3 marzo 2011
il discorso del Vescovo a Lampedusa
Sono qua per dirvi di non sentirvi soli, in questo
altro momento,
così difficile e faticoso per voi tutti,
per incoraggiarvi e dirvi grazie per la testimonianza
che date.
Grazie perché il vostro cuore continua a restare
aperto a gente che vuole vivere. Perché, ancora una volta, testimoniate
che riuscite a non lasciarvi imprigionare, anche se
i timori possono essere legittimi, dalla paura per ciò che la vita
e la storia
vi chiedono a prezzo sempre più alto. Perché
state traducendo, in gesti concreti, ciò che la pagina del Vangelo
dice:
“Ero forestiero, ero nudo, avevo voglia di libertà…
e mi avete accolto”. So che non è facile tutto ciò, e dirvi
queste cose,
credetemi, non è ripetervi parole cortesi e
d’occasione che servono per tenervi quieti.
Immagino, non posso dire che lo so, cosa significhi
sentirsi soli, abbandonati e, semmai, investiti da parole e da promesse
a cui è sempre più difficile credere.
Continuate a pagare – e non è giusto – quanto non si riesce (non
oso dire non si vuole,
spero che non sia così) a decidere nei palazzi
di chi amministra la cosa pubblica. Ancora una volta ci siamo scontrati
con la confusione, l’incompetenza e la fedeltà
a pregiudizi che diventano penalità ed offesa per chi deve subirli.
Si continua a trattare come emergenza un problema grave,
che – si deve ammettere – non è di facile soluzione.
Non si possono tener chiusi gli occhi o fingere che,
solo la forza (il divieto), possa sortire l’effetto desiderato.
I problemi dell’Africa sono problemi di tutti, così
i problemi di Lampedusa e Linosa non sono solo vostri, ma di tutti.
E la soluzione di un evento che si è paragonato
ad un esodo biblico, non potrà essere risolto con la ronda di navi
lungo
il Mediterraneo. Di là c’è gente che
vuole vivere, vuole mangiare, vuole riconosciuta la sua dignità…
e se, in quei paesi,
si è arrivato a questo punto, può anche
darsi che ci sia la responsabilità di chi si è preoccupato
di colonizzare e creare
rapporti vantaggiosi per noi, che siamo da questa
parte, dimenticando l’esigenza di quelle popolazioni.
C’è un proverbio che dice: “Chi di spada ferisce,
di spada perisce”. E questo sta avvenendo. Ecco perché è
necessaria
una presa di coscienza da parte del governo, dei governi
a trovare soluzioni che siano rispettose di tutti, di loro, di noi,
ma soprattutto di voi. Mi verrebbe da chiedere: se
Lampedusa o Linosa, anziché essere un’isole in mezzo al mare,
fossero un luogo vicino a città importanti,
come si sarebbero comportati coloro che decidono?
Probabilmente con gli immigrati alla stessa maniera,
visto che la cultura del diverso è carente. Anche se poi,
quando siamo noi ad andare nelle altre terre, chiediamo
rispetto e ci sentiamo offesi se non dovessero trattarci con rispetto.
Sappiamo bene cosa avvenne quando i nostri emigranti
arrivarono, e non per turismo, nelle terre dell’America.
Si trovarono di fronte muri alti e spessi di pregiudizi
e di paure.
Eppure, la voglia di una vita diversa e migliore prevalse
e fu vincente.
Ma, come dicevo, se un flusso così insistente,
fosse avvenuto altrove,
allora si sarebbero trovati senz’altro soluzioni,
adattamenti ed attenzioni per i cittadini.
Lampedusa e Linosa meritano eguale rispetto ed attenzione,
anche se sono soltanto due isole in fondo all’Europa.
Ma io vi parlo come vostro Vescovo e non posso non
prendere in mano il Vangelo e ricordarvi che la nostra fede
ci chiede atteggiamenti coerenti con ciò che
crediamo. Ci chiede solidarietà, anche se questa comporta rinunce
e rischi.
