare le trombe
all’amplificatore e al megafono. L’unico che avesse dei dubbi era il capitano
BASILE”.
“Si
diceva solo che noi eravamo attentatori e basta”.
(cfr. pag. 95).
2
- Relazioni pericolose.
Ma
dalle audizioni dinanzi alla Commissione parlamentare sono emersi ulteriori
particolari sulle cause e le origini della diffidenza nei riguardi delle
Forze dell’Ordine e segnatamente dei graduati in forza alle stazioni dei
CC di Cinisi e Terrasini: motivata, a dire dei testi sunnominati, da ambigui
contatti e una preoccupante consuetudine di tolleranza o di benevolenza
nei confronti di soggetti ritenuti vicini alla criminalità mafiosa.
Pur
con la dovuta cautela, se ne deve qui far cenno perché una eco inquietante
di simili riferimenti a presunti contatti o e rapporti di natura ambigua
tra affiliati mafiosi e singoli esponenti locali dell’Arma si ritrova non
solo nelle rivelazioni di alcuni collaboratori di Giustizia (v. MUTOLO
e PALAZZOLO Salvatore), ma persino nelle allusioni e insinuazioni di cui
sono intessuti alcuni passaggi degli interrogatori cui è stato sottoposto
Gaetano BADALAMENTI nell’ambito delle indagini sull’omicidio IMPASTATO.
Così
si esprime, in particolare, il MANZELLA, nel corso della sua audizione
del 27 Luglio 2000, a proposito della denuncia sporta contro ignoti per
le strane effrazioni alla sua casa di campagna nella notte del 12 Maggio’78:
“MANZELLA:
Devo essere sincero: malgrado non avessi ...allora non avevo nessuna fiducia
nei carabinieri; oggi ho un atteggiamento molto diverso, anche perché
oggi i carabinieri a Cinisi sono molto ...io sono amico del maresciallo.
E' un'altra cosa rispetto a ventidue anni fa. Ma allora, malgrado non avessimo
nessuna fiducia, più che altro era per mettere ...
RUSSO
SPENA COORDINATORE:. Perché non aveva fiducia allora?
MANZELLA:
Perché vedevo questi carabinieri che molto spesso — ed era una cosa
che a me dava un fastidio enorme - andavano a prendere il caffè
con i mafiosi. Si dice "ma non vuoi dire niente", però per me era
una cosa palese, rispetto anche alla gente, questo fatto di andare a prendere
il caffè al bar assieme ai mafiosi, persone che tutti sapevano che
erano mafioso, i Trapani, i Finazzo e compagnia.”
(Cfr. pag. 82 della relazione in atti).
E’
curioso che questa immagine dei caffè presi insieme, quasi come
gesto simbolico e rivelatore di una consuetudine di “relazioni pericolose”
di autorevoli esponenti delle Forze dell’Ordine ricorra nelle dichiarazioni
di un collaboratore di Giustizia del calibro di DI CARLO Francesco, ma
anche in un passaggio dell’interrogatorio reso da Gaetano BADALAMENTI il
5 Dicembre 1995 nell’ambito del procedimento iscritto al nr. 1872/95, avente
ad oggetto il suicidio del Mar.dei Carabinieri Antonino LOMBARDO.
In
particolare, il DI CARLO, a proposito dei rapporti tra alcuni noti affiliati
alla famiglia mafiosa di Cinisi e i Carabinieri delle Stazioni di Terrasini
e Cinisi, ha dichiarato che tali rapporti erano dei migliori, “a questo
livello tanto che io li vedevo là non camminavano di nascosto al
buio, camminavano….ci siamo presi qualche caffè anche, pur essendo
latitanti loro. Io non ero latitante ancora” (Cfr. verbale di interrogatorio
del 28.02.97 in atti).
Il
BADALAMENTI ha dichiarato, a sua volta, che conosceva bene il mar. LOMBARDO,
fin da quando, prima di assumere il comando della Stazione dei CC. di Terrasini,
prestava servizio alla compagnia di Partitico. Lo aveva incontrato l’ultima
volta circa un anno prima, quando lo stesso LOMBARDO si era recato a trovarlo
al carcere di Memphis per sondare la sua disponibilità a tornare
in Italia per collaborare con la Giustizia.
