Berlusconi, o chi per lui, contro tutti.
Cronache di un Colpo di Stato
Riassunto: Previti corrompe il giudice Metta, che nel 1991 emette la sentenza del "Lodo Mondadori, nella quale
il tribunale assegna il periodico Panorama e rete 4 alla Fininvest, invece che al Gruppo Repubblica-Espresso.
Cesare Previti è stato condannato a un anno e mezzo di reclusione al termine del secondo processo d'appello celebrato
a Milano nell'ambito del caso lodo-Mondadori. In particolare il giudice Metta, secondo l'accusa, è stato corrotto
dagli altri imputati per annullare, attraverso una sentenza di cui fu relatore, il lodo arbitrale che assegnava
a Carlo De Benedetti il controllo azionario della Mondadori, a favore di Silvio Berlusconi.
Successivamente il giudice Mesiano del tribunale civile di Milano condanna la Fininvest a risarcire la CIR,
gruppo Repubblica-Espresso con 750 nilioni di euro per risarcire Cir
del danno patrimoniale da "perdita di chance".
Ora il gruppo Fininvest attacca il giudice Mesiano
Canale 5 del gruppo fininvest ruba immagini sulla vita privata
del magistrato della sentenza Cir-Fininvest:
"un tipo strano, va da barbiere, fuma, e indossa calzini turchesi..
Il sindacato delle toghe scrive a Napolitano.
il caso del Giudice Mesiano del tribunale civile di Milano
La "rivoluzione dei calzini":
Tutti in tribunale con i calzini turchesi

Lodo Mondadori: il giudice Metta fu comprato dalla Fininvest di  Berlusconi:

L'azienda di Berlusconi dovrà pagare 750 milioni di euro per il danno patrimoniale
E la Fininvest grida all'attentato: vogliono rovinare 'O Premier.

ROMA 3 ottobre 2009 - Fininvest è stata condannata dal tribunale di Milano a risarcire Cir del danno patrimoniale da "perdita di chance" di un giudizio imparziale, (in merito al Lodo Mondadori) quantificato in circa 750 milioni (749.955.611,93, per l'esattezza). Ma Fininvest non ci sta: "Sentenza ingiusta, faremo appello".

La Cir. Nella nota della Cir si legge che "è stata depositata oggi la sentenza del tribunale di Milano nella causa civile promossa da Cir, assistita dagli avvocati professor Vincenzo Roppo ed Elisabetta Rubini, contro Fininvest per il risarcimento del danno causato dalla corruzione giudiziaria nella vicenda del lodo Mondadori. La sentenza che ha carattere esecutivo decide che Cir ha diritto al risarcimento da parte di Fininvest del danno patrimoniale da 'perdita da chance' di un giudizio imparziale, quantificato in euro 749.955.611,93; Cir ha diritto al risarcimento da parte di Fininvest anche dei danni non patrimoniali sopportati in relazione alla medesima vicenda. La liquidazione di tali danni è riservata ad altro giudizio".

La sentenza di oggi nasce da quella penale del 2007 nella quale Cesare Previti (legale della Fininvest) e altri vennero condannati per "corruzione in atti giudiziari". In sostanza, allora venne riconosciuto un comportamento fraudolento di persone legate a Finivest contro la Cir. Oggi il gruppo di Berlusconi è chiamato a risarcire i danni causati da quei comportamenti.

"In questo modo - si legge ancora nella nota della Cir - dopo la definitiva condanna penale per corruzione intervenuta nel 2007, anche il giudice civile porta luce su una vicenda che ha inflitto un enorme danno a carico di Cir, ferendo al contempo fondamentali valori di corretto funzionamento del mercato e delle istituzioni. Cir esprime soddisfazione per una sentenza che rende giustizia alla società e ai suoi azionisti".