Chiede giustizia, ma dice anche che il nostro cuore
deve essere accogliente. Ci ricorda che noi siamo quelli delle beatitudini
(che pagina scomoda!) e noi accettandole crediamo
che l’egoismo assurdo non può mai averla vinta, ma ciò che
sempre vince
è l’amore, che è tale se sa farsi misericordia
e compassione. È quasi un gioco d’azzardo, ma che vale la pena essere
fatto.
Diceva Giovanni Paolo II, che «quando una nazione
ha il coraggio di aprirsi alle migrazioni viene premiata da un accresciuto
benessere, da un solido rinnovamento sociale e da
una vigorosa spinta verso inediti traguardi economici e umani».
Il giorno di S. Gerlando, in Cattedrale, ho detto,
pensando a voi e chiedendo di pregare per voi, che “Dio ci sta parlando,
Dio sta bussando alle nostre porte, ci sta facendo
toccare con mano le miserie del terzo mondo per le quali tante volte abbiamo
pregato. Adesso è il nostro territorio ad essere
interessato ad una missione che passa attraverso l’accoglienza, il dialogo,
l’integrazione, la capacità di scoprirli fratelli”. E tutto questo
va vissuto anche con fede, e ‘purtroppo’ (ma è così !?!)
la fede fa saltare i paradigmi della normalità
e della regolarità.
L’Eucaristia che celebriamo ci chiede
capacità di condivisione,
fraternità, rispetto, impegno, coraggio.
Quando la volta scorsa sono venuto vi ho detto che
Lampedusa è “luogo di speranza”. Con questo pensiero nel cuore
continua ad arrivare la gente dall’Africa; questo
pensiero dovete conservare nel vostro cuore e regalarlo a chi ne ha bisogno.
Siate, siamo, anche se da molti definiti illusi, costruttori
di un mondo nuovo e diverso. I pregiudizi, l’accentuazione e il rifiuto
della diversità, gli interessi di parte, la
finanza sfrenata, la logica dei faraoni del vecchio Egitto, la politica
a corto respiro,
sia mondiale che nazionale (alla nostra bisogna aggiungere
litigiosa), sta portando il mondo a rivoltarsi. Maria nel suo
Magnificat dice che finalmente la rivoluzione, quella
vera, quella di Dio, senza armi e senza violenza, è cominciata.
Schieriamoci dalla sua parte: è la parte giusta! Il mondo può
essere diverso. Chi ha avuto il cuore grande ci ha creduto
e ha portato il suo contributo in questo tempo: Madre
Teresa, Giovanni Paolo II, Gandhi.
Che Lampedusa e Linosa diventino faro di civiltà,
porta e luogo d’incontro e d’amicizia, spazio dove Dio e l’uomo,
di qualunque colore, possono ritrovare la gioia della
passeggiata pomeridiana. Chi vuole un esempio di vita diversa guardi
a Lampedusa e Linosa. Davanti all’amore, anche il
cattivo (c’è da chiedersi chi siano i veri buoni?) può cambiare
il cuore.
Le vostre sono piccole isole ma, il vostro cuore sia
grande, come quello di Cristo, grande come il mondo.
E la nuova alba spunterà.
La conoscete la storia del giovane che chiede al saggio
quando è il momento in cui finisce il buio della notte e comincia
la luce dell’alba? Il saggio invita il giovane a trovare
una risposta. Quando distinguo un albero da un cespuglio?
Un cane da un agnello? Un uomo da una donna? La risposta
dell’anziano è negativa. Alla fine risponde: quando
nel volto di chi mi viene incontro riconosco il volto
di un fratello o di una sorella, allora è cominciata la luce del
giorno.
Che Lampedusa insieme a Linosa possano essere l’oriente
di un mondo che vuole la luce del nuovo giorno. Prego per questo.
E anche stavolta finisco riconsegnandovi il sogno di
Dio. Lo faccio perché anche noi ci uniamo al Suo sogno,
con la convinzione che un sogno condiviso da molti
può diventare realtà: “In quel giorno ci sarà una
strada dall’Egitto
verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e
l’Egiziano in Assiria; gli Egiziani serviranno il Si gnore insieme con
gli Assiri.
In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto
e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra.
Li benedirà il Signore degli eserciti:
“Benedetto sia l’Egiziano mio popolo,
l’Assiro opera delle mie mani
e Israele mia eredità” (Is. 19,23-25).
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