Ebbene,
dopo aver espresso pieno apprezzamento per la correttezza e la dirittura
del Sottufficiale (morto suicida nel ’95) e per lo scrupolo con cui era
solito condurre le indagini (“una persona per bene che faceva il suo
servizio e nel suo servizio filava dritto…”), maliziosamente soggiunge
che “Sicuramente faceva un po’ troppo il binocolista, un po’ troppo…prendere
caffè…quando qualcuno andava a prendere un caffè….lui aveva
desiderio di un caffè, pagando solo lui però, non faceva
pagare a nessuno, ma credo che faceva il suo lavoro onestamente. Non mi
risulta che il maresciallo LOMBARDO abbia scritto cose che non rispondevano
a verità”
Ora,
nel suo linguaggio colorito ed allusivo, l’anziano boss sembra adombrare
uno scenario non improbabile, secondo cui il maresciallo LOMBARDO non era
alienano da contatti o frequentazioni pericolose, e cioè con soggetti
malavitosi, allo scopo, però, di ricavarne informazioni o comunque
risultati utili alle indagini e all’espletamento dei propri compiti istituzionali.
Poi,
in un passo successivo del medesimo interrogatorio, dopo aver fornito risposte
elusive a specifiche domande in ordine ai rapporti tra il Mar. LOMBARDO
e la famiglia (intesa anche come sodalizio mafioso) dei D’ANNA di Terrasini,
ribadisce che “Come le ho detto il maresciallo LOMBARDO era uno che
ho accennato al binocolo, era uno che gli faceva piacere fare appostamenti
con il binocolo per guardare, difatti l’ho detto a lui…. E mi ha chiesto
“come faceva lei a sapere”, ma come, prima mi dice che tutti mi volevano
bene e mi dicevano tutto, e poi mi domanda come facevo a sapere quando
lei faceva appostamenti per guardare me. Il maresciallo LOMBARDO era uno
che faceva il suo lavoro, se vedeva una persona sospetta entrare in un
caffè, lui entrava e si prendeva il caffè, non è che
entrava per guardare quello che parlava con qualcuno o quello che facevano,
comunque si prendeva il caffè…era normalissimo…credo che lo faceva
anche con i D’ANNA, lo faceva con i D’ANNA quando io mi trovavo con i D’ANNA.
Altri rapporti non credo che…anzi credo che il maresciallo LOMBARDO sia
stato il primo a boicottare i D’ANNA con la cava”. (E quindi allude
a misteriose attività di interesse investigativo facenti capo alla
cava gestita dai D’ANNA: “io credo che quando lui è venuto a
Terrasini ha cominciato a cercare, a controllare la cava, che cosa si svolgeva
nella cava credo che è stato il primo…..Se questa mia conferma vi
serve, il maresciallo LOMBARDO non faceva un mistero di andare a controllare
nella cava, faceva il suo lavoro, se doveva chiedere qualche cosa, se doveva
verificare quello che si svolgeva nella cava lo faceva apertamente, non
faceva cose….”. Cfr. ff. 249-251).
Su
questo delicato tema, ancora più esplicito del RICCOBONO è
stato Giovanni IMPASTATO nella sua audizione del 31 Marzo 2000 (sempre
dinanzi alla Commissione parlamentare), laddove rammenta:
“…In
quel periodo c'era un buon rapporto tra i mafiosi locali e i carabinieri
della caserma di Cinisi.
Pare
che lo stesso Badalamenti fosse molto stimato dai carabinieri in quanto
persona precisa, tranquilla, che amava il dialogo. Sembrava quasi che facesse
loro un favore giacché a Cinisi non succedeva mai niente e poteva
ritenersi un paese tranquillo. Semmai eravamo noi i sovversivi che rompevano
le scatole. Era questa l'opinione dei Carabinieri. Quando mi capitava di
parlare con qualcuno di loro - cosa che non accadeva spesso perché
non avevo troppa fiducia - mi rendevo conto che l'opinione diffusa era
che Tano Badalamenti fosse un galantuomo e che noi invece fossimo quelli
che rompevano le scatole.
RUSSO
SPENA COORDINATORE. Perché non aveva fiducia in loro?
IMPASTATO.
Perché determinati fatti non mi portavano ad avere fiducia nei loro
confronti.
