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TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI PALERMO

CORTE DI ASSISE 

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Sezione Terza

N. 33/1999 R.G. C. Assise 

N. 07/2001 Reg. Ins. Sent.  

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

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L’anno duemilauno il giorno05del mese diMarzo , la Corte di Assise di Palermo, nell’Aula delle pubbliche udienze, sezione Terza composta dai Signori:

1. Dott. AngeloMONTELEONEPresidente

2. Dott. AngeloPELLINOGiudice

3. Sig. Giuseppe DE FRANCESCAGiudice Popolare

4. Sig. Vincenzo RESTIVOGiudice Popolare

5. Sig. MarinaLA ROSAGiudice Popolare

6. Sig. Giuseppe MANNONEGiudice Popolare

7. Sig. AldoDI VITAGiudice Popolare

8.Sig.AlfonsoMOSCATOGiudice Popolare

Con l’intervento del Sostituto Procuratore della Repubblica Dott.ssa Franca Maria Rita IMBERGAMO econ l’assistenza del Cancelliere Dott.ssa Valeria BERGAMINI riunita in Camera di Consiglio ha pronunciato la seguente: 

S E N T E N Z A

 

nel procedimento penale

 

C O N T R O

PALAZZOLO Vito fu Vito e fu Vitale Rosalia, nato a Cinisi il 29/09/1917. Arresti dom. il 29/05/1998 a seguito dell’ordinanza di

custodia cautelare n. 2013/95 N.C. e n. 1504/96 G.I.P. e n. 2056/97 Lib. – Scarcerato il 20/02/2001 per dichiarata cessazione dell’efficacia della misura cautelare – detenuto per altro presso la Casa Circondariale di Termini Imerese.

Difeso di fiducia dall’avvocato Paolo Gullo – Presente

DETENUTO per altro– PRESENTE

PARTI CIVILI COSTITUITE:

1.BARTOLOTTA Felicia ved. Impastato, nata a Cinisi il 24/05/1916, rappresentata e difesa dall’Avv. Vincenzo GERVASI del foro di Palermo, come da procura speciale in calce all’atto di costituzione di parte civile del 15/12/1989.

2.IMPASTATO Giovanni nato a Cinisi il 26/06/1953, rappresentato e difeso dall’Avv. Vincenzo GERVASI del foro di Palermo, come da procura speciale in calce all’atto di costituzione di parte civile del 15/12/1989.

3.COMUNE DI CINISI in persona del Sindaco pro-tempore Salvatore Mangiapane, rappresentato e difeso dall’Avv. PALAZZOLO Leonardo, come da procura speciale in calce all’atto di costituzione di parte civile del 3/03/1999, elettivamente domiciliato presso lo studio del predettoAvvocato, sito in Palermo Via L. Ariosto n. 34.

4.PRESIDENZA REGIONE SICILIANA in persona del Presidente pro-tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Palermo, come da procura speciale in calce all’atto di costituzione di parte civile depositata all’udienza del 15/10/1999, elettivamente domiciliata in Palermo Via A. De Gasperi n. 81.

IMPUTATO

a)del reato di cui agli artt. 110, 575, 577 n. 3 c.p. per avere (con Badalamenti Gaetano nei cui confronti si procede separatamente) quali ideatori e mandanti, in concorso tra loro e con ignoti esecutori materiali cagionato, con premeditazione, la morte di Giuseppe Impastato, con l’uso di materiale esplosivo del tipo dinitrotoluene la cui deflagrazione dilaniava la vittima provocandone l’immediato decesso.

b)del reato di cui agli artt. 81 cpv., 110 c.p., 2 e 4 legge 2 ottobre 1967 n. 895 e succ. mod.; 61 n. 2 c.p., per avere (in concorso con Badalamenti Gaetano nei cui confronti si procede separatamente)e con ignoti, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, al fine di commettere il delitto di omicidio di cui al capo che precede, illegalmente detenuto e portato in luogo pubblico materiale esplosivo del tipo dinitrotoluene.

Fatti commessi in Cinisi il 9 maggio 1978, e allo scopo di agevolare il conseguimento dei fini illeciti dell’associazione criminale denominata Cosa Nostra, avvalendosi della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento ed omertà che derivava dalla loro partecipazione alla predetta associazione mafiosa, nell’ambito della quale, all’epoca dei fatti, il BADALAMENTI Gaetano rivestiva il ruolo di capo della famiglia mafiosa di Cinisi e il PALAZZOLO Vito quella di sotto-capo della stessa.

CONCLUSIONI DEL PUBBLICO MINISTERO:

Chiede affermarsi la penale responsabilità dell’imputato Palazzolo in ordine ai reati allo stesso ascritti e ritenuti gli stessi unificati dal vincolo della continuazione e la condanna dello stesso, ai sensi della nuova disciplina del giudizio abbreviato, alla pena dell’ergastolo.

CONCLUSIONI DEI DIFENSORI DELLE PARTI CIVILI COSTITUITE:

L’Avv. Fabio CASERTA difensore della parte civile Presidenza della Regione Siciliana, chiede affermarsi la penale responsabilità dell’imputato per i reati ascritti e condannare lo stesso al risarcimento dei danni non patrimoniali arrecati alla Regione Siciliana, quantificati in 1.000.000.000, o in quella somma maggiore o minore che sarà ritenuta di giustizia. 

L’Avv. Giangiacomo PALAZZOLO sostituto processuale dell’avvocato Leonardo Palazzolo, difensore della parte civile Comune di Cinisi, chiede affermarsi la penale responsabilità dell’imputato per i reati ascritti e condannare lo stesso al risarcimento dei danni la cui quantificazione lascia alla determinazione della Corte.

L’Avv. Vincenzo GERVASI difensore delle parti civili Bartolotta Felicia e Impastato Giovanni, chiede affermarsi la penale responsabilità dell’imputato per i reati ascritti e condannare lo stesso al risarcimento dei danni non patrimoniali arrecati, quantificati in £. 6.000.000.000 per Bartolotta Felicia e £. 6.000.000.000 per Impastato Giovanni o di quella somma maggiore o minore che verrà accertata od in quella misura che riterrà equa la Corte, con una provvisionale immediatamente esecutiva per £. 1.500.000.000 per Bartolotta Felicia e £. 1.500.000.000 per Impastato Giovanni. Condannare altresì l’imputato al pagamento delle spese legali quantificate in £. 175.599.900 oltre £. 60.000 per spese.

CONCLUSIONI DEL DIFENSORE DELL’ IMPUTATO: 

L’Avv. Paolo GULLO chiede in via principale l’assoluzione dell’imputato perché il fatto non sussiste e in via subordinata l’assoluzione per non aver commessoil fatto.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto emesso dal G.U.P di questo Tribunale in data 19.04.99, PALAZZOLO Vito, come sopra generalizzato, veniva rinviato a giudizio dinanzi a questa Corte per rispondere del delitto di omicidio premeditato commesso, in qualità di mandante e in concorso con BADALAMENTI Gaetano, nonché con ignoti esecutori materiali, ai danni di IMPASTATO Giuseppe; e del connesso reato di porto e detenzione illegali di materiale esplodente del tipo dinitrotoluene: delitti commessi a Cinisi (PA) il 9 Maggio 1978, e come in epigrafe specificati.

All’udienza del 15.10.1999, si costituiva parte civile, in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro-tempore, la Regione Sicilia. A tale costituzione si opponeva la difesa dell’imputato che chiedeva altresì l’estromissione dal processo delle altre parti civili (già costituitesi all’udienza preliminare), fatta eccezione per i prossimi congiunti (la cui posizione processuale era stata stralciata all’udienza preliminare del della vittima.

La Corte, accogliendo un’articolata richiesta del P.M., disponeva un congruo rinvio in vista della possibilità di riunire il procedimento a quello pendente a carico del coimputato BADALAMENTI Gaetano, la cui posizione processuale era stata stralciata per legittimo impedimento del medesimo imputato, in quanto detenuto negli Stati Uniti per espiazione di una lunga pena detentiva comminatagli dall’Autorità Giudiziaria statunitense per il reato di traffico internazionale di stupefacenti, in esito al processo denominato “Pizza Connection”.

Dalla documentazione prodotta dal P.M. risultava infatti che la competente Autorità statunitense, pur essendo restia a concedere l’estradizione anche al solo fine e per il tempo necessario a consentire la partecipazione dell’imputato BADALAMENTI al processo a suo carico, era invece disponibile a collaborare per la celebrazione del processo a distanza, con il sistema della video-conferenza, in base al Trattato bilaterale di mutua assistenza in materia penale, vigente tra L’Italia e gli Stati Uniti d’America (Cfr. Nota 17.05.99 del Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti, prodotta, unitamente al carteggio parimenti prodotto e relativo alla domanda di estradizione ritualmente avanzata nei confronti dello stesso BADALAMENTI).

All’udienza del 26.01.2000, preliminarmente il P.M. specificava il capo d’imputazione relativo al delitto di omicidio, contestando al PALAZZOLO di averlo commesso “allo scopo di agevolare il conseguimento dei fini illeciti dell’associazione criminale denominata Cosa Nostra, avvalendosi della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento ed omertà che derivava dalla loro partecipazione alla predetta associazione mafiosa, nell’ambito della quale, all’epoca dei fatti, il BADALAMENTI Gaetano rivestiva il ruolo di capo della famiglia mafiosa di Cinisi e il PALAZZOLO Vito quella di sotto-capo della stessa”.

L’imputato, a sua volta, chiedeva di essere giudicato nelle forme e nei modi del giudizio abbreviato, ai sensi dell’art. 223 del D.Lgs n. 51 del 1998. Indi, le parti civili già costituite – e segnatamente: l’Avv. CRESCIMANNO per l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia; L’Avv. Giangiacomo PALAZZOLO per il Comune di Cinisi; l’Avv. GERVASI per il “Centro Siciliano di Documentazione”; l’Avv. SORRENTINO per il Partito di Rifondazione Comunista – e delle quali la difesa dell’imputato chiedeva l’estromissione dal processo, insistevano sulle ragioni della rispettiva costituzione.

La Corte si riservava su tutte le questioni proposte, ivi compresa l’eventuale necessità di integrazione degli atti ai fini del giudizio abbreviato, rinviando all’udienza del 4.05.2000. Nelle more il P.M. provvedeva al deposito di tutti gli atti contenuti nel proprio fascicolo, inclusa la documentazione relativa all’attività integrativa d’indagine svolta dopo l’emissione del decreto di rinvio a giudizio (Cfr. vol. 17 e ivi atti acquisiti al fascicolo del P.M. in data 5.10.99).

Con ordinanza emessa all’udienza del 4.05.2000, la Corte ammetteva la costituzione di parte civile della Regione Sicilia, mentre disponeva l’estromissione dell’Ordine dei Giornalisti, del Partito della Rifondazione Comunista e del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe IMPASTATO”.

Sulla richiesta di giudizio abbreviato avanzata dall’imputato, la Corte, verificati i presupposti di cui all’art. 223 D.Lgs.51/98, disponeva, a titolo di integrazione probatoria, l’acquisizione dei seguenti atti:

copia della sentenza emessa dalla Prima Sezione del Tribunale di Palermo nell’ambito del processo a carico di ALFANO Michelangelo e altri (c.d. Maxi-Quater), passata in giudicato;

verbali degli interrogatori resi da BUSCETTA Tommaso nel periodo Luglio-Settembre ’84;

verbale delle dichiarazioni rese da MARCHESE Giuseppe nel processo ALFANO;

certificato penale e per carichi pendenti relativo all’imputato PALAZZOLO Vito. 

Disponeva inoltre l’esame (in video-conferenza) dei collaboratori di Giustizia PALAZZOLO Salvatore, MARCHESE Giuseppe e DI CARLO Francesco.

Sono stati quindi acquisiti i verbali degli interrogatori resi da Tommaso BUSCETTA in data 23.07.’84 e 18.08.’84, nonché gli stralci prodotti dalla difesa dell’imputato degli interrogatori dello stesso BUSCETTA in data 21.07.’84 e 1°.08.’84. Ed inoltre, il verbale delle dichiarazioni rese da MARCHESE Giuseppe all’udienza 27 Marzo 1996 nell’ambito del processo ALFANO e i verbali degli interrogatori resi al G.I. dallo stesso MARCHESE sempre nell’ambito di quel procedimento.

Il P.M. ha inoltre prodotto copia dei verbali non omissati degli interrogatori resi dal collaboratore di Giustizia PALAZZOLO Salvatore in data 18.11.’94 e 23.02.94; nonché copia del verbale relativo alle dichiarazioni rese dallo stesso PALAZZOLO all’udienza dibattimentale del 18.12.’95 nell’ambito del processo ALFANO.

Si è quindi proceduto all’esame dell’imputato di reato connesso PALAZZOLO Salvatore, all’udienza del 26.06.2000; ed alla successiva udienza del 29.09.2000 è stata la volta del collaboratore di Giustizia MARCHESE Giuseppe, mentre DI CARLO Francesco non si è presentato adducendo (tramite il proprio difensore) di essere impedito per ragioni di salute. Alla stessa udienza la difesa dell’imputato ha prodotto un documento in lingua inglese a firma dell’Avv. Donald KEMPSTER, Attorney at Law con studio in Chicago in cui si asserisce che Vito BADALAMENTI (figlio di Gaetano) fu arrestato il 7 Aprile 1984 ed estradato negli Stati Uniti nel Marzo del 1985: ivi processato e assolto, fu rimesso in libertà il 19 Settembre 1988. A seguito del contrasto insorto tra le parti in ordine all’ammissibilità e comunque all’attendibilità di tale documento, volto a comprovare, nelle intenzioni della difesa, che il suddetto BADALAMENTI, arrestato insieme al padre Gaetano a Madrid, nell’ambito di un’operazione di polizia concernente un traffico internazionale di stupefacenti e sfociata poi nel processo Pizza Connection, rimase detenuto nelle carceri statunitensi fino alla data appunto del 19 Settembre 1988 e quindi per quattro anni e cinque mesi (e ciò al fine di provare documentalmente l’inattendibilità di quanto asserito dal collaboratore PALAZZOLO Salvatore circa l’epoca in cui si sarebbe incontrato con i figli di Gaetano BADALAMENTI, tra cui il predetto Vito, per ri-organizzare con loro un traffico di cocaina), la Corte ha disposto acquisirsi con il mezzo della rogatoria internazionale informazioni presso le competenti autorità statunitensi per appurare la data in cui fu rilasciato il Sig. BADALAMENTI Vito, di Gaetano, già arrestato nell’ambito del procedimento Pizza Connection il 7 Aprile 1984 a Madrid.

Alla successiva udienza del 19 Ottobre 2000, il DI CARLO si è presentato ma si è avvalso della facoltà di non rispondere. La Corte ha rinviato ancora per gli adempimenti connessi alla richiesta di rogatoria. Alla successiva udienza dl 19.12.2000, fissata anche per l’inizio della discussione, è stato disposto un nuovo rinvio non essendo ancora pervenute le informazioni richieste. Solo in data 11 Gennaio 2001 è stata trasmessa con apposita Nota del Ministero della Giustizia la documentazione acquisita in evasione alla richiesta di rogatoria.

Indi, all’udienza del 22.01.2001, dopo che la Corte ha dato atto che erano pervenute le informazioni richieste, il P.M. ha prodotto le pagg. 46 e 47 della trascrizione del verbale di interrogatorio reso da SIINO Angelo in data 13 Agosto 1997, verbale già agli atti, ma privo delle due pagine predette che concernevano proprio circostanze afferenti all’omicidio IMPASTATO, peraltro riportate nel verbale riassuntivo ritualmente depositato. Il P.M. ha chiesto altresì, sollecitando i poteri istruttori della Corte ex art. 507, di voler risentire il collaboratore di Giustizia PALAZZOLO Salvatore sulla circostanza oggetto della rogatoria internazionale, facendo presente che sulla stessa egli aveva già reso dichiarazioni perspicue nel corso dell’esame dibattimentale cui era stato sottoposto in data 18.12.95, nell’ambito del processo ALFANO e altri. Ed infine ha chiesto l’acquisizione della relazione della Commissione parlamentare Antimafia, depositata in data 6 Dicembre 2000 a conclusione dell’inchiesta parlamentare su presunte deviazioni, omissioni, negligenzeo dolosi atti di inquinamento perpetrati da apparati e servizi dello Stato proprio nell’ambito delle indagini sull’omicidio IMPASTATO.

La Corte, sentite le parti, ha rigettato la richiesta di una nuova audizione del collaboratore PALAZZOLO, mentre ha disposto l’acquisizione delle pagine mancanti del verbale di interrogatorio di SIINO Angelo e della relazione della Commissione Parlamentare Antimafia: quest’ultima in quanto utilizzabile “esclusivamente nelle parti che si risolvono in una rigorosa ricognizione o nella ricostruzione fattuale di dati, circostanze, di elementi privi di ogni connotato valutativo o quanto meno di quel connotato valutativo che spetta…che rientra nel compito della Corte, cioè in ultima analisi il giudizio sulla responsabilità, il giudizio sulla fondatezza delle imputazioni”.

All’udienza del23.01.2001, dopo che la difesa dell’imputato ha prodotto due certificati storici anagrafici relativi allo stato di famiglia di PALAZZOLO Salvatore ha avuto inizio la discussione con la requisitoria del P.M., cui hanno fatto seguito gli interventi dei difensori delle parti civili. Indi, alle udienze del 5.02.2001 e del 2.03.2001 la difesa dell’imputato ha svolto la sua arringa. Alla stessa udienza del 2.03.2001, preliminarmente, sono state acquisite due memorie già depositate, nelle more, dalla difesa del PALAZZOLO e i relativi allegati, concernenti stralci dei verbali di udienza relativi alle deposizioni rese da alcuni testi escussi nel processo “parallelo” in corso di svolgimento dinanzi alla Prima Sezione della Corte d’Assise di Palermo a carico di Gaetano BADALAMENTI (e segnatamente quelle del Prof. PROCACCIANTI, di MANIACI Anna e del fratello della vittima IMPASTATO Giovanni); nonché verbali di ispezioni dei luoghi, di S.I. e altri atti di indagine che peraltro si trovavano già contenuti nel fascicolo del P.M. ritualmente acquisito dopo che è stata disposta la definizione del processo nelle forme del giudizio abbreviato; ed ancora, stralcio del rapporto giudiziario di denunzia in data 27/11/83, a firma del C.te della Compagnia dei Carabinieri di Partitico, nei riguardi di 19 soggetti indiziati del reato di associazione mafiosa( e distinti tra appartenenti al clan definito emergente e affiliati al clan BADALAMENTI), tra i quali LIPARI Giuseppe, ivi indicato come affiliato allo schieramento facente capo a Bernardo PROVENZANO . A sua volta il P.M. ha prodotto schede di polizia relative alla posizione giuridica e ai precedenti giudiziari dell’imputato e di LIPARI Giuseppe; nonché la sentenza passata in giudicato il 3.02.2000, emessa dalla Prima Sezione della Corte d’Assise di Palermo nel processo a carico di GRECO Michele+7, relativo ad alcuni omicidi commessi ai danni di presunti affiliati al clan BADALAMENTI: atti che sono stati acquisiti con il consenso delle altre parti.

All’udienza del 5.03.2001, dopo una breve replica dell’Avv. GERVASI e dell’Avv. GULLO, sulle conclusioni formulate dal P.M. e dai difensori tutti come da verbali in atti, la Corte ha posto la causa in decisione e dopo aver deliberato in camera di consiglio, ha emesso la seguente decisione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

§1- PREMESSA: SUL FATTO E SUL RITO

Alle prime luci dell’alba del 9 Maggio 1978, in contrada Feudo di Cinisi -piccolo centro costiero a poche decine di chilometri da Palermo - venivano ritrovati i resti di un corpo umano, ridotto a brandelli, sparsi in un raggio di 300 metri intorno ai binari della strada ferrata Palermo-Trapani; e precisamente in prossimità del km. 180+30 di detta linea.

Le condizioni in cui era ridotto il cadavere, che appariva irriconoscibile potendosi dire solo che apparteneva ad un individuo di sesso maschile; l’ubicazione sparsa dei resti; l’esistenza di un buco a forma di un fosso del diametro di poco inferiore a mezzo metro, sito tra i binari della linea ferrata proprio in corrispondenza delle traverse che collegavano le rotaie; il fatto che proprio in quel punto uno dei binari era divelto mentre l’altro risultava tranciato per la lunghezza di metri 0,54 e i relativi frammenti (almeno tre repertati in apposito verbale di sequestro dai Carabinieri intervenuti sul posto) erano sparsi a distanza di cento metri da quello stesso punto: tutto ciò non consentiva alcun dubbio, fin dai primi accertamenti investigativi, circa il fatto che il corpo fosse stato dilaniato da una violentissima esplosione. Inoltre, a poche decine di metri dal punto in cui i binari risultavano così danneggiati, nello spazio antistante un casolare semidiroccato, veniva rinvenuta un’auto Fiat 850, dal cofano della quale fuoriusciva un cavo telefonico con due fili, uno di colore rosso e l’altro trasparente, già sguainati all’estremità e ancora collegato ai morsetti della batteria. (cfr. Relazione di servizio del 9.05.78,a firma del Vice-Brigadiere dei C.C. SARDO Domenico, artificiere, fg. 86 del vol. 891 degli atti contenuti nel fascicolo del P.M. e relativi al procedimento condotto secondo il “vecchio rito”). Sul lunotto dell’auto, ispezionata alla ricerca di eventuali esplosivi o di trappole esplosive, si rinveniva una matassa di cavo telefonico della lunghezza di m. 28 circa e dello stesso tipo di quello (lungo circa m. 2,80) che fuoriusciva dal cofano.

In esito al sopralluogo effettuato dai Carabinieri giunti dalla locale Stazione di Cinisi e dal vicino centro di Partinico, nonchè dal primo magistrato intervenuto sul posto (il Pretore di Carini, Dott. Giancarlo TRIZZINO), il cadavere, o meglio ciò che ne restava, grazie alla immediata identificazione della persona che aveva in uso l’auto predetta, e con l’ausilio decisivo dei resti di indumenti ed altri effetti personali, sottoposti a ricognizione da parte di alcuni prossimi congiunti del possessore dell’auto (BARTOLOTTA Fara e VITALE Felicia, rispettivamente zia e cognata: v. verbale di ricognizione del 9.05.78, aperto alle ore 12.15, fg.12-17, vol. 891), veniva identificato in quello di Giuseppe IMPASTATO: giovane militante del partito di Democrazia Proletaria, residente a Cinisie candidato nelle liste del suddetto partito alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale di Cinisi, che si sarebbero tenute di lì a pochi giorni (erano state indette per il 14 Maggio).

Quello stesso giorno, a seguito della segnalazione trasmessa con fonogramma delle ore 9.45 dal Pretore di Carini, l’Ufficio di Procura di Palermo apriva un fascicolo iscritto al nr. 1670/78/C, rubricato come “Atti relativi al decesso di IMPASTATO Giuseppe”. (Cfr. fg. 8 del vol. 891 degli atti contenuti nel fascicolo del P.M. e relativi al procedimento condotto secondo il “vecchio rito”). Il testo del fonogramma, d’altra parte, conteneva solo la rappresentazione nuda e cruda dei dati essenziali, oggettivamente rilevati sul posto, senza azzardare alcuna ipotesi di qualificazione del fatto: “Informo la S.V. che in contrada Feudo, territorio di Cinisi, in zona adiacente alla linea ferrata Palermo-Trapani, km 30+180, è stato rinvenuto cadavere irriconoscibile di persona di sesso maschile che allo stato sembra identificarsi con IMPASTATO Giuseppe, nato a Cinisi il 15.1.1948. Il cadavere è stato dilaniato da esplosione; pezzi si rinvengono in un raggio di 300 metri dalla linea ferrata. Indagini in corso. Intervenuto sul posto ho proceduto agli atti di rito e disposto trasporto resti obitorio di Carini. Resto in attesa delle disposizioni che la S.V. vorrà impartirmi”. (Cfr. fg.1 del vol. n. 891).

Dopo 181 giorni di istruzione sommaria, il P.M. Dott. SIGNORINO disponeva l’iscrizione del “processo contro ignoti” (al nr. 3379/78B) per i reati di “omicidio premeditato di Giuseppe IMPASTATO e di detenzione e porto in luogo pubblico di esplosivo”. E trasmetteva gli atti al Giudice Istruttore, perché formalizzasse l’istruttoria e cioè “per il formale procedimento contro ignoti, cui darà carico: a) del delitto previsto e punito dagli artt. 110, 575, 5777 n. 3 C.P., per avere, in concorso tra loro, cagionato mediante esplosione di dinitrotoluene la morte di IMPASTATO Giuseppe, commettendo il fatto con premeditazione; b) del reato previsto e punito dagli artt. 2 e 8 della L. 4.10.1974 n. 474, per avere detenuto e portato illegalmente in luogo pubblico materiale esplosivo (In Cinisi, il 9.05.1978)”. (Cfr. fg. 199 del vol. 891).

1.2. Le peculiarità del rito

Questo processo è il primo che, a distanza di oltre vent’anni di distanza dal fatto, si è celebrato a carico di uno dei presunti mandanti dell’omicidio del giovane militante di Democrazia Proletaria. E si è celebrato nella forma forse meno appropriata per fare piena luce sui molti punti oscuri di questa dolorosa e intricata vicenda.

Il rito abbreviato, nonostante le profonde modifiche introdotte dalla legge 16 Dicembre 1999 n. 479 (c.d.”Legge Carotti”) è un giudizio che si definisce “allo stato degli atti”. Esso non si presta per sua natura a specifici approfondimenti istruttori che possano intralciarne la finalità essenziale di assicurare una sollecita definizione del processo, dovendosi la decisione fondare sulle risultanze già acquisite e sul materiale e le fonti di prova raccolte nel corso delle indagini espletate prima (e al di fuori) del dibattimento. Restano salve le limitate possibilità di integrazione probatorie concesse dal comma 5 dell’art. 441 come modificato appunto dall’art. 29 della L. 479/99, ai sensi del quale “quando il giudice ritiene di non poter decidere allo stato degli atti assume, anche d’ufficio, gli elementi necessari ai fini della decisione”.

Tali possibilità, che questa Corte non ha mancato di sfruttare, sono ancora più limitate nella disciplina transitoria appresta dai commi 2 e 3 dell’art. 223 D.l.vo n. 51 del 1998.

Ed invero lo speciale rito adottato per la definizione di questo processo a seguito della richiesta di giudizio abbreviato avanzata dall’imputato è proprio quello delineato dal dispostodell’art. 223 del D.L.vo n. 51 del 1998, come modificato dall’art. 56 della L. 16 Dicembre 1999 n. 479 (c.d. “legge Carotti”). Tale disposto ha reso possibile una parziale applicazione della disciplina del giudizio abbreviato, che è stata profondamente rinnovata dalla legge Carotti, limitatamente ai processi in corso alla data del 2 giugno 1999. 

L’art. 223 cit., infatti, al fine di accelerare la definizione di processi giunti alla fase del giudizio per il mancato ricorso ai riti alternativi, e segnatamente al giudizio abbreviato, e comunque in vista di un obiettivo di deflazione del carico di lavoro del giudice dibattimentale, ha operato una sorta di rimessione in termini a favore degli imputati dei processi nei quali alla data del 2 giugno 1999 era già intervenuto il rinvio a giudizio, consentendo di formulare la richiesta di giudizio abbreviato fino all’effettivo inizio dell’istruzione dibattimentale (cfr. art. 223, comma 1). Si trattava in realtà di un giudizio abbreviato anomalo, nel quale venivano anticipati solo alcuni tratti della rinnovata disciplina apprestata dalla c.d. Legge Carotti. In particolare, si consentiva al giudice di indicare alle parti temi nuovi ed incompleti, e di acquisire d’ufficio i mezzi di prova ritenuti necessari ai fini della decisione (v. comma 2). Venivano inoltre richiamati gli artt. 442 e 443 C.P.P., nonché l’art. 441: ma quest’ultimo limitatamente al comma 2, che concerne gli effetti della costituzione di parte civile avvenuta dopo la conoscenza dell’ordinanza che ha disposto il giudizio abbreviato. (V. comma 3).

Nell’originaria formulazione dell’art. 223, l’instaurazione del giudizio abbreviato era ancora subordinata al consenso del pubblico ministero. Questo presupposto è stato però eliminato dall’art. 56 della L. n. 479 del 1999. Inoltre, dopo l’entrata in vigore di quest’ultimo provvedimento legislativo, l’espresso richiamo all’art. 442 c.p.p., contenuto nell’art. 223 del D.L.vo n. 51 del 1998, ha reso ammissibile il giudizio abbreviato anche nei processi in corso per reati puniti con la pena dell’ergastolo. L’art. 30 comma 1 lett. b) della L. 16 Dicembre 1999 n. 479 ha infatti integrato il secondo comma dell’art. 442 C.P.P., stabilendo che “Alla pena dell’ergastolo è sostituita quella della reclusione di anni trenta”.

(Successivamente è intervenuto il D.L. 24 Novembre 2000 n. 341, conv. con modif. in L. 19 Gennaio 2001 n.4, che ha ulteriormente integrato l’art. 442 cpv., precisando che l’espressione “pena dell’ergastolo” ivi contenuta deve intendersi riferita all’ergastolo senza isolamento diurno; mentre “alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno, nei casi di concorso di reati e di reato continuato, è sostituita quella dell’ergastolo”: sul punto si tornerà nel paragrafo relativo al trattamento sanzionatorio).

Conseguentemente, in forza della normativa transitoria apprestata dall’art. 223 D.L.vo n. 51/98 e succ. modificazioni, dopo il 2 gennaio 2000 è stato possibile accedere al rito abbreviato, anche senza il consenso del P.M., per tutti gli imputati rinviati a giudizio prima del 2 giugno 1999, a condizione che la richiesta di instaurazione del procedimento speciale fosse formulata prima dell’inizio dell’istruzione dibattimentale, come è appunto avvenuto nel caso di specie.

Ricorrendo tali presupposti, la richiesta dell’imputato assume i connotati di un vero e proprio diritto potestativo essendo insindacabile da parte del giudice fatta eccezione per il caso – che non ricorreva nella fattispecie – di una richiesta condizionata all’espletamento di un’attività di integrazione probatoria, a norma dell’art. 438

Ma quel che preme qui ribadire è che anche nell’ipotesi di cui al citato art. 223, il giudizio abbreviato rimane un rito alternativo al dibattimento che conduce ad una decisione sostanzialmente “allo stato degli atti”: si è ritenuto che nei procedimenti soggetti alla disciplina transitoria, benché non ci si trovi più nella fase dell’udienza preliminare, le finalità di rapida definizione proprie del giudizio abbreviato possano utilmente perseguirsi mediante l’eccezionale instaurazione di esso davanti al giudice del dibattimento, comportando comunque la richiesta dell’imputato l’accettazione di una decisione fondata su tutti gli elementi probatori acquisiti nel corso delle indagini, ivi compresi quelli frutto di eventuale attività integrativa svolta dopo il deposito della richiesta di rinvio a giudizio o dopo l’emissione del decreto di rinvio a giudizio. E a tal riguardo nessuna preclusione può venire dalla disposizione di cui al comma 3 dell’art. 433 C.P.P., che sembrerebbe subordinare l’inserimento della documentazione relativa all’attività prevista dall’art. 430 – ossia l’attività integrativa di indagine successiva all’emissione del decreto che dispone il giudizio – alla duplice condizione che “di essa le parti si sono servite per la formulazione di richieste al giudice del dibattimento e quest’ultimo le ha accolte”. Tale condizione limitativa infatti ha ragion d’essere in una prospettiva processuale, come quella in cui si colloca appunto il terzo comma dell’art. 430, nella quale, superata la fase dell’udienza preliminare con il rinvio a giudizio dell’imputato, le risultanze dell’attività integrativa d’indagine debbano servire da materia, presupposto e fonte di impulso all’istruzione dibattimentale.

Nella prospettiva delineata dall’art. 223 D.l.vo 51/98, invece, quella istruzione è inibita dall’adozione di un rito modellato su quello del giudizio abbreviato, e non c’è alcuno spazio per l’ipotizzata sequenza: formulazione di richieste al giudice del dibattimento, sulla base degli elementi raccolti in esito all’attività integrativa d’indagine-relativo accoglimento da parte del medesimo giudice. Ne segue che la disposizione in oggetto non appare applicabile alla fattispecie; e, al contrario, la logica che pervade e conforma un rito anomalo ma pur sempre ispirato al giudizio abbreviato è quella di una decisione “allo stato degli atti”, espressione che non può che intendersi come comprensiva di tutto il materiale probatorio e di cognizione che sia stato legittimamente raccolto e validamente acquisito nel corso delle indagini svolte fino al momento in cui è stata avanzata rituale richiesta di procedere nelle forme del rito abbreviato.

Nel caso di specie, la documentazione relativa all’attività integrativa d’indagine svolta dopo l’emissione del decreto di rinvio a giudizio del PALAZZOLO era stata in parte acquisita al fascicolo del p.m., già anteriormente alla prima udienza (cfr. atti depositati in data 5.10.99, vol 17); e, per la parte residua (v.atti di indagine e amministrativi relativi alla morte di Giuseppe IMPASTATO in possesso dell’Arma dei Carabinieri e già richiesti dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul casi IMPASTATO), è stata depositata in data 4.04.2000, ossia un mese prima dell’udienza fissata per la decisione su eventuali integrazioni probatorie; e in pari data trasmessa per essere unita al fascicolo del P.M. già depositato in vista della celebrazione del giudizio abbreviato. Inoltre, già all’udienza del 26.01.2000, il P.M., nell’assicurare che avrebbe ottemperato all’invito a depositare il proprio fascicolo “dopo l’udienza in cancelleria”, ha precisato che avrebbe depositato appunto il fascicolo già depositato contestualmente alla richiesta di rinvio a giudizio, “ed è quello che noi porteremo, con l’attività integrativa di indagine che abbiamo svolto successivamente, all’attenzione di questa Corte” (cfr. pag. 42 del verbale di trascrizione udienza del 26.01.2000).

E all’udienza del 4.05.2000, la difesa dell’imputato ha formulato le proprie richieste a sollecitazione dei poteri di integrazione probatoria della Corte, nulla eccependo in ordine all’ammissibilità della documentazione prodotta dal P.M. che è stata quindi ritualmente acquisita ad integrazione del fascicolo già depositato.

1.3. Il materiale probatorio tra specialità del rito, pregressi depistaggi e rinnovata lealtà processuale

1- Resta il fatto che, come già detto, lo speciale rito con cui si è celebrato il presente giudizio si pone per definizione in alternativa al dibattimento. Esso non offre né le garanzie né le opportunità - che sono invece tipiche dell’istruzione dibattimentale, mediante cui la prova si forma effettivamente nel contraddittorio delle parti – di un metodo di progressione nella conoscenza dei fatti e nell’accertamento della verità attraverso un vaglio critico delle fonti di prova, qual può essere assicurato solo dal confronto diretto tra le ragioni dell’accusa e le contro-deduzioni della difesa, e un approfondimento delle loro risultanze, nell’atto stesso in cui la prova va ad assumersi. Un metodo che non è sempre e solo funzionale all’interesse sostanziale e alle garanzie dell’imputato; ma è, prima di tutto, il più proficuo al fine di accertare la verità dei fatti e individuare le eventuali responsabilità.

L’impraticabilità di questo metodo, ovvero il fatto che gran parte del materiale probatorio si è formato al di fuori del contraddittorio e del controllo diretto del giudice chiamato poi a valutarne le risultanze a distanza anche di vent’anni, non è un limite di poco conto, nel caso di specie, ove si consideri che una parte cospicua di quel materiale – e segnatamente gli elementi raccolti e, in misura forse ancora più incisiva, quelli omessi nei primi accertamenti investigativi effettuati nell’immediatezza del fatto e in quelli che seguirono nelle settimane e nei mesi successivi - risulta confezionato nel corso di indagini su cui grava l’intollerabile sospetto di un sistematico depistaggio o comunque di una conduzione delle stesse viziata da uno sconcertante coacervo di omissioni negligenze ritardi mescolati ad opzioni investigative preconcette che ne avrebbero condizionato ed alterato la direzione e lo sviluppo.

Un sospetto tutt’altro che remoto e pretestuoso se è vero che esso ha portato alla costituzione, nell’ambito dei lavori della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari” istituita con legge 1° Ottobre 1996 n. 509, di un “Comitato di lavoro sul caso IMPASTATO”, con il compito di “condurre un’approfondita indagine sulle vicende connesse alla morte di Giuseppe IMPASTATO, militante di Democrazia Proletaria”. E la seconda e la terza parte della relazione depositata dal Comitato a conclusione dei propri lavori sono dedicate proprio ad una “minuziosa ricostruzione delle indagini dei carabinieri della stazione di Cinisi e del reparto operativo del gruppo di Palermo, intervenuti sul luogo dove fu trovato il corpo dilaniato di Peppino IMPASTATO e dei magistrati che diressero le indagini”: ciò al fine di “comprendere se, a partire dalle prime fasi delle indagini, ci siano state anomalie nel comportamento degli Inquirenti che abbiano determinato sottovalutazioni o incomprensioni di quanto in realtà era accaduto oppure se vi fossero state deviazioni e depistaggi” (cfr. pag. 6 della Relazione in atti).

