«Questo mafioso finanziò Berlusconi»
Lirio Abbate 17 marzo 2011

Si chiama Giovannello Greco, era un killer fedelissimo di Bontate.
E secondo le accuse di Giovanni Brusca avrebbe prestato centinaia di milioni al Cavaliere. Uscito dal carcere, è ancora vivo, non si sa dove

Decine di miliardi di vecchie lire: quello che negli anni Settanta era un vero tesoro, pari a centinaia di milioni di euro odierni. E' l'investimento che una cordata di mafiosi palermitani avrebbe affidato allora a Silvio Berlusconi: denaro raccolto con i proventi del narcotraffico. In prima fila in questa operazione ci sarebbe stato Stefano Bontate. Assieme a lui, un pool di altri boss avrebbe consegnato pacchi di milioni di lire al fondatore dell'Edilnord. Boss sterminati nella spietata guerra lanciata dai killer corleonesi di Totò Riina all'inizio degli anni Ottanta. Tutti morti, tranne uno. Almeno a dare fiducia alle ultimissime dichiarazioni di Giovanni Brusca: uno dei presunti finanziatori di Berlusconi sarebbe ancora vivo. E libero, perché è anche l'unico mafioso che ha ottenuto la revisione del celebre maxiprocesso.

Il nome messo a verbale da Brusca lo scorso 25 novembre è quello di Giovannello Greco, un sopravvissuto: scampato alla strage corleonese, fuggito in Spagna, arrestato 16 anni dopo e poi tornato in libertà grazie alla revisione della condanna definitiva. A 14 anni dal suo arresto si è scoperto che Brusca aveva custodito nel silenzio molte conoscenze. A partire dalla storia del presunto tesoro mafioso affidato a Berlusconi.

Il racconto – scrive l'Espresso - messo nero su bianco negli ultimi mesi secondo gli inquirenti è importante perché descrive nel dettaglio tutti i tentativi da parte dei boss di recuperare il capitale consegnato all'imprenditore milanese.

Brusca sostiene che ogni anno il Cavaliere avrebbe pagato 600 milioni di lire ai finanziatori siciliani. Poi la guerra corleonese tra il 1981 e il 1982 ha falcidiato Bontate e il suo gruppo, facendo interrompere i rapporti.

Oggi Brusca ha fornito nuovi racconti sui boss che negli anni Settanta avrebbero puntato sul Cavaliere. Tra loro ci sarebbe stato Pietro Marchese, ucciso in carcere nel 1982. E soprattutto Giovannello Greco, un fedelissimo di Bontate, accusato di aver commesso numerosi omicidi: uno dei pochi uomini del padrino palermitano sopravvissuto alla mattanza corleonese. Brusca racconta come Greco riuscì a spiazzare i sicari di Riina con un'azione improvvisa: sarebbe piombato nell'abitazione del mafioso Gaetano Cinà, amico di Dell'Utri e in quel momento alleato dei corleonesi. «Giovannello Greco torna da dove si trovava e fa una specie di sorpresa a questo Cinà, per recuperare i soldi». Cinà, secondo Brusca, è l'uomo che all'epoca poteva arrivare direttamente al braccio destro del Cavaliere. E tramite questo canale sarebbe riuscito a farsi riconsegnare la sua quota dell'investimento. Fuggito dalla Sicilia dopo la morte del suo capomafia, Giovannello Greco è stato arrestato dopo 16 anni di latitanza a Ibiza e – dopo una lunga resistenza all'estradizione – ha poi accettato di tornare in carcere in Italia. Nel 2001 Gaetano Grado, un altro degli alleati di Bontate che secondo i pentiti frequentava Arcore, ha deciso di collaborare e si è autoaccusato dell'unico tentato omicidio per cui Greco era stato condannato nel maxiprocesso.

Su questa base Greco ha ottenuto la revisione della sentenza, con l'assoluzione riconosciuta dalla Corte d'appello di Catania. Dopo avere scontato un'altra pena per associazione mafiosa, oggi Giovannello è libero e vive lontano dalla Sicilia insieme alla moglie e alle figlie.
 