De Benedetti. La sentenza del Tribunale di Milano "non mi compensa per non aver potuto realizzare il progetto industriale che avrebbe creato il primo gruppo editoriale italiano - scrive l'ingegner Carlo De Benedetti - ma stabilisce in modo inequivocabile i comportamenti illeciti che l'hanno impedito". Per il presidente onorario di Cir "dopo quasi vent'anni dalla condotta fraudolenta messa in atto per sottrarre al nostro gruppo la legittima proprietà della Mondadori - aggiunge De Benedetti - finalmente la magistratura, dopo la sentenza che ha confermato definitivamente in sede penale l'avvenuta corruzione di un giudice, ci rende giustizia anche sul piano civile".

La replica. Ma la Fininvest non ci sta e annuncia che "ricorrerà immediatamente in appello, assolutamente certa che la totale fondatezza delle sue tesi non potrà non essere riconosciuta". Per il presidente della Fininvest, Marina Berlusconi, "si tratta di un verdetto incredibile e sconcertante". "La Fininvest - commenta Marina Berlusconi - ha sempre operato nella massima correttezza e ha dimostrato in modo limpido e inconfutabile la validità delle proprie ragioni. Non posso non rilevare che questa sentenza cade in momento politico molto particolare. Non posso non rilevare che dà ragione ad un Gruppo editoriale la cui linea di durissimo attacco al presidente del Consiglio, per non dire altro, è sotto gli occhi di tutti. Sbaglia però chi canta vittoria troppo presto. Sappiamo di essere nel giusto e siamo certi che alla fine questo non potrà non esserci riconosciuto".

La vicenda processuale. Cesare Previti, nel 2007, venne condannato (a titolo definitivo) a un anno e mezzo di reclusione al termine del secondo processo d'appello celebrato a Milano nell'ambito del caso lodo-Mondadori. La Terza corte d'appello di Milano aveva accolto tutte le richieste di condanna avanzate dal sostituto pg Pietro De Petris anche per gli altri imputati. La pena più alta era stata per il giudice Vittorio Metta, condannato a 2 anni e 9 mesi di reclusione in continuazione con i 6 anni riportati per Imi-Sir. L'avvocato Attilio Pacifico aveva invece subito la stessa condanna di Cesare Previti, mentre l'avvocato Giovanni Acampora era stato condannato a 1 anno e 6 mesi. L'assoluzione dei quattro imputati dal parte della Corte d'appello di Milano era stata annullata dalla Cassazione che aveva disposto un nuovo processo.

In particolare il giudice Metta, secondo l'accusa, sarebbe stato corrotto dagli altri imputati per annullare, attraverso una sentenza di cui fu relatore, il lodo arbitrale che assegnava a Carlo De Benedetti il controllo azionario della Mondadori, a favore di Silvio Berlusconi. Non a caso, all'inizio del processo l'ex presidente del Consiglio figurava tra gli imputati, ma nel 2001 la Cassazione stabilì nei suoi confronti la prescrizione dei reati contestati.
 
Servizio sulla vita privata del magistrato della sentenza Cir-Fininvest. Ironie sui vestiti.
Il sindacato delle toghe scrive a Napolitano. Fnsi: "E minacciano ritorsioni sul canone Rai"
Anm: "Esterrefatti e indignati"

ROMA 16 ottobre 2009 - Scoppia il caso Mesiano. Dopo il servizio mandato in onda su Canale 5 sulla vita privata del giudice della sentenza Fininvest-Cir, il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana Roberto Natale accusa Mattino 5 di "pestaggio mediatico". Far seguire il magistrato dalle telecamere mentre si fa radere dal barbiere o fuma una sigaretta seduto su una panchina di un giardinio pubblico è, per il segretario dell'Associazione nazionale dei magistrati "una vergona, un'intollerabile intromissione nella privacy di una persona". 

E' bufera dopo la trasmissione di ieri. Giuseppe Cascini, segretario di Anm, grida allo scandalo su Repubblica tv: "Sono esterrefatto e indignato. E' una vergogna. Dove arriveremo? Definire stranezze il fatto che una persona fuma o sottolineare il colore dei suoi calzini. Distruggere così l'identità di una persona è inqualificabile", continua il segretario di Anm. "Questa campagna mediatica deve finire. Abbiamo scritto al presidente della Repubblica, che è anche presidente del Csm, per segnalare questo episodio di denigrazione senza precedenti. Intervenga anche il Garante della privacy". E il Garante per la protezione dei dati personali accoglie l'invito e annuncia che "valuterà la segnalazione di Anm e l'apertura di un'istruttoria". 