Al di là delle conclusioni cui è pervenuta la Commissione parlamentare d’inchiesta, che non compete a questa Corte di valutare, quel sospetto, come si vedrà, ha trovato più d’una conferma all’esito di un accurato esame degli atti riservati in possesso dell’Arma dei Carabinieri e del compendio degli atti relativi, in particolare, alla fase delle indagini espletate dal reparto operativo dei Carabinieri sotto la diretta direzione dell’allora magg. SUBRANNI, che ne compendiò i risultati nei due rapporti giudiziari datati 10 e 30 Maggio 1978. In essi si esprime e ribadisce il convincimento che “IMPASTATO Giuseppe si sia suicidato compiendo scientemente un attentato terroristico, così come si ritiene che non sia emerso alcun elemento che conduca ad una diversa conclusione”.

In realtà, già alla data di stesura del primo rapporto erano emersi elementi che smentivano o quanto meno ponevano seriamente in dubbio l’attendibilità di quell’ipotesi: peraltro, fondata esclusivamente sul rinvenimento di una lettera autografa in cui l’IMPASTATO sembrava esprimere propositi suicidi legati ad una profonda frustrazione per il fallimento del suo impegno politico e della sua stessa concezione della politica. In particolare, le testimonianze e i circostanziati esposti di amici compagni di partito e stretti congiunti dell’IMPASTATO, oltre ad escludere, anche sulla base di una dettagliata ricostruzione dell’impegno e del fervore profusi negli ultimi frenetici giorni di campagna elettorale, nonché dei suoi progetti immediati che lo stesso potesse nutrire propositi suicidi; e a fornire elementi che consentivano di datare ad almeno sette mesi prima del fatto, e cioè a Novembre ’77, la lettera; mettevano l’accento sulla campagna di appassionata contro-informazione e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi della lotta alla mafia e al ripristino della legalità; sul tenore delle sue implacabili denunzia di speculazioni edilizie e collusioni tra amministratori locali ed esponenti mafiosi ben identificati; e sulle minacce che per questo suo appassionato impegno politico e civile l’IMPASTATO aveva ricevuto negli ultimi tempi. Elementi che avrebbero dovuto quanto meno indurregli Inquirenti a sondare la possibilità di una causale alternativa a quella del suicidio, mentre nessun concreto atto di indagine venne compiuto in direzione della c.d. “pista mafiosa”, per tutto il corso dell’istruzione sommaria.

2- Detto questo, si deve tuttavia alle peculiarità del rito e allo spirito di leale e fattiva collaborazione tra tutte le parti – a anche a chi, come il Centro Siciliano intestato alla memoria di Giuseppe IMPASTATO, dal processo è stato estromesso per difetto di legittimazione all’azione risarcitoria; ma un prezioso contributo ha dato, nel corso degli anni, alla raccolta sistematica di un prezioso materiale informativo – la possibilità che al processo abbiano avuto accesso le fonti più disparate e comunque utili a fornire elementi di conoscenza dei fatti: dalle cassette contenenti l’audioregistrazione di alcune trasmissioni radiofoniche concernenti il programma “Onda Pazza”, ideato e condotto dallo stesso IMPASTATO (e relative trascrizioni); al Pro-memoria a cura della redazione di Radio Aut, che fu consegnato al G.I. Dott CHINNICI; al dossier “Notissimi Ignoti” a cura del Centro Siciliano di documentazione (e allegata documentazione giornalistica, in essa compresa gli articoli di giornale che fotografano i momenti salienti delle prime indagini sul caso IMPASTATO; o notiziano delle vicende relative alla catena di delitti che insanguinarono Cinisi e dintorni, tra il 1981 e il 1984, nell’ambito della c.d. “guerra di mafia”; ma documentano altresì lo sviluppo delle indagini su alcuni casi di abusivismo edilizio a Cinisi, esplosi a seguito o nell’ambito delle indagini sul delitto IMPASTATO); alla testimonianza di Felicia BARTOLOTTA (madre di Giuseppe IMPASTATO) raccolta il 1° Dicembre 1984 in forma di libro-intervista (“La Mafia in casa mia”, a cura di Anna PUGLISI e Umberto SANTINO, ed. LA LUNA, Palermo 1986).

Parimenti deve darsi atto alla pur puntigliosa e talora pungente Difesa dell’imputato di avere accettato, senza pretestuose riserve o eccezioni di inammissibilità della documentazione prodotta ex adverso, di confrontarsi apertamente anche sulle risultanze delle fonti processualmente meno ortodosse, come quelle sopra richiamate. Si tratta peraltro di atti ammissibili come prove documentali, nella parte in cui ricostruiscono rapporti e conservano memoria di fatti e circostanze assurti a dignità di notorio in ambito locale, ovvero oggetto di conoscenza diretta da parte di chi ne ha riferito; o utili a ricostruire, alla stregua di una fonte storiografica, e attraverso il racconto dei suoi prossimi congiunti o degli amici e compagni di partito che ne avevano condiviso passione politica ed impegno civile, sia la personalità della vittima che il retroterra familiare (e, non ultimo, il clima di tensione e crescente preoccupazione e sfiducia con cui venne seguita la prima fase delle indagini) 

3- Ancora in via preliminare, non ci si può esimere da un’ulteriore considerazione.

Secondo la prospettazione accusatoria, di cui fa fede il tenore stesso dell’imputazione di cui al capo a), quello di Giuseppe IMPASTATO è un omicidio di stampo mafioso per la logica in cui si inscrive, per la sua specifica causale e per l’identità di mandanti ed esecutori. Più precisamente,esso “fu voluto da Gaetano BADALAMENTI da Vito PALAZZOLO e da altri soggetti rimasti ignoti, per eliminare uno strenuo “oppositore delle strategie mafiose sul territorio di Cinisi e su territori a questo limitrofi”; e per far tacere una voce che aveva avuto l’impudenza di accusare ripetutamente Gaetano BADALAMENTI, nella sua qualità di boss riconosciuto di Cinisi, di vari crimini, tra cui il traffico di droga, giungendo anche a dileggiarlo con una satira dissacrante nel corso di numerose puntate del programma radiofonico “Onda Pazza”, trasmesso dai microfoni di Radio Aut (e ciò nel quadro di una campagna di denunzie mirate e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica locale condotta attraverso comizi in piazza, diffusione di volantini o ciclostilati, mostre fotografiche, articoli di stampa, interviste a radio locali ma anche un programmi radiofonici a carattere satirici).

Questo processo, dunque, nasce mutilato della presenza e della partecipazione del suo principale imputato. Sarebbe infatti Gaetano BADALAMENTI, secondo la prospettazione accusatoria testè richiamata, il principale artefice della deliberazione criminale - cui PALAZZOLO Vito avrebbe concorso nella sua qualità di braccio destro dello stesso boss di Cinisi - di uccidere il giovane militante di Democrazia Proletaria. E ciò per la sua autorità di capo della famiglia mafiosa di Cinisi; ma anche perché era proprio lui il principale bersaglio della campagna di denunzie e istigazioni alla ribellione civile (contro un ordine costituito basato sulla connivenza tra pubblici poteri e prepotenza mafiosa) condotta anche con lo strumento di una satira dissacrante.

In effetti, in data 27 Maggio 1997 l’Ufficio di Procura aveva avanzato richiesta di rinvio a giudizio congiuntamente nei riguardi di Gaetano BADALAMENTI e di Vito PALAZZOLO. Ma lo stralcio della posizione del primo per la sua condizione di detenzione nelle carceri statunitensi, assunta a legittimo impedimento alla sua partecipazione all’udienza preliminare (v. verbale di udienza del 10 Marzo ’99, vol. 16, fascicolo degli atti relativi all’udienza preliminare); e poi, dopo che lo stesso BADALAMENTI aveva chiesto il giudizio immediato (effettivamente disposto dal G.U.P. con decreto del 23.11.99), la scelta processuale del PALAZZOLO in favore del rito abbreviato – scelta non ripetuta dal coimputato BADALAMENTI- hanno determinato l’impossibilità di una trattazione congiunta delle due posizioni. Posizioni che restano però inscindibilmente connesse, nella prospettiva sopra delineata, con la conseguenza che diventa inevitabile la rilevanza e talora la pregiudizialità di accertamenti e valutazioni che involgono la responsabilità dell’imputato nei cui confronti si procede separatamente per il medesimo fatto.

E’ anche vero, però, che, paradossalmente, la scelta del rito abbreviato, che per sua natura comunque minimizza gli spazi per l’instaurazione del contraddittorio nella formazione della prova, elevando al rango di fonti di prova anche gli atti compiuti e le risultanze acquisite nella fase delle indagini, finisce per fugare le ombre o i rischi che da quell’assenza potrebbero discendere ai fini di un più compiuto e corretto svolgimento della dialettica processuale.

Né appare secondaria, per ovvie ragioni, la circostanza cheil difensore del BADALAMENTI è lo stesso che ha qui egregiamente difeso il PALAZZOLO.

1.4. Un delitto di mafia: risvolti umani e implicazioni politico-istituzionali della vicenda umana.

La morte di Giuseppe IMPASTATO è il tragico epilogo di una vicenda che presenta anche dolorosi risvolti umani per l’insanabile contrasto che opponeva, con effetti laceranti per l’intero nucleo familiare, lo stesso Giuseppe al padre. Luigi IMPASTATO, come si evince dalle sofferte testimonianze dei suoi più stretti congiunti – prima ancora che dalle dichiarazioni convergenti di numerosi collaboratori di Giustizia – era infatti pienamente inserito nei circuiti mafiosi locali, in forza dei suoi rapporti di conoscenza, di abituale frequentazione, e di personale amicizia (oltre a vincoli di parentela o affinità) con diversi personaggi legati a Cosa Nostra o accreditati addirittura di ruoli di spicco nell’ambito di quell’organizzazione criminale (da Cesare MANZELLA, suo cognato, e ritenuto il capo mafia di Cinisi fino al momento della sua morte, avvenuta per l’esplosione di un auto-bomba, a Gaetano BADALAMENTI). Ed è emerso come egli osteggiasse le concezioni e scelte di vita che ponevano il figlio Giuseppe su di una sponda opposta: quella cioè di un impegno civile e di una militanza politica incentrata sul tema della lotta alla mafia, e che non risparmiava strali e accuse pubblicamente rivolte a parenti, conoscenti e amici personali del padre. Un contrasto, peraltro, che rende ancora più toccante la disperata testimonianza d’affetto che si ricava da alcune frasi attribuite allo stesso Luigi da una cugina americana (BARTOLOTTA FELICIA, intesa Vincenzina) cui egli avrebbe esternato, in occasione di un viaggio per far visita ad alcuni parenti residenti negli Stati Uniti, tutta la sua angoscia e preoccupazione per la sorte del figlio, insieme al fermo proposito di difenderlo anche a costo della propria vita.

Il delitto IMPASTATO è stato anche un caso politico: per la personalità della vittima, che era un attivo militante di estrema sinistra nonché candidato alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Cinisi per il partito di Democrazia proletaria; e per le polemiche e le recriminazioni seguite al disorientamento e alle contrastanti reazioni che i dubbi e gli interrogativi sulla sua morte avevano provocato in seno all’opinione pubblica e alle formazioni politica della stessa sinistra (parlamentare e non), complice anche una certa iniziale subalternità degli organi di stampa alle notizie e valutazioni a senso unico fatte filtrare fin dai primi giorni successivi al fatto dagli Inquirenti, che accreditavano con decisione l’ipotesi del suicidio legato ad un attentato terroristico, quando invece le prime risultanze investigative (v. le deposizioni di numerosi amici e compagni di militanza dell’IMPASTATO, oltre a quelle dei suoi familiari; e l’esito negativo delle massicce perquisizioni domiciliari a casa IMPASTATO e nell’abitazione della zia, BARTOLOTTA Fara, presso cui la vittima dimorava, nonché nei riguardi degli stessi militanti o presunti appartenenti al suo gruppo politico) e la necessità di intraprendere alcuni basilari e preliminari accertamenti rendevano quanto meno prematura ed azzardata qualsiasi conclusione.

E’ stato ed è anche un caso non scevro da co-implicazioni istituzionali, come dimostra il fatto stesso che sia stata istruita un’apposita indagine parlamentare, per la necessità di far luce su inspiegabili ritardi e vistose omissioni e lacune nella conduzione delle indagini (almeno sino alla formalizzazione dell’istruttoria) ed il tremendo sospetto, insinuatosi via via che nuovi elementi di conoscenza e spezzoni di verità affioravano a corroborare l’ipotesi del delitto di stampo mafioso, che i probabili responsabili possano aver goduto di coperture o connivenze omertose o atteggiamenti altrimenti compiacenti all’interno delle forze dell’ordine e degli apparati dello Stato preposti alle indagini.

Ebbene, dei risvolti umani della vicenda e delle implicazioni predette questa Corte ha tenuto conto al limitato fine di sceverarne per quanto possibile elementi di conoscenza e di comprensione dei fatti, con particolare riguardo alla personalità della vittima, alla sua vicenda personale e politica e al contesto storico e ambientale in cui questa si è snodata; e quindi anche alla possibile causale del delitto, nonché, preliminarmente, alla qualificazione (come tale) del fatto. Ma tutto ciò avendo cura, al contempo, di bandire dal proprio orizzonte valutativo qualsiasi condizionamento o suggestione che potesse preludere alla formazione di un pregiudizio, in un senso o nell’altro, nella valutazione delle responsabilità individuali e, prima ancora, in ordine alla stessa configurazione del fatto.

§2.- ITER DELLA VICENDA GIUDIZIARIA: dall'ipotesi del suicidio alla certezza dell'omicidio.

2.1. Il fatto e le risultanze dei primi accertamenti 

Ma il caso IMPASTATO è stato anzitutto oggetto di una storia giudiziaria complessa e travagliata quant’altre mai, delle quale vanno ripercorse le tappe salienti, a partire dal suo primo capitolo, che è consacrato nella sentenza ordinanza emessa dal Consigliere Istruttore Dr. Antonino CAPONNETTO il 19.05.1984.

La sentenza contiene un’accurata ricostruzione dei fatti e delle indagini espletate fino ad allora: la più puntuale possibile sulla scorta delle risultanze dei primi accertamenti investigativi e di fonti del tutto autonome e distinte dalle successive rivelazioni dei collaboratori di Giustizia (e relative indagini a riscontro) e dagli ulteriori particolari e retroscena disvelati dai congiunti della vittima.

Essa dichiarava non doversi procedere in ordine ai delitti di omicidio premeditato in danno di Giuseppe IMPASTATO e di detenzione e porto illegali di esplosivo per esserne rimasti ignoti gli autori, con ciò ponendo come punto fermo e acclarato che di omicidio si era trattato.

Nella parte motiva, e con argomenti fondati sull’esito degli accertamenti tecnici espletati – e segnatamente, consulenza medico legale e indagine balistica – sulle risultanze delle numerose deposizioni testimoniali e su stringenti considerazioni logiche, viene decisamente disattesa l’ipotesi di un suicidio o di un incidente comunque legato ad un attentato terroristico messo in atto dallo stesso IMPASTATO; e si perviene piuttosto alla conclusione che questi “è rimasto vittima di un efferato omicidio, attuato con modalità tali da far attribuire la morte ad un deliberato atto omicida o ad un’accidentale esplosione, e comunque nel quadro di un attentato dinamitardo, e da farne quindi derivare discredito, al tempo stesso, al movimento politico di cui la vittima era il principale esponente della zona.”.

Inoltre, dalla premessa parimenti acclarata che il giovane IMPASTATO aveva “incentrato il suo impegno di lotta contro le prevaricazioni, gli abusi e gli illeciti di taluni amministratori, e – soprattutto – di ben individuati gruppi e personaggi mafiosi”, si ricava, per logica induzione, il più che ragionevole convincimento che “proprio in questi ambienti sia stata decisa e attuata la soppressione di un così irriducibile accusatore”.

Orbene, dalle ragioni e dalle argomentazioni su cui si fondavano simili conclusioni, che questa Corte ritiene di dover condividere, occorre prendere le mosse, con il conforto, se del caso, di testuali richiami alla motivazione della stessa sentenza, posto che si tratta pur sempre di una sentenza istruttoria di non doversi procedere e come tale inidonea a dispiegare efficacia di giudicato pure in ordine a quanto accertato in punto di fatto; e considerato che la difesa dell’odierno imputato ha rimesso in discussione anche il punto che si dava per definitivamente assodato, riproponendo in pratica l’ipotesi del suicidio o, in subordine, dell’esplosione accidentale comunque legata ad un progetto di attentato dinamitardo.

Va detto subito che tale ipotesi, consacrata nei due rapporti datati 10 e 30 Maggio 1978 a firma dell’allora Maggiore SUBRANNI, Comandante del reparto Operativo dei Carabinieri che personalmente diresse le prime indagini, tramonta definitivamente, come già ricordato, a conclusione dell’istruzione sommaria. E lo stesso Maggiore SUBRANNI, che ne era stato il più strenuo sostenitore, nelle deposizioni rese all’A.G. in data 25.12.80 e 16.07.82, ammise l’erroneità del suo iniziale convincimento, riconoscendo che gli elementi emersi dallo sviluppo delle successive indagini comprovavano che non si era trattato di suicidio, bensì di un vero e proprio omicidio premeditato:

nella prima fase delle indagini , si ebbe il sospetto che l'Impastato morì nel momento in cui stava per collocare un ordigno esplosivo lungo la strada ferrata. Questi sospetti, però, vennero meno quando, in sede di indagini preliminari, svolte da Magistrati della Procura, emersero elementi che deponevano più per l'omicidio dell'Impastato che per una morte accidentale cagionata dall'ordigno esplosivo. Dalle indagini a suo tempo svolte, emerse in maniera certa che l' Impastato era seriamente e concretamente impegnato nella lotta contro il gruppo di mafia capeggiato da Gaetano Badalamenti che l'Impastato accusava di una serie di illeciti, anche di natura edilizia. In ordine a quest'ultima circostanza, muoveva anche accuse ad un certo Finazzo da lui ritenuto mafioso e legato al Badalamenti.”.(v.fg. 110, vol. II).

In realtà, gran parte degli elementi emersi dalle indagini dei magistrati della Procura e dell’Ufficio Istruzione di Palermo, cui allude l’Ufficiale sunnominato, erano già stati acquisiti nel corso dei primi accertamenti investigativi e figuravano agli atti in possesso degli Inquirenti già alla data di stesura del primo rapporto SUBRANNI o, quanto meno, all’epoca del suo secondo rapporto. Essi però scontarono una sorta di avversione preconcetta degli stessi Inquirenti a dare credito a causali del fatto diverse e alternative all’ipotesi dell’attentato terroristico, che fu formulata nell’immediatezza del fatto, e cioè la stessa mattina del 9 Maggio ’78, prima ancora di attendere l’esito degli accertamenti preliminari e quando ancora era in corso la pietosa raccolta dei resti del povero IMPASTATO. Lo prova il fonogramma urgente a firma del Dott. Gaetano MARTORANA (allora procuratore aggiunto) trasmesso al Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo appunto il 9 Maggio. Non vi è indicato l’orario, ma dal suo contesto si evince che non era stato ancora formalizzato il riconoscimento del cadavere che avvenne, come sappiamo, alle 12.15 di quella stessa mattina. Dalle testimonianze rese alla Commissione parlamentare di inchiesta sul caso IMPASTATO abbiamo appreso che, in effetti, quella mattina fu tenuto un summit presso il Comando della Stazione dei carabinieri di Cinisi, alla presenza di alti ufficiali dell’Arma e dei magistrati della Procura di Palermo investiti del caso, mentre erano in corso le operazioni di rito – tra cui appunto il riconoscimento del cadavere – cui era stato delegato il Pretore di Carini (cfr. stralcio del verbale di audizione del Dott. TRIZZINO in data 25 Novembre 1999, pagg.43-44 e pag. 107, nt. 180 della Relazione in atti).

I risultati di quella riunione, e quale fosse l’atteggiamento degli Inquirenti che vi presero parte, sono ben riflessi e condensati nel testo del fonogramma a partire dalla sua titolazione:

“OGGETTO: Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda- Morte di persona allo stato ignota, presumibilmente identificatesi in IMPASTATO Giuseppe, nato a Cinisi il 15.01.1948”.

“A norma dell’art. 233 c.p.p. informo l’E.V. di quanto segue:

Verso le ore 0.30- 1 del 9.05.1978, persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificatesi in tale IMPASTATO Giuseppe, in oggetto generalizzato, si recava a bordo della propria autovettura FIAT 850 all’altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo, che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore.”

“La ricognizione dei luoghi effettuata dal Pretore di Carini accertava che il cadavere, di cui rimangono due tronconi degli arti inferiori ed una mano, è stato dilaniato dall’onda d’urto dell’esplosivo, spandendo i resti nel raggio di 300 metri dalla linea ferrata, che rimaneva danneggiata.”

“Sul luogo, ad una distanza di circa 50 metri dalla linea ferrata, veniva rinvenuta l’autovettura dell’IMPASTATO con un cavo telefonico applicato alla batteria e, nel punto posteriore, una trentina di metri dello stesso filo, presumibilmente da collegare alla carica esplosiva per chiudere il circuito e provocare l’esplosione.”

“I CC. del Reparto Operativo del Gruppo di Palermo, prontamente intervenuto, procedevano a perquisizione domiciliare presso l’abitazione dell’IMPASTATO, rinvenendo, tra l’altro, una lettera con la quale il predetto IMPASTATO manifestava propositi suicidi.”

“Di conseguenza, le indagini del caso vengono espletate tenendo presente sia l’ipotesi del suicidio che quella dell’attentato dinamitardo.”

“E’ da tenere presente che dalle informazioni raccolte sul posto da questo Ufficio, intervenuto prima in persona del Sost. Procuratore della repubblica dr. Domenico SIGNORINO e poi in persona del sottoscritto, l’IMPASTATO risulta appartenente al movimento di estrema sinistra “Democrazia proletaria”, di cui peraltro era segretario politico e candidato alle prossime elezioni amministrative.”

“Mi riservo ulteriori notizie”.

2.2. Le suggestioni del clima storico politico e l'ipotesi dell'attentato terroristico.

Da questo documento si evince che la tesi del suicidio legato ad un attentato terroristico viene subito sposata dagli Inquirenti come unica spiegazione plausibile del fatto, e quindi con accenti di certezza. L’unico dubbio che sembra residuare attiene alla sussistenza del proposito suicida, lasciandosi intravedere la possibilità di una morte accidentale del presunto attentatore. E si evidenziano altresì gli elementi da cui traeva origine quel convincimento, che sarà poi ribadito nei rapporti giudiziari del Magg. SUBRANNI, ma soprattutto la componente di tacito pregiudizio politico-ideologico che ne faceva un atteggiamento preconcetto: 1)il potente esplosivo il cui scoppio ha dilaniato “lo stesso attentatore” era stato collocato sulla linea ferrata; 2) il meccanismo di innesco della carica esplosiva appariva riconducibile al cavo di tipo telefonico applicato alla batteria dell’auto dell’IMPASTATO, dal cui cofano fuoriuscivano appunti dei fili; 3) il rinvenimento a casa della zia, BARTOLOTTA Fara, presso cui lo stesso IMPASTATO dimorava, di una lettera in cui egli manifestava propositi suicidi.

Ma particolare risalto veniva conferito alla collocazione e al ruolo politici di Giuseppe IMPASTATO, qualificato come militante ed elemento di spicco di una formazione politica di estrema sinistra. Per comprendere come questo dato assumesse una precisa connotazione indiziaria, tanto da essere segnalato a coronamento di un quadro ricostruttivo tutto incentrato sull’ipotesi dell’attentato terroristico; e quanto possa aver pesato nel determinare gli Inquirenti a dare un peso preponderante a quell’ipotesi, bisogna riportarsi alla drammatica temperie storico-politica di quegli anni, anzi di quei giorni.

Proprio la mattina del 9 Maggio 1978, il Paese è scosso dalla notizia del rinvenimento del cadavere dell’on. MORO, trucidato dalle Brigate Rosse: si concludeva così nel modo più cruento la tragica vicenda iniziata circa due mesi prima, e precisamente il 16 Marzo 1978, del sequestro del presidente del partito di maggioranza relativa (e della strage della sua scorta) che segnò il punto culminante della strategia di attacco terroristico allo Stato – intrapreso con l’omicidio del procuratore generale di Genova COCO nel Giugno 1976 - ad opera delle Brigate Rosse e di altri gruppi armati, sedicenti avanguardie di una vagheggiata rivoluzione proletaria. (Una vicenda che angosciò e divise l’opinione pubblica e le forze politiche, che dilaniò le coscienze, costringendo a scelte impietose; e che pesò in modo decisivo sugli equilibri e i successivi sviluppi del quadro politico e istituzionale.).

Già l’anno precedente si era chiuso con l’assassinio del vice-direttore de “La Stampa” Carlo CASALEGNO (ferito a morte il 16 Novembre), cui era seguita l’uccisione il 29 Dicembre a Bari dello studente della Federazione Giovanile Comunista Italiana, PATRONE, ad opera di neo-fascisti. In precedenza, le Brigate Rosse avevano assassinato il presidente dell’ordine degli avvocati di Torino (28 Aprile) e ferito alle gambe diversi e autorevoli personaggi del mondo dell’informazione (il 1° Giugno a Genova il vice-direttore del Secolo XIX, BRUNO; il 2 Giugno,a Milano, il direttore del Giornale Nuovo, MONTANELLI; e il giorno dopo a Roma, il direttore del TG1, ROSSI). Ma va sottolineato,soprattutto, che nel 1977, complessivamente, si registrarono 2.128 attentati, e cioè il doppio di quelli compiuti l’anno precedente; e la ripresa delle attività terroristiche (di sinistra, ma anche di destra: compaiono nuove sigle ed organizzazioni clandestine del terrorismo nero, come i N.A.R. e Terza Posizione), nel contesto di una generale radicalizzazione degli antagonismi sociali sotto i colpi di una pesante crisi economica e di un’inflazione galoppante, si salda, proprio in quell’ anno con una nuova esplosione della protesta studentesca: nasce il movimento c.d. del ’77 che inizialmente teorizza la necessità di riappropriarsi della sfera dei bisogni personale e di valorizzare la dimensione privata, ma presto sviluppa, nelle sue frange più organizzate, l’inclinazione allo scontro e alle violenze di piazza. Tra il 7 e l’11 Marzo, Bologna è sconvolta dalla guerriglia urbana: nel corso di scontri con la polizia, muore uno studente di Lotta Continua, LORUSSO. Nella manifestazione di protesta che ne seguì a Roma, il 12 Marzo, ancora violenti scontri e il 21 Aprile sempre a Roma da un corteo di autonomi sono esplosi colpi d’arma da fuoco e muore l’Agente di Polizia PASSAMONTI. Le eccezionali misure di ordine pubblico adottate danno la misura della gravità della tensione: per il periodo 22 Aprile-31 Maggio 1977, su disposizione del Ministro degli Interni, è vietata su tutto il territorio nazionale qualsiasi manifestazione di piazza. Ma nonostante il divieto, il 12 Maggio, su iniziativa dei radicali, si svolge a Roma una manifestazione per celebrare l’anniversario della vittoria abortista: durante una carica della polizia, la studentessa Giordana MASI rimane uccisa per un colpo d’arma da fuoco. Il 1° Ottobre, una manifestazione antifascista seguita all’uccisione dello studente di Lotta Continua Walter ROSSI degenera in atti di violenza: viene incendiato un bar frequentato da giovani neofascisti, e uno di loro muore.

Anche il 1978 si apre nel segno di una recrudescenza della violenza terroristica e squadrista, che si avvia ormai ad essere una variabile indipendente delle vicende politiche nazionali ed un fattore abituale di malessere e angoscia, fino al limite dell’assuefazione, nella coscienza e nel sentire diffuso. Il 4 Gennaio viene assassinato il capo dei sorveglianti della FIAT di Cassino e l’omicidio è rivendicato da un gruppo denominato “Operai armati per il comunismo”. Il 7 gennaio, extraparlamentari di sinistra uccidono a Roma due militanti del Fronte della Gioventù, Franco BIGONZETTI e Francesco CIAVATTA. Negli scontri che seguono con la polizia (e con gruppi di “autonomi”), resta ucciso lo studente missino Stefano RECCHIONI. (Né mancano pesanti implicazioni politiche del clima di radicalizzazione della conflittualità sociale: il 12 Gennaio il Dipartimento di Stato americano invita i “leaders democratici” dell’Occidente ad evitare alleanze con i comunisti; il 16 gennaio il Presidente del Consiglio in carica, G. ANDREOTTI, rassegna le dimissioni. Su impulso dell’on. MORO vengono avviate difficili trattative per la formazione di una maggioranza programmatica favorevole ad un governo monocolore a guida democristiana, ma con l’appoggio esterno del P.C.I.).

Ed ancora, il 20 Gennaio le “Unità comuniste combattenti” uccidono a Firenze un poliziotto. Il 14 Febbraio tornano in scena le Brigate Rosse, uccidendo a Roma il consigliere di cassazione Riccardo PALMA. E il 10 Marzo a Torino, dove si è finalmente aperto il primo storico processo alle stesse Brigate Rosse, uccidono un testimone, Rosario BERARDI, Maresciallo di Polizia. Indi il 16 marzo, sequestrano l’on. MORO trucidando i cinque uomini della sua scorta. (Proprio quella mattina la Camera era riunita per ascoltare le dichiarazioni programmatiche e votare la fiducia al nuovo Governo ANDREOTTI).

Anche nelle settimane e nei mesi che seguono la tragica mattina del 9 maggio ’78, la violenza terroristica proseguirà, peraltro, a scandire con lugubre puntualità le cronache del tempo.

Le B.R. uccidono: il 21 Maggio, il capo dell’antiterrorismo della questura di Genova, Antonio ESPOSITO; il 6 Giugno, ad Udine, un maresciallo delle guardie carcerarie; e il 10 Ottobre, a Roma, il Direttore degli Affari Penali delMinistero di Giustizia, Girolamo TARTAGLIONE. L'8 Novembre, a Patrica, presso Frosinone, vengono assassinati, in un agguato rivendicato dalle “Formazioni comuniste combattenti”, il procuratore capo della Repubblica, Fedele CALVOSA, un agente e l’autista.

Infine, il 15 Dicembre, a Roma, “guerriglia comunista” uccide (per sbaglio) un giovane.

(Cfr. cronologia degli avvenimenti in “L’Italia Contemporanea”, Storia d’Italia a cura di G. SABBATUCCI e V. VIDOTTO, LATERZA 1999, pagg. 623-626; e, a cura di Luca PES, in S. LANARO, Storia dell’Italia Repubblicana, pagg.522-525, , ED. MARSILIO 1992).

Così un autorevole storico riassume il clima di tensione e di esasperata conflittualità socialeideologica che percorre e lacera l’inquieta società italiana in quegli anni, modificandone anche costumi e mentalità:

“Nel tempo si consolidarono alcuni rituali : il vocabolario elementare erano le occupazioni, i cortei e le manifestazioni, più o meno militanti, ossia più o meno violente. Seguirono gli espropri proletari, il gesto delle armi e le armi stesse. Il terrorismo codificherà la cospirazione, la setta, la clandestinità, il gesto estremo.

“Nessun paese europeo conobbe una stagione così insistita e prolungata di conflitti sindacali e non, una così ricca varietà di forme e di livelli di protesta. Nessun paese europeo conobbe un terrorismo politico, di destra e di sinistra, attivo per un periodo così lungo e con un costo in vite umane così elevato. Solo l’Italia conobbe un’area così ampia di indulgenza per le forme di violenza sovversiva e un così lungo consenso, o tolleranza di fatto, per il terrorismo di sinistra: agli occhi di molti militanti i terroristi compivano errori teorici e ideologici, di strategia e di tattica, ma non erano percepiti come avversari, né condannati per la minaccia portata alla convivenza politica della collettività. Erano i “compagni che sbagliano”. Del resto lo slogan “né con lo Stato né con le B.R.” che ricordava il “né aderire né sabotare”dei socialisti durante la prima guerra mondiale, dimostrava una diffusa alterità, non limitata ai soli settori della nuova sinistra, rispetto alle ragioni della Repubblica” (Cfr. V. VIDOTTO, “La Nuova società”, in L’Italia Contemporanea, cit. pagg.68-69).

In effetti, a larghi settori dei partiti e delle formazioni della sinistra, o almeno dei gruppi riconducibili all’area della c.d. sinistra extra-parlamentare, si rimproverava un atteggiamento diffuso di eccessiva indulgenza e comprensione nei riguardi dei militanti del Partito armato, e l’ambiguità di una condanna del metodo della lotta armata non disgiunta da condivisione o giustificazione delle sue finalità rivoluzionarie.

Ciò posto, non deve stupire che l’etichetta di militante dell’estrema sinistra, nonché proveniente dalle fila di Lotta Continua, ricavata dalle informazioni assunte in loco nei riguardi del giovane IMPASTATO, si prestasse a ad essere utilizzato come elemento unificante di una serie di elementi indiziari che sembravano convergere a delineare l’ipotesi che egli fosse rimasto vittima di un attentato terroristico da lui stesso ordito e messo in atto.

2.3. La personalità della vittima: modi e contenuti di una militanza politica e civile

1- In realtà, le informazioni raccolte già nei primi giorni di indagine sul conto della personalità, del tenore e dei contenuti dell’impegno politico dell’IMPASTATO – e segnatamente le testimonianze rese dai prossimi congiunti, dagli amici e dai compagni di partito e la documentazione acquisita in esito alle perquisizioni domiciliari – ne fornivano un’immagine addirittura antitetica rispetto agli stereotipi del militante del partito armato qual era già all’epoca consegnato dalle cronache giudiziarie (Il 9 Marzo ’78 era iniziato a Torino il primo storico processo alle Brigate Rosse, dopo un rinvio di quasi un anno per il clamoroso rifiuto dei giudici popolari sorteggiati di accettare l’incarico).

Giuseppe IMPASTATO non aveva alcun tratto in comune con la figura del terrorista che nasconde la sua vera identità o i suoi illeciti disegni dietro l’apparenza di un’anonima quotidianità, perfettamente integrato nel corpo sociale per tessere nell’ombra le sue trame di morte, sfuggendo all’attenzione e all’azione di contrasto e prevenzione delle forze dipolizia.

Al contrario, egli professava apertamente le sue idee rivoluzionarie e, oltre ad essere l’elemento di punta del gruppo di giovani militanti di sinistra che si riconoscevano nelle posizioni e nei programmi del partito di Democrazia Proletaria (v. tra gli altri, LA FATA Pietro, 10.05.78, fg. 77 vol. 891: “All’interno del gruppo di Democrazia Proletaria Giuseppe IMPASTATO era un punto di riferimento concreto in quanto aveva alle spalle un bagaglio di esperienza politica superiore a tutti gli altri. Con ciò non voglio dire che egli fosse il capo perché un simile concetto è estraneo alla nostra ideologia, ma debbo soggiungere che egli era un personaggio di maggiore suggestività”; cnf. anche BARBERA Giuseppe e CARLOTTA Francesco, fg.126-127) aveva assunto cariche di vertice, almeno in ambito locale, nelle formazioni politiche della sinistra c.d. extra parlamentare in cui aveva militato in precedenza, come risulta dalla documentazione che già all’epoca era in possesso dell’Arma (in particolare, era stato segretario delle sezioni di Cinisi e Terrasini della “Unione Comunisti Italiani Marxista-Leninista”; e nel 1976 era stato il candidato di Lotta Continua nella lista per le elezioni regionali presentata da Democrazia Proletaria, riportando peraltro in quella competizione elettorale un brillante successo personale).

E infatti egli fu oggetto di costante attenzione da parte dei carabinieri che avevano aperto un fascicolo a lui intestato fin dal Dicembre del 1968, quando veniva segnalato come militante del P.S.I.U.P. di “ideologia filocinese” e quindi “pericoloso per l’ordine pubblico”, pur non avendo – alla data di uno dei primi di numerosi rapporti riservati sul suo conto – “pregiudizi penali, politici, né psicopatologici agli atti degli uffici giudiziari competenti di Palermo” (cfr. vol. 3, fg. 689 e segg. della documentazione relativa all’attività integrativa d’indagine del 4.04.2000. Ivi l’estensore del rapporto datato 17.01.69 si premura di aggiungere che “Comunque è di ideologia estremista di sinistra”).

Ma a dire quanto il giovane IMPASTATO fosse estraneo a qualsiasi forma di violenza – ed in particolare alla violenza come strumento di lotta politica – e quindi alieno dal compire atti terroristici non sono solo le prime testimonianze in tal senso rese dal fratello Giovanni o dalla cognata VITALE Felicia o dai suoi amici e compagni di partito e poi ribadite e approfondite nel corso dell’istruzione formale. Ve n’è traccia anche nei pochi reperti documentali agli atti che, in qualche modo, fanno luce sui contenuti e il modo di far politica dell’IMPASTATO.