L'ultima verità di Brusca boss, Berlusconi: il patto segreto
I soldi di Bontate, i pagamenti a Riina, l'intesa con Dell'Utri, i favori del governo.
9 marzo 2011 Lirio Abbate

Quattro nomi omessi in 14 anni di pentimento. Taciuti per evitare problemi e garantirsi con il silenzio una rendita futura, per sé e per Cosa nostra. Nomi che ha pronunciato solo ora e che potrebbero riscrivere la storia giudiziaria della nascita della Seconda repubblica: Vito Ciancimino, Nicola Mancino, Marcello Dell'Utri, Silvio Berlusconi. Elencati come in una catena di referenti istituzionali nella trattativa che ha permesso ai corleonesi di capitalizzare il risultato delle stragi. A parlarne è Giovanni Brusca, un tempo potente capo della famiglia di San Giuseppe Jato: quello che ha premuto il telecomando per far saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie e la sua scorta; quello che ha deciso la morte del piccolo Santino Di Matteo. 

E' stato catturato nel 1996. All'inizio ha tentato una manovra per screditare politici e magistrati, ma è stato smascherato. Allora ha fornito una collaborazione ampia: è stato il primo a rivelare "il papello" e la trattativa tra Stato e cosche nel 1992. Ma lo scorso settembre gli inquirenti hanno scoperto che continuava a gestire traffici e ricatti, proteggendo un tesoro accumulato con i crimini. Ora rischia di perdere i benefici e di essere retrocesso da "pentito" a dichiarante. Adesso, di fronte alla possibilità di vedere chiudersi le porte del carcere per sempre, senza più permessi, sostiene di volere raccontare la seconda parte della sua storia criminale. Completando un quadro che era già stato in parte intercettato dalle microspie nella sua cella. E ha rotto il silenzio mirato a «non rendere dichiarazioni su persone che sono state "disponibili" con Cosa nostra». 

IL CAVALIERE. 
Nei nuovi verbali Brusca parla a lungo di Silvio Berlusconi. Cita i capitali che sarebbero stati investiti da uomini del padrino Stefano Bontate nelle attività imprenditoriali di Berlusconi negli anni Settanta. Brusca dichiara che il fondatore della Fininvest pagava ogni anno a Bontate 600 milioni di lire. Dopo la morte del padrino, ucciso dai corleonesi nel 1981, i versamenti cessano. Allora - spiega il dichiarante - nel 1986 Ignazio Pullarà fa piazzare dell'esplosivo nella cancellata della residenza milanese di Berlusconi. Una missione nascosta a Riina, che si infuria e decide di gestire personalmente i rapporti col Cavaliere. Che - secondo Brusca - dopo la bomba ricomincia a pagare mezzo miliardo, direttamente al capo dei capi. «Poi quando venne ucciso Salvo Lima, mi disse che Ciancimino e Dell'Utri si erano proposti come nuovi referenti per i rapporti con i politici». 

Il boss corleonese diffida di Ciancimino, «troppo affezionato a Provenzano», mentre Dell'Utri «era visto come erede di Bontate perché vicino a quest'ultimo». I signori della Cupola però puntano su Dell'Utri, usando come ambasciatori i mafiosi Gaetano Cinà e Raffaele Ganci. Brusca spiega che Ganci riferì a Riina: «Dell'Utri è a disposizione». E sottolinea come nel 1993 il collegamento possibile «con il nuovo movimento politico Forza Italia che sta per nascere passa sempre da Dell'Utri». Un legame cementato con ricatti espliciti: parla di messaggi inoltrati a Berlusconi attraverso Mangano, sostiene che alla fine del 1993 furono minacciate altre bombe come quelle di Roma, Milano e Firenze. «Un modo per metterlo in difficoltà» con il governo che si apprestava a guidare, se non avesse varato leggi in favore di Cosa nostra. 

In quel momento Brusca diventa uno dei grandi capi di tutta la mafia e ricorda di avere ricevuto nel 1994 un messaggio da Berlusconi e Dell'Utri che, tramite Mangano, garantivano: «Si sarebbero impegnati a soddisfare le nostre richieste». Le promesse si sarebbero trasformate subito in fatti. Per i pm uno degli esempi concreti è il "decreto salvaladri" varato dal governo Berlusconi nel luglio 1994. A bloccarlo fu il ripensamento dell'allora ministro Roberto Maroni: «Dopo aver parlato con alcuni magistrati in prima linea contro la mafia», disse Maroni, «ho scoperto che questo decreto è diverso da quello che c'era stato prospettato... Ci sono altre parti che complessivamente depotenziano l'azione dello Stato contro la criminalità». 

LA FASE DUE. 
Secondo Brusca l'intesa con Forza Italia è la fase due di una strategia nata all'indomani di Capaci. Nel luglio 1992 - prima dell'autobomba di via D'Amelio - c'era stato il tentativo di venire a patti con le istituzioni, mediato da Vito Ciancimino. E Brusca ribadisce che il referente ultimo della trattativa era Nicola Mancino, all'epoca ministro dell'Interno e uomo forte della Dc. 