Anche il presidente della Fnsi è altrettanto duro nei confronti dei giornalisti di Canale 5, e si domanda, "visto che il Presidente del Consiglio continua a deprecare l'uso criminoso della tv, ancora una volta tirando in ballo a sproposito Annozero, come considera l'uso della tv che è stato fatto ieri mattina dalla più importante rete Mediaset?" 

Roberto Natale spiega: "Mattino 5 ha mandato in onda un servizio su Raimondo Mesiano che rassomiglia molto ad un pestaggio mediatico. Ci sembra un tema ben più rilevante che non le minacce di ritorsione sul canone Rai al solito segnate dal suo clamoroso conflitto di interessi". 

Lo scoop di Canale 5 si basa su un video di pochi minuti sulla vita privata del magistrato che, non più tardi di due settimane fa, ha condannato il gruppo Fininvest a risarcire alla Cir di Carlo De Benedetti 750 milioni di euro, per l'annullamento del lodo Mondadori risolto nel 1990 a favore del gruppo Fininvest in cambio di mazzette versate ad alcuni giudici romani. 

Il video ritrae di nascosto l'interessato, mentre esce di casa e passeggia per le vie di Milano. Le immagini si soffermano sul giudice seduto sul seggiolone del barbiere, con la schiuma da barba sul viso. Il reporter commenta: "Forse non sa ancora che il Csm lo sta "promuovendo". Il riferimento è all'avanzamento di carriera ottenuto da Mesiano, due giorni fa, dal Csm. Un naturale avanzamento di carriera in base all'anzianità che però il centrodestra ha subito tradotto come "la ricompensa per l'attacco a Berlusconi". 

"Lui va avanti e indietro", ripete, ancora, la voce fuori campo della giornalista. Poi, poco prima di concludere il servizio, la scena cambia e si concentra su "un'altra stranezza: guardate il giudice seduto su una panchina. Camicia, pantalone blu, mocassino bianco e calzino turchese. Di quelli che in tribunale non è proprio il caso di sfoggiare". 

Claudio Brachino, conduttore di Mattino 5 e direttore di Videonews si difende: "Non c'era alcuna malizia ma solo il senso televisivo di dare un volto a un personaggio che la gente non conosceva di persona".



Cir, Gruppo Repubblica, L'Espresso: maxi risarcimento da Fininvest
L'azienda di Berlusconi dovrà pagare 750 milioni di euro per il danno patrimoniale
da "perdita di chance" di un giudizio imparziale. La replica: "Ingiusto, faremo appello"
L'ingegnere De Benedetti: "Stabiliti in modo inequivocabile gli illeciti che mi hanno impedito
di realizzare il progetto industriale che avrebbe creato il primo gruppo editoriale italiano"

ROMA 3 ottobre 2009- Fininvest è stata condannata dal tribunale di Milano a risarcire Cir del danno patrimoniale da "perdita di chance" di un giudizio imparziale, (in merito al Lodo Mondadori) quantificato in circa 750 milioni (749.955.611,93, per l'esattezza). Ma Fininvest non ci sta: "Sentenza ingiusta, faremo appello". 

La Cir. Nella nota della Cir si legge che "è stata depositata oggi la sentenza del tribunale di Milano nella causa civile promossa da Cir, assistita dagli avvocati professor Vincenzo Roppo ed Elisabetta Rubini, contro Fininvest per il risarcimento del danno causato dalla corruzione giudiziaria nella vicenda del lodo Mondadori. La sentenza che ha carattere esecutivo decide che Cir ha diritto al risarcimento da parte di Fininvest del danno patrimoniale da 'perdita da chance' di un giudizio imparziale, quantificato in euro 749.955.611,93; Cir ha diritto al risarcimento da parte di Fininvest anche dei danni non patrimoniali sopportati in relazione alla medesima vicenda. La liquidazione di tali danni è riservata ad altro giudizio". 