Vedevo
che spesse volte andavano sotto braccio con Tano Badalamenti e i suoi vice.
Non si può avere fiducia nelle istituzioni quando si vedono i mafiosi
a braccetto con i carabinieri.
RUSSO
SPENA COORDINATORE. Praticamente i Carabinieri camminavano nel corso del
paese a braccetto con Badalamenti.
IMPASTATO.
Sì, lo posso confermare. Non so se posso portare delle foto. Forse
esiste qualche foto di Peppino che lo confermi. In ogni caso i rapporti
con la caserma dei carabinieri erano molto evidenti. Lo dicevano loro stessi.
Badalamenti aveva rapporti diretti con il capitano dei carabinieri Russo,
perciò si figuri se un maresciallo non doveva stimare Badalamenti.
Desidero solo chiarire la situazione. Ma anche Peppino denunciava questi
fatti nei comizi. Affermava che esistevano rapporti diretti fra mafia e
carabinieri anche a Cinisi.”
(Cfr. pag. 96 della relazione in atti).
In
effetti, nel corso dell’interrogatorio sopra citato, lo stesso BADALAMENTI,
pur negando o glissando sull’esistenza di contatti diretti tra lui e il
Col. RUSSO, ha ammesso in pratica che questi aveva un’alta considerazione
della sua persona; e che fu proprio il Col. RUSSO a suggerire ad uno dei
fratelli SALVO – i potenti esattori siciliani – e precisamente a Nino SALVO,
di rivolgersi al BADALAMENTI perché intercedesse presso i responsabili
del sequestro del suocero CORLEO, al fine di fargli ottenere, quanto meno,
la restituzione del corpo.(Cfr. ff. 152-153 e 216-217 vol. 7).
E
dopo essersi incontrato effettivamente con Nino SALVO in quel di Sassuolo,
ove era confinato al soggiorno obbligato nel ’74, lo stesso BADALAMENTI,
come ha dichiarato, ebbe conferma dal Comandante della locale Stazione
di CC. – che si scusò con lui dei modi bruschi usati nei suoi confronti
in occasione di una precedente convocazione in caserma - che un alto Ufficiale
dell’Arma si era adoperato per favorire quell’incontro (“Dopo la venuta
di SALVO mi ha detto: <<sa,
quando è successa quella cosa io non sapevo che lei era tenuto in
buona considerazione….in questa considerazione dalla più alta autorità
dei carabinieri che noi abbiamo in Sicilia>>”:
fg. 238).
Come
già accennato, sul tema dei presunti contatti tra la famiglia mafiosa
di Cinisi, all’epoca in cui era retta da Gaetano BADALAMENTI, ed esponenti
delle Forze dell’Ordine operanti in quel territorio ha reso inquietanti
dichiarazioni, tra gli altri, il collaboratore di Giustizia DI CARLO Francesco
(già reggente della famiglia mafiosa di Altofonte e poi fiduciario
di Bernardo BRUSCA, capo del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato).
In particolare, nell’interrogatorio del 28.02.97, ha confermato che numerosi
latitanti e affiliati a Cosa Nostra aveva trascorso indisturbati la loro
latitanza nei territori di Cinisi e Terrasini, potendo contare sull’indifferenza
dei Carabinieri del posto ed anche sulla benevolenza di qualche alto ufficiale
dell’Arma (che indica proprio nella persona del Col. RUSSO):
“Mi
risulta che erano... anche Ciccio DI TRAPANI era pure latitante, a parte
Nino BADALAMENTI che mi sembra che era solo latitante in quel periodo per
il confine, sorveglianza, cosa era... ma anche il fratello, quand'era vivo...
Cesare, fratello di Nino, lo chiamavano "Sarino"; perché allora
la stazione dei Carabinieri non li disturbava, facevano finta di niente
perché c'avevano fatto parlare il Colonnello RUSSO, va bene? Che
al Colonnello RUSSO c'avevano parlato i SALVO e Tanino BADALAMENTI, e si
comportavano bene. Questi i rapporti, di altri non lo so”.
(cfr. verbale di trascrizione integrale in atti e pag. 88 della richiesta
di OCC in vol. 14).