Prezioso si rivela, sotto questo profilo, l’esito delle perquisizioni domiciliari effettuate a casa IMPASTATO ed anche presso l’abitazione della zia, BAROLOTTA Fara.

Tale esito non fu solo negativo, come recitano i relativi verbali, rispetto alla ricerca di armi munizioni, materiale esplosivo o qualunque altra traccia di coinvolgimento in attività terroristiche. In realtà, fu rinvenuto e informalmente sequestrato materiale cartaceo (opuscoli volantini ciclostilati ecc.) rivelatosi inconsistente o inconducente ad asseverare, nei riguardi di Giuseppe IMPASTATO, l’etichetta di terrorista, ma utilissimo a lumeggiarne la personalità ed il modo di intendere e di vivere l’impegno politico.(Cfr.fg. 745 e segg. del vol. 4 della documentazione relativa all’attività integrativa d’indagine del 4.04.2000: atti contenuti nel fascicolo riservato in possesso dei Carabinieri e di cui la Commissione di inchiesta parlamentare aveva chiesto la trasmissione al Comando provinciale di Palermo della Regione Carabinieri “Sicilia”).

Ed invero, non si trovò traccia di pubblicazioni clandestine, di volantini o altro tipo di documentazione che incitasse o inneggiasse alla lotta armata; e tanto meno di progetti di attentati o atti di sabotaggio o peggio manuali di istruzione per un “fai da te” del terrorismo armato. (A meno che non si spaccino per tali due testi del professore padovano Toni NEGRI, pubblicati nella collana “Opuscoli marxisti” edita da FELTRINELLI: testi-icona, in quel tempo, per gran parte dei militanti della c.d. sinistra extraparlamentare e opera di un “cattivo maestro” che però all’epoca figurava tra i più gettonati maitre à penser nel non esaltante panorama offerto dalla pubblicistica di sinistra).

Spiccavano piuttosto documenti quali: lo Statuto nazionale dell’A.R.C.I.; una fotocopia dello Statuto e dell’atto costitutivo di una sezione territoriale della stessa associazione; un documento che illustra in modo dettagliato costituzione, oggetto, finalità e iniziative di una serie di organismi e associazioni che oggi si definirebbero “no profit”, sorte a Partinico ed operanti anche nei territori limitrofi (un consorzio di acque irrigue, cooperative agricole ed artigianali ecc.); un programma di iniziative teatraliche illustra anche la concezione artisticadel gruppo teatrale “Living Theatre”; l’elenco nominativo dei tesserati ai due cicli di abbonamento del Cineforum di cui lo stesso IMPASTATO era organizzatore e responsabile per il biennio 1976/77 e relativa contabilità. (Fa un certo effetto constatare come, nel biennio in cui divampava la violenza di piazza e la nuova protesta giovanile si saldava con la recrudescenza del terrorismo, Giuseppe IMPASTATO si occupava con il massimo rigore della gestione di un cineforum, come può evincersi dallo scrupolo con cui risultano annotati i movimenti in entrata e in uscita di cui si componeva il modestissimo bilancio dell’iniziativa; o progettava di costituire una sezione territoriale dell’ARCI).

Ed ancora: un volantino (ciclostilato in proprio) di sostegno alle ragioni della legalizzazione dell’aborto nel quadro di una più complessiva campagna per i diritti civili; e un volantino in cui si censura la strumentalizzazione dell’eccidio di due carabinieri, avvenuto nel Gennaio del 1976, in una caserma di Alcamo come pretesto per criminalizzare e perseguitare i gruppi di estrema sinistra e le voci di opposizione, e si denunzia invece la matrice mafiosa del crimine. 

Tra il materiale cartaceo oggetto questa volta anche di sequestro formale figurano poi 5 lettere (due indirizzate a Giuseppe IMPASTATATO, due a LA FATA Gianfranco ed una ai “Comunisti” di Cinisi), contenenti minacce nei confronti di Giuseppe IMPASTATO ed altri componenti del suo gruppo, tra i quali MANIACI Roberto e LA FATA Gianfranco): lettere anonime, ovvero a firma, una, senza data, di un gruppo denominatosi “Avanguardia S.M.A.” e, le altre, spedite in date comprese tra Novembre e Dicembre del 1973, a firma di un fantomatico gruppo di “muratori” di Cinisi. Tutte si riferivano all’impegno profuso dal gruppo facente capo all’IMPASTATO nell’organizzare la protesta degli edili a Cinisi, in occasione delle agitazioni sindacali verificatesi nei primi anni ’70 e intimavano di desistere dall’intraprendere ulteriori vertenze, vantando “appoggi da certe autorità politiche”, e minacciando, in caso contrario, pesanti ritorsioni (“Noi agiremo con la forza appena sappiamo che voi fate le vertenze….”. “… E tu Giuseppe IMPASTATO sarai il primo a pagarla cara.”. E in una delle due missive spedite al LA FATA: “Anche tu devi finirla. Noi abbiamo mandato delle lettere a i tuoi amici comunisti di Cinisi, per dirvi a voi tutti che dovete finirla con i picciotti muratori…..”. “Anche ai tuoi amici abbiamo detto che siete controllati, se continuate vi possiamo fare saltare pure la casa. Abbiamo informatori che ci dicono tutto, perciò dovete stare attenti. Dovete finirla a fare diventare comunisti i muratori di Cinisi”).

Figura altresì la famosa letterache fu interpretata come una sorta di testamento spirituale del giovane IMPASTATO, che in essa avrebbe esternato il proposito di suicidarsi poi messo in atto, legandolo ad un gesto eclatante come un attentato terroristico, secondo la tesi sposata nei due rapporti SUBRANNI.

Con riserva di tornare nel merito, per dimostrare la fallacia di quel ragionamento e la clamorosa svista che lo inficiava nella datazione della lettera, val qui rammentare un brano che non è riportato in nessuno dei due rapporti citati, ma che si rivela quanto mai utile a fotografare il percorso morale e intellettuale dell’IMPASTATO, e la distanza che lo separava dalla psicologia criminale del terrorista. Ne emerge, invero, più che un giudizio politico di disapprovazione, addirittura un personale ed interiore disgusto per la piega assunta dalle vicende della lotta politica a partire proprio dal 1977:

Ricordo molto bene che, quel giorno, (NdR: poco prima aveva indicato la data del 13 Febbraio, vigilia della prima manifestazione studentesca cittadina) trascrissi su una parete del circolo una famosa canzone del ’68 in cui si parla di compagni e compagne, di operai e studenti e di facce sorridenti.

“In quel gesto, volevo esprimere il mio desiderio di tornare a vivere e sorridere come nel ’68 e fino a tutto il ’76.

“Si trattava solo di una pietosa aspirazione e ne avevo piena coscienza”.

Ora è piuttosto evidente, nelle frasi sopra riportate, il disagio e il rimpianto per come, nei nuovi scenari delineatisi tra la fine del 1976 e i primi mesi del ’77, fossero andati smarriti il senso e la dimensione di giocosa vitalità che si poteva ancora respirare appunto “fino a tutto il 1976”: e i nuovi scenari politici sono quelli segnati dalla recrudescenza del terrorismo, in cui all’iniziale folclore contestatario dei “creativi” (come i c.d.”indiani metropolitani”) si mescola e sovrappone il plumbeo nichilismo estetizzante dei seguaci della lotta armata.

Non è facile, in verità, rinvenire manifestazioni altrettanto convinte e convincenti di un’accorata ed interiore presa di distanze dalla psicologia criminale del terrorismo brigatista, in cui “il nulla non deriva dall’ablazione di sé delle persone, ma dalla totale mancanza di senso delle relazioni che intrattengono, delle azioni che commettono, degli ambienti che frequentano: un mondo dove non esistono confini tra il bene e il male, ma dove sono banditi anche i sentimenti e dove capire e osservare la realtà è solo noioso, superfluo, fuorviante. Conta solo piace re a se stessi, e magari riempire le ore di spleen spegnendo nel nulla le vite altrui” (Cfr. S.LANARO, op. cit. pag. 427).

E’ agli atti la trascrizione di alcuni brani o di intere puntate del programma radiofonico di satira politica “Onda Pazza”, ideato e condotto da Giuseppe IMPASTATO e diffuso dai microfono di Radio-Aut: le relative bobine furono consegnate da IMPASTATO Giovanni al G.I. Dott. CHINNICI il 7.12.78 (l’ultima puntata del programma fu trasmessa tre giorni prima della sua morte: la relativa bobina, nell’etichetta intitolata “Commissione elettorale. Situazione pre-elettorale-Mafia-D.C.”, porta infatti la data del 5/05/78).

Ebbene, nonostante la veemente carica di polemica politica e anche ideologica che pervade la dissacrante satira che l’IMPASTATO rivolge contro esponenti di partito e vari personaggi delle istituzioni locali, in nessun passo si registra il minimo cedimento a simpatia o comprensione per le ragioni della lotta armata. Semmai, egli spende parole di solidarietà in favore di chi, a suo giudizio, era ingiustamente accusato di attività terroristiche o di appartenenza a gruppi eversivi, e sul presupposto che le accuse fossero infondate: così nel caso dell’appello in favore di Petra Kraus, che figurain uno degli scorci non umoristici, ma di riflessione e dibattito su temi di attualità della trasmissione. 

D’altra parte, sotto tutte le latitudini, storico-ideologiche e geo-politiche, il terrorista, per definizione e per vocazione, non crede al valore della politica, o, almeno, della politica intesa come strumento di organizzazione e mediazione degli interessi, o anche di rottura degli assetti di potere, ma pur sempre attraverso il libero confronto-scontro delle idee e la ricerca (non violenta) del consenso e della persuasione. A questi valori egli sostituisce la ricerca di obbiettivi da distruggere materialmente e di individui da eliminare fisicamente, e persegue un suo disegno escatologico senza curarsi di aggregare consensi e tanto meno di sviluppare (anche) un’azione finalizzata a risultati più o meno immediati di utilità sociale.

Giuseppe IMPASTATO, per quanto può desumersi non solo dalle testimonianze di parenti e compagni di partito ma anche da dati oggettivi della sua biografia, vive la politica come una passione ed un impegno quotidiani che lo spingono a produrre e confrontare idee ed iniziative socializzanti. Del repertorio politico utilizza tutti gli strumenti tradizionali, dal volantinaggio, alla partecipazione a dibattiti ed assemblee, alla diffusione di opuscoli e ciclostilati; alla vendita di quotidiani e periodici a scopo di autofinanziamento, ai comizi; e vi associa anche strumenti più prossimi alle nuove forme di creatività individuale e collettiva: mostre e spettacoli in piazza, interviste e programmi radiofonici.

La stessa scelta della satira, sempre come strumento di lotta politica, è rivelatrice, al contempo, di una sincera vocazione libertaria e di un impegno politico concepito e mirato a scuotere le coscienze e stimolare la critica e il confronto delle idee.

E deve altresì presumersi che egli intendesse condurre la sua battaglia politica all’interno e non contro le istituzioni, posto che, dopo aver riportato un brillante successo personale nelle elezioni regionali del 1976 – riuscendo il più votato della sua lista, a Cinisi: v. esposto in data 16 Maggio ’78 presentato da IMPASTATO Giovanni e da sua madre BARTOLOTTA Felicia – stava ripetendo l’esperienza, candidandosi alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale del suo paese. Al riguardo, è emerso da innumerevoli testimonianze come egli conducesse in prima persona la campagna elettorale, tenendo comizi e rilasciando interviste, ma anche girando con la sua auto per le vie del paese per la più classica delle forme di propaganda elettorale (Cfr. BARTOLOTTA Andrea, LA DUCA Vito, LA FATA Pietro, DI MAGGIO Andrea).

Nel complesso, può dirsi acclarato che egli poneva al centro del suo impegno e del suo modo di far politica un capillare lavoro di contro-informazione, mirato a sensibilizzare le coscienze sui temi del ripristino della legalità attraverso l’incessante denunzia di speculazioni illecite e collusioni politico mafiose, e ad incitare alla ribellione contro il potere mafioso, ma anche ad aggregare consensi intorno ad obiettivi concreti di interesse comune e di forte impegno civile.(v. infra).

Il problema, che si trascinava da più di dieci anni, dell’insabbiamento del porto di Terrasini, fonte di rendita sicura per le ditte appaltatrici dei relativi ed eterni lavori di sbancamento e oggetto, da ultimo, di un faraonico stanziamento pari a un miliardo e duecento milioni (dell’epoca); il disinteresse dell’amministrazione comunale per le condizioni fatiscenti dell’edificio che ospitava la scuola comunale di Terrasini; i prezzi esorbitanti imposti dalle ditte locali, facenti capo a personaggi ben identificati, per le forniture alle imprese impegnate nei lavori di costruzione della vicina autostrada per Mazara del Vallo (un metro cubo di bitume costa un milione solo nel comune di Mafiopoli); lo scandalo delle assunzioni facili di centinaia di(presunti) invalidi civili al Comune di Cinisi; la spartizione tra i vari gruppi politici degli scrutatori reclutati per i vari seggi elettorali in occasione delle imminenti elezioni comunali; il malcontento dei commercianti locali per la mancata o insufficiente valorizzazione delle risorse turistiche a fronte della creazione di vere e proprie isole del turismo organizzato, come il villaggio-comunità “Citta del Mare”, a pochi chilometri da Terrasini; gli intrallazzi e le speculazioni intuibili sullo sfondo di alcuni discussi e controversi progetti di riassetto urbanistico o di ristrutturazione edilizia (come il progetto di ampliamento del cimitero comunale; l’appalto per i lavori di restauro del palazzo municipale, il cui costo sarebbe lievitato a 54 milioni e 479 mila lire, a fronte di un preventivo stimato per circa la metà; l’ampliamento della zona destinata ad attrezzature sportive; il progetto di realizzazione di una strada panoramica tra Punta Raisi e Isola delle Femmine, praticamente a ridosso della battigia); alcune puntate quasi esclusivamente dedicate alle più recenti riunioni del Consiglio Comunale di Cinisi in cui era in discussione l’approvazione del nuovo piano regolatore (e si dà conto al riguardo di malumori e dissensi che serpeggiavano all’interno dei gruppi rappresentativi della sinistra storica, paventandosi una cementificazione selvaggia della circostante zona litoranea); la denunzia e la polemica, particolarmente ricorrenti nelle ultime puntate del programma, concernenti alcune speculazioni edilizie cui erano interessati personaggi vicini a Gaetano BADALAMENTI, ribattezzato gran capo Tano seduto, in spregio al suo onore e alla sua fama di boss incontrastato di Cinisi (e segnatamente, l’approvazione del progetto relativo al Camping Z10, e il progetto, già approvato dalla Commissione Edilizia, per la costruzione di un palazzo di cinque piani nel centro urbano di CINISI, in violazione di limiti legali di altezza e cubatura: progetto presentato dal costruttore Giuseppe FINAZZO, indicato come socio in affari o addirittura prestanome del boss BADALAMENTI): questo è solo un sintetico campionario dei temi e degli argomenti trattati – per lo più attraverso una rappresentazione parodistica di vicende e personaggi che nulla toglie alla loro serietà e al contenuto di denunzia rigorosamente documentata – nelle puntate del programma Onda Pazza, ideato e condotto da Giuseppe IMPASTATO. Ma su tutti campeggia, al di là dei toni e contenuti satirici, l’amarezza e lo sdegno per lo stato di sudditanza di un’intera comunità descritta come ostaggio del potere mafioso che impone il proprio ordine, incarnato nella subalternità ai voleri e agli interessi di Don Tano (“Per Don Tanu non esistono ostacoli”; “Non si muoverà foglia senza il nostro consenso…Se Tanu non voglia”) a suon di lupara, e cioè con la sopraffazione e la forza dell’intimidazione (“…alcuni nostri argomenti li hanno regolarmente dissuasi”: e sullo sfondo si ode un rumore di spari, a proposito del modo in cui Don Percialino, nomignolo affibbiato al FINAZZO, avrebbe soffocato le voci di dissenso circa l’approvazione del progetto di costruzione del palazzo di cinque piani); ma grazie anche all’arrendevole condiscendenza di amministratori e politici imbelli o collusi (“Don Tano Seduto, nostro padre ispiratore”).

E Gaetano BADALAMENTI è a sua volta indicato come il garante di un ordine costituito che, in cambio dell’assoluta subalternità ai suoi voleri, assicura che non ci siano morti ammazzati, dispensa favori e procura o favorisce lucrosi affari, si presenta come patrono e ispiratore di accordi proficui tra gruppi politici, amministratore locali e imprenditori. Ma è anche accusato di arricchirsi con il traffico della droga e di progettare, per un traffico con paesi oltre-oceano, l’apertura di nuovi canali, utilizzando come base logistica uno dei complessi turistici in via di realizzazione, qual era appunto il Camping Z10 (che nella rappresentazione parodistica di Onda Pazza è ribattezzato con una sigla non molto diversa, e cioè Z11, sponsorizzato, a dire dell’IMPASTATO, dal BADALAMENTI attraverso suoi prestanome o fiduciari: “….Potremo sistemare le nostre veloci canoe che porteranno al di là del mare la sabbia bianca, le nostre canoe cariche di eroi…che merci”; “…potremo fumare in pace il calumet con tabacco….bianco come la neve. Veramente, lo faremo fumare agli altri il calumet della pace, il tabacco bianco”).

2- Alcuni dei temi e argomenti sopra cennati ricorrono in altri reperti documentali attribuiti o riferibili a Giuseppe IMPASTATO e testimoniano, per la diversa epoca a cui risalgono, della continuità e centralità del suo impegno contro la mafia.

In uno dei volantini già citati, datato 31 Gennaio 1976, si lamenta come le indagini seguite all’eccidio dei due carabinieri avvenuto qualche giorno prima in una caserma di Alcamo si fossero indirizzate su una pista del tutto erronea, quella del delitto politico, traducendosi in perquisizioni a tappeto in “centinaia di abitazioni di compagni della sinistra rivoluzionaria e del P.C.I.” dopo che una telefonata anonima ne aveva rivendicato la paternità ad un fantomatico NAS III (Nucleo Armato Siciliano), presunta filiazione isolana delle Brigate Rosse. E nel denunziare, di contro, la matrice mafiosa di quel delitto, si sottolinea come esso sia stato consumato “in una zona che è, senza ombra di dubbio, campo d’azione incontrastato della mafia: sofisticazione del vino (Partitico), traffico degli stupefacenti (Cinisi, Alcamo), speculazione edilizia mascherata da sviluppo turistico (Cinisi Terrasini), sequestri di persona (Alcamo-Salemi), taglieggiamenti ed estorsioni a danno di ditte appaltatrici di lavori pubblici, controllo del collocamento della forza lavoro e degli enti locali, imposizioni di ogni genere, lotte tra le cosche e una valanga di miliardi ricavato da loschi intrallazzi, riciclati e immessi nel traffico degli stupefacenti.

Ma la mafia non c’entra, dicono i carabinieri, bisogna cercare a sinistra, e via a tutto fiato nelle case dei compagni….”. (Difficile sfuggire alla suggestione di leggere in queste parole una tragica e inconsapevole predizione di quanto sarebbe avvenuto, poco più di due anni dopo, all’indomani della morte del loro estensore, con riferimento alla piega che avrebbero inizialmente assunto le indagini).

In altro volantino – su cui dovrà tornarsi per la rilevanza delle reazioni che ne seguirono nella cerchia familiare dello stesso IMPASTATO, e la loro refluenza su di un momento topico della vicenda sfociata nella sua morte – che era stato diffuso per iniziativa del giovane militante di Democrazia Proletaria nell’Aprile del 1977, si denunziavano con forza, tra le altre speculazioni in atto con la complicità o la colpevole inerzia dei gruppi consiliari dei partiti della sinistra storica, quelle concernenti la costruzione di due strade: 1) la strada Siino-Fondo Orsa, dal nome delle località che doveva attraversare, per cui era stato deciso un ulteriore finanziamento pubblico destinato ad arricchire il solito FINAZZO; 2) la strada “Purcaria”, sempre dal nome della contrada che avrebbe attraversato.

Quel volantino si apriva peraltro con la denunzia del parere favorevole della Commissione edilizia all’approvazione del progetto per la costruzione di un palazzo a cinque piani “presentato dal famigerato FINAZZO, strascina-quacina di Gaetano BADALAMENTI, viso pallido esperto in lupara e traffico d’eroinae si sottolineava che “il lavoro di scavo per la posa delle fondamenta è già iniziato e chiunque può vederlo (in zona Mulino)”.

Tale volantino venne consegnato all’A.G. solo in allegato all’esposto datato 16 Giugno 1986 con cui veniva reclamata la riapertura delle indagini, dopo la prima archiviazione: ma del suo contenuto e delle pubbliche denunzie formulate da Giuseppe IMPASTATO avevano riferito diversi suoi amici e compagni di partito nelle testimonianze rese già nel corso dell’istruzione sommaria e poi dinanzi al G.I. Dott. CHINNICI (Cfr. LA FATA Pietro e BARTOLOTTA Andrea). I passi salienti del volantino sono citati anche nel c.d. Pro-Memoria, che fu consegnato allo stesso magistrato dai responsabili di Radio-Aut. Ma i medesimi argomenti ricorrono pure in un brano di un intervista radiofonica di Giuseppe IMPASTATO, registrata ai microfoni di Radio Terrasini Centrale alcuni giorni prima della sua morte e trasmessa proprio Lunedì 8 Maggio: trasmissione che fu oggetto di commenti polemici da parte dello stesso IMPASTATO che si dolse con i suoi compagni del collettivi di Radio-Aut del fatto che fossero stati censurati alcuni passaggi in cui esprimeva giudizi spezzanti nei riguardi della Democrazia Cristiana, che accusava espressamente di collusioni con la mafia locale. (Cfr. deposizione di MANIACI Giosue’, 9.12.78, Fg. 783531 del vol. 892; e, in allegato all’attività integrativa d’indagine del 4.04.2000, verbale di trascrizione del brano menzionato, effettuata dai CC. di Cinisi a seguito delle S.I. rese da VITALE Salvatore il 3.03.1999, nonchè S.I. di CUCINELLA Giuseppe del 14.05.78: il CUCINELLA, che aveva raccolto l’intervista, aveva consegnato la cassetta contenente la registrazione al Mar. TRAVALI già in data 14 maggio ’78, rendendo in quella circostanza dichiarazioni piuttosto prudenti ed evasive sul contenuto dell’intervista; si limitò infatti a riferire che IMPASTATO aveva espresso un duro giudizio critico nei confronti dell’amministrazione comunale di Cinisi e si era detto certo che la sua lista avrebbe conquistato almeno un seggio).

3- Altri volantini scritti da Giuseppe IMPASTATO e riportati nel Bollettino dal Titolo “10 anni di lotta alla mafia” edito dalla Cooperativa CENTOFIORI riguardano pure alcune speculazioni edilizie sponsorizzate da esponenti mafiosi (Se ne dà conto al punto 9 del citato Pro-Memoria, ma il Bollettino in questione fu consegnato da Giovanni IMPASTATO al G.I. CHINNICI in occasione delle S.I.rese il 7.12.78).

Nella documentazione consegnata dal fratello Giovanni al G.I., figurano altresì otto fogli manoscritti dello stesso Giuseppe IMPASTATO che “riguardano speculazioni edilizie e mafiose”. (Cfr. ancora verbale di S.I. 7.12.78). 

Nell’ultimo comizio, tenuto la Domenica del 7 Maggio ’78, Giuseppe IMPASTATO aveva ancora una volta reiterato pubblicamente le sue denunzie su una serie di speculazioni affaristico-mafiose. E tra le altre aveva parlato di forniture imposte aicantieri MAZZI e ROMAGNOLI per la costruzione dell’autostrada per Mazara, forniture cui erano interessati i fratelli D’ANNA e il solito FINAZZO. (Cfr.punto 16 del Pro-Memoria consegnato al G.I. CHINNICI e fg. 32 del Dossier curato dal Centro Siciliano di Documentazione, in vol. 894).

Nell’esposto presentato da IMPASTATO Giovanni e BARTOLOTTA Felicia già in data 16 Maggio ’78 si segnalava tra l’altro che nel corso di quel comizio, cui aveva partecipato una folla numerosissima e non solita, Peppino non aveva mancato di proclamare il suo proposito di condurre fino in fondo la lotta al malaffare, una volta eletto al Consiglio comunale: “Giuseppe aveva assicurato che, entrando in consiglio comunale, avrebbe potuto sapere più cose, approfondire con maggiori dati quelle che conosceva già, e comunicava alla cittadinanza di (voler)condurre meglio e con più forza la battaglia sua e dei suoi compagni”. Si rimarcava altresì che “Giuseppe è stato l’ispiratore e il conduttore delle campagne di denuncia contro i BADALAMENTI e contro tanti altri presunti mafiosi”. E se ne ricordava la condanna esplicita del terrorismo, che lo aveva indotto a “opporsi con forza e meditata convinzione alle azioni criminali compiute dalle Brigate Rosse”.(fg. 137-138. vol. 891).

Anche il teste DI MAGGIO Faro, nelle S.I. rese al P.M. SIGNORINO il 17.05.78, esclude l’ipotesi dell’attentato dinamitardo “perché l’IMPASTATO condannava anche pubblicamente la violenza” (v. fg. 151, vol 891; cnf. Anche IACOPELLI Fara, fg. 157)

L’ultimo comizio era stato corredato da una mostra fotografica sul tema”Mafia e Territorio”, che illustrava la devastazione del territorio circostante e del vicino litorale, frutto di speculazioni selvagge e di asserite collusioni tra imprenditori rampanti ed amministratori corrotti, con il suggello di esponenti mafiosi che venivano espressamente menzionati. (Foto e didascalia della mostra figurano tra i documenti che furono consegnati da IMPASTATO Giovanni al G.I. Dott. CHINNICI, in occasione delle S.I. rese il 7.12.78).

La mostra aveva avuto un tale successo che l’IMPASTATO aveva espresso il proposito di ripeterla, parlandone con i suoi compagni del collettivo di Radio-Aut proprio la sera dell’8 Maggio ’78, poco prima di andar via. (Cfr. sul punto, verbale di S.I. rese da MANIACI Giosue’ al G.I. CHINNICI il 9.12.78, fg. 28-30 vol. 892).

Anche il teste CARLOTTA Francesco, escusso a S.I. il 15.05.78, ha riferito che L’IMPASTATO, in occasione di una riunione politica tenuta al Policlinico di Palermo circa un mese prima, gli aveva parlato di analoghe iniziative, e più precisamente di una manifestazione che aveva intenzione di organizzare a Cinisi o a Terrasini sui temi delle centrali nucleari e delle scelte energetiche in Sicilia.

Ulteriore traccia della tenacia con cui il giovane militante di D.P. coltivava il suo impegno politico e civile sul versante della lotta alla mafia, facendone anche uno dei temi conduttori della sua campagna elettorale, si rinviene in una testimonianza dello scrittore Michele PANTALEONE, riportata in un articolo a stampa. In particolare, nell’articolo pubblicato sul quotidiano “Giornale di Sicilia” dell’11.12.78, ove si dà conto di un dibattito svoltosi il giorno prima al Liceo palermitano “Garibaldi” che faceva il punto anche sullo stato delle indagini relative alla morte di Giuseppe IMPASTATO, vengono riportate alcune dichiarazioni rese in quella sede dallo scrittore. Questi avrebbe riferito che, qualche tempo prima di morire, l’IMPASTATO lo aveva invitato ad andare a Cinisi per partecipare ad un dibattito sulla mafia: “Ero impegnato – ha aggiunto lo scrittore – e lo pregai di rinviare. Ci incontrammo più volte e, alla fine, concordammo una mia visita a Cinisi per dopo le elezioni. (Lui era candidato e non volevo dare l’impressione di parteggiare per una lista in particolare). Sapevo comunque che da tempo Peppino IMPASTATO indagava sul traffico di droga. E sono convinto che è questa la strada da battere se si vuole scoprire chi l’ha ucciso”. (Cfr. fg. 233 vol.1 del fascicolo riservato in possesso dell’Arma, trasmesso con la doc. integrativa del 4.04.2000).

Ed invero, non risulta che Michele PANTALEONE abbia poi saputo fornire informazioni effettivamente utili alle indagini volte a far luce sul movente e sui responsabili del delitto. Ma quella testimonianza conferma che l’impegno anti-mafia era uno dei temi conduttori delle iniziative e delle manifestazioni pubbliche attuate e/o programmate da Giuseppe IMPASTATO, e, pur connotandone la stessa campagna elettorale, si proiettava oltre quella scadenza immediata.

Anche le testimonianze dei prossimi congiunti e degli amici e compagni di partito, seppur con accenti diversi e da diversa angolazione, sono assolutamente univoche e concordi nel sottolineare questo aspetto dell’impegno politico di Peppino, nonché la concretezza delle sue pubbliche e reiterate denunzie, sempre circostanziate e corredate da nomi e cognomi delle persone accusate. 

Nelle S.I. rese al G.I. Dott. CHINNICI in data 7.12.78, Giovanni IMPASTATO - ribadendo peraltro la convinzione espressa giànell’immediatezza del fatto, e cioè che suo fratello fosse rimasto vittima di un agguato e che i suoi assassini avessero voluto dissimulare l’omicidio dietro le apparenze di un attentato terroristico: v. S.I. del 9 Maggio ‘78 – dichiara:

D.R. Tra me e mio fratello c'era un rapporto vivo di amicizia. Mio fratello con me si apriva e spesso parlavamo della sua attività. Tale attività era caratterizzata da una lotta a fondo contro il potere mafioso della zona. Di questo lui non faceva alcun mistero e nei pubblici comizi denunciava apertamente i nomi di coloro i quali lui riteneva esponenti del potere mafioso della zona. I nomi erano di Gaetano Badalamenti, Finazzo Giuseppe e di certo Palazzolo. 

In particolare al Badalamenti mio fratello dava carico di essere esponente di vere attività illecite: traffico di droga, specificamente di eroina e mandante di delitti mafiosi, e inserito anche alla illecite attività edilizia. A Finazzo in particolare dava continuamente carico di essere uno speculatore nel campo dell'edilizia e della attività delle cave. 

Debbo dire che nelle trasmissioni di "Onda pazza" di Radio aut ridicolizzava tali persone chiamandoli per nomignoli. A Finazzo attribuiva il nomignolo di "percialino" e a Badalamenti quello di " grande Capo Tano seduto", circostanze queste chesuscitavano l'ilarità nella cittadinanza. 

Però l'attività di mio fratello non si limitava ad una propaganda fatta di parole, egli agiva concretamente, tant'è che riuscì ad ottenere che fossero sospesi i lavori di costruzione di un palazzo a cinque piani che pare sia del Finazzo. 

Inoltre mio fratello riuscì a non fare approvare il cosiddetto piano "Z 10" che consisteva nella realizzazione di un campo turistico nella zona di Cinisi. A tale proposito per quanto io so erano interessati un certo Lipari, geometra dell'ANAS, figlioccio di un noto mafioso defunto Rosario Badalamenti; un certo Caldara di Palermo; e un certo Cusimano di Cinisi, costruttore edile, non mafioso ma forse in buoni rapporti con elementi mafiosi. Non risultava che Badalamenti fosse personalmente interessato a questa opera, però Lipari era in buoni rapporti con Badalamenti. Il progetto fu approvato prima della morte di mio fratello e mio fratello denunciò pubblicamente questa approvazione fatta in modo quasi clandestino. L'opera è stata realizzata.

Mio fratello denunciò anche pubblicamente attraverso la radio le imposizioni nei confronti delle società che costruivano l'autostrada le quali erano costrette ad acquistare il materiale necessario dal Finazzo e dai D'Anna, elementi mafiosi di Terrasini”.

Da ultimo, in sede di attività integrativa d’indagine, è stato escusso a S.I. il Prof. Salvatore VITALE in relazione ad alcune sue affermazioni pubblicamente fatte in occasione della presentazione del libro “L’assassinio e il depistaggio”, avvenuta il 12 Dicembre 1998 presso l’Auditorium della Scuola Media Statale di Cinisi.

Premesso che, per sua esplicita asserzione, era stato “intimo amico di Giuseppe IMPASTATO con il quale militavamo insieme nella stessa corrente politica”; e che fin dal 1977 anche lui aveva iniziato a frequentare gli studi di Radio Aut, siti in Terrasini, nei pressi della sua abitazione, il VITALE, mai sentito in precedenza dagli Inquirenti, ha dichiarato tra l’altro:

Ricordo che Giuseppe IMPASTATO, in quel periodo, aveva denunciato pubblicamente che la commissione edilizia, in una seduta del mese di Marzo-Aprile 1978, aveva approvato il progetto per la realizzazione di un immobile per civile abitazione, in deroga a tutti i vincoli quali quello aeroportuale, in altezza poiché erano previsti ben sette piani ed altre clausole che non ricordo, da sorgere in Cinisi, di proprietà di tale FINAZZO Giuseppe, detto “u parrineddu”. Successivamente e solo dopo la morte di “Peppino” la costruzione che di fatto era iniziata, veniva bloccata. Lo steso FINAZZO, ricordo, che era stato oggetto di una specifica accusa in quanto avrebbe costruito in Contrada Siino Orsa una via per un appalto di circa 1.500.000 con la complicità dell’allora sindaco di quel periodo Febbraio marzo del 1978. Allora, il FINAZZO Giuseppe, unitamente al fratello Emanuele, gestivano una cava di pietra sita in contrada Ciciritto, e ricordo inoltre che, durante una mostra fotografica sullo scempio del territorio di Cinisi avvenuta il 5 Maggio 1978, il FINAZZO Emanuele è stato notato e fotografato mentre guardava il pannello con le fotografie delle cave, foto riportata a pagina 126 del libro “Nel cuore dei coralli”. Altro bersaglio delle accuse di Peppino era l’allora realizzazione del villaggio turistico “AZ/10” del quale erano titolari il geometra LIPARI Giuseppe, tecnico dell’ANAS, un costruttore tale CALDARA e tale CUSUMANO dei quali non sono i grado di precisare ulteriori elementi identificativi. Altra persona bersaglio delle accuse di “Peppino” erano tale Salvatore CUSUMANO, consigliere comunale del Partito repubblicano, del quale egli diceva che era titolare di un deposito di carburanti nel porto di Genova, del quale era convinto che fosse dedito a traffici illeciti per come risulta dalla registrazione di una trasmissione radiofonica del 28.04.1978 e riportata a pag. 102 del libro “Nel cuore dei coralli”, nonché il Prof. Leonardo PANDOLFO, già sindaco di Cinisi, che lo indicava essere “consiglieri” di Gaetano BADALAMENTI. Tale salvatore CUSUMANO è soltanto omonimo al CUSUMANO dell’AZ/10”.

In effetti, oltre ai ripetuti riferimenti alle vicende e i personaggi predetti che si leggono in alcuni brani di trascrizione delle puntate del programma satirico “Onda Pazza”, anche in un passo dell’intervista sopra citata, che fu trasmessa da Radio Terrasini Centrale il 7 maggio ’78, Giuseppe IMPASTATO si sofferma sulla scandalosa lievitazione del costo dell’appalto per la costruzione dell’ultimo tratto di strada dello svincolo per Torre dell’Orsa (“……chi ha costruito quella strada, tutti sanno chi effettivamente l’ha costruita s’è beccati undici milioni per 150 metri di strada…”); e sui contrasti che avrebbero lacerato l’amministrazione comunale di Cinisi – costando la poltrona a ben due sindaci – a cause di due speculazioni edilizie e segnatamente quelle concernenti la realizzazione del villaggio AZ10, già noto come progetto PA2, e la costruzione del famoso palazzo a cinque piani: speculazioni che sarebbero state bloccate, a dire dell’intervistato, per merito della controinformazione e dell’opera di denuncia della sinistra rivoluzionaria (Cfr.dal verbale di trascrizione del 10.03.1999: “….Mi riferisco appunto alla bruciatura di Stefano IMPASTATO che è caduto sul progetto PA/2 e alla bruciatura di NinoBARTOLOTTA, che è caduto sul famoso progetto o sulla approvazione del famoso progetto…di palazzo a cinque piani che doveva sorgere, essere costruito…sotto la 113. Anche in quella occasione, un’ultima annotazione e concludo, anche in quella occasione il progetto è stato bloccato solo ed esclusivamente per merito della controinformazione e dell’opera di denuncia della sinistra rivoluzionaria”).

2.4. Le testimonianze di congiunti, amici e compagni di Peppino IMPASTATO: prime smentite all'ipotesi del suicidio. 

Nella sua toccante testimonianza raccolta nel libro intervista “La Mafia in casa mia”, Felicia BARTOLOTTA ricorda che proprio i discorsi di Peppino sulla e contro la mafia, oltre che causa di crescente preoccupazione da parte sua e di suo marito, erano stati all’origine dei contrasti esplosi tra padre e figlio. In pratica, Luigi IMPASTATO non condivideva affatto le idee politiche di Peppino, ma poteva ancora tollerare che fosse comunista; quello che gli riusciva intollerabile era la sua avversione e i pubblici attacchi ad un ambiente che era sempre stato anche il suo e a personaggi cui era ancora legato (cfr. pag. 35: “Lui glielo diceva in faccia a suo padre: <<Mi fanno schifo, ribrezzo, non li sopporto>>. Così diceva a me: <<Non li sopporto, no. L’ingiustizia, fanno abusi, si approfittano di tutti, al Municipio comandano loro>>”). Per due volte Giuseppe cacciato fuori di casa dal padre - nel senso che questi gli intimò di non mettere più piede a casa sua, poiché già egli abitava dalla zia Fara BARTOLOTTA, come la stessa Felicia ha precisato – e tutte e due le volte a seguito di litigi causati dal fatto che Giuseppe parlava contro la mafia. (cfr. pagg.34-35).