La sentenza di oggi nasce da quella penale del 2007 nella quale Cesare Previti (legale della Fininvest) e altri vennero condannati per "corruzione in atti giudiziari". In sostanza, allora venne riconosciuto un comportamento fraudolento di persone legate a Finivest contro la Cir. Oggi il gruppo di Berlusconi è chiamato a risarcire i danni causati da quei comportamenti. 

"In questo modo - si legge ancora nella nota della Cir - dopo la definitiva condanna penale per corruzione intervenuta nel 2007, anche il giudice civile porta luce su una vicenda che ha inflitto un enorme danno a carico di Cir, ferendo al contempo fondamentali valori di corretto funzionamento del mercato e delle istituzioni. Cir esprime soddisfazione per una sentenza che rende giustizia alla società e ai suoi azionisti". 

De Benedetti. La sentenza del Tribunale di Milano "non mi compensa per non aver potuto realizzare il progetto industriale che avrebbe creato il primo gruppo editoriale italiano - scrive l'ingegner Carlo De Benedetti - ma stabilisce in modo inequivocabile i comportamenti illeciti che l'hanno impedito". Per il presidente onorario di Cir "dopo quasi vent'anni dalla condotta fraudolenta messa in atto per sottrarre al nostro gruppo la legittima proprietà della Mondadori - aggiunge De Benedetti - finalmente la magistratura, dopo la sentenza che ha confermato definitivamente in sede penale l'avvenuta corruzione di un giudice, ci rende giustizia anche sul piano civile". 

La replica. Ma la Fininvest non ci sta e annuncia che "ricorrerà immediatamente in appello, assolutamente certa che la totale fondatezza delle sue tesi non potrà non essere riconosciuta". Per il presidente della Fininvest, Marina Berlusconi, "si tratta di un verdetto incredibile e sconcertante". "La Fininvest - commenta Marina Berlusconi - ha sempre operato nella massima correttezza e ha dimostrato in modo limpido e inconfutabile la validità delle proprie ragioni. Non posso non rilevare che questa sentenza cade in momento politico molto particolare. Non posso non rilevare che dà ragione ad un Gruppo editoriale la cui linea di durissimo attacco al presidente del Consiglio, per non dire altro, è sotto gli occhi di tutti. Sbaglia però chi canta vittoria troppo presto. Sappiamo di essere nel giusto e siamo certi che alla fine questo non potrà non esserci riconosciuto". 

La vicenda processuale. Cesare Previti, nel 2007, venne condannato (a titolo definitivo) a un anno e mezzo di reclusione al termine del secondo processo d'appello celebrato a Milano nell'ambito del caso lodo-Mondadori. La Terza corte d'appello di Milano aveva accolto tutte le richieste di condanna avanzate dal sostituto pg Pietro De Petris anche per gli altri imputati. La pena più alta era stata per il giudice Vittorio Metta, condannato a 2 anni e 9 mesi di reclusione in continuazione con i 6 anni riportati per Imi-Sir. L'avvocato Attilio Pacifico aveva invece subito la stessa condanna di Cesare Previti, mentre l'avvocato Giovanni Acampora era stato condannato a 1 anno e 6 mesi. L'assoluzione dei quattro imputati dal parte della Corte d'appello di Milano era stata annullata dalla Cassazione che aveva disposto un nuovo processo. 

In particolare il giudice Metta, secondo l'accusa, sarebbe stato corrotto dagli altri imputati per annullare, attraverso una sentenza di cui fu relatore, il lodo arbitrale che assegnava a Carlo De Benedetti il controllo azionario della Mondadori, a favore di Silvio Berlusconi. Non a caso, all'inizio del processo l'ex presidente del Consiglio figurava tra gli imputati, ma nel 2001 la Cassazione stabilì nei suoi confronti la prescrizione dei reati contestati.