Di
analogo tenore le dichiarazioni rese dal collaboratore di Giustizia ONORATO
Francesco – reo confesso dell’omicidio dell’on. LIMA e già reggente
fino al suo arresto della famiglia di Partanna-Mondello - nell’interrogatorio
del 31.05.97. In particolare, sempre a proposito dei presunti contatti
fra Gaetano BADALAMENTI e le Forze dell’Ordine operanti nei territori di
Cinisi e Terrasini, il collaborante ha dichiarato:
“Si,
là a Terrasini, Cinisi avevano loro le caserme nelle mani.”.
Ed ancora: “..mi ha raccontato Saro RICCOBONO che faceva la latitanza
a Cinisi, tempo d’estate certe volte e che era tranquillo, perché
là non lo cercava nessuno, neanche quelli…quelli della zona stessa
erano….Diciamo d’accordo che non…” (cfr. verbale di trascrizione integrale
in vol. 15).
Sul
medesimo argomento, Giovanni BRUSCA, nel corso dell’interrogatorio reso
al P.M. in data 30.05.97, ha dichiarato di essere a conoscenza di rapporti
tra il Col RUSSO e Gaetano BADALAMENTI, ma di non poter precisare se tali
rapporti fossero diretti o solo mediati dagli esattori SALVO (cfr. verbale
riassuntivo in vol. 15).
Anche
il collaboratore PALAZZOLO Salvatore ha più volte dichiarato – ed
anzi è stato uno dei primi a farlo, per quanto consta - che il territorio
di Terrasini, Balestrate e Partinico era noto a noi della “famiglia”
come un luogo sicuro per i latitanti, e ciò da moltissimo tempo
(cfr. verbale di interrogatorio del 16.07.96).
Lo
stesso collaboratore, nel primo interrogatorio in cui manifesta la propria
volontà di collaborare con la Giustizia, riferisce, in particolare,
di avere appreso da PALAZZOLO Vito, odierno imputato, e da RIMI Leonardo
che era proprio il Mar. LOMBARDO, di cui a suo dire era nota la vicinanza
ai D’ANNA di Terrasini, ad avvisare i soggetti affiliati o vicini alla
stessa famiglia mafiosa, quando fossero destinatari di provvedimenti restrittivi,
per consentire loro di sfuggire all’esecuzione (Cfr. verbale di interrogatorio
del 18/09/93).
Certo
è che, a prescindere dalla loro fondatezza, tutta da verificare,
i sospetti e le voci circa rapporti amichevoli o di benevola tolleranza
se non addirittura di compiacenza da parte delle Forze dell’Ordine locali
(o di singoli rappresentanti di esse) nei riguardi di presunti mafiosi
circolavano con una certa insistenza nei paesi interessati, già
all’epoca dei fatti per cui è processo. Tanto da formare oggetto
di uno specifico esposto denunzia che il Comitato di Contro-Informazione
“Peppino IMPASTATO indirizzò nel Giugno del ‘79 al Comandante della
IX Brigata CC., lamentando che alcuni noti appartenenti alle cosche mafiose
dei DI TRAPANI e dei BADALAMENTI, benché colpiti da provvedimenti
restrittivi, continuavano a girare impunemente per le vie del paese di
Cinisi, sotto gli occhi di tutti con lussuosissime macchine continuando
a imporre soprusi e angherie. Salvo sparire dalla circolazione quando
venivano organizzate, con grande spiegamento di uomini e mezzi, vistose
operazioni di polizia finalizzate, senza esito, alla cattura dei latitanti.
Nell’esposto si avanzava quindi il sospetto che gli interessati fossero
tempestivamente preavvertiti di simili operazioni da provvidenziali telefonate
che forse partivano proprio dalla Stazione CC di Cinisi.
Ebbene,
dalla documentazione riservata che è contenuta nel fascicolo “P”
in possesso dell’Arma, ed acquisita nell’ambito dell’attività integrativa
d’indagine più volte citata, risulta che, in merito a tale esposto,
il Comando predetto, con nota del 4 Giugno ’79 indirizzata al Ten.Col.
SUBRANNI, n.q. di Comandante del R.O. dei CC, dispose di svolgere “rigorosi
accertamenti, riferendone- nel caso dovessero emergere estremi di calunnia
in danno di nostri militari – all’autorità giudiziaria”. (v.
f.194: ivi anche l’invito a fornire notizie sulla composizione e sulle
attività del sedicente Comitato di Contro-informazione).