L’intervista è pubblicata nel Dicembre del 1984 e quindi in epoca successiva alla sentenza CAPONNETTO. Ma è significativo che sulla stessa lunghezza d’onda si collochi la testimonianza resa proprio da Fara BARTOLOTTAa caldo, cioè la stessa mattina in cui fu rinvenuto il cadavere di Giuseppe IMPASTATO, e mentre erano ancora in corso le operazioni di identificazione. La sorella di Felicia ha confermato che fin da piccolo suo nipote viveva con lei e suo marito, deceduto sette mesi prima. Sapeva che faceva attività politica, che era candidato nella lista di Democrazia Proletaria, e che frequentava una radio privata di Terrasini insieme ad altri suoi amici che ne condividevano le idee politiche; ma non poteva aggiungere altro, anche perché Giuseppe in casa “non ha mai parlato di politica” e non vi aveva mai portato nessuno dei suoi compagni di partito (circostanza quest’ultima ribadita anche dinanzi al P.M. SIGNORINO il 17.05.78, fg. 147 vol. 891). Una cosa però, un solo frammento è stata in grado di riferire dei discorsi politici di suo nipote: “Mio nipote spesso nominava la parola mafia, senza comunque specificare cosa intendesse dire anche perché io sono ignorante politicamente” (cfr. verbale S.I.del 9.05.78, aperto alle ore 08.00). Dunque pur nella sua dichiarata ignoranza di politica; e sebbene suo nipote non parlasse di politica a casa, ciò che, nondimeno, la zia Fara ha percepito e più le è rimasto impresso dei suoi discorsi è il fatto che parlava – evidentemente anche a casa -di mafia. Ed è importante sottolineare la spontaneità di questa testimonianza resa quando ancora non era stata informata della morte di suo nipote. Nella successiva deposizione, resa a distanza di qualche mese dinanzi al G.I. CHINNICI, la stessa Fara renderà dichiarazioni molto più articolate sull’impegno politico del nipote contro la mafia, ammettendo però di esserne stata informata dai parenti e dai compagni di partito di Giuseppe. (V.verbale di S.I. 7.12.78, fg.22 del vol. 892 “Insisto nell’affermare che mio nipote, per non darmi preoccupazioni, non mi parlava mai del suo programma politico, quello che ho detto circa gli attacchi contro i mafiosi di Cinisi l’ho saputo dagli amici di mio nipote e da tutto il paese”).

Quanto alle testimonianze degli amici e dei compagni di partito, tutti escludono che l’IMPASTATO potesse nutrire propositi suicidi (e tanto meno il proposito di compiere un attentato terroristico), sottolineando come egli stesse vivendo piuttosto un momento di fervido impegno e di rinnovato entusiasmo per la politica, atteso anche l’andamento gratificante della campagna elettorale che lo vedeva impegnato in prima personain molteplici e coinvolgenti iniziative pubbliche, sempre connotate da un forte impegno di denunzia contro il malaffare e gli illeciti intrecci politico-mafiosi. (Cfr. IACOPELLI Fara, IACOPELLI Graziella, VITALE Felicia, VITALE Maria Fara, ANDRIOLO STAGNO Marcella, BARTOLOTTA Andrea, FANTUCCHIO Giuseppe, CAVATAIO Benedetto, LO DUCA Vito, LA FATA Pietro, DI MAGGIO Faro, CARLOTTA Francesco, VITALE Salvatore.).

E alcuni di loro, in particolare, confermano che quelle del loro amico e compagno Giuseppe erano denunzie mirate e accuse circostanziate. Al riguardo, oltre alla testimonianza del Prof. VITALE, che sarà resa solo molti anni dopo, si segnalano le dichiarazioni che furono rese già nell’immediatezza del fatto e nel corso dell’istruzione sommaria , prima, e di quella formale poi, da LA FATA Pietro, LO DUCA Vito e ANDRIOLO STAGNO Marcella.

Quest’ultima in particolare, nelle S.I. rese il 10 Maggio ’78 dichiara che “L’IMPASTATO Giuseppe era un giovane alquanto sensibile e da un certo tempo aveva impostato la sua linea politica nella denuncia pubblica della mafia locale e delle speculazioni che tali organizzazioni effettuavano. In particolare, egli indicava Gaetano BADALAMENTI quale capo della mafia locale, nonché in privato asseriva che lo stesso fosse un corriere della droga. Aveva pubblicamente citato un tale FINAZZO costruttore edile del luogo, uno speculatore in materia edilizia riferendosi alla costruzione di un palazzo a cinque piani….”.(Cfr. verbale di S.I. a fg.61, vol. 891).

Lo stesso giorno, BARTOLOTTA Andrea, dopo aver asserito che l’IMPASTATO “era molto sensibile, aperto e che perseguiva una linea politica ben precisa e cioè la lotta aperta alla mafia locale”, precisa che “Per linea politica mi riferisco a quella anticapitalista, antimperialista e contro ogni forma di repressione. Per lotta alla mafia mi riferisco a quella rivolta alla mafia locale sul piano della informazione e controinformazione consistente nella pubblica denunzia dei danni derivanti al territorio dalla speculazione edilizia. Come riferimenti precisi, egli si riferiva a Gaetano BADALAMENTI nonché a due ex sindaci del Comune di Cinisi, nelle persone di ORLANDO e PANDOLFO. Questi ultimi due sono compresi nella mostra già esposta Domenica scorsa in questo Corso Umberto”. (Cfr. fg. 71, vol.891).

Nelle S.I. rese il 9 Maggio (fg.77-80), LA FATA Pietro (che apparteneva anche lui al collettivo di Radio Aut ed era candidato nella stessa lista di Democrazia Proletaria) si dice convinto che “IMPASTATO Giuseppe sia stato ucciso volontariamente e poi da parte dei responsabili sia stato simulato un incidente come se fosse avvenuta la sua morte in conseguenza dello scoppio accidentale di una bomba. Ritengo che sia stato ucciso perché IMPASTATO Giuseppe rappresentava l’uomo di punta di una controinformazione sostanziata di denunce di speculazioni varie come lottizzazioni edilizie, cave, scempio delle coste, del litorale. Tutto ciò ne faceva carico alla mafia locale che attaccava pubblicamente in linee generali. L’anno scorso invece in un volantino denunciò apertamente che tale FINAZZO Giuseppe di Cinisi, legato al mafioso Gaetano BADALAMENTI, esperto in lupara e traffico di eroina, aveva presentato un progetto per la costruzione di un edificio di cinque piani in aperta violazione della legge. In seguito a tale denunzia il progetto non fu approvato. Per questi motivo ritengo che IMPASTATO Giuseppe sia stato ucciso ad opera della mafia locale”.

(Per completezza e obbiettività, va rammentato che, dopo essere stato edotto dagli stessi Ufficiali di P.G. che lo stavano esaminando di alcuni passi della lettera-testamento attribuita all’IMPASTATO, e segnatamente di quelli in cui si manifestano propositi suicidi, il LA FATA, esplicitamente sollecitato a rivedere le proprie affermazioni, ha dichiarato: “Non mi sento di dare una risposta organica. Sono sorpreso. Sono stupito e non mi aspettavo una cosa del genere. Non posso non tenere conto delle frasi di cui mi è stata data testè lettura e onestamente debbo dire che ne sono rimasto influenzato e forse è il caso che io riveda anche la mia primitiva convinzione sulle cause del decesso di IMPASTATO Giuseppe”. Ma sul punto, e sull’effetto depistante della famosa lettera, si tornerà in prosieguo).

LO DUCA Vito, al P.M. SIGNORINO, conferma che “L’IMPASTATO aveva denunciato alla cittadinanza di Cinisi la costruzione di due strade e di un villaggio turistico improduttivo per Cinisi stessa. In particolare, una strada costruita con i soldi del Comune in contrada “Purcaria” che serviva per l’uso di due sole persone di cui non so i nomi, ma ho sentito dire essere mafiosi e del villaggio turistico in realtà non so particolari precisi. Il villaggio turistico si chiama Z 10” (Cfr. verbale di S.I. del 19.05.78, fg.154).

Nelle S.I. rese al G.I. CHINNICI il 9.12.78, VITALE Maria Fara, che faceva parte del collettivo di RadioAut “da circa un anno e mezzo”, dopo aver ribadito la sua convinzione che Peppino fosse stato ucciso per mano mafiosa (“io pensai subito che Peppino era stato ammazzato e ciò perché Peppino da dieci anni a questa parte a Cinisi faceva un certo tipo di lavoro politico che lo portava a contrastare il potere mafioso”), aggiunge di aver pensato all’assassinio anche “perché Peppino IMPASTATO aveva ideato la trasmissione “Onda Pazza” nella quale, in chiave satirica, attaccava mafiosi chiamandoli per nome e attribuendo nomignoli: chiamava Gaetano BADALAMENTI “Tano Seduto”, o “il Grande Capo”, FINAZZO lo chiamava “Don Peppino Percialino”. “Onda Pazza”, la trasmissione ideata da Peppino IMPASTATO si occupava di speculazioni mafiose.

“In un pubblico comizio Peppino IMPASTATO denunciò il FINAZZO perché lo stesso aveva iniziato la costruzione di un palazzo a cinque piani. A seguito della denuncia dello IMPASTATO i lavori furono sospesi. 

“In un altro comizio Peppino denunciò l’iniziativa di un complesso turistico che fu realizzato su parere favorevole della Commissione edilizia”. (Cfr. fg. 34-35 vol. 892).

Questa sommaria rassegna suggerisce un’ulteriore considerazione sul ruolo e sul tipo di azione politica esercitati da Giuseppe MPASTATO all’interno del gruppo di giovani militanti di D.P. e del Collettivo di Radio Aut: egli non solo era, in pratica, il vero artefice e ispiratore di un’incessante campagna di denuncia contro il malaffare e le “speculazioni edilizie e mafiose”; ma con tutta probabilità era anche il più scrupoloso nella ricerca dei dati e delle informazioni a corredo delle sue pubbliche denunce, nonché, conseguentemente, l’unico in possesso di tali dati e a conoscenza di particolari e retroscena, sulle vicende e sugli illeciti intrecci oggetto di quelle denunce, che restavano ignoti ai più, compresi i suoi stessi compagni di partito.

2.5. Ancora dubbi e insinuazioni: i "precedenti" di Peppino IMPASTATO.

La difesa dell’imputato insinua il dubbio che le testimonianze dei prossimi congiunti dell’IMPASTATO e quelle dei suoi amici e/o compagni di partito non siano attendibili, soprattutto nella parte in cui tendono ad accreditarne l’immagine di una persona aliena da qualsiasi forma di violenza e pervasa da un rigore morale e un fervore ideale che traduceva in un’appassionata militanza politica. Le prime, per comprensibile e umana pietas verso il congiunto scomparso, farebbero prevalere le ragioni dell’affetto e del dolore (o del risentimento contro i presunti assassini) sulla serenità di giudizio. Le altre sarebbero offuscate anche dall’intento degli stessi dichiaranti di fugare qualsiasi sospetto di contiguità a gruppi o attività terroristiche o eversive, e dal timore di poter essere a loro volta attinti dai gravi sospetti avanzati dagli Inquirenti sul conto di Giuseppe IMPASTATO fin dai primi atti successivi al rinvenimento del cadavere.

Di contro va ribadito che, insieme ai più stretti congiunti, gli amici e i compagni di partito rimangono le principali e più attendibili fonti cui attingere elementi di conoscenza della personalità, delle idee, degli interessi, delle inclinazioni e delle abitudini di vita dell’IMPASTATO, in quanto gli unici in grado di interloquire sul suo vissuto familiare, e sulla sua formazione politica per averne direttamente condiviso o conosciuto vicende ed esperienze personali e di lotta politica.

D’altra parte, è fin troppo ovvio che il rilievo processuale di quelle testimonianze non sta nei giudizi sulla personalità di Giuseppe IMPASTATO o nei convincimenti espressi sulle cause della sua morte, bensì nei riferimenti che se ne ricavano a fatti specifici e a circostanze di vita vissuta, e nelle informazioni (riscontrate o verificate) e quant’altro, di obbiettivamente rilevabile o riscontrabile nella vita e nella condotta della vittima, possa giovare a far luce sulle cause della sua morte. E sotto questo profilo, al di là della convergenza e concordanza che le testimonianze predette registrano fin dal primo giorno d’indagine, la messe di reperti documentali di cui s’è fatto cenno fornisce eloquenti riscontri, ove ve ne fosse bisogno, alla loro attendibilità.

Se è vero poi, come pure si dirà, che il rapporto di collaborazione con gli Inquirenti è stato turbato, per tutta una prima fase delle indagini, da un pesante clima di sospetto e di avversione pregiudiziale alla matrice politica e ideologica del gruppo di militanti di cui faceva parte lo stesso Giuseppe IMPASTATO – ne sono traccia evidente le massicce perquisizioni effettuate anche a casa di molti di loro, alla ricerca di armi esplosivi o altro materiale compromettente; e il modo in cui taluno venne escusso, in termini più prossimi all’interrogatorio di un inquisito – non è men vero che tale clima provocò piuttosto, per reazione, un atteggiamento di sfiducia e di diffidenza che si tradusse a sua volta in reticenza o indisponibilità a rivelare fin dall’inizio circostanze e particolari di sicuro interesse investigativo (Scrive in proposito il giudice CAPONNETTO che fu proprio questo “senso di sfiducia che indusse amici, compagni e parenti del giovane, come risulta dalle sopramenzionate dichiarazioni di costoro, a rivelare in un momento successivo, e soltanto al Giudice Istruttore, circostanze di indubbia rilevanza al fine di accertare modalità e causa del tragico episodio”).

Ma la difesa dell’imputato, a confutazione delle risultanze emerse in ordine alla personalità dell’IMPASTATO e per accreditare l’opposto assunto di una sua inclinazione alla violenza, ne cita i precedenti penali e le valutazioni espresse nei rapporti riservati sul suo conto contenuti nel fascicolo riservato in possesso dei Carabinieri.

Ora, tralasciando quelle valutazioni, che si fondano esclusivamente sulla pregiudiziale riprovazione delle idee politiche professate dall’IMPASTATO – come si evince dall’ apodittico giudizio di pericolosità sociale motivato dalla professione di ideologie estremistiche e di sinistra - dalla scheda informativa allegata al fascicolo riservato cat. “P” in possesso dell’Arma (v.fg737 vol.4) risulta che Giuseppe IMPASTATO riportò:

-una condanna a £ 15.000 di ammenda, per violazione dell’art. 16 della legge sulla stampa, successivamente amnistiata;

-una seconda condanna, con sentenza del Pretore di Carini del 22.12.1969, a £ 50.000 di ammenda (pena sospesa) per disturbo di spettacolo pubblico;

-e infine, con rapporto giudiziario dei Carabinieri di Cinisi in data 11.07.1973, fu deferito a piede libero alla Pretura di Carini per lesioni personali lievissime, aggressione e violazione di domicilio in persona dell’esponente della Giovane Italia di Cinisi, MALTESE Salvatore, ma non risulta che in ordine a tale fatto sia intervenuta sentenza di condanna. (Dell’episodio – che fu oggetto di una contro-denunzia in un volantino diffuso dal Centro di Informazione Democratica che figura tra gli atti informalmente sequestrati nell’abitazione dell’IMPASTATO – Giovanni IMPASTATO ha dato questa versione nella deposizione resa all’udienza del 25.10.2000 nel procedimento nr.41/99 a carico di BADALAMENTI Gaetano: “Un’altra denuncia l’ha subita non perché lui ha aggredito i fascisti, ma perché i fascisti hanno aggredito lui e lì ci sono delle testimonianze precise, ci sono degli atti giudiziari che sicuramente qualche persona non è andata guardare o a leggersi attentamente. Ha partecipato a quegli scontri anche mia mamma, perché i fascisti lo stavano uccidendo a Peppino IMPASTATO. Cioè si vadano….andiamo a rileggere un po’ quegli atti.”. Cfr. stralcio del verbale d’udienza prodotto dalla Difesa dell’imputato in allegato alla memoria del 15.02.2001).

Nessuna condanna quindi per danni a cose o a persone.

Ciò posto, l’entità di simili precedenti, avuto riguardo anche alla loro causale e alla lontananza nel tempo, appare a dir poco risibile a fronte del clima instauratosi in tutto il Paese a partire dalla seconda metà degli anni ’70: un clima di esacerbata conflittualità sociale, di tensione strisciante e di violenza diffusa, che si è cercato di riassumere attraverso la cronologia degli avvenimenti più significativi, sotto questo profilo, occorsi nel biennio 77/78 (v. supra). Erano, come si è visto, anni in cui non solo gli attentati terroristici, ma anche gli scontri di piazza mietevano vittime con cadenza quasi giornaliera e provocavano ondate di arresti e denunzie con imputazioni ben più gravi della violazione della legge sulla stampa o del disturbo della quiete pubblica. E i movimenti dell’IMPASTATO erano oggetto di particolare attenzione, se è vero che in una nota riservata trasmessa al Comando Gruppo Operativo dei Carabinieri di Palermo in data23.05.78, si conferma che egli aveva effettuato svariati viaggi a Palermo, Roma e Bologna per partecipare a manifestazioni di piazza e di protesta. Deve quindi presumersi che non sarebbe passato inosservato un suo coinvolgimento in scontri o violenze di piazza. (Cfr. fg. 287, vo. 1 del fascicolo ult. citato).

Del tutto inconducente appare poi l’episodio, pure rievocato dalla difesa del PALAZZOLO, del litigio familiare nel corso del quale l’IMPASTATO sarebbe venuto alle mani con suo zio Giuseppe, inteso SPUTAFUOCO, che era una persona anziana (oltre settanta anni) oltre che un prossimo congiunto.

Ed invero, l’assoluta occasionalità dell’episodio e la peculiare cornice psicologica in cui si verificò non consentono affatto di inferirne un temperamento aggressivo e una spiccata familiarità nel ricorrere alla violenza fisica da parte del giovane militante di D.P. Di tale episodio, occorso la stessa sera della morte di Luigi IMPASTATO, padre di Peppino, ha riferito il fratello Giovanni nell’esame dibattimentale cui è stato sottoposto all’udienza del 25.10.2000 nell’ambito del processo parallelo a carico di BADALAMENTI Gaetano (il relativo verbale è stato acquisito su richiesta della difesa dell’imputato, per comprovare la storicità del fatto).

Ebbene, il teste ha spiegato che il fatto avvenne mentre “c’era il morto a casa” e che suo fratello Giuseppe, raggiunto dalla notizia che suo padre era rimasto vittima di un incidente stradale, ne fu sconvolto non solo per l’ovvio dolore che l’improvvisa perdita di un genitore può cagionare ai figli, e per il particolare stato d’animo indotto dai lacerato contrasti che lo avevano allontanato dalla casa paterna, ma anche perché era convinto che non si fosse trattato di un incidente, bensì di un assassinio ordito da quella stessa cerchia di personaggi mafiosi o vicini a esponenti mafiosi, cui apparteneva anche lo zio SPUTAFUOCO, per eliminare l’ostacolo che impediva loro di uccidere lo stesso Giuseppe (“…Dice ora chiaramente avete ucciso lui ora….per…per uccidere me successivamente”). E fu proprio questo il motivo del litigio:

“ Dunque mio fratello era molto addolorato del fatto che improvvisamente viene a sapere della morte del padre. Era molto addo…poi viveva in una situazione terribile, perché non….non era a casa, era fuori casa insomma…Poi c’è stato il fatto del viaggio che lo ha un po’ sorpreso pure lui ed era…aveva delle convinzioni. Credo che ognuno di noi può anche avere delle proprie convinzioni. Lui era convinto che praticamente mio padre fosse stato ucciso, che non si trattava di un incidente stradale. Anche perché non…non conosceva lui la dinamica del fatto. Improvvisamente gli dicono c’è tuo padre morto in un incidente stradale. Chiaramente lui si scaglia verbalmente contro questo zio, lo zio risponde e lo rimprovera…insomma gli va incontro, lui pure va incontro a lui. Insomma….e vengono quasi alle mani. Non è che c’è stato un atto di violenza nei confronti di mio fratello, sia di mio fratello sia dello zio. Vengono quasi alle mani, cioè il fatto che….insomma abbia 70 anni (N.d.R.: in realtà erano 77, come precisato dall’Avv. GULLO), diciamo che….77,76, è una persona che merita rispetto ma non che…poi c’era il figlio accanto, Jack, non era soltanto questo zio mio.”.

2.6. Ancora sulle risultanze obbiettive dei primi accertamenti investigativi: ulteriori smentite all'ipotesi dell'attentato. 

1- Gli elementi fin qui esaminati – e con riserva di tornare su alcuni di essi – debbono un sicuro valore indiziario al fatto di concorrere, nel loro insieme, a delineare un quadro valutativo, in ordine alla personalità di Giuseppe IMPASTATO, al tenore e ai contenuti del suo impegno politico, al suo percorso morale e intellettuale, del tutto dis-metrico e incongruo rispetto all’ipotesi dell’attentato terroristico. Molti di essi, noti o acquisiti già nella fase d’avvio delle indagini, offrivano spunti investigativi che avrebbero dovuto indurre gli Inquirenti a sondare, quanto meno, la possibilità di causali del fatto diverse e alternative a quell’ipotesi, senza escludere a-priori alcuna pista, e segnatamente quella mafiosa. Né può obbiettarsi che le modalità e circostanze del fatto apparivano del tutto estranee al copione e ai rituali tipici dell’omicidio di stampo mafioso – come pure teneva a ribadire il Col. SUBRANNI anche nel rapporto datato 30.05.1978 – poiché già nel corso delle S.I. raccolte tra il 9 e il 10 Maggio, e poi ancora nell’esposto a firma dei congiunti dell’IMPASTATO presentato in data 16 Maggio, si ventilava apertamente l’ipotesi di un depistaggio: ossia che si fosse trattato di un omicidio artatamente dissimulato dalla macabra messinscena di un attentato terroristico proprio per sviare le indagini dalla vera natura e causale del delitto e occultare la provenienza della mano omicida. E se si fosse subito scavato con il dovuto rigore – e senza pregiudiziali politico-ideologiche - in direzione della personalità della vittima, del suo retroterra familiare e del contesto ambientale in cui si era innestato il suo peculiare modo di far politica, ne sarebbero scaturiti (come si dirà) elementi di conoscenza e di valutazione dei fatti sufficienti e idonei a rendere più che plausibile, e quindi degna di approfondimento, l’ipotesi del depistaggio.

Tuttavia, da quegli stessi elementi non poteva e non può venire una risposta esauriente e definitiva ai numerosi interrogativi sulla morte di Giuseppe IMPASTATO, a partire proprio dal nodo cruciale sulla configurazione del fatto (omicidio, suicidio, o morte dovuta all’esplosione accidentale di un ordigno che lo stesso IMPASTATO avrebbe tentato di piazzare tra i binari della ferrovia).

Ma ben altre risultanze, anch’esse emerse peraltro fin dalle prime battute investigative, valgono a confutare l’attendibilità del costrutto indiziario imbastito inizialmente sull’ipotesi dell’attentato terroristico.

Intanto, dall’esame degli atti, a fronte degli accenti di certezza con cui si esprimeva il fonogramma a firma del Dott. MARTORANA nel prospettare quell’ipotesi, risaltano la prudenza e la cautela che ispirano invece le due (pressoché contestuali) comunicazioni a firma del Dott. TRIZZINO, primo magistrato intervenuto sul posto nella sua qualità di Pretore di Carini: non solo nel fonogramma già citato delle ore 9.45, ma anche nella “Comunicazione di morte” successiva all’identificazione del cadavere non viene avanzata né si lascia trapelare alcuna ipotesi sulla causale del fatto. Dalla testimonianza resa dallo stesso Dott. TRIZZINO alla Commissione parlamentare di inchiesta apprendiamo che quella prudenza era imposta anzitutto dal fatto che non gli competeva formulare ipotesi, dal momento che la direzione delle indagini era stata già assunta, quella stessa mattina, dal competente Ufficio di Procura.

Ma c’era dell’altro:

Ricordo l’estrema complessità e difficoltà del sopralluogo, proprio perché – come ho già detto – non vi era un cadavere da identificare, da sottoporre a ricognizione, m solo brandelli sparsi – una scena veramente raccapricciante – oserei dire a centinaia di metri, alcuni dei quali furono trovati anche sui fili della luce; sulle prime non si riuscì a reperire una parte consistente del corpo. Ricordo anche un particolare. Mentre stavo ultimando il sopralluogo, proprio perché non c’era più nulla da fare, mi posi il seguente interrogativo: può il corpo di una persona ridursi in quel modo senza la possibilità di trovare una sua parte più consistente?Mi rivolsi quindi ad un ufficiale superiore dei carabinieri che stava sul posto, pregandolo di attivarsi per far intervenire un gruppo di militari per scandagliare la zona al fine di trovare un qualcosa di più considerevole. Proprio nel momento in cui stavo per andare via da quel luogo, fui richiamato perché fu trovata una gamba intera. (…)….La ferrovia era interrotta perché alcune traversine dei binari erano saltate. In prossimità della ferrovia vi era una macchina, una Fiat 850 o qualcosa del genere, che mi fu segnalata come appartenente all’IMPASTATO. Dal cofano anteriore di tale macchina fuoriusciva una specie di filo elettrico. Proprio in relazione al ritrovamento della gamba intera – non ricordo se a posteriori o sul momento – supposi che l’IMPASTATO si trovasse in posizione curva o prona sui binari e che l’esplosivo fosse collocato sotto il torace, cosa che poteva dare adito a perplessità sulle reali causali del fatto”. (Cfr. dall’audizione del 25 Novembre 1999 dinanzi al Comitato di Lavoro sul caso IMPASTATO, pag.44 della relazione in atti).

In effetti, la scena che si presentava agli occhi dei Carabinieri e del Pretore TRIZZINO appena intervenuti sul posto era a dir poco raccapricciante, per quanto è dato desumere dal verbale di ricognizione dei luoghi a firma dello stesso Pretore (e del Mar. TRAVALI) in cui sono minuziosamente ricostruiti la sequenza e i luoghi di rinvenimento dei poveri resti con la cruda descrizione del loro stato, poi integrata dai rilievi di cui al verbale autoptico redatto (a cura del Dott. PROCACCIANTI) quella stessa mattina all’obitorio del cimitero comunale: brandelli di carne e tessuti vari, frammenti ossei e di pelle di cui riesce difficile allo stesso medico legale stabilire a quale organo o parte del corpo appartenessero e sparsi nel raggio di trecento metri.

Le gambe, invece, erano integre, con l’ulteriore particolarità che presentavano una netta diversione o strappamento dei tendini della coscia; e che erano state proiettate a grande distanza dal cratere dell’esplosione. Più esattamente, si legge nel verbale di ricognizione, che viene rinvenuto un pezzo d’arto troncato, con insieme delle parti muscolari e ricoperto in parte dal resto di un calzone bleu e al piede una calza dello stesso colore, tolta la quale “si accerta che trattasi dell’arto inferiore destro”; tale arto “appare integro dal terzo superiore in giù”. Prosegue poi il verbale che “alla distanza di quasi cento metri dal primo arto si rinviene ulteriormente il resto dell’arto di sinistra pure integro dal terzo superiore della coscia fino al piede e alla radice dilaniato, con visione di parti molle e della testa del femore scoperchiata. Al piede la calzetta colore blu”. Nel verbale di sopralluogo a firma TRAVALI (fg. 44-45 vol.I e 891) si legge che i due arti furono trovati a circa trecento metri dal punto dell’esplosione. Ma sull’ubicazione e la distanza a cui essi furono rinvenuti, dichiarazioni assai dettagliate ha reso l’App. PICHILLI, autore, insieme al necroforo comunale BRIGUGLIA Giuseppe, di quel rinvenimento (v. infra).

In sede di ispezione cadaverica, il medico legale osserva che i due arti inferiori appaiono “ricoperti da un abbondante peluria di un soggetto di sesso maschile, con unghie che oltrepassano le estremità delle dita. Tali arti risultano irregolarmente disarticolati in corrispondenza delle anche. Il rivestimento cutaneo è irregolarmente frastagliato ed affumicato sulla fascia anteromediale delle cosce stesse. L’affumicatura si estende alla cute integra per una decina di centimetri ed ai muscoli della radice delle cosce per un’estensione pressoché analoga. Sulla fascia mediale della coscia sinistra la pelle presenta delle lacerazioni a forma di V con apice in basso. In corrispondenza della lacerazione più interna (delle due anzidette) si rinviene una parte dello scroto, un testicolo e il pene lacerati ed affumicati. Integre le parti restanti delle cosce, delle gambe e dei piedi”. Ed ancora ribadisce. “Integre le ossa delle cosce, delle gambe e dei piedi” (cfr. fg. 19, vol.I e 891).

In pratica, le gambe sono state tranciate di netto dal resto del corpo, rimanendo pressoché intatte (piedi compresi), mentre il resto del corpo è stato letteralmente sbriciolato dall’esplosione. Basti rammentare che i frammenti più grossi erano costituiti da parti dell’osso iliaco e frammenti di teca cranica della lunghezza di pochi centimetri. Ancora dal verbale autoptico del 9.05.78: “…si notano altresì frammenti di cuoio capelluto, di ossa craniche (ogni frammento di forma triangolare, quadrangolare o pentagonale, ha il diametro massimo di 6-8 centimetri). E tra gli ulteriori resti si evidenziano “frammenti di muscoli, di rachide cervicale, di ossa tra cui è riconoscibile solo un largo frammento di osso iliaco destro, di cute, di encefalo e di intestino”.

Ciò fa supporre che gli arti inferiori non siano stati investiti direttamente né dallo scoppio né dall’onda d’urto dell’esplosione, e quindi dovevano trovarsi poco al disotto – e non al di sopra o allo stesso livello – della carica esplosiva e parzialmente al riparo della massicciata, avvalorando l’ipotesi che il corpo di IMPASTATO fosse disteso per terra con la parte superiore del tronco, ovvero la parte compresa tra il bacino e lo sterno a diretto contatto della carica esplosiva (come ipotizzato anche dagli artificieri LONGHITANO e SARDO). Questa considerazione, come vedremo, è ripresa ed evidenziata nella relazione PELLEGRINO di consulenza balistica.

Ma c’è un altro dato che balza evidente già dal macabro elenco dei reperti di cui al verbale di ricognizione dei luoghi e agli altri atti sopra citati: uno dei pochi frammenti riconoscibili e di maggior consistenza dopo gli arti inferiori, è costituito da una porzione della mano destra, e precisamente “dagli ultimi tre metacarpi e dalle ultime tre dita a confine assai irregolare”. (Nel verbale autoptico si precisa che “la superficie palmare è interamente affumicata e decisamente nerastra sui polpastrelli”).

Valgono per questo reperto considerazioni analoghe a quelle relative agli arti inferiori. Attesa la potenza dell’esplosione, la mano destra doveva trovarsi su di un piano diverso rispetto a quello su cui era dislocata la carica esplosiva, o comunque in una posizione tale da non essere investita in pieno e direttamente dalla tremenda onda d’urto dell’esplosione. A fortori è ragionevole supporre che essa non fosse a diretto contatto con la carica medesima, ché altrimenti sarebbe stata sbriciolata.

Né vale obbiettare, in contrario, che le evidenti tracce di polveri piriche sulla superficie palmare sono compatibili ed anzi avvalorano l’ipotesi che l’esplosivo potesse trovarsi tra le mani della vittima: è questa, come si vedrà, la conclusione formulata, in termini interlocutori, nella relazione di consulenza medico-legale a firma CARUSO-PROCACCIANTI. Ma nella medesima relazione si evidenzia che analoghe tracce di esplosivo vennero rinvenute anche nei frammenti della camicia di lana indossata dalla vittima; e praticamente tutti i frammenti di cute recuperati e riconoscibili presentano tracce di affumicatura.

Al riguardo il perito balistico formula una considerazione addirittura troncante: “Su questi resti anatomici sono stati individuati tracce di nitrati, ma questa risultanza è di scarsa utilità in quanto che è oltremodo evidente che l’epidermide delle parti esposte del corpo della vittima sia stata direttamente investita dalla violenza dell’esplosione”. (Cfr. Relazione PELLEGRINO, fg. 190, vol. I).

Ed invero, se l’esplosione di un semplice colpo d’arma da fuoco entro il limite delle brevi distanze, ossia fino a 50 centimetri, provoca il deposito di nitrati sulla cute della persona che ne sia attinta, è lecito supporre che le polveri sprigionate dall’esplosione di 4 o 6 chili di tritolo investano ben oltre quel limite la cute non solo delle mani ma di qualsiasi altra porzione del corpo che vi sia esposta. E se, in ipotesi, il corpo di IMPASTATO era disteso per terra con il tronco a contatto diretto con l’esplosivo, la mano destra (così come la sinistra) non poteva certo trovarsi ad una distanza tale da porla al riparo dal deposito di nitrati e polveri sprigionate dall’esplosione: senza che per questo si debba concludere che, al momento dell’esplosione, la bomba stava addirittura tra le mani della vittima. (Si noti peraltro che la prova c.d. della paraffina ha dato esito positivo per la ricerca di nitrati anche sulla parte dorsale e non solo su quella palmare della mano destra: cfr. pag. 10 della relazione CARUSO).

D’altra parte, la conclusione formulata al riguardo nella relazione CARUSO-PROCACCIANTI è dichiaratamente interlocutoria. Gli stessi periti infatti ammettono che i dati relativi all’affumicamento del frammento di mano dx e delle estremità superiori delle cosce, tenuto conto anche delle lacerazioni sulla faccia interna della coscia sx – dati che farebbero ritenere verosimile che al momento dell’esplosione l’ordigno si trovasse all’altezza del bacino, probabilmente tra le mani della vittima – “permettono di stabilire soltanto la posizione dell’ordigno rispetto alle parti anatomiche del soggetto, ma non permettono di far luce su quale fosse in quel momento l’esatta posizione del corpo dell’IMPASTATO rispetto al suolo (o alla strada ferrata), né, invero, disponiamo di altri dati idonei a risolvere tale quesito” (cfr. pagg.20 e 21). Questa precisazione tradisce, ci sembra, insieme all’incertezza sulla posizione del corpo, il dubbio sul ruolo attivo o passivo delle mani rispetto alla carica esplosiva.

Resta il fatto che, soprattutto a paragone di tutte le altre parti del corpo, la mano destra riportò danni minori o almeno fu una delle porzioni corporee più risparmiate dall’esplosione; e resta il dubbio che anche la mano sinistra fosse stata risparmiata. Infatti, il Prof. DEL CARPIO consegnò ai periti i frammenti e poveri resti che aveva ricevuto in data 12 Maggio da uno dei giovani compagni di IMPASTATO (che li avevano rinvenuti sul luogo della tragedia lo stesso giorno o il giorno prima); ed ha sempre indicato uno di tali frammenti come appartenente alla mano sinistra. Invece, nella relazione CARUSO-PROCACCIANTI si attribuisce tale identificazione dell’arto ad un errore, perché “in effetti era un brandello di cute a contorni assai frastagliati, privo di qualsiasi caratteristica anatomica tipica della mano”.

Sul punto, non ci si può esimere dal rilevare che il Prof. DEL CARPIO, unanimemente reputato come clinico valente e medico legale di valore indiscusso, ebbe modo di visionare il frammento corporeo in questione appena tre giorni dopo la data del decesso e non appena lo ebbe in consegna lo ripose nella cella frigorifera (come ha dichiarato), insieme agli altri resti. Invece, i periti predetti, quando hanno esaminato gli stessi reperti, e in particolare il presunto frammento della mano sx, li hanno trovati “già in preda a putrefazione” e questo stato di degrado potrebbe averne ostacolato l’identificazione.

Tuttavia, la Corte non può che limitarsi a registrare il contrasto di valutazioni anatomiche tra il Prof. DEL CARPIO e i consulenti CARUSO e PROCACCIANTI, sicché non v’è alcuna certezza che quel frammento appartenesse effettivamente alla mano sinistra della vittima.

Val comunque ribadire che se, effettivamente, l’ordigno si fosse trovato, al momento dello scoppio, tra le mani dell’IMPASTATO, queste sarebbero state le prime parti del corpo ad essere investite dalla violenza dell’esplosione. Invece, proprio le mani, o almeno la mano destra, risulta essere la parte del corpo che ha riportato i danni meno devastanti, dopo gli arti inferiori.

