Girato da Roberto Savio, ex-regista della Rai, il documentario
è l’unico lavoro conosciuto che raccolga le testimonianze dirette
di tutti coloro che furono
in qualche modo coinvolti nella cattura ed uccisione
di Guevara, avvenuta nel 1967. Naturalmente, l’importanza di queste testimonianze
non si limita
alla dettagliata ricostruzione dell’evento specifico,
ma sta nella lettura complessiva che risulta proprio da questo insieme
di testimonianze.
Ci si rende conto infatti che nella “piccola” storia
di 50 guerriglieri sperduti sulle Ande boliviane si riflette la storia
di un intero continente,
della sua oppressione e dei suoi frustrati aneliti
di libertà. Il meccanismo che si è mosso intorno a Che Guevara,
e che ha portato alla sua cattura ed uccisione,
ha replicato nel particolare ciò che avviene
in tutto il Sudamerica, a livello macroscopico, da cento anni a questa
parte. Stiamo parlando prima di tutto
dell’ingerenza continua, asfissiante e onnipresente
degli Stati Uniti in tutto ciò che riguarda le faccende interne
dei vari stati sudamericani. Ingerenza
che naturalmente viene espletata sotto l’egida della
più classica ipocrisia di facciata: quando si tratta di capire chi
abbia deciso l’eliminazione fisica di Guevara,
l’uomo della CIA risponde che “furono decisioni prese
dall’Alto Comando della sovrana Repubblica di Bolivia”. Quando invece si
tratta di vantarsi
per la sconfitta della rivoluzione, agli stessi uomini
CIA piace pensare che “senza il loro aiuto difficilmente i boliviani ce
l’avrebbero fatta” .
La stessa ipocrisia viene replicata a livello locale,
operativo: il maggiore Shelton, l’americano incaricato dell’addestramento
dei contras boliviani, non riesce
a nascondere che “fu proprio il battaglione che da
noi aveva ricevuto il massimo dei punteggi a condurre in porto l’operazione
contro Guevara”, ma subito
sottolinea che loro (i militari USA) “hanno l’ordine
di non allontanarsi più di cento chilometri dalla loro caserma,
per cui quello che accade sulle montagne
è completamente fuori dal loro controllo”.
Come se a quei tempi la radio non esistesse ancora. Fu infatti via radio
che arrivò l’ordine di eliminare Guevara,
dopo una travagliata riunione ad altissimo livello
che ebbe luogo a La Paz. Una volta catturato il leader rivoluzionario,
infatti, bisognava decidere se tenerlo vivo oppure ucciderlo. La sua morte
avrebbe sicuramente significato – come poi è avvenuto – la nascita
di un mito internazionale, destinato a durare per
decenni, ma metterlo in prigione avrebbe probabilmente
creato una serie di problemi immediati non da poco. Il caso Debray, ricordato
dai vari intervistati,
è significativo. Toccò così ad
un giovane sergente dell’esercito boliviano entrare nella piccola scuola
del villaggio di La Higuera, dove avevano legato Guevara,
per ucciderlo. Guevara lo guardò, capì
immediatamente, e gli disse: “Prendi bene la mira, codardo, e non sbagliare
il colpo. Ricordati che stai uccidendo
un uomo”. Nessuno fino ad oggi conosceva con certezza
il nome di quel sergente, mentre la versione ufficiale dava Guevara “morto
per emorragia interna
e dissanguamento da ferite multiple, dovuto alla mancanza
di una pronta assistenza sanitaria”. Gli autori del documentario sono riusciti
ad identificare
il sergente, che rispondeva al nome di Mario Teràn,
e nonostante questi fosse dato ufficialmente per morto due anni dopo, lo
hanno anche rintracciato e intervistato. Il segmento, da solo, vale
tutto il film. Più in generale, emerge dal documentario come la
fine della guerriglia sia stata ottenuta grazie alla
“collaborazione attiva” del pueblo. Già sapevamo,
dal diario di Guevara, che “la rivoluzione sembra destinata a fallire per
mancanza di appoggio popolare”.
Oggi possiamo confermare che in tutta la Bolivia regnava
il terrore assoluto, dovuto alle continue minacce e pressioni da parte
dei militari contro chiunque
fosse anche solo sospettato di aver aiutato i guerriglieri.
A riprova di questa devastante schiavitù psicologica sta il fatto
che, a distanza di sei anni dagli eventi,
nessun abitante del paesino in cui Guevara fu catturato
ha voluto parlare di fronte alle telecamere. Nemmeno per dire che lo aveva
visto da lontano.
Soltanto un dottore ha parlato, ma a condizione che
l’intervista avvenisse a molti chilometri di distanza dal paese. Uno dei
momenti più significativi del film
è quando il contadino che ricevette 5.000 pesos
per denunciare la presenza di Guevara in paese riceve la stessa identica
somma dagli autori del documentario,
per essersi fatto intervistare. Mentre conta
lentamente quei 5.000 pesos piovuti dal nulla, sembra porsi tutte le domande
che la gente del sudamerica si è mai
posta nella sua vita: chi comanda davvero? A chi devo
obbedire? A chi mi conviene credere? Cosa devo fare, pur di riuscire a
mettere in tavola
un pezzo di pane per i miei figli? E soprattutto
si domanda: sarò mai libero davvero? Il documentario infatti è
girato in un momento storico molto particolare,
dopo che Salvador Allende fu deposto ed ucciso, in
Cile, dal golpe guidato da Augusto Pinochet. Noi conosciamo già,
per altri percorsi, la pesante ingerenza
degli Stati Uniti nella distruzione del primo progetto
reale di socialismo in sudamerica. Quella che forse non conoscevamo è
l’opinione di Allende
su Che Guevara. Questo breve spezzone, di raro
interesse storico, sintetizza al meglio l’argomento di fondo che corre
per tutto il documentario: il ruolo effettivo dei partiti progressisti,
intesi come “organizzazioni che vogliono realizzare pacificamente il cambiamento
politico”, rispetto ai rivoluzionari che invece
credono sia necessaria la lotta armata. Sullo sfondo
di un panorama politico internazionale che cambiava rapidamente (primo
accordo russo-americano sul
disarmo atomico, con conseguente dissociazione da
parte di Mosca delle attività di guerriglia sostentate da Cuba)
è doppiamente triste vedere sia Allende
che il segretario del partito comunista boliviano
sostenere, più o meno fra le righe, che “Guevara aveva torto, e
noi abbiamo ragione”.
Avevano torto tutti, a quanto pare, nel senso che le
forze dell’imperialismo americano hanno dimostrato, nel corso degli ultimi
40 anni,
di essere tranquillamente in grado sia di (far) soffocare
nel sangue qualunque rivolta popolare, sia di rallentare a tempo indeterminato
quel tipo
di crescita civile e culturale, nelle popolazioni
locali, che è l’unica via per arrivare in modo stabile alla realizzazione
di una società più giusta e progredita.
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Un documentario sulla vita e sulla morte di Ernesto Guevara de la Serna, l’intellettuale rivoluzionario argentino passato alla storia come Che Guevara |
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