Non
conosciamo l’esito di questa indagine interna all’Arma; e se, in particolare,
essa sia sfociata nell’accertamento di responsabilità individuali
e in conseguenti trasferimenti d’ufficio o in provvedimenti di carattere
disciplinare o di altra natura a carico di qualche militare. Ma per quanto
consta, neppure furono sporte denunzie per calunnia nei riguardi dei componenti
e dei responsabili del Centro IMPASTATO, che pure vennero compiutamente
e sollecitamente identificati.
Dalla
documentazione predetta risulta però che il giorno dopo la trasmissione
della Nota citata, parte dal C.do del suddetto R.O. un fonogramma indirizzato
alla Compagnia CC. di Partitico con il quale si richiede di far conoscere
i nominativi dei soggetti residenti in quel territorio colpiti dalla misura
di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno; e
“a quali di essi il provvedimento non sia stato ancora notificato aut
non abbiano raggiunto luogo soggiorno, chiarendone motivi”. Il fonogramma
termina raccomandando l’urgenza delle informazioni ed è a firma
dello stesso Col. SUBRANNI. (f. 193).
E
in effetti il C.do della Compagnia di Partinico risponde prontamente, trasmettendo,
con Nota datata 5 Giugno ’79, l’elenco dei soggetti colpiti dai provvedimenti
restrittivi in questione (e qualcuno anche da mandato di cattura) non eseguiti
per irreperibilità degli stessi. Tra gli altri sono segnalati SAPUTO
Domenico, DI TRAPANI Francesco e BADALAMENTI Antonino, quest’ ultimo allontanatosi
arbitrariamente dalla sede del soggiorno obbligato. (V.f. 192).
Con
successiva nota datata 27.06.79 e indirizzata al Comando del Gruppo Carabinieri
di Palermo (v. f. 190), il Col. SUBRANNI, nel trasmettere le informazioni
acquisite, precisa che il menzionato DI TRAPANI Francesco – che indica
come il più noto esponente mafioso, cui era stata irrogata
fin dal 1972 la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno
per anni due nel Comune di Alanno (PE) – “è stato rintracciato
nei giorni scorsi dall’Arma di Partinico ed avviato alla sede impostagli”.
Dunque
v’è agli atti la prova documentale che un noto esponente mafioso
fu effettivamente rintracciato, nel giro di venti giorni – quanti ne trascorsero
tra la citata nota 5.06.79 della Compagnia di Partitico e l’informativa
27.06.79 a firma SUBRANNI – dopo che per sette anni era rimasto irreperibile.
E poichè fu rintracciato ad opera (e per merito) dei Carabinieri
di Partinico, deve presumersi che ciò avvenne nello stesso territorio
di origine e residenza del ricercato.
Di
lì a poco sarà la volta anche di SAPUTO Domenico – chiamato
in correità proprio da PALAZZOLO Salvatore sia per la sua appartenenza
al clan BADALAMENTI che per alcuni fatti omicidiari - e BADALAMENTI Antonino
– cugino di Gaetano e indicato da numerosi collaboratori di Giustizia come
reggente della famiglia mafiosa di Cinisi dopo che lo stesso Gaetano fu
espulso dall’organizzazione - di essere avviati alle rispettive sedi di
destinazione: il secondo, in particolare, quando viene ucciso (il 19 Agosto
1981), aveva da poco finito di scontare il periodo di soggiorno obbligato
(che era appunto di due anni). E’ allora legittimo il sospetto che questa
ritrovata efficienza delle Forze dell’Ordine fosse frutto anche del prevalere
di una volontà finalmente chiara e inequivoca di dar la caccia ai
(presunti) mafiosi latitanti e di rintracciare i ricercati per dar corso
alle misure restrittive pendenti nei loro confronti.
Del
resto, un indizio del ripensamento o di un profondo mutamento in atto nelle
convinzionie nelle strategie dei
vertici operativi in particolare dell’Arma dei Carabinieri trapela anche
dall’informativa del Col. SUBRANNI sopra citata. In essa si profila infatti
uno scenario di cui non v’è traccia nei pregressi rapporti a firma
dello stesso Ufficiale sullo stato delle indagini in relazione alla vicenda
IMPASTATO: lo scenario di un paese e di un territorio ad alta densità
mafiosa, quello di Cinisi appunto, teatro di uno scontro tra una cosca
mafiosa emergente, il cosiddetto gruppo mafioso del “corleonese”, che
fa capo all’ergastolano LIGGIO Luciano, e il gruppo legato alla
mafia tradizionale, facente capo al noto Gaetano BADALAMENTI.