2- Dubbi e ovvietà

Ma al di là dei ragionevoli dubbi scaturiti da una prima sommaria valutazione dei poveri resti del corpo del giovane militante di D.P., già nei primi giorni di indagine, e più precisamente nel periodo compreso tra il primo e il secondo dei due rapporti giudiziari a firma del Magg. SUBRANNI, andò facendosi strada, tra i magistrati inquirenti, una considerazione logica che contribuì a minare le iniziali e frettolose certezze sulla causale del fatto.

Ne ha riferito proprio il Dott. MARTORANA nel corso della sua audizione in data 15.12.99 dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta, parlando appunto dei primi dubbi che indussero il suo Ufficio a verificare piuttosto l’ipotesi che si fosse trattato di omicidio: “…Io ritenni strano che un soggetto, con l’intenzione di compiere un attentato, avesse collocato un esplosivo su un tratto di binario ferroviario lontano 500 o 600 metri. Cosa voleva dimostrare? Questa fu la mia riflessione.” (A domanda del Presidente, lo stesso MARTORANA risponde che, però, “ufficialmente non fece nulla” per verificare la fondatezza di quei dubbi). E aggiunge: “Una persona che compie un attentato deve mirare a qualcosa di particolare e non era particolarmente grave far saltare un tratto di binario ferroviario, peraltro di una linea di scarsa percorrenza”.

Ma, ricorda l’ex procuratore aggiunto, il rinvenimento della lettera in cui IMPASTATO esternava propositi suicidi “fuorviò tutte le indagini perché effettivamente sembrò che la morte fosse dovuta ad un atto disperato, ad un suicidio” (Cfr. pag. 85 e nt. 58 della relazione in atti). Tuttavia, qualche giorno dopo, alcuni giovani di Democrazia Proletaria o di Radio Aut “rinvennero una pietra su cui c’era qualche macchia di sangue e la portarono all’Istituto di Medicina Legale, non ai Carabinieri, perché credo che ci fosse qualche prevenzione per quanto riguardava le stazioni dei carabinieri.[] L’Istituto di medicina legale in quel periodo era retto da un eccellente medico legale, il Professor Ideale DEL CARPIO sul quale credo non si possa avanzare alcuna ombra. Egli informò immediatamente l’autorità giudiziaria. Venne dato ad un secondo collega l’incarico di andare a fare un’ispezione e controllare da dove fosse spuntata questa pietra. [….].”. Ma solo dopo che furono presentati degli esposti (“alcuni di questi furono fatti proprio dai compagni di Democrazia Proletaria”) e furono pubblicati sulla stampa alcuni articoli in cui si cominciava a profilare l’ipotesi dell’omicidio, solo allora “convocai i colleghi SIGNORINO e SCOZZARI e organizzai una riunione, nel corso della quale dissi al Dottor SIGNORINO che era necessario che invitasse i carabinieri ad approfondire le indagini proprio su quell’aspetto.”.

3- Le pietre insanguinate, i sopralluoghi al casolare e i reperti- fantasma.

In effetti, quello delle pietre insanguinate trovate all’interno del casolare poco distante dal luogo in cui era esploso l’ordigno che fece a pezzi il corpo di IMPASTATO è uno dei capitolo più oscuri nel tormentato iter delle indagini e poi della vicenda processuale che ci occupa: per le incertezze sull’effettivo numero delle pietre in questione e sulle modalità del loro rinvenimento; ma anche per l’ostinazione, da parte di chi conduceva le indagini sul campo, nel negare o minimizzare la rilevanza di questo elemento indiziario fino a quando fu possibile farlo, e cioè fino all’esito degli accertamenti medico-legali che appurarono trattarsi di sangue umano e dello stesso gruppo sanguigno di Giuseppe IMPASTATO (Cfr. conclusioni certe, sul punto, nella relazione PROCACCIANTI, pag. 25: “Le macchie di sangue prelevate sulla camicia indossata dal soggetto al momento del fatto appartengono al gruppo “0 CD”. Le stesse proprietà gruppo-specifiche (0 CD) caratterizzano la macchia di sangue umano esistente sulla pietra repertata durante il sopralluogo giudiziale del 13.05.78”).

E valga il vero.

ØIn data 12 maggio ’78, il Prof. Ideale DEL CARPIO - che sarà nominato consulente tecnico di parte nell’interesse dei prossimi congiunti e legittimi eredi dell’IMPASTATO – riceve una pietra con tracce verosimilmente ematiche e un sacchetto contenente resti umani tra cui una mano: glieli consegna uno studente di Medicina, tal CARLOTTA, specificandogli che la pietra era stata asportata dal casolare vicino al luogo dell’esplosione, e i resti umani erano quelli del corpo di IMPASTATO, raccolti nei dintorni.

In particolare, nelle S.I. rese al P.M. Dott. SCOZZARI il 13 Maggio, lo stesso DEL CARPIO ricorda di aver subito contestato al giovane che sarebbe stato opportuno consegnare quei reperti ai Carabinieri. Ma gli fu risposto che i carabinieri erano stati informati del rinvenimento di tracce di sangue all’interno del casolare, ma non si erano attivati. La stessa sera il Prof. DEL CARPIO provvide ad informare l’A.G. e per il giorno seguente venne disposta un sopralluogo con ispezione del casolare: atti che furono effettuati dal P.M. Dott. SCOZZARI, con la partecipazione dello stesso DEL CARPIO, di alcuni dei giovani che avevano scoperto le tracce di sangue (LO DUCA Vito e LA FATA Giampietro), oltre a vari ufficiali (compreso il Magg. SUBRANNI) e sottufficiali (tra i quali il Mar. TRAVALI) dei Carabinieri, esperti della Polizia Scientifica e i due consulenti tecnici già incaricati dei necessari accertamenti medico-legali. E, come si evince dal verbale d’ispezione, proprio su indicazione dei giovani predetti vengono effettivamente rinvenute, repertate ed asportate due pietre con macchie verosimilmente di sangue.

ØLa testimonianza di DEL CARPIO trova preciso riscontro in quella di Felicia VITALE: al G.I. Dott. CHINNICI aveva dichiarato di essere stata proprio lei, insieme ad altri compagni a trovare le pietre insanguinate all’interno del casolare e di averne subito informato i Carabinieri. (v. S.I. del 21.12.78, vol. II, fg.71).

Nel corso della sua audizione dinanzi alla commissione parlamentare d’inchiesta ha poi spiegato che il carabiniere a cui si erano rivolti, non diede corso ad alcun accertamento. E fu questa la ragione per cui decisero di asportare loro stessi una delle pietre insanguinate e di farla avere – insieme ad alcuni resti del cadavere parimenti rinvenuti sul luogo dell’esplosione – al prof. DEL CARPIO.

ØAnaloga spiegazione era stata resa già nel corso dell’istruzione formale da Giovanni IMPASTATO, che l’ha poi ribadita dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta: “Debbi dire a questo proposito che, a quello che ho saputo, i ragazzi amici di mio fratello avevano notato tali macchie fin dal primo momento: in tal senso informarono il Maresciallo, il quale però solo a distanza di giorni accettò la richiesta di accedere sul posto” (Cfr. S.I. del 7.12.78 cit.).

Qui il teste allude ad un distino sopralluogo effettuato personalmente dal Mar. TRAVALI, di cui ora si dirà, e in esito al quale furono rinvenute altre pietre con macchie di sangue.

ØSecondo quanto riferito dalla teste VITALE, il primo rinvenimento delle pietre insanguinate risalirebbe ad un sopralluogo effettuato da amici e compagni di Giuseppe IMPASTATO (tra i quali la stessa VITALE) uno o due giorni dopo la scoperta del cadavere. In effetti, dal riscontro incrociato delle testimonianze rese nel corso dell’istruzione sommaria dai compagni di IMPASTATO che parteciparono a quel sopralluogo e alla susseguente decisione di far avere il materiale rinvenuto al Prof. DEL CARPIO, è lecito ricavare che quel sopralluogo avvenne o il giorno precedente alla materiale consegna a mani dl Prof. DEL CARPIO, e quindi l’11 Maggio; oppure lo stesso 12 Maggio.

Sul punto, il 13 Maggio ’78 sono stati sentiti direttamente dal P.M. SCOZZARI sia LO DUCA Vito che LA FATA Pietro. Entrambi hanno confermato di aver ispezionato insieme ad altri compagni (tra i quali pure MANZELLA Benedetto, come ricorda la teste VITALE) il casolare e di avervi rinvenuto ed asportato una pietra sporca di sangue che poi qualcuno di loro aveva fatto pervenire al Prof. DEL CARPIO. Ed entrambi collocano l’episodio al “primo pomeriggio di ieri”, e cioè quel 12 Maggio in cui il Prof. DEL CARPIO ricevette il reperto in questione.

Ma dal verbale di S.I. in atti a fg. 113 si evince che quello stesso 13 Maggio – giorno dell’ispezione SCOZZARI e dell’escussione dei due testi menzionati – viene sentito dal Mar. TRAVALI anche MANZELLA Benedetto, il quale fa risalire l’episodio in questione ad “avantieri, giorno 11 Maggio”. Ed è pacifico che si riferisca al medesimo episodio: “Avantieri giorno 11 Maggio 1978,in compagnia di altri giovani miei compagni mi sono recato il località “Feudo” di Cinsi ove era avvenuta l’esplosione in cui trovò la morte Giuseppe IMPASTATO allo scopo di ispezionare il luogo al fine di trovare qualche traccia. Verso le ore 16 circa del predetto giorno ho visto una macchia che a mio avviso poteva essere macchia di angue, per cui unitamente ai miei compagni ho deciso di asportare unitamente alla pietra sulla quale si trovava. Preciso che detta pietra fa parte del pavimento di una stalla con ingresso che si affaccia verso Cinisi e che fa parte del fabbricato rurale di una casa abbandonata distante pochi metri dalla strada ferrata. La sera dello stesso giorno era venuto in Cinisi il giovane che conosco solo di vista, ma non ricordo il nome, al quale ho consegnato la pietra con sopra la macchia di sangue. Io consegnai detta pietra al giovane con l’incarico di farla recapitare al Prof. DEL CARPIO per gli accertamenti.”.

ØLo stesso MANZELLA fu protagonista però di un altro sopralluogo al casolare con il conseguente rinvenimento di altre quattro pietre con macchie verosimilmente di natura ematica. Di tale episodio non si parla nel citato verbale delle S.I. rese dal MANZELLA. Ma di esso hanno riferito al G.I. Giovanni IMPASTATO (de relato) e DI MAGGIO Faro, che ne fu anche lui protagonista.

Il primo ha dichiarato in particolare che Faro DI MAGGIO faticò a convincere il Mar. TRAVALI a recarsi all’interno del casolare in cui lo stesso DI MAGGIO e altri compagni avevano rinvenuto delle tracce di sangue: “e fu solo allora che lui repertò un sasso che conteneva le macchie”.

Secondo il racconto di Faro DI MAGGIO (v. verbale di S.I. rese al G.I. il 7.12.78, vol. II, fg. 23-27) la pietra insanguinata poi recapitata al Prof. DEL CARPIO fu rinvenuta e estratta dal pavimento del casolare “non ricordo se lo stesso giorno o il giorno successivo al rinvenimento del cadavere, ovvero al giorno in cui lui e gli altri compagni erano stati interrogati dai carabinieri. Nella circostanza erano presenti anche LO DUCA Vito, Pino MANZELLA e Paolo CHIRCO. Furono fatte delle fotografie sia alle macchie che al pavimento e in particolare alle macchie sulla panchina in muratura all’angolo della parete. Quindi, loro stessi staccarono dal pavimento una pietra sporca di sangue, e corsero a chiamare i Carabinieri. Insieme a loro, prosegue il DI MAGGIO “abbiamo rotto con martello e scalpello parte della panchina in muratura sulle quali si trovavano le macchie di sangue e parte del pavimento, consegnando sia le parti in muratura staccate, che lo straccio e un telo di sacco imbevuto di sostanza solidificata argentata ai carabinieri. Subito dopo in caserma abbiamo verbalizzato tutto”.

L’episodio, che si riferisce evidentemente ad un sopralluogo fatto al casolare dal Mar. TRAVALI in un momento e in circostanze diverse dall’ispezione effettuata la mattina del 13 Maggio dal P.M. SCOZZARI, è confermato dalle dichiarazioni rese al G.I. Dott. CHINNICI dall’App. PICHILLI e dallo stesso TRAVALI.

Il primo ha dichiarato che, dopo l’ispezione condotta dal Pretore la mattina in cui fu rinvenuto il cadavere di IMPASTATO, lui non partecipò ad ulteriori ricerche sul posto: “Soltanto qualche giorno dopo, assieme al Maresciallo, mi recai al casolare su segnalazione di alcuni giovani che vennero in caserma ad avvisarci che in un casolare vicino al luogo dello scoppio avevano visto delle macchie di sangue.

Fui io che assieme al Maresciallo asportai un tratto del sedile in muratura e una pietra dove si notavano appena delle macchie” (v. verbale di S.I. 28.12.78, fg.84-85).

Il TRAVALI a sua volta riferisce che, qualche giorno dopo l’ispezione curata dal Dott. SCOZZARI – che lui colloca dubitativamente al pomeriggio del 9 Maggio o nelle ore antimeridiane del giorno dieci – “un gruppo di ragazzi, tra cui MANZELLA e DI MAGGIO, presentarono in caserma pezzi di stoffa ed alcune pietre con delle macchie nerastre. Il tutto io repertai e trasmisi alla Procura della Repubblica” (cfr. fg.46 verbale di S.I. del 19.12.78).

Ma molto più preciso e dettagliato dell’approssimativa ricostruzione fatta al G.I. sia dal PICHILLI che dal TRAVALI e il verbale in atti (v. fg.116, vol.I e 891) datato 13 Maggio ’78, a firma dello stesso TRAVALI, che fornisce puntuali riscontri al racconto del DI MAGGIO, sollevando però non pochi interrogativi.

Nel verbale predetto, che ha ad oggetto la “ricezione di numero due pezzi di stoffa” esibiti da DI MAGGIO Faro, MANZELLA Benedetto e CUSUMANO Gaetano (tutti e tre compiutamente generalizzati nel medesimo atto) si attesta che “Avanti a noi, M.C. TRAVALI Alfonso, comandante della Sazione predetta, carabiniere PICHILLI Carmelo è presente DI MAGGIO Faro, MANZELLA Benedetto e CUSUMANO Gaetano, i quali spontaneamente ci esibiscono numero due pezzi di stoffa sotto descritti che a loro dire sono stati rinvenuti nello spiazzo antistante la casa rurale di contrada Feudo.

-un pezzo di stoffa a fiorellino fantasia blè, bianco viola e verde che presenta numero tre piccoli buchi prodotti probabilmente da bruciature ed un pelo attaccato all’orlo del buco; numero otto piccolissime macchioline carcerate da un apposito cerchio a matita di colore rosso così anche i buchi. Detta stoffa appartenga ad indumento per abito da donna.

-un pezzo di stoffa di colore nocciola sporco delle dimensioni cm.40x60 circa che presenta attaccature di materiale solido come piombo ad un angolo ed in altre parti due macchie nere probabilmente di catrame e con una certa quantità di catrame attaccata. Detta stoffa a dire dei giovani è stata rinvenuta nello spiazzo antistante alla predetta e dove poco più avanti era stata lasciata parcata l’autovettura appartenente ad IMPASTATO Giuseppe.

“I predetti, nella circostanza, facevano presente di avere notato alcune macchie probabilmente di sangue che si trovano sulla panca in muratura nell’interno della stalla con ingresso verso Cinisi. In considerazione di quanto sopra lo scrivente, in compagnia dei predetti, si recava sul posto ove, con l’ausilio di scalpello provvedeva ad asportare sul masso di tufo le macchie sotto segnate:

-due macchie di probabile sangue rinvenute sopra una pietra, ai piedi della panca del pavimento della stalla la pietra è stata asportata e repertata;

-numero tre pezzi di tufo facente parte della panca, ciascuno dei quali presenta macchie rossastre con delle sbavature.

“Le macchie sono state carcerate con matita color rosso. Quanto…. (illeggibile)sarà repertato e trasmesso all’Autorità Giudiziaria per gli accertamenti di competenza.

“Detto materiale è stato rinvenuto dai predetti alle ore 17 del 13.5.1978”

La lettura del verbale fuga qualsiasi dubbio, ove mai potessero esservene, circa il fatto che le pietre con macchie di sangue effettivamente asportate dal Mar. TRAVALI insieme al PICHILLI dopo che il loro intervento era stato sollecitato dal DI MAGGIO e dagli altri compagni summenzionati, provenivano effettivamente dallo stesso casolare dinanzi al quale era parcata l’auto di Giuseppe IMPASTATO e che fu oggetto anche dell’ispezione curata dal Dott. SCOZZARI.

Ora è singolare che di questo episodio non vi sia traccia nel verbale delle S.I. rese lo stesso 13 Maggio (appena venti minuti dopo, stando all’orario di apertura del medesimo verbale) proprio da MANZELLA Benedetto e concernente il rinvenimento di tracce di sangue all’interno del casolare e l’asportazione della pietra fatta pervenire al Prof. DEL CARPIO. Eppure, il MANZELLA era stato diretto protagonista anche di questo secondo episodio (cioè dell’asportazione di altre pietre ad opera del C.te della Stazione di Cinisi): lo ricorda il DI MAGGIO, lo conferma il TRAVALI e lo attesta il verbale a firma di quest’ultimo sopra riportato.

E’ a dir poco singolare che il Mar. TRAVALI abbia intrapreso quell’iniziativa, sia pure su sollecitazione dei giovani amici e compagni di IMPASTATO, senza previamente informare i suoi superiori che pure erano direttamente impegnati nelle indagini e che, stando alla data riportata nel verbale in questione, avevano effettuato una delicata ispezione quella stessa mattina in quel casolare alla ricerca di eventuali tracce di sangue. Né si preoccupò di informarli subito dopo, benché il (nuovo?)sopralluogo avesse avuto esito positivo.

Ma è di inaudita gravità che quel materiale, compresi i pezzi di stoffa che verosimilmente recavano tracce non solo dell’esplosione, ma anche dell’esplosivo utilizzato, non sia mai stato oggetto di alcun accertamento e non se ne abbiano avuto più notizie (v. infra).

ØCon riserva di tornare tra breve su questi punti oscuri della vicenda, va intanto segnalato che l’indagine della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso IMPASTATO ha messo in luce un’altra circostanza, se possibile ancora più inquietante, relativa alla possibilità che gli stessi Carabinieri si siano accorti, o siano stati informati della presenza di tracce di sangue all’interno del casolare già la mattina del 9 Maggio 78.

Agli atti della Commissione figura invero una copia (e relativa trascrizione) della registrazione di una intervista contenente le dichiarazioni di Giuseppe BRIGUGLIA, inteso Liborio, necroforo comunale di Cinisi, che partecipò alle operazioni di ricerca e raccolta dei resti del povero IMPASTATO, la mattina del 9 Maggio ’78. Tali dichiarazioni furono raccolte da Felicia VITALE IMPASTATO (la VITALE ha sposato Giovanni IMPASTATO) ed una copia della registrazione è stata acquisita (dalla Commissione) presso il Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe IMPASTATO, dove era custodita (cfr. pag. 67 e nt. 135 della relazione in atti).

E’ opportuno quindi riportare il testo dei passi salienti di quella intervista, come trascritti alle pagg. 67 e 68 della relazione in atti:

F.Che mestiere fai?

L.Il mio mestiere è... di spostare i cadaveri.

F.Cioè sei necroforo comunale?

L.Sì, sì. Giusto.

F.Da quanto tempo fai il necroforo?

L.Quarant'anni

F.Conoscevi Peppino Impastato?

L.Sì, conoscevo Poppino Impastato. Quannu c'era d'appizzari [appendere] i manifesti... U

venerdì, mi retti [diede] i manifesti pi essiri pronti u sabatu, chi c'era u fattu du comiziu, ai si

purtava Pippinu Impastato. Perciò... Poi sintivi stu fattu, mi vinniru a chiamari... là... .u dutturi...

F.Parli del 9 maggio?

L.Il 9 maggio, quannu fu... Pippinu Impastato...

E.Quando fu assassinato Peppino Impastato...

L.Sì, e mi vinniru a chiamari, u dutturi Di Bella, compreso il Comune di Cinisi, pi spustari... "

(Sai, ci fu stu buottu...". Poi di chiddu c'era sei chila di robba, sei chila...

E.Cioè del corpo di Peppino hai recuperato...

L.L'occhiale e compreso chiddu chi c'era vicino ai zabbari [alle agavi], giustu? ... Nu murettu

c'era una amma [gamba] di Pippinu Impastato.

Pu fattu di chiavi, truvai nella ferrovia, 'nsemmula [insieme] cu maresciallu, chi era e ... truvammu

sti chiavi nella ferrovia.,

F.Le hai trovate tu o... ti ha detto...?

L.U maresciallu mi rissi: "Amu a truvari sti chiavi". E circammu 'nsinu chi truvammu sti

chiavi nella ferrovia. A ferrovia era già staccata, du scoppiu [per lo scoppio],

F.Ti ha indicato lui il posto dove cercare?

L.Sì, sì, pi circari sti chiavi, ca i chiavi un si putevanu truvari unii eranu e i truvammu na

ferrovia. Tuttu bellu... I truvammu e ci retti all'autorità. "Ccà ci sunnu i chiavi". Poi arrivannu na

cosa... truvammu sta pietra... Sta pietra era... E si la purtaru iddi...

F.Dove?

L.Ni lu casularu.

F.Dentro il casolare...

L.Dentro il casolare e truvammu sta pietra e s'a purtaru iddi 'n Palermu, pi i fatti soi, pi

indagini.

F.La pietra era sporca di sangue?

L.Sì inchiappata [sporca] di sangue era.

F.Era sporca di sangue...

Secondo questa testimonianza (che fu raccolta, val ripeterlo, da Felicia VITALE per conto del Centro Siciliano di Documentazione) un grosso ciotolo sporco di sangue fu rinvenuto proprio dal necroforo Liborio già la mattina del 9 Maggio all’interno del famoso casolare; e fu consegnato ai carabinieri che la conservarono in un sacchetto e la portarono via. E questa è anche l’unica circostanza, tra tutte quelle riferite nel corso della intervista, di cui non si fa menzione nelle S.I. che lo stesso BRIGUGLIO rese al G.I. Dott. CHINNICI, in data 2.12.78, ossia la prima e unica volta in cui venne sentito nel corso delle indagini sull’omicidio (dopo la formalizzazione della relativa istruzione). Ma è anche vero che in quella sede il punto relativo alla presunta ispezione del casolare e alla scoperta delle tracce di sangue non fu oggetto di specifico approfondimento. Certo è che di quel reperto non v’è traccia agli atti.

D’altra parte, il ricordo del necroforo non può che essere legato all’unica circostanza in cui egli fu presente sul luogo: il giorno appunto del rinvenimento del cadavere e in occasione della pietosa raccolta dei resti del corpo. Difficile che possa essersi sbagliato: dovremmo ipotizzare che abbia confuso la sua esperienza personale e diretta, legata a quel macabro sopralluogo, con notizie apprese successivamente (magari apparse sulla stampa o comunque divenute di pubblico dominio) circa il rinvenimento di pietre insanguinate all’interno del casolare.

Il racconto del BRIGUGLIO, però, sembra trovare conferma nelle dichiarazioni rese dal Mar. TRAVALI nel corso della sua audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta in data 11 Novembre 1999. E ciò almeno su due punti essenziali: a) il casolare fu ispezionato già la mattina del 9 Maggio 78; b) furono effettivamente rinvenute, in esito a tale ispezione delle tracce di sangue su alcune pietre del pavimento. (“Mi sembra di ricordare che all’interno di quel casolare disabitato e fatiscente rinvenimmo qualche pietra”).

L’argomento viene ripreso e messo a fuoco nel seguente passo della citata audizione che di seguito si riporta:

RUSSO SPENA COORDINATORE. Che cosa avete trovato nel casolare?

TRA VALI. Poche cose, quasi niente. Ripeto, ricordo che non abbiamo trovato niente, poi non so se nel verbale...

RUSSO SPENA COORDINATORE. Non avete osservato dei segni di violenza, ad esempio delle pietre insanguinate?

TRAVALI. Credo che sia stata rinvenuta qualche pietra con tracce di sangue. A proposito del casolare torno a ripetere che si trattava di un edifìcio malandato disabitato da molto tempo.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Maresciallo Travali, precedentemente, a mia precisa domanda, lei ha risposto che il casolare era stato perquisito e che non avevate rinvenuto nulla, adesso però afferma che in quell'edifìcio vi erano delle pietre insanguinate...

TRAVALI. Mi sembra di ricordare che all'interno di quel casolare disabitato e fatiscente rinvenimmo qualche pietra con tracce di sangue.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Avete dato importanza al fatto di aver trovato queste pietre insanguinate nel casolare? Inoltre ci può descrivere il casolare?

TRAVALI. Era un edifìcio con mura fatiscenti, senza porte e quindi accessibile a tutti, forse veniva utilizzato come ricovero da qualche pastore dal momento che era completamente aperto.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Il sopralluogo nel casolare l'avete effettuato immediatamente, non appena compresa la gravità dei fatti verifìcatisi?

TRAVALI. Certamente, nella stessa mattinata e siamo rimasti sul posto fino a tardi.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Quindi presumo che il sangue sulle pietre fosse ancora fresco?

TRAVALI. Questo non lo so dire.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Immagino che abbiate esaminato queste pietre, non sa dirmi quindi se si trattasse di sangue fresco?

TRAVALI. Noi abbiamo rinvenuto delle pietre con qualche schizzo di sangue.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Non avete toccato le pietre per verifìcare se si trattasse di sangue fresco?

TRAVALI. No, non l'abbiamo fatto perché toccandole avremmo potuto alterare delle prove. Successivamente, provvedemmo a comporre in una cassa i frammenti del cadavere dell'Impastato che rinvenimmo nei dintorni, addirittura sugli alberi considerato che la deflagrazione era stata di una certa violenza. A quel punto tornammo in paese dove altri gruppi stavano effettuando indagini, accertamenti e perquisizioni a cui non partecipai perché - ripeto- rimasi sul posto dove stilai il verbale di sopralluogo".

La questione è ulteriormente approfondita nel prosieguo dell’audizione:

“RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha parlato poco fa di reperti e vorrei sapere qualcosa sulle pietre insanguinate e sulle tracce di sangue trovate nel casale.

TRA VALI. Anche le pietre venivano repertate.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha detto che non bisognava alterare le pietre perché avevano macchie di sangue. Poche-ore dopo l'avvenimento, quindi quando ha albeggiato, lei è entrato nel casolare e ha trovato pietre con macchie di sangue, tant'è vero che ha detto che non bisognava alterarle (verbo che lei ha usato e che risulta dai nostri resoconti stenografici). Agli atti non vi è traccia di reperto sulle pietre insanguinate. E sicuro che sono state repertate?

TRAVALI. Tutto quello che veniva rinvenuto sul luogo o che ci veniva portato dai giovani di Cinisi ...

RUSSO SPENA COORDINATORE, Mi riferisco a quello che avete rinvenuto nel casolare; i giovani svolgevano attività di volontariato nelle indagini le quali però spettano alla stazione dei

carabinieri. Avete repertato le pietre con macchie di sangue rinvenute nel casolare?

TRAVALI. Tutto ciò che veniva rinvenuto veniva repertato e quindi anche queste pietre.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Il ritrovamento di pietre insanguinate nel casolare sarebbe stato utile anche per le vostre indagini.

TRAVALI. Tutto quello che veniva rinvenuto veniva repertato e consegnato presso la cancelleria della procura.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha detto di aver visto pietre insanguinate e tutto ciò che è stato rinvenuto sul posto veniva repertato. Di conseguenza, anche le pietre insanguinate sono state reperiate. Quale ufficiale di PG curava la repertazione?

TRAVALI. Lo facevo io con altri militari della stazione. Dopo vent'anni non mi ricordo i loro nomi ma mi facevo dare una mano a repertare da chi era presente; i reperii venivano poi portati alla procura di Palermo. RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha parlato poco fa di reperti e vorrei sapere qualcosa sulle pietre insanguinate e sulle tracce di sangue trovate nel casale.

TRAVALI. Anche le pietre venivano reperiate.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha detto che non bisognava alterare le pietre perché avevano macchie di sangue. Poche ore dopo l'avvenimento, quindi quando ha albeggiato, lei è entrato nel casolare e ha trovato pietre con macchie di sangue, tant'è vero che ha detto che non bisognava alterarle (verbo che lei ha usato e che risulta dai nostri resoconti stenografici). Agli atti non vi è traccia di reperto sulle pietre insanguinate. E sicuro che sono state repertate?

TRAVALI. Tutto quello che veniva rinvenuto sul luogo o che ci veniva portato dai giovani di Cinisi ...

RUSSO SPENA COORDINATORE, Mi riferisco a quello che avete rinvenuto nel casolare; i giovani svolgevano attività di volontariato nelle indagini le quali però spettano alla stazione dei carabinieri. Avete repertato le pietre con macchie di sangue rinvenute nel casolare?

TRAVALI. Tutto ciò che veniva rinvenuto veniva repertato e quindi anche queste pietre.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Il ritrovamento di pietre insanguinate nel casolare sarebbe stato utile anche per le vostre indagini.

TRAVALI. Tutto quello che veniva rinvenuto veniva repertato e consegnato presso la cancelleria della procura.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei ha detto di aver visto pietre insanguinate e tutto ciò che è stato rinvenuto sul posto veniva repertato. Di conseguenza, anche le pietre insanguinate sono state reperiate. Quale ufficiale di PG curava la repertazione?

TRAVALI. Lo facevo io con altri militari della stazione. Dopo vent'anni non mi ricordo i loro nomi ma mi facevo dare una mano a repertare da chi era presente; i reperii venivano poi portati alla procura di Palermo.”.

(Cfr. pagg.69-71 della relazione in atti).

Ma è anche vero che del rinvenimento e della conseguente repertazione di una pietra con macchie di sangue all’interno del casolare, che sarebbero avvenuti già la mattina del 9 Maggio, non v’è traccia né nel verbale di ricognizione a firma del Pretore TRIZZINO (e redatto dallo stesso TRAVALI), né nel contestuale verbale di sopralluogo a firma del solo TRAVALI.

Ora, è possibile che, nel rievocare dinanzi alla Commissione quei primi frenetici giorni di accertamenti investigativi il Mar. TRAVALI si sia confuso e abbia sovrapposto il ricordo di momenti ed episodi diversi, facendo risalire alla mattina del 9 Maggio la scoperta delle tracce di sangue nel casolare. Del resto, già nelle S.I. rese al G.I. oltre vent’anni prima aveva collocato l’episodio dell’ispezione effettuata con il P.M. SCOZZARI, in esito alla quale era stata appunto rinvenuta nel casolare, repertata ed asportata una pietra con macchie di sangue, nel pomeriggio del 9 Maggio o “nelle ore antimeridiane del dieci…”.

Colpisce però come, nelle dichiarazioni rese alla Commissione parlamentare d’inchiesta, il Sottufficiale sia stato molto attento a precisare che le pietre con tacce di sangue rinvenute quella stessa mattina del 9 Maggio all’interno del casolare non furono toccate, per non pregiudicare delle prove. E con altrettanta sicurezza colloca questa scoperta in un momento antecedente alla composizione dei resti nella cassa di legno dentro la quale poi furono trasportati all’obitorio. Sicchè sembrerebbe proprio riferirsi, con certezza, ad un episodio diverso da quello dell’Ispezione SCOZZARI, avvenuta la mattina del 13 Maggio; e diverso altresì dall’episodio occorso il pomeriggio dello stesso giorno, allorché si recò ancora al casolare su sollecitazione di DI MAGGIO e compagni, per asportare (con martello e scalpello) altre pietre con probabili macchie di sangue.

Inoltre, di una sommaria ispezione effettuata la mattina del 9 Maggio, contestualmente alla prima ricognizione dei luoghi e alla raccolta dei resti del corpo di IMPASTATO, il Mar. TRAVALI aveva riferito anche al G.I. Dott. CHINNICI, quando i suoi ricordi dovevano essere sicuramente più freschi, con ciò fornendo, su questo punto, ulteriore conferma alle rivelazioni del BRIGUGLIO. In quella sede però il TRAVALI afferma di non aver trovato alcuna traccia utile e precisa di aver ispezionato il casolare “unitamente al Pretore”: il Dott. TRIZZINO invece ha negato dinanzi alla Commissione parlamentare tale circostanza. Anzi del casolare non serbava neppure il ricordo ed è certo che non gli fu fatta alcuna segnalazione particolare al riguardo. In effetti, come già si è visto, nel verbale di ricognizione del 9 Maggio è contenuto solo un fuggevole e incidentale cenno al casolare predetto, laddove si fa riferimento al luogo in cui era parcata l’auto dell’IMPASTATO. E lo stesso BRIGUGLIO, nella sua intervista, non fa cenno della presenza del Pretore all’atto del presunto sopralluogo all’interno del casolare. (E alla domanda se avesse consegnato la pietra sporca di sangue “alle autorità”, risponde di averla consegnata “ai carabinieri chi c’eranu”.).

ØSta di fatto che l’11 Maggio, o al più tardi il 12 Maggio, e comunque ancora prima della consegna della pietra recapitata al Prof. DEL CARPIO, i Carabinieri di Cinisi erano stati avvisati (se non ne erano già informati fin dalla mattina del 9 Maggio)della scoperta di tracce di sangue all’interno del casolare. Lo ricaviamo dal riscontro incrociato delle testimonianze di VITALE Felicia e dello stesso Prof. DEL CARPIO, oltre che dalle dichiarazioni di MANZELLA Benedetto e, soprattutto, di Faro DI MAGGIO, secondo il quale lui stesso si sarebbe premurato di avvisareCarabinieri della scoperta e ciò sarebbe avvenuto lo stesso giorno in cui fu prelevata la pietra recapitata a DEL CARPIO.

ØE veniamo al punto più oscuro e inquietante dell’intera vicenda relativa al rinvenimento frazionato di reperti di (verosimile) sangue all’interno del casolare.

Secondo la ricostruzione che precede, basata sulle risultanze di deposizioni testimoniali e di verbali di atti istruttori, il mar. TRAVALI avrebbe personalmente effettuato insieme al carabiniere PICHILLI (che lo ha confermato), un secondo sopralluogo dopo quello effettuato insieme al P.M. SCOZZARI, la mattina del 13 Maggio ’78. E questo secondo sopralluogo sarebbe avvenuto il pomeriggio dello stesso giorno, a seguito delle pressanti richieste di alcuni giovani che si erano presentati in caserma esibendo dei “pezzi di stoffa” con varie macchie e imbevuti di una sostanza argentata (secondo DI MAGGIO) o come di piombo (secondo quanto recita il verbale di ricezione in atti).

Tutto ciò risulta, come si è visto, dal verbale di ricezione datato 13 Maggio a firma del Mar. TRAVALI, in cui non si fa cenno dell’altro sopralluogo che sarebbe avvenuto la mattina dello stesso giorno.

Ora, è singolare che siano state trovate ulteriori tracce di sangue all’interno del casolare dopo che questo era stato oggetto dell’accurata ispezione condotta dal P.M. Dott. SCOZZARI, con la partecipazione di periti e di esperti della polizia scientifica (rectius, della Squadra Scientifica del Reparto Operativo dei Carabinieri), come si evince dal verbale in atti in cui è contenuta una minuziosa descrizione dello stato dei luoghi e di tutte le operazioni effettuate.

Ma ancora più singolare, ed anzi inquietante, è il fatto che il Mar. TRAVALI non abbia dato alcun peso alla cosa: non abbia cioè ritenuto di doverlo segnalare tempestivamente all’Autorità Giudiziaria, o almeno ai suoi superiori, che pure quella stessa mattina avevano compiuto un delicatissimo atto istruttorio concretatosi in un analogo sopralluogo mirato proprio alla ricerca di eventuali tracce di sangue all’interno di quel casolare.

Poiché delle due l’una: o i tre giovani avevano inscenato un maldestro tentativo di simulazione o contraffazione di prove di un (possibile) reato; oppure, alla pur accurata ispezione del P.M. erano clamorosamente sfuggite tracce ancora più numerose e cospicue di quelle rinvenute in esito alla medesima ispezione. Se a ciò si aggiungono le indicazioni desumibili dalla testimonianza del DI MAGGIO e della VITALE, nonché il fatto che il verbale di S.I. di MANZELLA Benedetto non contenga alcun cenno a quel secondo sopralluogo con asportazione di pietre, ve ne è abbastanza per avanzare il dubbio che le operazioni descritte in quel verbale di ricezione non siano avvenute, in realtà, lo stesso giorno, ma il pomeriggio precedente.