Un anno e mezzo al parlamentare di Fi Cesare Previtiper aver corrotto il giudice Metta

MILANO 23 febbraio 2007-
Cesare Previti è stato condannato a un anno e mezzo di reclusione al termine del secondo processo d'appello celebrato
a Milano nell'ambito del caso lodo-Mondadori. La condanna per il parlamentare di Forza Italia ed ex ministro della Difesa, va a sommarsi a quella già divenuta definitiva di 6 anni, in relazione alla causa Imi-Sir. 

La Terza corte d'appello di Milano (presieduta da Sergio Silocchi), ha accolto tutte le richieste di condanna avanzate dal sostituto pg Pietro De Petris anche per gli altri imputati. La pena più alta è per il giudice Vittorio Metta, condannato a 2 anni e 9 mesi di reclusione in continuazione con i 6 anni riportati per Imi-Sir. L'avvocato Attilio Pacifico ha invece subito la stessa condanna di Cesare Previti, mentre l'avvocato Giovanni Acampora è stato condannato a 1 anno e 6 mesi da aggiungere ai 3 anni e 8 mesi riportati per la vicenda Imi-Sir. L'assoluzione dei quattro imputati dal parte della Corte d'appello di Milano era stata annullata dalla Cassazione che aveva disposto un nuovo processo. 

In particolare il giudice Metta, secondo l'accusa, sarebbe stato corrotto dagli altri imputati per annullare, attraverso una sentenza di cui fu relatore, il lodo arbitrale che assegnava a Carlo De Benedetti il controllo azionario della Mondadori, a favore di Silvio Berlusconi. Non a caso, all'inizio del processo l'ex presidente del Consiglio figurava tra gli imputati, ma nel 2001 la Cassazione stabilì nei suoi confronti la prescrizione dei reati contestati. 

"E' un verdetto che non condividiamo nella maniera più assoluta e che speriamo di ribaltare in Cassazione". E' il commento di Giorgio Perroni, avvocato dell'ex ministro della Difesa. "Cesare Previti si dice sorpreso di fronte a una decisione scorretta", dice il legale. Per il difensore nel procedimento appena concluso "non c'è prova di nulla. La Cassazione ha molto influito. Per di più è mancata l'acquisizione di nuove prove che avrebbero dimostrato l'innocenza di Previti". 

Di tenore opposto il commento dell'avvocato Giuliano Pisapia, rappresentante di parte civile per la Cir di Carlo De Benedetti. Secondo il legale "la sentenza è aderente alle emergenze processuali dalle quali derivano la gravità e l'univocità di indizi a carico degli imputati".



"Dobbiamo reagire, abbiamo scioperato per molto meno"
La protesta online dei magistrati
"Tutti in tribunale con i calzini turchesi"
Nelle mailing list dei giudici proteste contro Canale 5, poesie e appelli all'Anm

ROMA 17 ottobre 2009 - La "rivoluzione dei calzini" nasce alle 8 e 58. E diventa il leit motiv della giornata.
Lo slogan insistente di magistrati che si parlano l'un l'altro nelle mailing list per esprimere incredulità, esasperazione,
ma anche paura. "A mia memoria, una cosa del genere non era mai accaduta" scrive uno. E l'altro:
"Credo che non basti più "resistere resistere resistere", bisogna agire per noi, per i nostri figli, per la democrazia". 

Dunque si arrivi alla "rivoluzione dei calzini". Che il primo propone così: "Tutti senza calzini davanti alla sede del Tg5".
E un altro rilancia subito dopo: "Tutti in tribunale con calzini di colore diverso la settimana prossima". E il terzo:
"Perché non andiamo tutti in udienza con qualcosa di fucsia visibile sull'abito? I calzini purtroppo non si vedono".
E il quarto: "Il gesto avrebbe una valenza simbolica di immediata percepibilità ed evidenza. E non sarebbe disdicevole". 