E quest’ultimo viene testualmente indicato, senza perifrasi e mezzi termini,
come il capo mafia di Cinisi.
Nella
medesima informativa si evidenzia, inoltre, che “A cura di questo Reparto
Operativo e sotto la personale direzione del Sig. Col. Comandante la Legione
i maggiori esponenti dei due cennati gruppi di mafia sono stati denunciati
all’A.G. per associazione a delinquere di tipo mafioso e per diversi altri
gravi delitti.”.
“L’A.G.
ha adottato diversi provvedimenti restrittivi concernenti taluni delitti
di omicidio e tra breve dovrebbe prendere analoghe decisioni per quanto
riguarda il delitto di associazione per delinquere.”.
(Per
inciso, una sorprendente prudenza ispira le parole con cui l’ottimo Ufficiale,
omettendo qualsiasi riferimento all’ipotesi del suicidio o dell’incidente
comunque legato ad un attentato terroristico, richiama le circostanze della
tragica morte di Giuseppe IMPASTATO, che egli indica come “il giovane
attivista di detto partito - Ndr: Democrazia Proletaria - rimasto
ucciso la notte tra l’8 ed il 9 Maggio 1978 in località Feudo di
Cinisi, sulla strada ferrata Palermo Trapani, in conseguenza dello scoppio
di una carica esplosiva” : cfr. ancora Nota del 27.06.79, f. 191).
Ulteriori
conferme, ma anche elementi per nuovi spunti di riflessione sulla questione
vengono dalle dichiarazioni del collaboratore di Giustizia MUTOLO Gaspare.
Questi, a sua volta, conferma che il territorio di (Cinisi e) Terrasini
era considerato particolarmente tranquillo e idoneo ad ospitare latitanti
anche di spicco, nella certezza che non sarebbero stati disturbati dalle
Forze dell’Ordine locali (Lui stesso trascorse un periodo di latitanza
a Cinisi, ospite di Nino BADALAMENTI). Ma riporta questo atteggiamento
di tacita tolleranza o di benevole indifferenza ad un fenomeno più
generale, per cui sarebbe sempre esistito un rapporto di reciproci favori
tra i Comandanti delle Stazioni dei Carabinieri dei piccoli centri e i
capi mafia dei territori interessati (cfr. verbale di interrogatorio del
6.10.95, ff. 163-167 Vol. 8).
In
particolare, nell’interrogatorio del 31.10.95, alla domanda del P.M. su
quale fosse l’atteggiamento di Cosa Nostra nei riguardi “dei suoi componenti
che avevano rapporti di frequentazione con uomini delle Forze dell’Ordine,
carabinieri o altro”, il MUTOLO ribadisce l’esistenza di una sorta
di tacito patto di pacifica convivenza, soprattutto con i comandanti delle
Stazioni dei Carabinieri e imputabile in parte a quieto vivere, ma in parte
a esigenze investigative o di mantenimento dell’ordine nel territorio:
“…cioè
specialmente le caserme, insomma dato che le caserme erano assoggettate,
e quello che comandava di solito era il Maresciallo, nelle piccole caserme,
diciamo tra il maresciallo e il mafioso, anche perché il mafioso
non è che dava fastidio diciamo nel territorio, anzi poteva servire
ad eliminare diciamo, a quello che andava rubando, a quello che faceva
rapine, quindi io posso dire con tutta tranquillità che purtroppo
e io ho cercato anche di spiegarlo va bene che i Marescialli o subivano,
per modo di dire, così, in una maniera pulita diciamo, questa invasione,
diciamo, di questi mafiosi, oppure andavano via, oppure insomma male che
andava, insomma, venivano uccisi, ma siccome i Marescialli erano quasi
tutti sposati nelle….in queste piccole borgate, quindi cercavano di convivere,
in parte si diceva che nei piccoli paesi quello che comandava era il mafioso,
il maresciallo e il Prete, insomma era una cosa, ora non è che voglio
sparlare i preti, però era una cosa che almeno per noi mafiosi questo
si sapeva” (cfr. verbale di trascrizione integrale dell’interrogatorio
del 31.10.95, e ff. 72-73 vol. 8).