Ma una cosa è certa perché documentalmente provata: per dieci giorni l’ottimo TRAVALI si tenne i reperti acquisiti e cioè sia quelli ricevuti in consegna alla caserma di Cinisi dai tre giovani summenzionati; sia le pietre che lui stesso provvide ad asportare. Soltanto con Nota in data 23/05/78 (v. fg.112, vol. I), egli trasmise il verbale di ricezione dei pezzi di stoffa in cui si dava conto del rinvenimento delle pietre con le macchie di probabile sangue; e lo trasmise unitamente al verbale di S.I. di MANZELLA Benedetto e ad altri atti istruttori che riguardavano reperti ed accertamenti affatto diversi (così per il verbale di S.I. e ricezione del nastro consegnato da CUCINELLA Giuseppe e relativo all’intervista di Radio Terrasini Centrale a Giuseppe IMPASTATO; ed anche per il verbale di ricezione di “alcuni frammenti di resti umani presentati da CHIRCO Francesco”, con la precisazione, per quest’ultimo, che “i frammenti di organo sono stati consegnati dal Signor Procuratore SCOZZARI ai periti”).

Va segnalato ancora che nella Nota si parla genericamente di “alcuni reperti presentati da DI MAGGIO Faro, MANZELLA Benedetto e CUSUMANO Gaetano”, senza specificarne la natura. E solo alla fine del testo si precisa che “con reperto a parte saranno depositate presso la Cancelleria di codesta Procura i seguenti reperti…..”. Si parla però in termini generici dei pezzi di stoffa senza precisare nulla in ordine alle tracce di bruciatura e alla sostanza di cui uno di essi sarebbe imbevuto; e dei quattro pezzi di pietra repertati si dice solo che “presentano alcune macchie nerastre”, mentre è scomparso qualsiasi riferimento a tracce di sangue.

Francamente, non si poteva fare (e dire) di meglio per dissimulare la vera natura di quei reperti e per minimizzarne la rilevanza a fini investigativi. E infatti:

1°) il pezzo di stoffa contenente, probabilmente, tracce dell’esplosivo utilizzato per far saltare in aria il corpo di INMPASTATO non è mai stato sottoposto a perizia; anzi, i periti ne hanno persino ignorato l’esistenza.

2°) Le pietre con alcune macchie nerastre, che nel verbale di ricezione del 13 Maggio ’78 (v.fg.116)venivano indicate dallo stesso verbalizzante come “macchie di probabile sangue” non sono mai state sottoposte a perizia.

La Nota predetta, a firma del Comandante della Stazione CC. Di Cinisi è indirizzata alla Procura della Repubblica di Palermo, ma non risulta che sia mai stata presa in esame. E’ altresì indirizzata, per conoscenza, al R.O. dei Carabinieri, all’epoca comandato dal Magg. SUBRANNI: che ne accusa in effetti conoscenza nell’epigrafe del rapporto datato 30 Maggio ’78, a sua firma, laddove è scritto che il rapporto fa seguito, tra le altre, alla Nota n.4304/22-3 del 23.5.1978 della Stazione CC. di Cinisi, che è appunto la Nota di trasmissione dei reperti in questione.

Quanto alla sorte di detti reperti, apprendiamo solo dalla relazione della Commissione parlamentare che, tra gli atti acquisiti dalla stessa Commissione presso gli uffici del Reparto Operativo dei Carabinieri di Palermo e nell’ambito della corrispondenza tra quel Reparto e la Stazione dei CC. di Cinisi, figura anche una missiva a firma SUBRANNI, datata 25 maggio 1978 econcernente la trasmissione all’Ufficio reperti dei due famosi pezzi di stoffa e di “n.4 frammenti di pietre che presentano tracce nerastre”. E figura anche la nota 25/9 in pari data, afferente “n.2 ricevute relative ai reperti versati in data odierna presso la cancelleria del locale Tribunale”. (Cfr. pag. 63 della Relazione in atti).

Orbene, si è fatto cenno dei dubbi sorti sulla data di redazione del verbale di ricezione dei reperti predetti che vennero consegnati dai tre giovani alla Caserma di Cinisi; o meglio sul fatto che il giorno in cui vennero effettivamente compiute le operazioni descritte in quel verbale (che le riporta al pomeriggio dello stesso giorno 13 Maggio, data di redazione del verbale medesimo) corrisponda alla data in esso indicata. Ma anche volendo sorvolare su tali dubbi, è perfino superfluo sottolineare l’inaudita gravità della leggerezza in cui è incorso l’allora Comandante della Stazione CC. di Cinisi:

a)per avere trattenuto presso di sé reperti concernenti un punto assolutamente decisivo per orientare il corso delle indagini in quel momento; e ciò dopo che lui stesso aveva avuto diretta contezza, per avervi partecipato personalmente, di uno specifico atto di indagine mirato proprio ad accertare (con esito positivo, peraltro) l’eventuale presenza di tracce di sangue all’interno del casolare prossimo al luogo dell’esplosione.

b)Per non avere messo in risalto, nella citata Nota di trasmissione del 23.05.78, l’effettiva natura ed il contenuto dei reperti che si riservava di depositare presso la cancelleria della Procura.

Ma non meno gravi appaiono le responsabilità al riguardo del Mag. SUBRANNI, estensore del rapporto datato 30 Maggio 1978, al quale la citata nota di trasmissione era stata inviata, sia pure solo per conoscenza.

Nel rapporto infatti non si fa alcun cenno di quei reperti e in particolare delle pietre o frammenti di pietra con macche di probabile sangue, che avrebbero dovuto aggiungersi ai reperti già in possesso dei periti, essendo già in corso gli accertamenti medico-legali sulle tracce di sangue rinvenute sia sulla pietra a suo tempo consegnata a DEL CARPIO, sia sulle pietre asportate in occasione dell’ispezione SCOZZARI.

Eppure, sarà lo stesso SUBRANNI – nel corso della sua audizione dinanzi alla commissione parlamentare d’inchiesta ma prima ancora nelle deposizioni rese nel corso dell’istruzione formale - a riconoscere che la scoperta di tracce di sangue e l’esito della perizia nel senso della loro compatibilità con il gruppo sanguigno dell’IMPASTATO avrebbero avuto un peso decisivo nell’imprimere una svolta alle indagini, accreditando con forza l’ipotesi dell’omicidio.

In effetti, la formalizzazione dell’istruzione per questa ipotesi di reato avviene pochi giorni dopo il deposito della relazione CARUSO-PROCACCIANTI, e cioè appena acquisito l’esito di quegli accertamenti. Ed anche dal carteggio riservato contenente la corrispondenza intercorsa tra il Reparto Operativo dei CC e gli Alti Comandi dell’Arma - che sollecitarono ripetutamente a compiere i necessari approfondimenti investigativi e invitavano comunque il C.te del Reparto predetto a fornire, con cadenza mensile, tempestivi ragguagli su ogni eventuale sviluppo delle indagini, con ciò manifestando – emerge la consapevolezza che quella svolta fu determinata proprio dall’esito degli accertamenti sulle macchie di sangue. (Cfr. Nota 30.11.78 trasmessa dal C.do del R.O. al C.do del Gruppo Carabinieri di Palermo, fg.234 del Vol. I della documentazione relativa ad attività integrativa d’indagine depositata in data 4.04.2000).

E allora, anche qui delle due l’una: o il Magg. SUBRANNI non si peritò di appurare in cosa consistessero i reperti sommariamente indicati nella nota di trasmissione del 23 Maggio; o, ancora peggio, ne era perfettamente consapevole ed ha intenzionalmente taciuto una circostanza che avrebbe gravemente indebolito la tesi del suicidio-attentato.

Non è possibile, in questa sede, andare oltre la constatazione che, nella migliore delle ipotesi, autorevoli esponenti delle Forze dell’Ordine direttamente impegnati nello svolgimento delle indagini sono incorsi in gravi e inescusabili negligenze.

Ma il dato che qui più importa rilevare è che le tracce di sangue rinvenute all’interno del casolare sono molto più cospicue delle poche goccioline sulle pietre esaminate dai periti, e cioè quelle asportate in occasione dell’ispezione SCOZZARI: anche se, non essendo stati esaminati i reperti acquisiti dal Mar. TRAVALI, non si può affermare con certezza che le macchie presenti su quelle pietre fossero anch’esse di sangue umano e dello stesso gruppo sanguigno di IMPASTATO.

Riassumendo, le pietre insanguinate sono almeno sei o sette:

- una è quella che sarebbe stata asportata dal casolare e consegnata dal necroforo ai carabinieri già la mattina del 9 Maggio: ma come detto, dell’esistenza di questo reperto, desumibile solo dalla intervista di Giuseppe BRIGUGLIO (raccolta da Felicia VITALE) e dalle dichiarazioni rese dal mar. TRAVALI alla Commissione parlamentare d’inchiesta, non v’è traccia agli atti;

- una seconda pietra è quella asportata tra l’11 e il 12 Maggio dai compagni di IMPASTATO e recapitata al Prof.DEL CARPIO;

- la terza è quella asportata in occasione dell’ispezione condotta dal P.M. SCOZZARI (fg.107, Vol. I);

- altre quattro sono le pietre o i frammenti di pietra asportate, sempre dall’interno del casolare, dallo stesso TRAVALI, in occasione dell’ulteriore sopralluogo effettuato su richiesta di DI MAGGIO Faro e compagni (fg.116, vol.I).

Ve n’è abbastanza per rendere credibili le affermazioni fatte da VITALE Felicia dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta, laddove ha riferito della traccia di un rivolo di sangue che dallo spigolo della panchina in muratura scendeva fino al pavimento di uno dei due vani del famoso casolare (Cfr. pagg. 75-76 della relazione in atti: “Quando siamo entrati nel casolare c’era un sedile in pietra. Nello spigolo del muro c’era una traccia di sangue, una macchia con delle gocce di sangue sul pavimento tutto in pietra.”. E poi, alla domanda se fosse visibile un rivolo di sangue precisa ancora: “Nello spigolo c’era una macchia di sangue che scendeva a terra [….] Era giorno ed era sufficiente aprire la porta per vedere questo rivolo di sangue”.

E’ anche vero che l’unico reperto utilmente esaminato è il terzo tra quelli sopra elencati, poiché anche le macchie sulla pietra recapitata al Prof. DEL CARPIO non erano sufficienti, a parere dei periti, per una valutazione attendibile sulla loro natura.

E’ certo, però, che tutti i reperti in questione contenevano macchie simili, per quanto può evincersi dalle descrizioni contenute nei relativi verbali; e provenivano dallo stesso sito e cioè dall’interno di uno dei (due) vani del casolare, e più precisamente dal sedile di pietra intagliato nella parete in cui si apriva l’ingresso, o dal pavimento pure in pietra nelle immediate adiacenze del medesimo sedile.

Detto questo, deve anche convenirsi che le macchie di sangue rinvenute all’interno del casolare non hanno un valore probatorio assoluto, poiché come hanno precisato i periti, il gruppo sanguigno cui appartengono è sì lo stesso di Giuseppe IMPASTATO (“0-CD”) ma si tratta di un tipo comune, statisticamente, al 30% circa della popolazione. Sicchè non v’è la certezza che quel sangue non appartenesse ad altri che Giuseppe IMPASTATO (e una simile certezza basterebbe di per sé a provare l’omicidio).

Esse conservano però un innegabile valore indiziario, deponendo per l’ipotesi dell’omicidio, se inserite e valutate nel coacervo delle risultanze processuali, e segnatamente quelle desumibili già dai dati e dai reperti raccolti nel luogo e nell’immediatezza del fatto, come ora si vedrà. In ogni caso, sono, di per sé, quanto meno compatibili con l’ipotesi che IMPASTATO, all’interno di quel casolare, sia stato ucciso o anche solo picchiato prima di essere trascinato fino al punto in cui l’esplosione dell’ordigno previamente apprestato ne avrebbe sbriciolato il corpo; ma compatibili anche con l’ipotesi affine che sia stato ivi segregato il corpo già privo di vita in attesa del momento propizio per trascinarlo fino ai binari nel punto in cui era piazzata la carica esplosiva. E questa compatibilità è sufficiente, nel quadro di una valutazione unitaria e complessiva di tutti gli elementi raccolti, a fondare il valore indiziario del reperto ematico.

Non depone in contrario l’esiguità delle tracce di sangue. A parte la difficoltà, per le ragioni già specificate, di quantificare tali tracce (che comunque parrebbero molto più cospicue di quelle che i periti hanno avuto la possibilità di esaminare), l’ipotesi dell’omicidio non postula affatto né che esso si sia consumato all’interno del casolare (poiché, come detto, il corpo avrebbe potuto esservi trascinato già privo di vita o gli assassini essersi limitati a picchiare la vittima per ridurla all’impotenza); nè che la morte sia stata provocata da colpi d’arma da fuoco o da taglio che comunque abbiano cagionato alla vittima ferite profonde (con conseguente copiosa perdita di sangue), non potendosi affatto escludere, in tale ipotesi, una modalità meno cruenta come lo strangolamento.

Va invece disattesa, siccome priva di qualsiasi fondamento logico prima ancora che non suffragata da adeguati riscontri la prospettazione difensiva secondo cui le macchie di sangue potrebbero essere state originate da gocce di sangue proiettate dalla forza dell’esplosione fino al casolare e quindi incuneatesi negli interstizi delle travi di sostegno del soffitto o delle tegole di copertura del casolare; ovvero, gocciolate da frammenti di carne sanguinolenti scagliati dalla forza dell’esplosione fino a raggiungere il tetto del casolare, da dove il sangue sarebbe appunto gocciolato all’interno.

Ora, è vero che nel verbale dell’ispezione SCOZZARI si dà atto che l’intero casolare appare fatiscente e lo è in particolare la copertura in tegole (“tale copertura è palesemente dissestata tanto che dall’interno si intravvede l’esterno”: cfr. pag. 3 del verbale in atti e fg.109, vol. I). Ma non v’è dubbio che l’accurata ispezione, che non ha risparmiato neppure l’esame della copertura in tegole, almeno per quanto poteva vedersi guardando dall’interno verso l’esterno, non avrebbe mancato di rilevare l’eventuale presenza, negli interstizi tra una tegola e l’altra, di frammenti di carne umana, sia pure ormai essiccati: così come due frammenti identificati come di budella ormai essiccate sono stati rilevati “sui fili della rete elettrica ad alta tensione che costeggia la strada ferrata”.

Ma soprattutto, appare inverosimile che dei frammenti del corpo del povero IMPASTATO possano essere stati proiettati fino al casolare, raggiungendone il tetto, quando nessuna traccia è stata rilevata né sulle pareti esterne del casolare medesimo, né nelle sue immediate adiacenze o nello spiazzo antistante in cui era parcata l’auto dello stesso IMPASTATO ; e neppure, per quanto può evincersi dalla testimonianza del buon TRAVALI, nel viottolo che dal casolare conduceva fino al punto dell’esplosione. Frammenti e resti sono stati rinvenuti persino sugli alberi, nella zona circostante la linea ferrata: ma sempre in prossimità di questa e prevalentemente verso la zona monte e non nella zona intorno al casolare. Così è stato anche per le gambe, come si evince dal verbale di sopralluogo a firma TRAVALI e per gli altri resti recuperati dai compagni di IMPASTATO. Se ne dà atto anche nel verbale dell’ispezione SCOZZARI: “Prima di procedere alla ispezione del caseggiato, dai predetti testi ci viene indicato lo spazio nel quale è stata rinvenuta la mano ed i frammenti organici, che è posto oltre la strada ferrata, guardando questa verso monte”.

Ancor meno verosimile è poi l’ipotesi che delle semplici gocce di sangue, originate dallo spappolamento del corpo, ma disgiunte dai relativi frammenti di carne e provenienti da punti imprecisati, possano essere schizzate all’interno del casolare, incuneandosi con precisione chirurgica, a distanza di decine e decine di metri, attraverso gli interstizi della copertura in tegole del fabbricato o attraverso la piccola feritoia praticata in una delle pareti del vano in cui vennero trovate le tracce di sangue.

Piuttosto, deve convenirsi ancora una volta con quanto è scritto nella sentenza CAPONNETTO, circa il fatto che l’ipotesi dell’omicidio, alla luce delle complessive risultanze processuali in parte anticipate e di cui ora si dirà, “non deve ritenersi necessariamente collegata all’attribuzione all’IMPASTATO Giuseppe delle macchie di sangue riscontrate sulla pietra di cui s’è detto. Nulla esclude infatti di ritenere che ilo corpo della vittima sia stato trasportato già inanimato a bordo della autovettura da lui usata, sul luogo ove il veicolo venne lasciato e di qui sia stato poi trasportato sulla rotaia, ed ivi adagiato proprio sull’ordigno esplosivo (come confermano le perizie in atti).”.

4- Altri reperti rinvenuti sul posto: chiavi, occhiali e sandali.

Ma, come già anticipato, ulteriori considerazioni logiche potevano ricavarsi, generando interrogativi non meno inquietanti, sulla base del mero rilevamento di altri dati oggettivi e dei reperti raccolti sul luogo e nell’immediatezza del rinvenimento del cadavere.

Sia nel verbale di ricognizione dei luoghi a firma del pretore TRIZZINO che nel contestuale verbale di sopralluogo a firma del (solo) Mar. TRAVALI si dà atto del rinvenimento di un chiavino tipo Yale in un cespuglio di agave distante circa cinque metri dal punto dell’esplosione. Si accertò poi che la chiave era quella, in possesso dell’IMPASTATO, che apriva la porta di ingresso dei locali di radio AUT.

E’ a dir poco singolare, però, che i Carabinieri fossero già a conoscenza dell’esistenza di quella chiave, mentre era ancora in corso la ricerca e raccolta dei resti del cadavere e dovevano ancora iniziare le conseguenti operazioni di identificazione.

Di quella chiave hanno infatti parlato diversi testi. Anzitutto, lo stesso Mar. TRAVALI, che, nelle S.I. rese al G.I. il 19.12.78, precisa che detto chiavino “era perfettamente pulito”; e che “fu trovato sul lato destro della rotaia, rispetto alla direzione Trapani, nei pressi di un cespuglio tra la parte sterrata e la massicciata” (cfr. fg. 44-45, vol. 2 e 892).

Poi, RIGGIO Giovanni, all’epoca Maresciallo capo del Nucleo Informativo dei Carabinieri, che giunse sul posto nella tarda mattinata del 9 Maggio insieme al Maggiore FRASCA, dello stesso reparto (mai escusso, per quanto consta), quando già il Pretore era andato via, insieme agli altri Ufficiale e Sottufficiali che avevano eseguito il sopralluogo (“lì trovammo soltanto una Giulia dei carabinieri….”). Ebbene, il Mar. RIGGIO nelle S.I. rese al G.I. il 19.12.78, ha dichiarato di avere partecipato quella stessa mattina alla perquisizione della sede di Radio-AUT a Terrasini, insieme a numerosi altri militari (“Ricordo che eravamo in parecchi ad eseguire la perquisizione…”); e ha precisato che “La porta fu aperta con la chiave che ci fu data alla caserma dei CC. Di Cinisi. Nel momento in cui il Maresciallo Comandante la Stazione ci consegnò la chiave ci disse che probabilmente detta chiave era quella della sede di Radio-AUT”. (Cfr. fg.48, vol. II cit.).

In effetti, il Mar. TRAVALI appena terminata l’ispezione effettuata insieme al Pretore, si era recato in Caserma, ossia alla stazione di Cinisi; e l’unica chiave di cui ha parlato e che risulta ufficialmente rinvenuta e repertata sul luogo dell’esplosione quella mattina, è proprio il chiavino tipo Yale: verosimilmente attribuibile ad IMPASTATO, attese le circostanze ed il luogo in cui fu rinvenuto. Il fatto poi che lo stesso TRAVALI ipotizzasse, nel consegnarla al collega RIGGIO, che probabilmente quella era anche la chiave della sede di Radio-Aut torna a grande merito delle capacità intuitive di questo Sottufficiale.

Ma l’intuizione c’entra poco con le circostanze che emergono dalla testimonianza di BRIGUGLIA Carmelo, inteso Liborio. Si tratta del necroforo comunale di Cinisi, che partecipò alla pietosa raccolta dei resti del povero IMPASTATO, seguendo il pretore e i militari impegnati nella relativa ispezione. E fu lui, insieme all’App. PICHILLI, a trovare importanti reperti come la mano e anche gli occhiali di IMPASTATO (v. infra e S.I. dello stesso PICHILLI, il quale ricorda che, sempre insieme al BRIGUGLIA, trovò anche le gambe). In effetti, veniva spesso chiamato dai carabinieri “per rimuovere cadaveri che si trovavano nelle strade in occasione di incidenti stradali o altri avvenimenti delittuosi”. E anche “quando vengono a fare le autopsie, io pulisco i cadaveri”. Quella mattina era stato il mar. TRAVALI a incaricarlo di recarsi sul posto, dicendogli “dobbiamo andare a prendere quello che è rimasto di un picciotto che è scoppiato nella ferrovia”. Al suo arrivo, vi trovò il pretore e l’ufficiale sanitario.

Orbene, al G.I. Dott. CHINNICI il suddetto Liborio ha dichiarato. “Mentre io cercavo i resti di IMPASTATO, il Brigadiere dei CC. di Cinisi mi disse di cercare una chiave. Io trovai tre chiavi vicino alla macchina di IMPASTATO e precisamente accanto alla portiera di destra, cioè accanto al posto di chi si trova vicino al guidatore. Le tre chiavi erano l’una vicina all’altra”. (Cfr.verbale di S.I. del 20.12.78, fg.55, vol. II).

Dunque, furono trovate altre tre chiavi e in un sito che non lascia troppi dubbi sulla loro riferibilità all’IMPASTATO, almeno quanto il chiavino tipo Yale. Ma di esse non c’è traccia agli atti. Eppure, il BRIGUGLIA è certo non solo di averle trovate, ma anche di averle subito consegnate al Brigadiere, che dovrebbe identificarsi nel Brigadiere Carmelo ESPOSITO, il quale, secondo la concorde testimonianza del mar. TRAVALI e dell’App. PICHILLI, era presente sul posto quella mattina. (TRAVALI, in particolare, ricorda che il Brig. ESPOSITO rimase sul posto insieme al PICHILLI e all’App. ABRAMO, mentre lui andava a prendere il Pretore a Cinisi).

Ma la circostanza più singolare ed inquietante, che ci riporta al chiavino tipo Yale, emerge dal prosieguo della deposizione del BRIGUGLIA: “Il Brigadiere, dopo che io trovai le tre chiavi, mi disse. <<Ma se ne deve trovare un’altra!>>. Io allora cercai altri pezzi del corpo di IMPASTATO perché il Brigadiere mi disse che la chiave la cercava lui. Difatti poco dopo il Brigadiere trovò la chiave a circa tre metri, un poco più avanti di dove ci fu lo scoppio. La chiave la prese il Brigadiere e se ne andò subito alla caserma.”.

Ora non c’è dubbio che la chiave che a dire del Liborio, fu trovata a poca distanza dal luogo dell’esplosione – e che, si badi, fu subito portata in caserma - si identifica appunto con il chiavino tipo Yale che venne formalmente repertato. E su questo punto il ricordo del teste, che è molto preciso, trova pieno conforto nei verbali in atti. Difficile credere che possa essersi inventato l’altra circostanza relativa al rinvenimento delle tre chiavi, o che possa avere sovrapposto il ricordo di un altro episodio occorso in una occasione diversa da quella del rinvenimento del cadavere di IMPASTATO, perché anche su quella circostanza il suo ricordo appare nitido e sicuro. Ma l’unica persona che potrebbe (o dovrebbe) confermare o smentire il BRIGUGLIA, e cioè il Brigadiere ESPOSITO, non è mai stato sentito nel corso delle indagini; e neppure la Commissione parlamentare d’inchiesta ha potuto dare corso all’audizione che pure aveva disposto perché il Sottufficiale predetto risultava impegnato in una non meglio precisata missione all’estero.

Stando dunque alle rivelazioni del BRIGUGLIA, coordinate alla testimonianza del Mar. RIGGIO, dovremmo concludere che i carabinieri intervenuti sul posto nell’immediatezza del fatto sapevano già: a) che lì intorno doveva trovarsi una certa chiave; b) che questa chiave era di pertinenza di IMPASTATO; c) che serviva ad aprire la sede di Radio-AUT.

Resta il fatto, ed è ciò che preme qui evidenziare, che tre chiavi di pertinenza verosimilmente dell’IMPASTATO vengono trovate per terra in prossimità della portiera della sua auto, ma dal lato opposto a quello di guida; e che il chiavino Yale, viene trovato a pochi metri (circa tre, secondo BRIGUGLIO; circa cinque, secondo TRAVALI) dal cratere formato dall’esplosione, intatto e addirittura, come precisa il Mar. TRAVALI, “perfettamente pulito”. Neppure le tracce di affumicamento che sono la nota costante che accomuna i brandelli di abbigliamento dell’IMPASTATO e i suoi poveri resti. E sì che, se davvero, come sembra, la chiave apparteneva ad IMPASTATO, essa doveva trovarsi, al momento dello scoppio, nella tasca dei suoi pantaloni, o comunque addosso allo stesso. Eppure era intatta.

Come pure intatti sono stati trovati, sempre nelle immediate adiacenze del luogo dell’esplosione, altri accessori sicuramente di pertinenza dell’IMPASTATO, e segnatamente: i suoi sandali (tipo scholl’s), uno dei quali rinvenuto quasi a contatto con il binario, nel tratto danneggiato dall’esplosione, mentre l’altro giaceva dal lato opposto “quasi nel tratto in cui mancava il binario” (cfr. PICHILLI); e i suoi occhiali. Di questi ultimi, PICHILLI non ricorda se fossero del tutto intatti o se mancasse una lente. Il teste Liborio, invece, ancora una volta molto preciso, ricorda che fu rinvenuta la montatura (intatta) senza le lenti. E in effetti è in questo stato che vengono descritti nel verbale di ricognizione di cose in esito al quale si procedette all’identificazione del cadavere. (E’ curioso che nel verbale di ricognizione dei luoghi curato dal Pretore TRIZZINO non si dia atto del rinvenimento degli occhiali, benché siano stati trovati in prossimità di uno dei sandali che sono invece descritti nel medesimo verbale. Ma ciò può spiegarsi con il fatto che il rinvenimento fu successivo alla ricognizione predetta; e in effetti, il PICHILLI, che trovò gli occhiali, ha precisato di avere partecipato alle ricerche dei poveri resti di IMPASTATO subito dopo l’ispezione condotta dal Pretore: durante l’ispezione, invece, egli era rimasto a guardia dell’auto di servizio).

Quellamontatura presentava poi un elemento individualizzante che la rendeva inconfondibile: una delle stanghette era attaccata con del nastro adesivo perché in precedenza si era rotta, come ricordato da Fara BARTOLOTTA in sede di riconoscimento del cadavere. Eppure, quella stessa montatura, ancorché già lesionata e assistita da una riparazione di fortuna, è uscita indenne dalla violenta esplosione che fece a pezzi il corpo di IMPASTATO e il capo in particolare, se è vero che ne rimasero solo pochi frammenti di teca cranica e di cuoio capelluto, come si evince dal verbale autoptico già citato. Non è superfluo rammentare, in proposito, la testimonianza dell’allora Brigadiere Carmelo CANALE, in forza alla Compagnia CC. di Partitico, che, nel rievocare gli accertamenti espletati sul luogo la mattina del 9 Maggio, ha dichiarato di avere partecipato personalmente alla raccolta dei poveri resti e ricorda che particolare attenzione e impegno furono profusi nella ricerca proprio della testa, al fine di rendere possibile l’identificazione del cadavere. Ma la ricerca, benché mirata e accurata, risultò vana (Cfr. dal verbale di S.I. del 20.12.78, pagg.57-58, vol. II: “Io personalmente ispezionai un tratto della strada ferrata e tutta la zona circostante alla ricerca della testa dello sconosciuto per potergli dare un nome. Rinvenni diversi frammenti di cadavere sparsi per un raggio di 30-40 metri e più. Null’altro io vidi.”).

Ciò già rende poco verosimile che gli occhiali si trovassero, al momento dello scoppio, lì dove avrebbero dovuto trovarsi in condizioni normali. Inoltre, la montatura è stata ritrovata ad una distanza così prossima al cratere formato dall’esplosione, da far apparire qualsiasi ipotesi alternativa molto più credibile di quella. Infatti, secondo il ricordo del carabiniere PICHILLI – particolarmente nitido perché fu proprio lui a trovarli, insieme al necroforo, che lo conferma – gli occhiali giacevano “a tre metri di distanza circa dal sandalo che si trovava nel punto in cui mancava il binario”, e quindi a circa tre metri dal punto esatto dell’esplosione. Dalla testimonianza di NEGRELLI Antonino, casellante accorso sul posto dopo l’allarme dato dall’operaio specializzato delle ferrovie EVOLA Andrea, apprendiamo infatti che uno dei due sandali rinvenuti- ed evidentemente si tratta proprio di quello cui allude il PICHILLI - giaceva “quasi nel punto in cui il binario era interrotto” e quindi sul lato sinistro “rispetto alla direzione verso Trapani” (Cfr. verbale delle S.I. rese al G.I. in data 28.12.78, fg.80-81 vol.II).

L’altro sandalo, invece, fu avvistato (per primo) dal suddetto EVOLA, dal lato opposto, vicino al binario di destra “rispetto alla direzione di Trapani” e precisamente a circa 60-70 centimetri dal medesimo binario. (Cfr. verbale di S.I. del 28.12.78, fg. 78-79 Vol. II). E fu avvistato, peraltro, mentre albeggiava, quando cioè lo stesso EVOLA fece ritorno sul posto insieme ai carabinieri e al sorvegliante NIGRELLI. (In precedenza egli aveva constatato solo l’interruzione della linea ferrata e il cratere formato dall’esplosione: “Al lume della lanterna avevo visto soltanto il binario divelto per circa 55 centimetri ed un fosso profondo circa 30 centimetri e largo non più di 30 centimetri”).

Questa singolare dislocazione dei due sandali (o zoccoli, come si esprime EVOLA), che giacevano da parti opposte rispetto alla linea ferrata, ma entrambi praticamente a ridosso del cratere formato dall’esplosione, trova conferma nelle citate testimonianze del TRAVALI del PICHILLI. “…quasi nel tratto in cui mancava il binario, notai un sandalo del tipo farmacia di colore bianco; un altro era nel lato opposto, e quasi a contatto con il binario”(Cfr. PICHILLI, loc.ult.cit.). 

E’ una circostanza singolare ove si consideri che gli arti inferiori furono trovati, invece, a quasi trecento metri dal punto dell’esplosione ed entrambi dal medesimo lato, come ci conferma, nella deposizione resa al G.I., il Mar. TRAVALI. In pratica, l’impressionante onda d’urto dell’esplosione avrebbe avuto l’effetto di proiettare a grande distanza, ma da uno stesso lato, gli arti inferiori, che sarebbero poi piombati al suolo. I sandali invece, sarebbero rimasti pressoché sul posto, senza restare minimamente danneggiati dallo scoppio, e con l’ulteriore particolarità di essere allocati (dal medesimo scoppio che aveva proiettato le gambe a così grande distanza) uno a sinistra e l’altro a destra dello stesso tratto di linea ferrata.

Si aggiunga ancora che, sebbene nulla sia precisato al riguardo nel verbale di ricognizione e in quello di sopralluogo a firma del Mar. TRAVALI, i due sandali non erano coperti da terriccio, tant’è che furono avvistati quando ancora albeggiava, e non dovevano neppure presentare tracce di bruciature o di affumicamento, nonostante la estrema prossimità al punto in cui si verificò lo scoppio. Infatti, PICHILLI ne indica il colore, come lo percepì all’atto del loro rinvenimento: erano bianchi. Ed altrettanto precisa appare la rievocazione del Mar. TRAVALI: “la nostra attenzione fu attratta da un paio di sandali del tipo del dott.Scholl che solitamente calzava lo IMPASTATO” (cfr.fg.41).

5- Prime ragionevoli conclusioni.

Ebbene, tutti questi reperti, per lo stato ed il luogo in cui furono rinvenuti, orientano verso la medesima (e duplice) conclusione. Essi sono perfettamente compatibili con l’ipotesi dell’omicidio; e in particolare, con l’ipotesi che siano stati perduti mentre il corpo di IMPASTATO veniva trascinato fino ai binari e nel punto in cui era piazzata la carica esplosiva che l’avrebbe fatto saltare in aria; o, ancora più plausibilmente, confortano l’ipotesi che gli assassini, dopo l’esplosione, li abbiano disseminati nei dintorni del punto in cui era scoppiato l’ordigno, per completare la messinscena dell’attentato e per non lasciare dubbi sull’identificazione del cadavere. (Poiché è di tutta evidenza che se gli assassini, in ipotesi, vollero dissimulare l’uccisione dell’IMPASTATO dietro le apparenze dell’attentato, essi vollero altresì che non vi fossero dubbi sull’identità del simulato attentatore).

Di contro, una spiegazione diversa non è altrettanto plausibile. Anzi, appare francamente inverosimile che gli accessori personali di cui s’è detto (occhiali, sandali e chiavi) fossero portati o indossati dall’IMPASTATO al momento dello scoppio.

Ad analoghe conclusioni inducono altresì gli inquietanti interrogativi che suscitano le strane lesioni riscontrate ad entrambi i piedi del povero IMPASTATO.

Si legge infatti nel verbale autoptico redatto dal medico legale alle ore 13.50 del 9 Maggio 1978 presso l’obitorio del cimitero comunale di Cinisi: “Sulla faccia destra dei piedi e delle dita rispettive, piccole ferite lacero contuse a lembo, il cui bordo libero è rivolto verso l’alto (verso la tibiotarsica)”. Il verbale prosegue poi ribadendo che erano “integre le ossa delle cosce, delle gambe e dei piedi”.

Ora, che cosa può aver provocato lesioni di quel genere? Se si considera che i piedi erano integri e ricoperti da calzini, anch’essi sostanzialmente indenni (come risulta dal verbale a firma del Pretore TRIZZINO) è quanto meno lecito dubitare che siano effetto diretto dell’esplosione: nel senso che, se questa avesse investito direttamente gli arti inferiori, avrebbe provocato danni ben più devastanti di quelle lesioni.

Si può ipotizzare, piuttosto, che gli arti predetti, dopo essere stati proiettati verso l’alto dall’onda d’urto dell’esplosione, siano pesantemente ricaduti a terra, magari rotolando o rimbalzando sul terreno sassoso. Ma allora non si spiegherebbe come mai le lesioni si siano prodotte tutte e solo dal lato destro di entrambi i piedi e delle dita di ciascun piede.

Pertanto, pur senza alcuna pretesa di fornire una risposta certa ed esauriente, deve concludersi che anche questo dato sia quanto meno compatibile con l’ipotesi di un trascinamento (per le braccia) del cadavere o del corpo sul terreno, ad opera di una o più persone che facesse(ro) leva appunto sulle braccia, mentre i piedi, inerti o immobilizzati nella stessa posizione e inclinati sul lato destro, strisciavano sul terreno.

Tale dato, invece, resta oscuro o comunque difficilmente spiegabile con altre ipotesi ricostruttive.

La stessa conclusione vale anche per uno dei reperti fantasma di questo processo, e cioè le tre chiavi che il necroforo BRIGUGLIO ricorda nitidamente di avere trovato (e consegnato ad uno dei sottufficiali insieme ai quali era intento a cercare e raccogliere i resti del corpo o altre tracce utili) in prossimità della portiera dell’auto di IMPASTATO, ma dal lato opposto a quello di guida. Se le chiavi appartenevano allo stesso IMPASTATO, si può ipotizzare che gli siano cadute accidentalmente da una tasca, mentre usciva dall’auto: ma in questo caso avrebbero dovuto trovarsi dal lato del guidatore, a meno che non si vogliano prefigurare improbabili scenari (e cioè che il giovane sia giunto liberamente sul posto, altri essendo però alla guida della sua auto).

Anche di questo dato deve dunque dirsi che è quanto meno compatibile con l’ipotesi che Giuseppe IMPASTATO sia stato condotto sul posto già esanime o comunque contro la sua volontà; e che le chiavi siano cadute da una sua tasca mentre il suo corpo veniva trascinato a forza o di peso fuori dall’auto, appunto dal lato opposto a quello di guida. Ciò spiegherebbe altresì, e in modo ben più convincente, il fatto che le tre chiavi possano essere cadute di tasca nell’atto di uscire dall’auto.

La verità è che l’avere subito sposato la tesi dell’attentato terroristico fu al contempo effetto e causa di un atteggiamento preconcetto che ha inevitabilmente predisposto:

1.Ad una sequela sconcertante di omissioni, ritardi, negligenze e approssimazioni nella raccolta delle prove, nell’individuazione e nella conservazione delle tracce e dei reperti, nell’espletamento dei necessari approfondimenti istruttori;

2.A generare un clima di diffidenza, di sospetto e di sfiducia in quanti (familiari, conoscenti, amici e compagni di lottae di partito della vittima)avrebbero potuto fornire un contributo prezioso alle indagini; e che solo quando percepirono che quel clima era effettivamente mutato si decisero a fornire importanti rivelazioni su circostanze ed aspetti della vicenda di sicuro interesse investigativo (cfr. pagg. 23 e segg. della sentenza CAPONNETTO).

3.Ad un sistematico travisamento dei dati di fatto e delle informazioni raccolte nel corso dei primi accertamenti investigativi, nonché ad ignorare o sottovalutare molteplici e convergenti indicazioni che avrebbero potuto e dovuto orientare verso altre possibili causali.