L'ex boss ricorda quando Riina gli fece il nome di Mancino come la persona che doveva rispondere alle richieste del "papello". Mette a verbale anche «il disprezzo» di Leoluca Bagarella, cognato di Riina, che commenta la notizia dei vetri blindati installati per proteggere la casa di Mancino. Nicola Mancino, ex vicepresidente del Csm, ha sempre respinto ogni ipotesi di un suo ruolo nella vicenda.



«Ad Arcore anche i mafiosi»
 3 febbraio 2011 Lirio Abbate

Non solo minorenni ed escort per le feste: a villa San Martino sono andati anche gli emissari di Cosa Nostra.
Lo sostiene in un recente interrogatorio il pentito Brusca. E la procura di Palermo si prepara ad aprire una nuova indagine

La procura di Milano indaga sulla presenza di minorenni nella residenza di Arcore del premier per le serate del bunga bunga, e i pm di Palermo lavorano per accertare se a villa San Martino sono stati ricevuti ambasciatori di Totò Riina dopo le stragi Falcone e Borsellino.

Se dunque i magistrati lombardi si apprestano a chiedere il rito immediato per Silvio Berlusconi, indagato di concussione e prostituzione minorile, nell'affaire Ruby, i loro colleghi siciliani starebbero preparando la strada per far cadere una nuova tegola giudiziaria sulla testa del premier riaprendo nei suoi confronti un'inchiesta di mafia archiviata, nella quale era già stato coinvolto con Marcello Dell'Utri. E sullo stesso filone d'indagine, che coinvolge Berlusconi e Dell'Utri, procede pure la procura di Firenze che vuole fare luce sui mandanti occulti delle stragi del 1993: Uffizi, via Palestro e i due attentati romani.

Gli impulsi a queste istruttorie sono stati dati in particolare dai verbali del "dichiarante" Gaspare Spatuzza e dal pentito Giovanni Brusca. Entrambi chiamano in causa Berlusconi. Brusca, dopo essere stato indagato a settembre insieme ai suoi familiari per aver occultato il suo patrimonio durante la collaborazione, non dichiarandolo allo Stato e sottraendolo così alla confisca, ha fatto nuove rivelazioni ai pm di Palermo. Il boss che uccise Falcone sostiene di aver ricevuto da Riina l'incarico di andare ad Arcore per parlare con il Cavaliere dopo le bombe del 1992. Il racconto è contenuto in un verbale di interrogatorio che è stato secretato. Ma di una visita di Brusca a Villa San Martino aveva già parlato in passato un altro pentito, Giuseppe Monticciolo. Tutto ciò potrebbe finire nell'indagine che a Palermo chiamano "trattativa fra mafia e Stato".

Le due inchieste di Firenze e Palermo si potrebbero dunque aggiungere ai quattro processi che già a marzo vedranno il presidente del Consiglio sul banco degli imputati del tribunale di Milano. Archiviata la parziale bocciatura del legittimo impedimento da parte della Consulta, anche gli ostacoli che sembravano fin qui allungare i tempi dei dibattimenti e avvicinare la prescrizione sembrano superati. All'affaire Ruby si aggiunge quello in cui il premier è accusato di corruzione giudiziaria (Mills), quello in cui è chiamato a rispondere di frode fiscale (Mediaset diritti tv) e poi in quello per appropriazione indebita e frode fiscale (Mediatrade). 

Senza uno scudo processuale, Berlusconi rischia di dover correre da un'aula all'altra. La Consulta nella sentenza sul lodo Alfano ricorda al premier che non ogni impegno politico è un "legittimo impedimento", ma soltanto quello riconducibile ad attività "coessenziali alla funzione di governo", sempre che sia "preciso", "puntuale", "assoluto", "attuale": insomma, "oggettivamente indifferibile" e "necessariamente concomitante" con l'udienza di cui si chiede il rinvio. Spetterà al giudice valutare "in concreto" questi elementi, senza che la difesa possa eccepire un'invadenza nella sfera di competenza del potere esecutivo.

I tre processi che erano stati congelati in attesa della Consulta non ripartiranno da zero come previsto, perché i giudici già trasferiti ad altri incarichi hanno ottenuto proroghe e così il 28 febbraio riprende quello per la presunta frode fiscale per i diritti tv Mediaset, a seguire l'udienza preliminare Mediatrade e il processo Mills, l'avvocato inglese che il premier avrebbe spinto, dietro il pagamento di una somma di denaro, a ritrattare.