Detto
questo, non si può escludere che vi siano state nel tempo deviazioni
e abusi o addirittura collusioni da parte di uomini delle Istituzioni e
delle Forze dell’Ordine in nessun modo riconducibili all’espletamento dei
propri compiti o a fini di strategia investigativa. Ma forse la chiave
di lettura più consona alla realtà (storica) dei fatti, e
capace di legare insieme le allusioni del BADALAMENTI con le sgradevoli
esperienze e impressioni rievocate dagli amici e compagni di lotta di Peppino
IMPASTATO - e, forse, anche con le inquietanti rivelazioni di alcuni collaboratori
di Giustizia - in uno spartito intelligibile e coerente, ci è offerta
da un passaggio (riportato a pag. 134 della Relazione della Commissione
Antimafia) delle dichiarazioni che, nell’ambito del proc. Iscritto al Nr.
1872/95 RGNR (è il procedimento contro ignoti in ordine al reato
di cui all’art. 580 C.P., avente ad oggetto il suicidio del Mar. LOMBARDO)
sono state rese al P.M. il 16 Marzo 1995 dal Colonnello dei Carabinieri
(ora Generale) Mario MORI. In quella sede, nel confermare quanto diffusa
fosse, almeno fino a quando non è iniziata la stagione dei collaboratori
di Giustizia, la prassi investigativadell’uso
di confidenti anche nelle indagini in materia di criminalità organizzata,
l’alto Ufficiale dell’Arma ha parlato di una “generazione di investigatori
che, in considerazione dei tempi in cui si era svolto il loro operato,
avevano fatto del rapporto confidenziale con personaggi mafiosi o vicini
alla mafia lo strumento principe della loro attività. Queste tecniche
investigative sono oggi da ritenere completamente superate ma in quell’ottica
era assolutamente verosimile che questi rapporti confidenziali generassero
nell’opinione pubblica delle voci, dei sospetti sulla trasparenza dell’operato”
degli ufficiali di polizia giudiziaria.
2.9.
L'iter processuale fino alla sentenza CAPONNETTO.
Per
meglio comprendere l’incidenza che gli episodi e le circostanze di cui
s’è narrato ebbero nell’orientare le indagini verso il loro sbocco
finale, nonostante il clima conclamato di reciproco sospetto e diffidenza,
è opportuno a questo punto riportare la dettagliata ricostruzione
dell’iter processuale contenuta nella sentenza CAPONNETTO, a partire dal
deposito della relazione di consulenza medico legale e della perizia balistica.
Tale
ricostruzione, oltre a collocare gli episodi summenzionati nella giusta
prospettiva diacronica, raccordandoli allo sviluppo delle indagini, consente
di apprezzare il ruolo suppletivo che, a fronte non solo di omissioni e
ritardi, ma anche della complessiva e sostanziale inerzia degli Inquirenti,
finirono per svolgere amici, compagni di partito di Giuseppe IMPASTATO,
i suoi prossimi congiunti e persino i legali della famiglia IMPASTATO e
delle associazioni private che ambivano a costituirsi parte civile.
Un
ruolo che non fu solo di impulso e di sollecitazione critica, ma si tradusse
in un concreto apporto di reperti, informazioni ed elementi di conoscenza
utili a far luce sui fatti.
“In
data 28 ottobre 1978 venivano depositate le relazioni dei periti medico-legali
(ff. 159-186) e del perito balistico (ff. 187-195) sulle cui conclusioni
ci tratterremo più oltre.
Dopo
avereraccolto, il 2/11/1978, le testimonianze
della Maniaci Anna (la quale confermava la deposizione resa ai Carabinieri,
ribadendo che "l'Impastato quella sera era normale" (f. 196) e del Prof.
Del Carpio (f. 197), il Sost. Procuratore della Repubblica trasmetteva,
con nota 6/11/1978, gli atti a quest'Ufficio Istruzione per il procedimento
a carico di ignoti in ordine ai reati di omicidio premeditato in danno
dell'Impastato Giuseppe e di detenzione e porto illegali di materiale esplosivo.