2.7. Omissioni, ritardi e negligenze nella raccolta e nella conservazione delle prove.

1. Sconcerta anzitutto la mancata evasione alla richiesta del magistrato procedente di accertare la provenienza del materiale esplodente, di cui al punto 2 della delega di indagini conferita (con nota a firma del P.M. SIGNORINO) già in data 11 Maggio ’78 al Comandante del Reparto Operativo dei carabinieri (e cioè al Magg. SUBRANNI). Tale richiesta non poteva certo ritenersi superata o assorbita dall’incarico di “perizia tecnica d’ufficio” che lo stesso P.M. avrebbe conferito, appena otto giorno dopo, al perito balistico Pietro PELLEGRINO, cui vennero posti tre quesiti: “1) Tipo di esplosivo usato nella morte di IMPASTATO Giuseppe; 2) La ricostruzione della dinamica della morte; 3) Quant’altro risulta utile alle indagini. (Il perito depositerà la propria consulenza solo il 28 Ottobre 1978).

E’ evidente che l’indagine peritale non si sovrapponeva all’oggetto dell’accertamento espressamente richiesto ai carabinieri, ma avrebbe dovuto trarne semmai elementi utili alle valutazioni che competevano al perito balistico. E il sollecito conferimento dell’incarico peritale dimostrava piuttosto, ove mai ve ne fosse bisogno, la rilevanza che nell’economia complessiva delle indagini assumevano gli accertamenti in ordine all’esplosivo “usato nella morte di IMPASTATO Giuseppe”.

E’ addirittura inquietante, quindi, che nel rapporto giudiziario del 30 Maggio ’78, che pure doveva dar conto delle ulteriori indagini espletate in evasione alla delega dell’11 Maggio, non venga spesa neppure una parola in ordine al punto 2 di detta delega, salvo evidenziare, in relazione all’escussione del Prof. DEL CARPIO che “sul luogo dell’esplosione e all’esterno della buca formatasi per effetto dell’esplosione stessa non era stata rilevata o notata alcuna traccia di miccia combusta”.

Ma su questo punto gravissime omissioni si sono registrate fin dai primi necessari accertamenti. Ed invero, gli unici elementi acquisiti come certi già nell’immediatezza del primo sopralluogo - lo ha spiegato il gen. SUBRANNI nel corso della sua audizione dinanzi alla commissione parlamentare d’inchiesta - erano appunto l’assenza di tracce di miccia combusta e la presenza di polvere di cava che faceva presumere l’impiego di esplosivo del tipo di quello utilizzato nelle cave. (Cfr. pag. 9 dell’allegato alla Relazione in atti, concernente l’audizione dell’11 Novembre 1999: “Gli elementi tecnici erano questi: l’assenza di una traccia di miccia che andasse oltre la buca formatasi per effetto dell’esplosione; in secondo luogo, la dinamite usata era quella comune delle cave, e lì ci sono tantissime cave. Questi sono i pochi aspetti tecnici, il resto era tutto legato alle indagini…”).

In effetti questo dato relativo al tipo di esplosivo, che si identificherebbe con quello comunemente usato nelle cave, troverà conferma nell’esito degli accertamenti chimici di cui alla Relazione CARUSO-PROCACCIANTI, ribaditi anche dal perito balistico PELLEGRINO, grazie agli esami effettuati sulle polveri ricavate dal frammento della mano destra e dal frammento di stoffa repertato sul luogo, che evidenziarono tracce di binitrotoluene o DNT-dinitrotoluene. E, scrive il PELLEGRINO, “Gli esplosivi a base di binitrotoluene fanno parte dei cosiddetti esplosivi dirompenti o da mina, e quindi vengono utilizzati anche nelle nostre cave”.

Ma il dato in questione emerge processualmente già dalle relazioni di servizio redatte in data 9 Maggio ’78 dagli artificieri LONGHITANO Salvatore, Sergente Maggiore dell’11° Artiglieria, e SARDO Antonio, Brigadiere in forza al reparto Operativo dei Carabinieri di Palermo.

Entrambi sono convocati sul posto, si badi bene, solo per ispezionare l’autovettura dell’IMPASTATO, nel timore che i fili che fuoriuscivano dal cofano facessero parte di un congegno esplosivo (v. Relazione SARDO) e per accertare eventuali tracce di esplosivi all’interno della stessa auto (v. LONGHITANO, che ha ispezionato l’auto dopo che questa era stata già portata alla Stazione CC. di Cinisi). Ed entrambi esprimono analoghe valutazioni in ordine al tipo e alla quantità di esplosivo che aveva fatto a pezzi il corpo di IMPASTATO, danneggiando anche la linea ferrata, sulla scorta di quanto loro riferito dagli stessi Carabinieri di Cinisi.

In particolare, si legge nella Relazione SARDO, (giunto sul posto alle ore 10.00) che “Da quanto riferito dai Carabinieri della Stazione CC. di Cinisi, per quanto riguarda gli effetti prodotti dall’esplosione, perché sono giunto sul posto dopo che la linea ferrata era stata già riattivata e tutto riportato allo stato normale, si suppone che la carica esplosiva fosse composta da esplosivo ad elevato potere dirompente, verosimilmente esplosivo da mina comunemente impiegato nelle cave di pietra e per sbancamento di terreno quantitativamente rappresentato da kh 4-6 circa” (Cfr. fg. 86, vol. I).

Anche LONGHITANO, constatato che, al momento del suo sopralluogo, nel punto in cui era avvenuto lo scoppio non v’era alcuna anomalia nei binari e nella massicciata “perché rimessi in efficienza da personale delle Ferrovie dello Stato”, si limita a rilevare che “stante quanto riferitomi dai carabinieri, presumo che l’esplosivo fosse ad elevato potere dirompente, verosimilmente esplosivo da mina comunemente impiegato nelle cave di pietra e per sbancamento terreni. La carica esplosiva, considerato gli effetti dirompenti, poteva essere di kg. 4-6 circa”. (cfr. fg. 85, vol. I).

Ora, non si comprende – se non ipotizzando in effetti la presenza sul luogo di consistenti tracce di polvere di cava - su quali elementi, evidentemente forniti dai carabinieri di Cinisi, si fondasse questa valutazione concorde, sia pure presuntiva, espressa dai due artificieri. Né gli stessi hanno saputo precisare la fonte delle loro informazioni. Ma è certo che entrambi furono convocati per ispezionare l’auto e non per espletare accertamenti urgenti sulle modalità e le cause dell’esplosione o sul tipo di ordigno impiegato; e comunque, prima del loro arrivo,non venne compiuto alcun accertamento o adottata alcuna cautela in ordine alle tracce dell’esplosivo verosimilmente ancora presenti sul terreno.

In particolare, per quanto consta, non si è proceduto a setacciare il terreno per reperire eventuali tracce dell’innesco, dell’ordigno e della sostanza esplosiva. Né si è proceduto a prelievi di inerti dal cratere dell’esplosione, e cioè all’asportazione di terra, pietrame e quant’altro potesse essere utile ad eventuali analisi chimiche per individuare qualità e quantità dell’esplosivo o il tipo di innesco.

Anche per quanto concerne le caratteristichee le dimensioni (che non vennero misurate) del cratere, o i danni alla linea ferrata, che pure dovevano apparire elementi preziosi per ricostruire la forza e la quantità dell’esplosivo, se non anche la traiettoria dell’onda d’urto sprigionata dall’esplosione, ci si deve accontentare (fatto salvo quanto si dirà per la relazione ispettiva dei funzionari delle FF.SS.) delle testimonianze rese dai soggetti che a vario titolo presero parte ai primi sopralluoghi, che scontano inevitabili imprecisioni e discordanze. Neppure i resti del binario vennero misurati (nel verbale di sequestro in atti si parla soltanto di “3 pezzi”), né vengono allegate fotografie. E non si procedette ad un’accurata descrizione dei pezzi di rotaia divelti, o dello stato e della lunghezza delle traverse di legno.

Così nel verbale di sopralluogo a firma del Mar. TRAVALI si legge di una rotaia divelta e mancante per circa 30-40 cm. E di un “fosso sottostante da cui manca la traversa in legno”. Lo stesso TRAVALI è invece molto più preciso nelle S.I. rese al G.I. Dott. CHINNICI: “per un tratto di circa 30-40 cm. mancava la rotaia. In corrispondenza del punto in cui mancava la rotaia c’era un piccolo buco del diametro di 30-40 cm, profondo circa 10-15 cm”.

Sempre al G.I. il Brig. CANALE riferisce invece di un cratere del diametro di circa mezzo metro e della profondità di circa 30-40cm.

Ed ancora PICHILLI: “Ivi notammo la mancanza di un tratto di binario per circa 50 centimetri e in corrispondenza una fossa profonda circa 20 centimetri circa”.

A sua volta l’operaio EVOLA riferisce al G.I. di avere constatato che il tratto interrotto era lungo circa 55 centimetri e di aver notato, in corrispondenza, “un fosso profondo circa 30 centimetri e largo non più di 30 centimetri”. E gli fa eco NIGRELLI, che parla di “un fosso profondo circa 20 centimetri e largo circa 40 centimetri”.

Mancano inoltre rilievi fotografici o altro tipo di documentazione idonea a fornire un’esatta rappresentazione dei luoghi. In particolare, le immagini del luogo dell’esplosione e i particolari del cratere, del binario interrotto, dell’auto, dei singoli reperti (frammenti umani e resti di abbigliamento) nel punto esatto del rinvenimento e quant’altro. Ciò appare tanto più singolare perché dal verbale di sopralluogo a firma del Mar. TRAVALI si evince che era presente sul posto personale addetto ai rilievi fotografici e che furono scattate numerose foto. E anche il perito balistico PELLEGRINO riferisce di avere esaminato le foto scattate dai carabinieri sul posto: ma tali foto non risultano allegate alla relazione di consulenza.

Infine, la Commissione parlamentare d’inchiesta dà atto di avere acquisito ed esaminato copia di un "fascicolo fotografico a seguito della morte di Impastato Giuseppe classe 1948 da Cinisi", realizzato dal Nucleo operativo della Compagnia dei carabinieri di Partinico. Ma questo fascicolo, a firma "II Maresciallo Ordinario Comandante del Nucleo Operativo Francesco Di Bono", privo di indice e di relazione, consta di sole 9 (nove) fotografìe, tutte prive di legenda e mancanti di qualsiasi elemento descrittivo, che ritraggono da più posizioni i resti degli arti inferiori di Impastato Giuseppe".

Ma ivi si precisa anche che “In questo "fascicolo fotografico" non vi è alcuna inquadratura del binario interrotto dall'esplosione, dei frammenti di rotaia (v. sub a) della posizione degli altri reperti individuati e descritti nei verbali di sopralluogo (chiavi, zoccoli, ecc.), ne' dell'autovettura fìat 850 parcheggiata in uno spiazzo poco distante dal luogo dell'esplosione, nei pressi di una casa disabitata.

“Tantomeno risultano presenti in questo fascicolo (trasmesso anche all'A.G.) fotografìe di campo largo, idonee a documentare l'area dell'evento e dell'intervento della polizia giudiziaria, che ordinariamente vengono effettuate in occasione di qualsiasi sopralluogo”. (Cfr. pagg. 60.61 della Relazione in atti).

In generale, non risulta che siano mai stati effettuati rilievi planimetrici: per circoscrivere anzitutto il luogo in cui fu trovata l’auto e la sua distanza rispettivamente dal casolare e dal luogo dell’esplosione. Particolare che invece aveva la sua importanza al fine di vagliare l’ipotesi, che pure fu ventilata, di un incidente occorso mentre l’IMPASTATO si accingeva a piazzare l’ordigno esplosivo, poiché, in tale ipotesi, sarebbe stato a dir poco imprudente parcheggiare l’auto a poca distanza dal luogo prescelto per piazzare l’ordigno. Lo evidenziò anche il Prof. DEL CARPIO nelle S.I. rese al Magg. SUBRANNI in data 16 Maggio ’78, laddove, nel ricapitolare gli argomenti logico-critici che smentivano l’ipotesi dell’attentato, ribadisce “la scarsa importanza dell’obbiettivo” e aggiunge che “rimane la inspiegabile imprudenza commessa dall’attentatore, nel caso dell’ipotesi dell’attentato, di avere lasciato l’autovettura a breve distanza dal luogo dell’esplosione, distanza che non è di cento metri, come mi era stato prima indicato ma intorno ai trenta metri”.

Apprendiamo così che la distanza era di circa trenta metri: una valutazione attendibile, perché lo stesso DEL CARPIO era reduce dal sopralluogo effettuato appena tre giorni prima con il P.M: SCOZZARI. E lo stesso dato figura anche nel verbale di sequestro dell’auto predetta, datato 9 Maggio ’78.

Ma in altri atti processuali figurano dati differenti:

a)alcuni dei compagni e amici di IMPASTATO, come già si è visto, parlano di 10-15 metri, con riferimento alla distanza del casolare dal luogo dell’esplosione;

b)nel verbale di sopralluogo a firma del Mar. TRAVALI si legge solo che la FIAT 850 si trovava nel piazzale antistante un casolare nei pressi della linea ferrata;

c)nel fonogramma datato 9 Maggio ’78 a firma del Dott. MARTORANA si dice che l’autovettura dell’IMPASTATO si trovava ad una distanza di circa 50 metri;

d)Nel rapporto 10 Maggio a firma SUBRANNI la distanza scende a 20 metri (più o meno la lunghezza del cavo elettrico rinvenuto al suo interno);

e)Nelle S.I. del Mar. TRAVALI si parla ancora di una stalla o casolare “a circa 50 metri dal punto in cui mancava la rotaia”.

Né sono mai stati effettuati rilievi planimetrici per misurare le distanze tra i vari reperti rinvenuti o altri manufatti che potevano avere interesse investigativo (in particolare al fine di ricostruire, con la massima esattezza possibile, intensità e traiettoria dell’esplosione).

Infine, non vennero rilevate le impronte sull’auto, che avrebbero potuto quanto meno accreditare o smentire l’ipotesi che IMPASTATO fosse solo o in compagnia di altri.

2- Reperti scomparsi o mai esaminati.

Tra le ombre e le lacune istruttorie più gravi figurano poi i reperti misteriosamente scomparsi o comunque mai esaminati, di cui già si è detto.

Del “cucculuni i mari” sporco di sangue che sarebbe stato trovato all’interno del casolare e consegnato dal necroforo ai carabinieri la mattina del 9 Maggio non è neppure certi che sia mai esistito, perché ne ha parlato il BRIGUGLIO solo nell’intervista raccolta da VITALE Felicia. Ma non v’è traccia agli atti neppure della sommaria ispezione che il Mar. TRAVALI avrebbe effettuato, sempre quella mattina, all’interno del casolare, senza trovarvi alcuna traccia utile, come lui stesso ha riferito al G.I.

Le pietre con macchie di probabile sangue, trovate dai compagni di IMPASTATO e asportate dal sedile e dal pavimento all’interno del medesimo casolare invece esistevano e sono state repertate, ma mai esaminate. Come non fu mai sottoposto ad accertamenti il pezzo di stoffa color nocciola sporco, come è descritto nel verbale di ricezione del 13 Maggio, trovato nei pressi del casolare e intriso di sostanza gelatinosa, come la definisce Faro DI MAGGIO nella sua deposizione al G.I., o con “attaccature di materiale solido colore piombo”, come è scritto nel verbale predetto: materiale che forse avrebbe potuto fornire lumi per l’identificazione del tipo di esplosivo. Tutti reperti che sono passati pressoché inosservati, anche grazie alla disattenzione di chi avrebbe dovuto segnalarne il rinvenimento, al ritardo con cui furono depositati presso la cancelleria dell’ufficio di Procura e al modo evasivo con cui ne venne annotato il contenuto nell’apposita nota di trasmissione (v. supra).

Né agli atti v’è traccia delle tre chiavi che il necroforo trovò, nel corso delle operazioni di ricerca e raccolta dei poveri resti di IMPASTATO, proprio accanto alla portiera dell’auto ma dal lato opposto a quello di guida, come lo stesso BRIGUGLIO ha dichiarato al G.I. Dott. CHINNICI: con l’ovvia conseguenza che neppure queste chiavi sono mai state oggetto di accertamenti per rilevare eventuali impronte, o tracce di sangue o anche solo per appurare se appartenessero davvero a Giuseppe IMPASTATO, come pure parrebbe stando al luogo in cui il BRIGUGLIA le avrebbe rinvenute.

Certo è che queste omissioni o disattenzioni appaiono accomunate dall’effetto che hanno oggettivamente prodotto di sottrarre alle indagini elementi che avrebbero potuto imprimere ad esse, fin dai primi giorni, un diverso indirizzo, accreditando l’ipotesi dell’omicidio piuttosto che quella dell’attentato.

E resta il mistero delle modalità di rinvenimento del chiavino tipo Yale, che si rivelò essere la chiave di accesso a Radio-Aut, effettivamente in possesso di Giuseppe IMPASTATO, ma che fu oggetto di una ricerca mirata, quando ancora neppure si sapeva con certezza che il cadavere fosse proprio quello dell’ IMPASTATO.

3- Omessa o tardiva raccolta di informazioni 

Solo il 20 Dicembre 1978 è stato sentito (dal Giudice Istruttore) il necroforo comunale di Cinisi, quel Giuseppe BRIGUGLIO che partecipò attivamente alla raccolta dei resti del corpo di IMPASTATO e che, come si è visto, era a conoscenza di circostanze di notevole interesse investigativo.

E solo dalle S.I. rese sempre al G.I. Dott. CHINNICI dal Carabiniere PICHILLI (il quale ricorda che “il Pretore eseguì l’ispezione insieme al maresciallo e al Brigadiere Antonio ESPOSITO”) e dal Mar. TRAVALI si è potuti risalire all’identità del Brigadiere di Cinisi che era stato indicato dal necroforo come quello che lo aveva incaricato di cercare la chiave poi rinvenuta presso un cespuglio di agave. Ma Antonio ESPOSITO non è stato mai sentito e quando la Commissione parlamentare ne ha disposto l’audizione, egli “è risultato in missione all’estero”. (Cfr. pag. 49 della relazione in atti).

Francamente inspiegabile – se non alla luce di una convinta opzione per l’ipotesi del suicidio o dell’attentato - è poi il fatto che gli Inquirenti non si siano preoccupati di sentire subito i due casellanti di turno tra l’8 e il 9 Maggio ’78.

Solo a distanza di otto mesi viene esaminato uno dei due, e precisamente il casellante montato in servizio a partire dalle 22.00 dell’8 Maggio ’78. SALAMONE Benedetto infatti viene escusso a S.I. il 9 Gennaio ’79 dal Mar. TRAVALI (ma il verbale reca la firma anche del Brig. ESPOSITO) e per iniziativa dello stesso Sottufficiale (non risulta infatti alcuna delega di indagine al riguardo), ma appena qualche settimana dopo che il TRAVALI era stato a sua volta sentito dal G.I. Dott. CHINNICI.

Invece, la casellante smontante quella sera, identificata in VITALE Provvidenza, risulta (dalla nota con cui lo stesso TRAVALI trasmette al G.I. il verbale di esame del SALAMONE) emigrata negli USA; e per quanto consta se ne sono perse le tracce, anche se nella Nota di trasmissione al G.I. datata 9.01.79 il verbalizzante si riservava di assumere a S.I. la stessa VITALE, “il cui rientro in Cinisi è previsto fra 20 giorni” (Cfr. fg. 251, Vo. I).

Ora, posto che il casello ferroviario, sito al km 30+745, distava poco più di 500 metri dal punto (sito al km 30+180 della stessa linea ferrata) in cui era esploso l’ordigno, nella notte tra l’8 e il 9 Maggio ’78, i due casellanti avrebbero potuto riferire circostanze utili al fine di appurare se quella sera vi fosse stato un movimento insolito di persone e/o di auto in prossimità del passaggio a livello verosimilmente attraversato da chi avesse voluto raggiungere la trazzera di Feudo Orsa da cui si accedeva al famoso casolare, o da chi se ne fosse allontanato (in auto) dopo l’esplosione.

Ebbene, la deposizione del SALAMONE non è affatto immune dal sospetto di reticenza.

Egli ricorda che fino alla mezzanotte non erano stati segnalati inconvenienti di sorta; ed erano transitati due treni, rispettivamente alle 22.30 e alle 24 circa. Precisa inoltre che “al passaggio dei suddetti treni uscivo fuori dal casello, chiudevo le sbarre stesse in attesa che venissero riaperte. Io provvedo alla chiusura delle sbarre circa 7 minuti prima del transito di ogni treno all’avviso che mi giunge da Carini; fatto ciò ritorno nel casello e non appena ricevo comunicazione dal casellante del passaggio a livello del km. 27+628, mi munisco di torcia elettrica, esco fuori ed attendo il transito del treno. Quanto sopra avvenne anche per il transito del locomotore delle ore 01,35 del 9/05/78 Palermo-Trapani. Detto locomotore teneva un’andatura normale e dopo aver superato il mio casello per circa 50 metri, si fermava e ritornava indietro….”. Il SALAMONE prosegue rammentando di essere stato informato dal conducente che doveva esservi qualcosa di anormale sulla linea ferrata e allora personalmente provvide ad ispezionare i binari al lume della lanterna per circa 100 metri senza notare alcunché. Solo intorno alle 3.30 l’operaio RANDAZZO Vito, da lui allertato, lo informò di avere constatato la mancanza di un pezzo di rotaia lungo circa 50 cm.

A precisa domanda dei verbalizzanti, il casellante risponde di non avere udito alcun rumore di esplosione e di non aver visto “aggirarsi nei paraggi del casello o sulla strada vicina (comunale) ove sono ubicate le sbarre del passaggio a livello, persone di Cinisi, di Terrasini o estranei”. Poi, forse resosi conto di quanto potesse apparire poco verosimile la sua affermazioni di non aver udito alcun rumore “da attribuire a qualche esplosione”, spontaneamente aggiunge: “Faccio presente che quella notte, sino alle ore 01.00 circa, vi era un forte vento di scirocco che soffiava da Trapani verso Palermo e quindi, rispetto alla mia posizione ed al punto nel quale avveniva l’episodio di IMPASTATO Giuseppe, trasportava l’eco o altri rumori in direzione opposta alla mia”.

In effetti, non è verosimile che non abbia udito il rumore di un’esplosione provocata dallo scoppio di 4 o 6 kg di tritolo, considerato che il suo casello distava circa 500 metri dal punto dello scoppio; che era notte fonda; e che il luogo (aperta campagna, distante diversi chilometri dal centro abitato più vicino) si prestava alla propagazione del più debole rumore. Quanto alla scusante addotta, a parte la singolarità di un vento di scirocco che si sarebbe protratto solo fino alle ore 01.00, giusto in tempo per disperdere il rumore dell’esplosione che sarebbe avvenuta appunto tra le ore 0.16 e le ore 01.15 o 01.30, dell’asserito forte vento non esiste agli atti alcun riscontro; ed anzi un riscontro negativo è costituito dall’accertamento che quella notte non si verificò alcun ritardo apprezzabile o inconveniente di sorta nelle partenze e negli atterraggi degli aerei del vicinissimo aeroporto di Punta Raisi (Cfr. riepilogo analitico del traffico aereo dello scalo palermitano tra l’8 e il 9 Maggio, allegato al verbale di S.I. rese il 20 Dicembre 1978 al G.I.Dott. CHINNICI da SORO Ugo, all’epoca Direttore del predetto aeroporto, fg. 51 Vol. II).

4 - Un'indagine a senso unico.

Non può poi sottacersi - perché costituisce una circostanza che concorse non poco a generare e alimentare un clima di reciproco sospetto e diffidenza e ad avvelenare, nella fase delle prime indagini, i rapporti tra gli Inquirenti e gli amici e i compagni di Giuseppe IMPASTATO (ma anche i suoi prossimi congiunti) – che fin dal primo giorno furono effettuate sistematiche perquisizioni domiciliari alla ricerca di armi esplosivi o tracce utili a far luce sulla vicenda: ma solo presso le abitazioni dei giovani che appartenevano al collettivo di Radio Aut o comunque al gruppo politico che si assumeva capeggiato dall’IMPASTATO. Non anche presso le abitazioni di personaggi legati ad ambienti della mafia locale, che pure erano notoriamente, e comunque sulla scorta delle prime concordi testimonianze raccolte, da sempre oggetto dell’impegno di lotta dello stesso IMPASTATO e che anche negli ultimi giorni della campagna elettorale da lui condotta in prima persona erano stati il bersaglio principale delle sue accuse e di denunzie mirate, formulate anche nel corso di comizi o altre pubbliche manifestazioni. Eppure tra quei personaggi ve ne erano alcuni che risultavano proprietari o interessati alla gestione di alcune cave della zona tra Cinisi e Terrasini. E fin dal primo sopralluogo gli stessi Carabinieri di Cinisi avevano manifestato, nei termini di cui s’è detto, la convinzione che l’esplosivo fosse del tipo comunemente impiegato nelle cave.

Non si vuole con ciò insinuare, ragionando con il senno di poi, che fin dal primo giorno si sarebbe dovuta imboccare con decisione la c.d. “pista mafiosa”; ma è innegabile che quel contegno investigativo di per sé lasciava trasparire quale fosse l’orientamento (se non il convincimento) degli Inquirenti ed era un segno evidente del fatto che le indagini, lungi dall’essere a 360 gradi, come s’usa dire, si svolgevano in un’unica direzione.

Del resto ulteriore riprova – addirittura documentale - dell’atteggiamento di sospetto con cui si guardava, anche in relazione alle indagini sulla morte di IMPASTATO, ai giovani militanti dei collettivi e altri gruppi politici di sinistra presentiin quel di Cinisi e Terrasini, viene dalla documentazione riservata in possesso dell’Arma, che è stata acquisita dalla Commissione parlamentare d’inchiesta e poi depositata anche agli atti di questo processo.

In particolare, agli atti del fascicolo “P” del R.O. dei CC. di Palermo figura un cospicuo elenco di materiali e documenti vari di pertinenza di Giuseppe IMPASTATO che furono oggetto di sequestro informale presso la sua abitazione.

L’intestazione dell’indice di cui al Vol. II recita: “Elenco degli atti non protocollati contenuti nel fascicolo permanente nr. 029542 (VOLUMI I E II) intestato a Giuseppe IMPASTATO, nato a Cinisi il 05.01.1948”. e al nr. 01 dell’indice predetto, sotto la rubrica “OGGETTO DEL DOCUMENTO” si legge testualmente: “Elenco del materiale informalmente sequestrato in occasione del decesso di IMPASTATO Giuseppe nella di lui abitazione.”.

In effetti si tratta di una cospicua documentazione di cui non v’è traccia nei verbali di perquisizione e di sequestro formalmente redatti nella stessa occasione in cui quella documentazione fu di fatto (cioè illegalmente) acquisita.

Ora, tra gli altri documenti figurano anche dei fogli manoscritti contenenti l’elenco nominativo di oltre cento persone che, con apposita Nota in data 1° Giugno a firma del Magg. Enrico FRASCA, del Nucleo Informativo del Gruppo Carabinieri di Palermo, viene trasmessi alle Stazioni CC. di Cinisi e Terrasini e al Comando Compagnia di Partitico per opportuni accertamenti e per la completa identificazione “delle persone in esso indicate”. (Nella Nota si parla, testualmente, di un “elenco sequestrato informalmente nell’abitazione di Giuseppe IMPASTATO nel corso delle indagini relative al suo decesso”).

Tale richiesta viene puntualmente e sollecitamente evasa. Infatti, con Nota del 26 Giugno 1978 il C.te della Stazione di Cinisi trasmette un elenco nominativo di 110 persone che indica come “giovani appartenenti a Democrazia Proletaria i cui nominativi sono stati rinvenuti nell’abitazione di IMPASTATO Giuseppe nel corso delle indagini svolte in ordine al decesso del predetto”; nonché un distinto elenco nominativo di 23 persone che indica come “iscritte od orientate verso il P.C.I.” e i cui nominativi furono rinvenuti nella medesima circostanza. Nella nota si precisa inoltre che “Le persone sono state identificate, molte delle quali già conosciute da questo ufficio, mediante l’elenco pervenuto con il foglio a riferimento”.

Ma già con precedenti note in data rispettivamente 9 e 10 Giugno ’78, lo stesso Comando aveva trasmesso altri tre nominativi di persone indicate, ciascuna, come “politicamente orientato per il partito radicale”. (Uno dei tre è altresì identificato come “facente parte della radio AUT di Terrasini quale collaboratore”).

Ebbene, tutte e tre le Note menzionate riportano come oggetto: “Controllo di persone sospettate di appartenere a gruppi eversivi”. (Cfr. fg. 633-644 del Vol. 3 della produzione documentale depositata il 4.04.2000).

Ma ancora più sconcertante, perché indicativa di un inesausto accanimento investigativo nei riguardi del gruppo di giovani militanti di cui aveva fatto parte IMPASTATO, appare la Nota datata 7.10.1978 a firma del Magg. Antonio SUBRANNI e indirizzata al Comando Compagnia Carabinieri di Monreale. Con l’asettico stile di un mero atto d’ufficio ad uso interno, “Si comunicano, qui di seguito, le generalità degli intestatari delle autovetture notate nei pressi della Cattedrale di Monreale in occasione del matrimonio di IMPASTATO Giovanni (nato a Cinisi il 26.6.1953, ivi residente), fratello di IMPASTATO Giuseppe (nato a Cinisi 5.1.1948), già noto esponente di Democrazia Proletaria di Cinisi.”. La nota è firmata dal Magg. SUBRANNI nella sua qualità di Comandante del Reparto Operativo e indica (piuttosto laconicamente) il proprio oggetto come “Indagini di P.G.”. Ma non è difficile arguire a quale tipo di indagine essa alluda.

Difficile è invece sfuggire ad una sensazione di obbiettivo disagio nel constatare come venissero attenzionati financo gli invitati al matrimonio del fratello di Giuseppe IMPASTATO, mentre nulla si era fatto e nulla si sarebbe in seguito fatto per appurare la provenienza dell’esplosivo utilizzato per l’attentato in cui aveva perso la vita lo stesso IMPASTATO, benché il punto avesse formato oggetto di una specifica delega di indagine da parte dell’A.G. procedente; ovvero, per accertare, per esempio, eventuali anomalie nei registri di depositi o di carico e scarico delle partite di esplosivo impiegate nelle (note) cave in attività, all’epoca, nei dintorni di Cinisi e Terrasini, benché si fosse certi fin dal primo giorno che anche quello utilizzato per l’attentato era esplosivo da cava.

Ma per comprendere con quale pervicacia si persistesse nella difesa dell’originaria ipotesi investigativa, ad onta di nuove emergenze processuali che la smentivano, o, quanto meno, ne mettevano in dubbio la fondatezza, è ancora più utile riportare il contenuto saliente della Nota datata, si badi bene, 15 Febbraio 1979, a firma del Ten Col. Salvatore RIZZO, Comandante del Gruppo Carabinieri di Palermo e indirizzata alla locale Prefettura.

In questa Nota correttamente si fa il punto dell’iter della vicenda processuale, rammentandosi che il P.M. titolare dell’inchiesta, in data 8.11.78, aveva trasmesso gli atti al Consigliere Istruttore Aggiunto CHINNICI con richiesta di procedere contro ignoti per l’ipotesi di omicidio volontario; e che il G.I. Dott. CHINNICI aveva emesso mandato di cattura nei riguardi di AMENTA Giuseppe per il reato di falsa testimonianza “per non avere confermato la circostanza, riferita da un congiunto dell’IMPASTATO, secondo cui avrebbe suggerito, tramite una terza persona, allo stesso IMPASTATO di non recarsi a Cinisi il 21.1.1978 (data in cui morì) perché sarebbe successo un fatto gravissimo”; ed aveva altresì emesso una comunicazione giudiziaria nei confronti di FINAZZO Giuseppe, “costruttore da Cinisi”, in quanto indiziato di essere mandante dell’omicidio di IMPASTATO Giuseppe.

L’estensore della Nota precisa che l’AMENTA “risulta estraneo ad ambienti mafiosi”; indica invece lo stesso FINAZZO come “indiziato mafioso del gruppo di BADALAMENTI Gaetano”, soggiungendo però, con evidente tono dubitativo: “Pare che l’indizio a suo carico consista nel fatto che nel 1975 presentò una proposta per la costruzione di un edificio di cinque piani nel corso Umberto di Cinisi, che non venne approvato dal Comune proprio per l’intervento di IMPASTATO Giuseppe”.

Ma soprattutto l’informativa si apre con una perentoria riaffermazione della validità dell’iniziale ipotesi investigativa avanzata dai responsabili dell’ARMA, nei termini che seguono:

Le risultanze investigative acquisite dall’Arma in ordine al decesso di IMPASTATO Giuseppe e le conclusioni alle quali si pervenne sono tuttora valide in quanto dall’istruzione formale non è fin qui emerso alcun elemento contrario di egual valore”.

In realtà la Nota prosegue citando proprio due dei principali indizi emersi in contrasto con quelle conclusioni e cioè l’episodio per cui si contestò all’AMENTA il reato di falsa testimonianza (v. infra) e le tracce di sangue rinvenute all’interno del casolare prossimo al luogo dell’evento, risultate in esito alla perizia dello stesso gruppo sanguigno dell’IMPASTATO. Ma di quest’ultimo indizio l’estensore si sforza di minimizzare la rilevanza, precisando che si trattava solo di due macchie di sangue e che il casolare era “in disuso e lasciato da tempo aperto”. E ritiene doveroso “soggiungere che in quello stesso locale furono trovate evidenti tracce di precorsi ricoveri di persone, di bivacchi e di incontri sessuali, quali stoviglie di plastica, residui di cibi, escrementi anche di animali, residui di legname combusto, assorbenti igienici intrisi di sangue, profilattici, scritte murali di contenuto osceno ecc.”. 

E’ dunque netto e stridente lo scollamento che, alla data della Nota sopra riportata, si era delineato tra l’indirizzo ormai definitivamente impresso alle indagini dall’AG. procedente e i responsabili dell’Arma direttamente impegnati nelle indagini, ma evidentemente indifferenti a qualsiasi nuova emergenza che non si inserisse nel solco scavato attorno all’ipotesi dell’attentato terroristico.

Per dovere di completezza e onore di verità storica va anche detto che quello scollamento, a leggere attentamente la corrispondenza riservata intercorsa all’epoca tra i vari Comandi dell’Arma, era interno alla stessa Arma dei Carabinieri. Ne fanno fede i reiterati inviti rivolti (in particolare a Giugno e a Dicembre del 1978) dagli Ufficiali comandanti della Legione di Palermo ai Comandi competenti ad approfondire le indagini e a ricercare ed acquisire ulteriori risultanze che facessero “definitiva luce sull’episodio”, con ciò eloquentemente significando di non essere affatto paghi delle conclusioni cristallizzate nei due rapporti giudiziari a firma del Magg. SUBRANNI. (Cfr. Note 13 Maggio ’78 e 7 Giugno ’78 a firma del Col. Mario SETARIALE; e Nota 7 Dicembre 1978 a firma dello stesso Comandante della Legione Carabinieri di Palermo). 

Ma alla luce di tali risultanze non stupisce che il sospetto e la diffidenza nutriti dagli Inquirenti e dai carabinieri (dell’epoca) nei riguardi dei giovani militanti di sinistra, amici o compagni di partito dell’IMPASTATO, fossero debitamente ricambiati traducendosi in atteggiamenti di scarsa collaborazione, dichiarazioni reticenti, ritardi o incertezze nella consegna di preziosi reperti, o difficoltà a rivelare circostanze che avrebbero potuto aiutare a far luce sui fatti.

2.8. Il clima di sospetto e diffidenza.

1- Vi si soffermano diffusamente MANZELLA Benedetto, IMPASTATO Giovanni e RICCOBONO Giovanni nel corso delle loro audizione dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta. Ma ne avevano riferito già al G.I. Dott. CHINNICI gli stessi testi e anche altri amici e compagni del Collettivo di Radio Aut, come DI MAGGIO Faro, IACOPELLI Fara, LO DUCA Vito e VITALE Maria Fara. E tutti imputano, tra l’altro, il non aver riferito la circostanza appresa dal RICCOBONO, circa l’avvertimento datogli dal cugino AMENTA Giuseppe di non recarsi a Cinisi in quei giorni perché “sarebbe successo qualcosa di grosso”, proprio a questo clima di sfiducia. Un clima ingenerato, a loro dire, dal fatto che le indagini sembravano svolgersi a senso unico, essendo gli Inquirenti convinti della tesi secondo cui Giuseppe IMPASTATO si era suicidato o era rimasto vittima di un’esplosione accidentale mentre comunque stava mettendo in atto un attentato terroristico. E la sfiducia si accompagnava anche alla paura di poter essere ritenuti in qualche modo corresponsabili, come si evince, in particolare, dalle deposizioni rese al G.I. da DI MAGGIO Faro (“…fummo presi dalla paura, dal momento che i CC. erano orientati alla tesi dell’attentato”) e da IACOPELLI Fara (“….dopo il fatto fummo presi tutti dalla paura, anche perché le indagini furono volte alla tesi della morte accidentale a seguito di attentato”).