Il quinto: "Andrò senza calzini, me ne infischierò dei semafori, non mi metterò più seduto sulle panchine, non mi taglierò
più né capelli né barba, insomma sarò un magistrato inappuntabile". La sesta cerca di scherzare e spezzare l'angoscia
di una categoria sotto attacco: "Lo confesso: già oggi sotto i pantaloni indosso il "gambaletto", ed è imperdonabile...".
Il settimo scrive una poesia: "La giustizia, cari amici,/è ormai un fatto sol di visi/ compiacenti ed assai proni,/ anzi un fatto
di calzoni/ o calzini ben portati!/Tenga duro il buon Mesiano/che noi tutti lo portiamo/ in un sol palmo di mano!/
La giustizia dei calzini/è il conforto dei cretini". 

A Roma i due capi dell'Anm, il presidente Luca Palamara e il segretario Giuseppe Cascini, vivono una giornata di tensione. Sommersi di telefonate di protesta, di richieste d'intervento. Anche loro leggono le mailing list dei colleghi che si riempiono
di messaggi sempre più sconcertati e allarmati. Lo specchio unico di una giornata in cui campeggia l'amara constatazione: "Non c'è bisogno di manganelli e olio di ricino, bastano tv e stampa di famiglia: forse meno cruenti, ma certamente più efficaci". 

Niente nomi nel ripercorrere i messaggi. Ma i contenuti sì, ché sono la fotografia unica del disperato appello delle toghe
a fermare l'escalation. Invocano dall'Anm lo sciopero: "Ciò che accade ha dell'inimmaginabile o forse ha un sapore antico. Comunicati, assemblee, uffici aperti di domenica, incontri con la gente servono a poco. Abbiamo scioperato per molto meno. Ma ora quanto manca al balcone di piazza Venezia?". 

La parola fascismo non compare mai, ma sono i metodi che i giudici temono. Tant'è che uno scrive: "Si sta operando
un linciaggio terrificante di Mesiano, il passo all'olio di ricino è breve". Per questo vogliono uno sciopero che non sarebbe
contro una legge, ma per contrastare il timore diffuso che il centrodestra voglia usare il triste slogan delle BR "colpirne
uno per educarne cento". Citano la frase, analizzano le coincidenze: "Dopo il filmato su Mesiano e le presunte rivelazioni
di un avvocato al Giornale su una cena di anni addietro, siamo tutti potenzialmente sotto scacco".
Dunque serve lo sciopero, la protesta massima che hanno sempre centellinato per gli scontri più gravi. 

Per una toga che ironizza ("D'ora in avanti a cena al ristorante solo stornelli e chiacchiere di pallone"), un'altra
non nasconde la paura: "Se la televisione pedina un magistrato, cosa possono fare a noi, alle nostre famiglie, ai nostri figli
le centinaia di persone per cui si chiedono misure cautelari e le migliaia di cui si chiede il rinvio a giudizio o la condanna?
Qui la solidarietà verbale e gli appelli sono come il nulla più assoluto". 

Eppure da Reggio Calabria, dove Mesiano ha lavorato, parte un appello per lui perché "in democrazia le parti coinvolte hanno il diritto di criticare le sentenze, ma a nessuno è consentito l'attacco e l'invasione della sfera privata del magistrato
solo perché ha emesso una decisione a taluno sgradita". Sciopero? Quantomeno "assemblee nei palazzi di giustizia aperte
alla stampa e sospensione delle udienze per 15 minuti", come successe quando Berlusconi, era settembre 2003, dichiarò
a due giornalisti dello Spectator che i giudici sono "antropologicamente pazzi". 

Citano una delle dieci domande al premier di Repubblica.
Questa: ""Lei ha parlato di un progetto eversivo che la minaccia".
Può garantire di non aver usato, né di volere usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?".
Temono che Berlusconi stia facendo proprio questo. Dall'Anm, che per un caso riunisce giusto oggi il suo parlamentino, pretendono un ombrello protettivo che li metta al riparo. Mesiano in testa.



Canale 5 ''pedina'' il giudice Mesiano
Il magistrato del verdetto Fininvest-Cir seguito da una telecamera:
''Stravaganti i suoi comportamenti''
(16 ottobre 2009)


Cascini segretario dell'Associazione magistrati italliani:
E' una vergogna, io sono esterrefatto e indignato, mi domando dove arriveremo.