Rispettivamente
in data 10 novembre 1978 e 12 dicembre 1978 (ff. 200 e 242) si costituivano
parte civile nel procedimento la madre ed il fratello della vittima.
Nel
corso dell'istruttoria formale veniva acquisita - presso la Direzione Compartimentale
delle ferrovie dello Stato - copia della relazione, ed allegati verbali,
relativa agli accertamenti amministrativi esperiti in merito all'esplosione
in cui aveva trovato la morte l'Impastato (ff. 244 - 250); venivano altresì
sentiti numerosi testimoni (v. ff. da 1 a 91 del vol. II), dalle cui deposizioni
emergevano talune significative, nuove circostanze, e - in particolare
- un colloquio avvenuto nel pomeriggio dell'8 maggio 1978tra
tale Riccobono Giovanni (amico dell'Impastato Giuseppe) e il suo cugino
e datore di lavoro Amenta Giuseppe, e nel corso del quale il Riccobono,
chiamato in disparte, era stato avvertito "di non andare in paese perché
in questi giorni succederà qualcosa di grosso"; precisava il
Riccobono (ff. 12-14 vol. II) di avere appreso dal cugino, nell'accennato
colloquio, "che era stato suo fratello Amenta Carmelo Giovanni a incaricarlo
di dargli tale consiglio", e di averne - subito dopo - parlato con parecchi
amici di Cinisi, tra cui il fratello dell'Impastato Giuseppe, ma di non
averne potuto informare Giuseppe, benché questo fosse stato il suo
primo, istintivo pensiero, perché, recatosi appositamente alla radio,
lo aveva trovato impegnato in vista di un'assemblea fissata per le ore
21.
Le
circostanze riferite dal Riccobono venivano confermate da numerosi testi
(Impastato Giovanni, Di Maggio Faro, Maniaci Giosuè, Iacopello Fara,
Vitale Maria Fara, Bartolotta Andrea, La Fata Pietro Giovanni, Cavataio
Benedetto e Di Maggio Domenico).
Emergeva
altresì, da talune delle testimonianze sopraricordate, che le circostanze
riferite dal Riccobono avevano creato, nella stessa sera dell'8 maggio
1978, uno stato di apprensione tra gli amici dell'Impastato Giuseppe, alcuni
dei quali ("circa otto persone": f. 74 retro), non avendolo visto arrivare
alla riunione fissata per le ore 21, si erano mossi - su tre autovetture
- alla sua ricerca, protrattasi invano per quasi tutta la notte (cfr. ff.
24, 32 retro e 69 retro).
Precisavano
concordemente i testi suindicati di non avere riferito prima, nemmeno al
Magistrato, quanto avevano appreso dal Riccobono, a motivo della sfiducia
in essi ingenerata dal deciso orientamento che sin dal primo momento gli
investigatori avevano palesato verso la tesi dell'incidente o del suicidio.
I
testi stessi, inoltre, fornivano particolari circa la battaglia politica
condotta dall'Impastato Giuseppe contro il potere mafioso della zona, e
in particolare, contro Gaetano Badalamenti, Finazzo Giuseppe ed un certo
Palazzolo; personaggi che egli non esitava a ridicolizzare nelle trasmissioni
di "Onda Pazza" dalla Radio Aut.
A
tal riguardo l'ImpastatoGiovanni
consegnava al Magistrato Istruttore, il 7/12/1978 (f. 15 vol. II), sette
cassette di registrazione di dette trasmissioni, oltre a vari documenti,
e precisava (f. 16 retro detto vol.) che suo fratello era riuscito, con
l'intensa attività politica svolta, a far sospendere i lavori di
costruzione di un palazzo a cinque piani ("che pare sia del Finazzo") e
si era battuto a fondo, con pubbliche denunce, contro l'approvazione "quasi
clandestina" del cosiddetto piano "Z 10", consistente nella realizzazione
di un campo turistico nella zona di Cinisi, ed alla quale "erano interessati
un certo Lipari ...... figlioccio di un noto mafioso defunto Rosario Badalamenti;
un certo Caldaradi Palermo; e un
certo Cusimano di Cinisi, costruttore edile ..... forse in buoni rapporti
con elementi mafiosi".