Altrettanto esplicito il teste MANIACI Giosue’ laddove confessa (al G.I.) di non aver fatto parola dell’episodio raccontato dal RICCOBONO neppure al P.M. SIGNORINO “perché nei giorni che seguirono la morte di Peppino a Cinisi avevamo tutti paura e finii anch’io come gli altri miei compagni per sentirmi estraniato ed allontanato da tutti perché fu detto subito che Peppino morì mentre stava compiendo un attentato”.

Ben si comprende quindi per quale ragione il teste LO DUCA non abbia subito rivelato la circostanza del pedinamento che lui stesso aveva subìto la sera dell’8 Maggio in pieno centro di Cinisi, in coincidenza con la scomparsa dell’IMPASTATO, circostanza di cui riferì nel corso dell’istruzione formale. E si spiega, alla luce di quel clima di sfiducia e diffidenza, la scelta di consegnare al Prof. DEL CARPIO, invece che ai Carabinieri, la pietra insanguinata ed alcuni resti del corpo di IMPASTATO, raccolti tra l’11 e il 12 Maggio ’78 sul luogo del misfatto. E solo nella tarda mattinata del 13 Maggio, ossia dopo che si era conclusa l’ispezione SCOZZARI, che altri poveri resti, oppure rinvenuti il pomeriggio precedente, vengono consegnati ai Carabinieri da Paolo CHIRCO e da altri giovani. Come pure (si spiega) la decisione di Giovanni IMPASTATO di consegnare solo nel corso dell’istruzione formale e a mani direttamente del G.I. Dott, CHINNICI alcuni preziosi reperti, come le cassette contenenti la registrazione di sette puntate del programma radiofonico ideato e condotto dal fratello Peppino e alcuni fogli manoscritti contenenti appunti dello stesso su vicende di speculazione edilizia e illeciti vari, oltre ai fogli dell’agenda in cui era annotata la scaletta di un intervento che Peppino avrebbe verosimilmente effettuato in occasione del comizio di chiusura della campagna elettorale.

Particolarmente toccante è poi la testimonianza di RICCOBONO Giovanni sul disagio provato per il modo, incalzante e tendenzioso, con cui vennero condotti i primi interrogatori cui lui stesso e gli altri giovani militanti del Collettivo di Radio Aut furono sottoposti all’indomani del fatto:

All’indomani della morte di Peppino, gli Inquirenti portarono me e altri amici di Giuseppe in caserma dove fummo tutti tartassati e trattati da terroristi”. Poi spiega: “Ho usato il termine tartassati perché una stessa domanda ci fu rivolta frequentemente ed è la seguente: “Perché stavate facendo l’attentato?” Noi dovevamo affermare per forza che avevamo fatto l’attentato o che lo stavamo facendo e che era andata male, avendo Peppino perso la vita. Questo è il senso. La domanda venne rivolta parecchie volte”.

Ed ancora:

“C'era la sensazione che non si volesse cercare la verità, almeno come primo tentativo. Anche noi l'abbiamo notato subito. Ripeto che nessuna domanda è stata fatta su altre cose, si diceva solo che noi eravamo attentatori e basta. RUSSO SPENA COORDINATORE. Lei intende dire che non hanno posto domande sulla mafia locale?

RICCOBONO..L'unica domanda sulla mafia è stata fatta quando il carabiniere voleva i nomi. RUSSO SPENA COORDINATORE. In sostanza solo quando lei ha affermato che poteva trattarsi di un attentato di stampo mafioso le hanno chiesto di dire i nomi

RICCOBONO. Io - come tutti gli altri - feci loro presente che Peppino aveva diffuso volantini, presentato denunce e fatto comizi contro la mafia. In qualche modo tutti noi invitavamo gli inquirenti ad indagare in quella direzione. Fu allora che il carabiniere che svolgeva l'interrogatorio, piuttosto arrabbiato e sbattendo una mano sulla scrivania, ci chiese di fare i nomi. 

MICCICHE'. Quindi si passò immediatamente alla tesi di un attentato da parte del vostro gruppo e poi a quella del suicidio. Da quel momento aveste la sensazione che la pista della vendetta mafiosa fosse del tutto accantonata e non venisse neppure sfiorata come ipotesi? RICCOBONO. Sì.

FIGURELLI. Ricorda qualche testimonianza di quei giorni circa le perquisizioni effettuate in paese? In sostanza, ricorda se, quanto e in quale direzione, subito dopo la morte di Impastato, la stazione dei Carabiniere indagò tra i mafiosi o tra quelli che in paese erano ritenuti fiancheggiatori della mafia o comunque uomini legati ai capi mafia?

RICCOBONO. Le uniche perquisizioni furono fatte in casa mia, in quella di La Fata, di Giovanni Impastato e nella casa in campagna di Manzella Benedetto. Sull'altro versante non furono fatte perquisizioni. Furono perquisite solo le case dei compagni di Peppino. (cfr. pag. 98). 

Di analogo tenore le dichiarazioni rese da LA FATA Pietro sul clima in cui si svolse il suo interrogatorio:

C’erano SUBRANNI e BASILE, il capitano che poi è stato ucciso ed era l’unico che ascoltasse, l’unico con cui sono riuscito a dialogare. Dicevo che non si trattava di un attentatore, ma di una persona che portava avanti una battaglia ed era stato ucciso. Dissi che c’era stata una simulazione. Mi fu chiesto in che modo potessi dimostrarlo, ma io risposi che non potevo dimostrare niente. Però erano dieci anni che lo frequentavo. Mi si contestò che lì c’erano i fili, c’era la macchina, c’erano i cavetti telefonici, ma erano quelli che servono per attaccare le trombe all’amplificatore e al megafono. L’unico che avesse dei dubbi era il capitano BASILE”.

“Si diceva solo che noi eravamo attentatori e basta”. (cfr. pag. 95).

2 - Relazioni pericolose.

Ma dalle audizioni dinanzi alla Commissione parlamentare sono emersi ulteriori particolari sulle cause e le origini della diffidenza nei riguardi delle Forze dell’Ordine e segnatamente dei graduati in forza alle stazioni dei CC di Cinisi e Terrasini: motivata, a dire dei testi sunnominati, da ambigui contatti e una preoccupante consuetudine di tolleranza o di benevolenza nei confronti di soggetti ritenuti vicini alla criminalità mafiosa.

Pur con la dovuta cautela, se ne deve qui far cenno perché una eco inquietante di simili riferimenti a presunti contatti o e rapporti di natura ambigua tra affiliati mafiosi e singoli esponenti locali dell’Arma si ritrova non solo nelle rivelazioni di alcuni collaboratori di Giustizia (v. MUTOLO e PALAZZOLO Salvatore), ma persino nelle allusioni e insinuazioni di cui sono intessuti alcuni passaggi degli interrogatori cui è stato sottoposto Gaetano BADALAMENTI nell’ambito delle indagini sull’omicidio IMPASTATO.

Così si esprime, in particolare, il MANZELLA, nel corso della sua audizione del 27 Luglio 2000, a proposito della denuncia sporta contro ignoti per le strane effrazioni alla sua casa di campagna nella notte del 12 Maggio’78:

MANZELLA: Devo essere sincero: malgrado non avessi ...allora non avevo nessuna fiducia nei carabinieri; oggi ho un atteggiamento molto diverso, anche perché oggi i carabinieri a Cinisi sono molto ...io sono amico del maresciallo. E' un'altra cosa rispetto a ventidue anni fa. Ma allora, malgrado non avessimo nessuna fiducia, più che altro era per mettere ...

RUSSO SPENA COORDINATORE:. Perché non aveva fiducia allora? 

MANZELLA: Perché vedevo questi carabinieri che molto spesso — ed era una cosa che a me dava un fastidio enorme - andavano a prendere il caffè con i mafiosi. Si dice "ma non vuoi dire niente", però per me era una cosa palese, rispetto anche alla gente, questo fatto di andare a prendere il caffè al bar assieme ai mafiosi, persone che tutti sapevano che erano mafioso, i Trapani, i Finazzo e compagnia. (Cfr. pag. 82 della relazione in atti).

E’ curioso che questa immagine dei caffè presi insieme, quasi come gesto simbolico e rivelatore di una consuetudine di “relazioni pericolose” di autorevoli esponenti delle Forze dell’Ordine ricorra nelle dichiarazioni di un collaboratore di Giustizia del calibro di DI CARLO Francesco, ma anche in un passaggio dell’interrogatorio reso da Gaetano BADALAMENTI il 5 Dicembre 1995 nell’ambito del procedimento iscritto al nr. 1872/95, avente ad oggetto il suicidio del Mar.dei Carabinieri Antonino LOMBARDO.

In particolare, il DI CARLO, a proposito dei rapporti tra alcuni noti affiliati alla famiglia mafiosa di Cinisi e i Carabinieri delle Stazioni di Terrasini e Cinisi, ha dichiarato che tali rapporti erano dei migliori, “a questo livello tanto che io li vedevo là non camminavano di nascosto al buio, camminavano….ci siamo presi qualche caffè anche, pur essendo latitanti loro. Io non ero latitante ancora” (Cfr. verbale di interrogatorio del 28.02.97 in atti).

Il BADALAMENTI ha dichiarato, a sua volta, che conosceva bene il mar. LOMBARDO, fin da quando, prima di assumere il comando della Stazione dei CC. di Terrasini, prestava servizio alla compagnia di Partitico. Lo aveva incontrato l’ultima volta circa un anno prima, quando lo stesso LOMBARDO si era recato a trovarlo al carcere di Memphis per sondare la sua disponibilità a tornare in Italia per collaborare con la Giustizia.

Ebbene, dopo aver espresso pieno apprezzamento per la correttezza e la dirittura del Sottufficiale (morto suicida nel ’95) e per lo scrupolo con cui era solito condurre le indagini (“una persona per bene che faceva il suo servizio e nel suo servizio filava dritto…”), maliziosamente soggiunge che “Sicuramente faceva un po’ troppo il binocolista, un po’ troppo…prendere caffè…quando qualcuno andava a prendere un caffè….lui aveva desiderio di un caffè, pagando solo lui però, non faceva pagare a nessuno, ma credo che faceva il suo lavoro onestamente. Non mi risulta che il maresciallo LOMBARDO abbia scritto cose che non rispondevano a verità

Ora, nel suo linguaggio colorito ed allusivo, l’anziano boss sembra adombrare uno scenario non improbabile, secondo cui il maresciallo LOMBARDO non era alienano da contatti o frequentazioni pericolose, e cioè con soggetti malavitosi, allo scopo, però, di ricavarne informazioni o comunque risultati utili alle indagini e all’espletamento dei propri compiti istituzionali.

Poi, in un passo successivo del medesimo interrogatorio, dopo aver fornito risposte elusive a specifiche domande in ordine ai rapporti tra il Mar. LOMBARDO e la famiglia (intesa anche come sodalizio mafioso) dei D’ANNA di Terrasini, ribadisce che “Come le ho detto il maresciallo LOMBARDO era uno che ho accennato al binocolo, era uno che gli faceva piacere fare appostamenti con il binocolo per guardare, difatti l’ho detto a lui…. E mi ha chiesto “come faceva lei a sapere”, ma come, prima mi dice che tutti mi volevano bene e mi dicevano tutto, e poi mi domanda come facevo a sapere quando lei faceva appostamenti per guardare me. Il maresciallo LOMBARDO era uno che faceva il suo lavoro, se vedeva una persona sospetta entrare in un caffè, lui entrava e si prendeva il caffè, non è che entrava per guardare quello che parlava con qualcuno o quello che facevano, comunque si prendeva il caffè…era normalissimo…credo che lo faceva anche con i D’ANNA, lo faceva con i D’ANNA quando io mi trovavo con i D’ANNA. Altri rapporti non credo che…anzi credo che il maresciallo LOMBARDO sia stato il primo a boicottare i D’ANNA con la cava”. (E quindi allude a misteriose attività di interesse investigativo facenti capo alla cava gestita dai D’ANNA: “io credo che quando lui è venuto a Terrasini ha cominciato a cercare, a controllare la cava, che cosa si svolgeva nella cava credo che è stato il primo…..Se questa mia conferma vi serve, il maresciallo LOMBARDO non faceva un mistero di andare a controllare nella cava, faceva il suo lavoro, se doveva chiedere qualche cosa, se doveva verificare quello che si svolgeva nella cava lo faceva apertamente, non faceva cose….”. Cfr. ff. 249-251). 

Su questo delicato tema, ancora più esplicito del RICCOBONO è stato Giovanni IMPASTATO nella sua audizione del 31 Marzo 2000 (sempre dinanzi alla Commissione parlamentare), laddove rammenta:

“…In quel periodo c'era un buon rapporto tra i mafiosi locali e i carabinieri della caserma di Cinisi.

Pare che lo stesso Badalamenti fosse molto stimato dai carabinieri in quanto persona precisa, tranquilla, che amava il dialogo. Sembrava quasi che facesse loro un favore giacché a Cinisi non succedeva mai niente e poteva ritenersi un paese tranquillo. Semmai eravamo noi i sovversivi che rompevano le scatole. Era questa l'opinione dei Carabinieri. Quando mi capitava di parlare con qualcuno di loro - cosa che non accadeva spesso perché non avevo troppa fiducia - mi rendevo conto che l'opinione diffusa era che Tano Badalamenti fosse un galantuomo e che noi invece fossimo quelli che rompevano le scatole.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Perché non aveva fiducia in loro?

IMPASTATO. Perché determinati fatti non mi portavano ad avere fiducia nei loro confronti.

Vedevo che spesse volte andavano sotto braccio con Tano Badalamenti e i suoi vice. Non si può avere fiducia nelle istituzioni quando si vedono i mafiosi a braccetto con i carabinieri.

RUSSO SPENA COORDINATORE. Praticamente i Carabinieri camminavano nel corso del paese a braccetto con Badalamenti.

IMPASTATO. Sì, lo posso confermare. Non so se posso portare delle foto. Forse esiste qualche foto di Peppino che lo confermi. In ogni caso i rapporti con la caserma dei carabinieri erano molto evidenti. Lo dicevano loro stessi. Badalamenti aveva rapporti diretti con il capitano dei carabinieri Russo, perciò si figuri se un maresciallo non doveva stimare Badalamenti. Desidero solo chiarire la situazione. Ma anche Peppino denunciava questi fatti nei comizi. Affermava che esistevano rapporti diretti fra mafia e carabinieri anche a Cinisi.” (Cfr. pag. 96 della relazione in atti).

In effetti, nel corso dell’interrogatorio sopra citato, lo stesso BADALAMENTI, pur negando o glissando sull’esistenza di contatti diretti tra lui e il Col. RUSSO, ha ammesso in pratica che questi aveva un’alta considerazione della sua persona; e che fu proprio il Col. RUSSO a suggerire ad uno dei fratelli SALVO – i potenti esattori siciliani – e precisamente a Nino SALVO, di rivolgersi al BADALAMENTI perché intercedesse presso i responsabili del sequestro del suocero CORLEO, al fine di fargli ottenere, quanto meno, la restituzione del corpo.(Cfr. ff. 152-153 e 216-217 vol. 7).

E dopo essersi incontrato effettivamente con Nino SALVO in quel di Sassuolo, ove era confinato al soggiorno obbligato nel ’74, lo stesso BADALAMENTI, come ha dichiarato, ebbe conferma dal Comandante della locale Stazione di CC. – che si scusò con lui dei modi bruschi usati nei suoi confronti in occasione di una precedente convocazione in caserma - che un alto Ufficiale dell’Arma si era adoperato per favorire quell’incontro (“Dopo la venuta di SALVO mi ha detto: <<sa, quando è successa quella cosa io non sapevo che lei era tenuto in buona considerazione….in questa considerazione dalla più alta autorità dei carabinieri che noi abbiamo in Sicilia>>”: fg. 238).

Come già accennato, sul tema dei presunti contatti tra la famiglia mafiosa di Cinisi, all’epoca in cui era retta da Gaetano BADALAMENTI, ed esponenti delle Forze dell’Ordine operanti in quel territorio ha reso inquietanti dichiarazioni, tra gli altri, il collaboratore di Giustizia DI CARLO Francesco (già reggente della famiglia mafiosa di Altofonte e poi fiduciario di Bernardo BRUSCA, capo del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato). In particolare, nell’interrogatorio del 28.02.97, ha confermato che numerosi latitanti e affiliati a Cosa Nostra aveva trascorso indisturbati la loro latitanza nei territori di Cinisi e Terrasini, potendo contare sull’indifferenza dei Carabinieri del posto ed anche sulla benevolenza di qualche alto ufficiale dell’Arma (che indica proprio nella persona del Col. RUSSO):

Mi risulta che erano... anche Ciccio DI TRAPANI era pure latitante, a parte Nino BADALAMENTI che mi sembra che era solo latitante in quel periodo per il confine, sorveglianza, cosa era... ma anche il fratello, quand'era vivo... Cesare, fratello di Nino, lo chiamavano "Sarino"; perché allora la stazione dei Carabinieri non li disturbava, facevano finta di niente perché c'avevano fatto parlare il Colonnello RUSSO, va bene? Che al Colonnello RUSSO c'avevano parlato i SALVO e Tanino BADALAMENTI, e si comportavano bene. Questi i rapporti, di altri non lo so”. (cfr. verbale di trascrizione integrale in atti e pag. 88 della richiesta di OCC in vol. 14).

Di analogo tenore le dichiarazioni rese dal collaboratore di Giustizia ONORATO Francesco – reo confesso dell’omicidio dell’on. LIMA e già reggente fino al suo arresto della famiglia di Partanna-Mondello - nell’interrogatorio del 31.05.97. In particolare, sempre a proposito dei presunti contatti fra Gaetano BADALAMENTI e le Forze dell’Ordine operanti nei territori di Cinisi e Terrasini, il collaborante ha dichiarato:

Si, là a Terrasini, Cinisi avevano loro le caserme nelle mani.”. Ed ancora: “..mi ha raccontato Saro RICCOBONO che faceva la latitanza a Cinisi, tempo d’estate certe volte e che era tranquillo, perché là non lo cercava nessuno, neanche quelli…quelli della zona stessa erano….Diciamo d’accordo che non…” (cfr. verbale di trascrizione integrale in vol. 15).

Sul medesimo argomento, Giovanni BRUSCA, nel corso dell’interrogatorio reso al P.M. in data 30.05.97, ha dichiarato di essere a conoscenza di rapporti tra il Col RUSSO e Gaetano BADALAMENTI, ma di non poter precisare se tali rapporti fossero diretti o solo mediati dagli esattori SALVO (cfr. verbale riassuntivo in vol. 15).

Anche il collaboratore PALAZZOLO Salvatore ha più volte dichiarato – ed anzi è stato uno dei primi a farlo, per quanto consta - che il territorio di Terrasini, Balestrate e Partinico era noto a noi della “famiglia” come un luogo sicuro per i latitanti, e ciò da moltissimo tempo (cfr. verbale di interrogatorio del 16.07.96).

Lo stesso collaboratore, nel primo interrogatorio in cui manifesta la propria volontà di collaborare con la Giustizia, riferisce, in particolare, di avere appreso da PALAZZOLO Vito, odierno imputato, e da RIMI Leonardo che era proprio il Mar. LOMBARDO, di cui a suo dire era nota la vicinanza ai D’ANNA di Terrasini, ad avvisare i soggetti affiliati o vicini alla stessa famiglia mafiosa, quando fossero destinatari di provvedimenti restrittivi, per consentire loro di sfuggire all’esecuzione (Cfr. verbale di interrogatorio del 18/09/93). 

Certo è che, a prescindere dalla loro fondatezza, tutta da verificare, i sospetti e le voci circa rapporti amichevoli o di benevola tolleranza se non addirittura di compiacenza da parte delle Forze dell’Ordine locali (o di singoli rappresentanti di esse) nei riguardi di presunti mafiosi circolavano con una certa insistenza nei paesi interessati, già all’epoca dei fatti per cui è processo. Tanto da formare oggetto di uno specifico esposto denunzia che il Comitato di Contro-Informazione “Peppino IMPASTATO indirizzò nel Giugno del ‘79 al Comandante della IX Brigata CC., lamentando che alcuni noti appartenenti alle cosche mafiose dei DI TRAPANI e dei BADALAMENTI, benché colpiti da provvedimenti restrittivi, continuavano a girare impunemente per le vie del paese di Cinisi, sotto gli occhi di tutti con lussuosissime macchine continuando a imporre soprusi e angherie. Salvo sparire dalla circolazione quando venivano organizzate, con grande spiegamento di uomini e mezzi, vistose operazioni di polizia finalizzate, senza esito, alla cattura dei latitanti. Nell’esposto si avanzava quindi il sospetto che gli interessati fossero tempestivamente preavvertiti di simili operazioni da provvidenziali telefonate che forse partivano proprio dalla Stazione CC di Cinisi.

Ebbene, dalla documentazione riservata che è contenuta nel fascicolo “P” in possesso dell’Arma, ed acquisita nell’ambito dell’attività integrativa d’indagine più volte citata, risulta che, in merito a tale esposto, il Comando predetto, con nota del 4 Giugno ’79 indirizzata al Ten.Col. SUBRANNI, n.q. di Comandante del R.O. dei CC, dispose di svolgere “rigorosi accertamenti, riferendone- nel caso dovessero emergere estremi di calunnia in danno di nostri militari – all’autorità giudiziaria”. (v. f.194: ivi anche l’invito a fornire notizie sulla composizione e sulle attività del sedicente Comitato di Contro-informazione).

Non conosciamo l’esito di questa indagine interna all’Arma; e se, in particolare, essa sia sfociata nell’accertamento di responsabilità individuali e in conseguenti trasferimenti d’ufficio o in provvedimenti di carattere disciplinare o di altra natura a carico di qualche militare. Ma per quanto consta, neppure furono sporte denunzie per calunnia nei riguardi dei componenti e dei responsabili del Centro IMPASTATO, che pure vennero compiutamente e sollecitamente identificati.

Dalla documentazione predetta risulta però che il giorno dopo la trasmissione della Nota citata, parte dal C.do del suddetto R.O. un fonogramma indirizzato alla Compagnia CC. di Partitico con il quale si richiede di far conoscere i nominativi dei soggetti residenti in quel territorio colpiti dalla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno; e “a quali di essi il provvedimento non sia stato ancora notificato aut non abbiano raggiunto luogo soggiorno, chiarendone motivi”. Il fonogramma termina raccomandando l’urgenza delle informazioni ed è a firma dello stesso Col. SUBRANNI. (f. 193).

E in effetti il C.do della Compagnia di Partinico risponde prontamente, trasmettendo, con Nota datata 5 Giugno ’79, l’elenco dei soggetti colpiti dai provvedimenti restrittivi in questione (e qualcuno anche da mandato di cattura) non eseguiti per irreperibilità degli stessi. Tra gli altri sono segnalati SAPUTO Domenico, DI TRAPANI Francesco e BADALAMENTI Antonino, quest’ ultimo allontanatosi arbitrariamente dalla sede del soggiorno obbligato. (V.f. 192).

Con successiva nota datata 27.06.79 e indirizzata al Comando del Gruppo Carabinieri di Palermo (v. f. 190), il Col. SUBRANNI, nel trasmettere le informazioni acquisite, precisa che il menzionato DI TRAPANI Francesco – che indica come il più noto esponente mafioso, cui era stata irrogata fin dal 1972 la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per anni due nel Comune di Alanno (PE) – “è stato rintracciato nei giorni scorsi dall’Arma di Partinico ed avviato alla sede impostagli”.

Dunque v’è agli atti la prova documentale che un noto esponente mafioso fu effettivamente rintracciato, nel giro di venti giorni – quanti ne trascorsero tra la citata nota 5.06.79 della Compagnia di Partitico e l’informativa 27.06.79 a firma SUBRANNI – dopo che per sette anni era rimasto irreperibile. E poichè fu rintracciato ad opera (e per merito) dei Carabinieri di Partinico, deve presumersi che ciò avvenne nello stesso territorio di origine e residenza del ricercato.

Di lì a poco sarà la volta anche di SAPUTO Domenico – chiamato in correità proprio da PALAZZOLO Salvatore sia per la sua appartenenza al clan BADALAMENTI che per alcuni fatti omicidiari - e BADALAMENTI Antonino – cugino di Gaetano e indicato da numerosi collaboratori di Giustizia come reggente della famiglia mafiosa di Cinisi dopo che lo stesso Gaetano fu espulso dall’organizzazione - di essere avviati alle rispettive sedi di destinazione: il secondo, in particolare, quando viene ucciso (il 19 Agosto 1981), aveva da poco finito di scontare il periodo di soggiorno obbligato (che era appunto di due anni). E’ allora legittimo il sospetto che questa ritrovata efficienza delle Forze dell’Ordine fosse frutto anche del prevalere di una volontà finalmente chiara e inequivoca di dar la caccia ai (presunti) mafiosi latitanti e di rintracciare i ricercati per dar corso alle misure restrittive pendenti nei loro confronti.

Del resto, un indizio del ripensamento o di un profondo mutamento in atto nelle convinzionie nelle strategie dei vertici operativi in particolare dell’Arma dei Carabinieri trapela anche dall’informativa del Col. SUBRANNI sopra citata. In essa si profila infatti uno scenario di cui non v’è traccia nei pregressi rapporti a firma dello stesso Ufficiale sullo stato delle indagini in relazione alla vicenda IMPASTATO: lo scenario di un paese e di un territorio ad alta densità mafiosa, quello di Cinisi appunto, teatro di uno scontro tra una cosca mafiosa emergente, il cosiddetto gruppo mafioso del “corleonese”, che fa capo all’ergastolano LIGGIO Luciano, e il gruppo legato alla mafia tradizionale, facente capo al noto Gaetano BADALAMENTI. E quest’ultimo viene testualmente indicato, senza perifrasi e mezzi termini, come il capo mafia di Cinisi.

Nella medesima informativa si evidenzia, inoltre, che “A cura di questo Reparto Operativo e sotto la personale direzione del Sig. Col. Comandante la Legione i maggiori esponenti dei due cennati gruppi di mafia sono stati denunciati all’A.G. per associazione a delinquere di tipo mafioso e per diversi altri gravi delitti.”.

L’A.G. ha adottato diversi provvedimenti restrittivi concernenti taluni delitti di omicidio e tra breve dovrebbe prendere analoghe decisioni per quanto riguarda il delitto di associazione per delinquere.”.

(Per inciso, una sorprendente prudenza ispira le parole con cui l’ottimo Ufficiale, omettendo qualsiasi riferimento all’ipotesi del suicidio o dell’incidente comunque legato ad un attentato terroristico, richiama le circostanze della tragica morte di Giuseppe IMPASTATO, che egli indica come “il giovane attivista di detto partito - Ndr: Democrazia Proletaria - rimasto ucciso la notte tra l’8 ed il 9 Maggio 1978 in località Feudo di Cinisi, sulla strada ferrata Palermo Trapani, in conseguenza dello scoppio di una carica esplosiva” : cfr. ancora Nota del 27.06.79, f. 191).

Ulteriori conferme, ma anche elementi per nuovi spunti di riflessione sulla questione vengono dalle dichiarazioni del collaboratore di Giustizia MUTOLO Gaspare. Questi, a sua volta, conferma che il territorio di (Cinisi e) Terrasini era considerato particolarmente tranquillo e idoneo ad ospitare latitanti anche di spicco, nella certezza che non sarebbero stati disturbati dalle Forze dell’Ordine locali (Lui stesso trascorse un periodo di latitanza a Cinisi, ospite di Nino BADALAMENTI). Ma riporta questo atteggiamento di tacita tolleranza o di benevole indifferenza ad un fenomeno più generale, per cui sarebbe sempre esistito un rapporto di reciproci favori tra i Comandanti delle Stazioni dei Carabinieri dei piccoli centri e i capi mafia dei territori interessati (cfr. verbale di interrogatorio del 6.10.95, ff. 163-167 Vol. 8).

In particolare, nell’interrogatorio del 31.10.95, alla domanda del P.M. su quale fosse l’atteggiamento di Cosa Nostra nei riguardi “dei suoi componenti che avevano rapporti di frequentazione con uomini delle Forze dell’Ordine, carabinieri o altro”, il MUTOLO ribadisce l’esistenza di una sorta di tacito patto di pacifica convivenza, soprattutto con i comandanti delle Stazioni dei Carabinieri e imputabile in parte a quieto vivere, ma in parte a esigenze investigative o di mantenimento dell’ordine nel territorio:

“…cioè specialmente le caserme, insomma dato che le caserme erano assoggettate, e quello che comandava di solito era il Maresciallo, nelle piccole caserme, diciamo tra il maresciallo e il mafioso, anche perché il mafioso non è che dava fastidio diciamo nel territorio, anzi poteva servire ad eliminare diciamo, a quello che andava rubando, a quello che faceva rapine, quindi io posso dire con tutta tranquillità che purtroppo e io ho cercato anche di spiegarlo va bene che i Marescialli o subivano, per modo di dire, così, in una maniera pulita diciamo, questa invasione, diciamo, di questi mafiosi, oppure andavano via, oppure insomma male che andava, insomma, venivano uccisi, ma siccome i Marescialli erano quasi tutti sposati nelle….in queste piccole borgate, quindi cercavano di convivere, in parte si diceva che nei piccoli paesi quello che comandava era il mafioso, il maresciallo e il Prete, insomma era una cosa, ora non è che voglio sparlare i preti, però era una cosa che almeno per noi mafiosi questo si sapeva” (cfr. verbale di trascrizione integrale dell’interrogatorio del 31.10.95, e ff. 72-73 vol. 8). 

Detto questo, non si può escludere che vi siano state nel tempo deviazioni e abusi o addirittura collusioni da parte di uomini delle Istituzioni e delle Forze dell’Ordine in nessun modo riconducibili all’espletamento dei propri compiti o a fini di strategia investigativa. Ma forse la chiave di lettura più consona alla realtà (storica) dei fatti, e capace di legare insieme le allusioni del BADALAMENTI con le sgradevoli esperienze e impressioni rievocate dagli amici e compagni di lotta di Peppino IMPASTATO - e, forse, anche con le inquietanti rivelazioni di alcuni collaboratori di Giustizia - in uno spartito intelligibile e coerente, ci è offerta da un passaggio (riportato a pag. 134 della Relazione della Commissione Antimafia) delle dichiarazioni che, nell’ambito del proc. Iscritto al Nr. 1872/95 RGNR (è il procedimento contro ignoti in ordine al reato di cui all’art. 580 C.P., avente ad oggetto il suicidio del Mar. LOMBARDO) sono state rese al P.M. il 16 Marzo 1995 dal Colonnello dei Carabinieri (ora Generale) Mario MORI. In quella sede, nel confermare quanto diffusa fosse, almeno fino a quando non è iniziata la stagione dei collaboratori di Giustizia, la prassi investigativadell’uso di confidenti anche nelle indagini in materia di criminalità organizzata, l’alto Ufficiale dell’Arma ha parlato di una “generazione di investigatori che, in considerazione dei tempi in cui si era svolto il loro operato, avevano fatto del rapporto confidenziale con personaggi mafiosi o vicini alla mafia lo strumento principe della loro attività. Queste tecniche investigative sono oggi da ritenere completamente superate ma in quell’ottica era assolutamente verosimile che questi rapporti confidenziali generassero nell’opinione pubblica delle voci, dei sospetti sulla trasparenza dell’operato” degli ufficiali di polizia giudiziaria.

2.9. L'iter processuale fino alla sentenza CAPONNETTO.

Per meglio comprendere l’incidenza che gli episodi e le circostanze di cui s’è narrato ebbero nell’orientare le indagini verso il loro sbocco finale, nonostante il clima conclamato di reciproco sospetto e diffidenza, è opportuno a questo punto riportare la dettagliata ricostruzione dell’iter processuale contenuta nella sentenza CAPONNETTO, a partire dal deposito della relazione di consulenza medico legale e della perizia balistica.

Tale ricostruzione, oltre a collocare gli episodi summenzionati nella giusta prospettiva diacronica, raccordandoli allo sviluppo delle indagini, consente di apprezzare il ruolo suppletivo che, a fronte non solo di omissioni e ritardi, ma anche della complessiva e sostanziale inerzia degli Inquirenti, finirono per svolgere amici, compagni di partito di Giuseppe IMPASTATO, i suoi prossimi congiunti e persino i legali della famiglia IMPASTATO e delle associazioni private che ambivano a costituirsi parte civile.

Un ruolo che non fu solo di impulso e di sollecitazione critica, ma si tradusse in un concreto apporto di reperti, informazioni ed elementi di conoscenza utili a far luce sui fatti.

In data 28 ottobre 1978 venivano depositate le relazioni dei periti medico-legali (ff. 159-186) e del perito balistico (ff. 187-195) sulle cui conclusioni ci tratterremo più oltre.

Dopo avereraccolto, il 2/11/1978, le testimonianze della Maniaci Anna (la quale confermava la deposizione resa ai Carabinieri, ribadendo che "l'Impastato quella sera era normale" (f. 196) e del Prof. Del Carpio (f. 197), il Sost. Procuratore della Repubblica trasmetteva, con nota 6/11/1978, gli atti a quest'Ufficio Istruzione per il procedimento a carico di ignoti in ordine ai reati di omicidio premeditato in danno dell'Impastato Giuseppe e di detenzione e porto illegali di materiale esplosivo.

Rispettivamente in data 10 novembre 1978 e 12 dicembre 1978 (ff. 200 e 242) si costituivano parte civile nel procedimento la madre ed il fratello della vittima.

Nel corso dell'istruttoria formale veniva acquisita - presso la Direzione Compartimentale delle ferrovie dello Stato - copia della relazione, ed allegati verbali, relativa agli accertamenti amministrativi esperiti in merito all'esplosione in cui aveva trovato la morte l'Impastato (ff. 244 - 250); venivano altresì sentiti numerosi testimoni (v. ff. da 1 a 91 del vol. II), dalle cui deposizioni emergevano talune significative, nuove circostanze, e - in particolare - un colloquio avvenuto nel pomeriggio dell'8 maggio 1978tra tale Riccobono Giovanni (amico dell'Impastato Giuseppe) e il suo cugino e datore di lavoro Amenta Giuseppe, e nel corso del quale il Riccobono, chiamato in disparte, era stato avvertito "di non andare in paese perché in questi giorni succederà qualcosa di grosso"; precisava il Riccobono (ff. 12-14 vol. II) di avere appreso dal cugino, nell'accennato colloquio, "che era stato suo fratello Amenta Carmelo Giovanni a incaricarlo di dargli tale consiglio", e di averne - subito dopo - parlato con parecchi amici di Cinisi, tra cui il fratello dell'Impastato Giuseppe, ma di non averne potuto informare Giuseppe, benché questo fosse stato il suo primo, istintivo pensiero, perché, recatosi appositamente alla radio, lo aveva trovato impegnato in vista di un'assemblea fissata per le ore 21.

Le circostanze riferite dal Riccobono venivano confermate da numerosi testi (Impastato Giovanni, Di Maggio Faro, Maniaci Giosuè, Iacopello Fara, Vitale Maria Fara, Bartolotta Andrea, La Fata Pietro Giovanni, Cavataio Benedetto e Di Maggio Domenico).

Emergeva altresì, da talune delle testimonianze sopraricordate, che le circostanze riferite dal Riccobono avevano creato, nella stessa sera dell'8 maggio 1978, uno stato di apprensione tra gli amici dell'Impastato Giuseppe, alcuni dei quali ("circa otto persone": f. 74 retro), non avendolo visto arrivare alla riunione fissata per le ore 21, si erano mossi - su tre autovetture - alla sua ricerca, protrattasi invano per quasi tutta la notte (cfr. ff. 24, 32 retro e 69 retro).

Precisavano concordemente i testi suindicati di non avere riferito prima, nemmeno al Magistrato, quanto avevano appreso dal Riccobono, a motivo della sfiducia in essi ingenerata dal deciso orientamento che sin dal primo momento gli investigatori avevano palesato verso la tesi dell'incidente o del suicidio.

I testi stessi, inoltre, fornivano particolari circa la battaglia politica condotta dall'Impastato Giuseppe contro il potere mafioso della zona, e in particolare, contro Gaetano Badalamenti, Finazzo Giuseppe ed un certo Palazzolo; personaggi che egli non esitava a ridicolizzare nelle trasmissioni di "Onda Pazza" dalla Radio Aut.

A tal riguardo l'ImpastatoGiovanni consegnava al Magistrato Istruttore, il 7/12/1978 (f. 15 vol. II), sette cassette di registrazione di dette trasmissioni, oltre a vari documenti, e precisava (f. 16 retro detto vol.) che suo fratello era riuscito, con l'intensa attività politica svolta, a far sospendere i lavori di costruzione di un palazzo a cinque piani ("che pare sia del Finazzo") e si era battuto a fondo, con pubbliche denunce, contro l'approvazione "quasi clandestina" del cosiddetto piano "Z 10", consistente nella realizzazione di un campo turistico nella zona di Cinisi, ed alla quale "erano interessati un certo Lipari ...... figlioccio di un noto mafioso defunto Rosario Badalamenti; un certo Caldaradi Palermo; e un certo Cusimano di Cinisi, costruttore edile ..... forse in buoni rapporti con elementi mafiosi".