Silvio Berlusconi, solo un povero uomo tanto sfortunato,
e molto ricercato:
Lo vuole la Mafia: non ha mantenuto le promesse.
Lo cercano le Nuove Brigate Rosse: favorisce il comunismo intelligente.
Lo cerca Al Queda: era complice di Bush.
Lo cercano Magistrati, Tribunali, Finanza e Forze dell'Ordine:
"Sembra sia e sia stato complice organizzatore e partecipe di svariati crimini e reati".



Stragi del '93, l'indagine che agita Berlusconi:
I mandanti politici.
15 Novembre 2009 Claudia Fusani

C’è una data a cui palazzo Chigi guarda con apprensione: quando la Corte d’Appello di Palermo sentirà il superpentito Gaspare Spatuzza nel processo al senatore Marcello Dell’Utri già condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. E c’è anche una procura a cui sempre palazzo Chigi guarda con attenzione: quella di Firenze che ha riaperto l’inchiesta sui mandanti occulti e sul livello politico delle stragi di Cosa Nostra nel continente (10 morti, 106 feriti, nel 1993 tra Firenze, Roma, Milano). Un’inchiesta «riaperta» esattamente dal punto dove era stata archiviata il 16 novembre 1998 quando il gip Giuseppe Soresina scrisse che «è altamente plausibile che i soggetti protetti nel registro mod.21 con le denominazioni Autore 1 e Autore 2 abbiano concorso moralmente all’azione stragista del soggetto Cosa Nostra» ma che «non erano stati reperiti elementi validi per il dibattimento». Un’inchiesta, coordinata dal procuratore Giuseppe Quattrocchi e dai sostituti Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini, che adesso sembra aver completato quel quadro probatorio grazie, e non solo, alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. Viene definita «un’indagine semplice nel senso criminale del termine», che non va, cioè, «ad inseguire teoremi» e che «avrà tempi relativamente brevi».

«Il problema di Berlusconi non è nè Mills nè Mediaset, dicono i bene informati della maggioranza. Il problema è «Firenze», o Palermo, oppure Caltanissetta. Il problema riguarda un ipotetico coinvolgimento del Presidente del Consiglio, insieme con Marcello Dell’Utri nelle inchieste su Cosa Nostra e sulle sue connessioni politiche. Un problema, per cui si capisce meglio anche certa fretta nel Pdl per ripristinare l’immunità parlamentare. 

La storia dell’inchiesta sui mandanti a volto coperto andrebbe raccontata dall’inizio, a cominciare dal pm, Gabriele Chelazzi (morto nel 2003) che con Vigna, allora procuratore, e Nicolosi cercò di dare ordine a una serie di «input investigativi» diventati ben presto «plausibile ipotesi investigativa». Occorre però partire dalla fine. Che sono le dichiarazioni, solo in piccola parte note, di Spatuzza, braccio destro dei fratelli Graviano, capi mandamento di Brancaccio, tra gli esecutori della strage di via D’Amelio e di quelle in continente. Spatuzza sedeva alla destra del padre, inteso come i fratelli Graviano a cui Riina e Provenzano avevano ordinato la strategia del terrore tra il ‘92 e il ‘93. Un ruolo che lo pone per forza di cose a conoscenza di tutti i segreti di Cosa Nostra, «in quel perido, tra la fine del ‘92 e i primi mesi del ‘94». 

C’è un suo verbale raccolto dai pm fiorentini (titolari del collaboratore di giustizia) che dice chiaramente chi sono i referenti politici con cui la mafia avrebbe trattato e come. In un altro verbale rilasciato a Palermo il 6 ottobre si leggono i nomi di «Silvio Berlusconi, quello di Canale 5 e Marcello Dell’Utri». A Spatuzza ne parla Giuseppe Graviano, all’indomani della strage di Firenze (maggio 1993): «Si tratta di politica, c’è in atto una situazione che se va a buon fine ne avremo tutti i benefici, sia i carcerati che gli altri». E poi di nuovo a metà gennaio 1994, seduti al bar Doney di via Veneto: «Abbiamo il paese in mano» disse Graviano a Spatuzza, grazie all’interessamento «di persone di fiducia, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri» che da qualche mese stava organizzando la discesa in campo del Cavaliere con Forza Italia. Dopo pochi mesi i fratelli Graviano furono arrestati a Milano. Spatuzza molto dopo, nel 1997. Fatto sta che della strage allo Stadio Olimpico, ennesima e finale prova di forza per siglare la trattativa tra politica e Cosa Nostra e già saltata nel dicembre 1993 per un difetto nell’innesco, non se ne seppe più nulla.

Questo e molto altro («è un’indagine piena di riscontri») ha detto Spatuzza che si è pentito meno di un anno fa. Per gli investigatori fiorentini è l’anello mancante della vecchia indagine archiviata. Già allora avevano parlato, si legge nella richiesta di archiviazione del 1998, «Pietro Romeo che aveva quasi indicato il livello del concorso morale». E poi Ciaramitano, Pennino, Cancemi, per un totale di 23 collaboratori. Le cui dichiarazioni, tutte insieme, già nel 1998 dicevano: 1)«Cosa Nostra nell’intraprendere la campagna di strage ha agito di concerto con soggetti esterni»;
2)«Tra il soggetto politico-imprenditoriale di cui AutoreUno e AutoreDue, indicati come concorrenti del reato, e Cosa Nostra il rapporto è effettivamente sussistente e non episodicamente limitato»;
3)«La natura del rapporto era compatibile con l’accordo criminale». Quello che allora non fu del tutto possibile dimostrare è che «il soggetto politico imprenditoriale aveva sostenuto le aspettative di ordine politico (meno pressione giudiziaria sulla mafia, ndr) per il perseguimento delle quali la campagna di strage è stata deliberata e realizzata». Era la parte mancante. Adesso, forse, trovata. E riscontrata.


1973/76 il mafioso  Vittorio Mangano, già noto alle forze dell’ordine, lavora come fattore nella villa di Silvio Berlusconi, dove viene anche arrestato un paio di volte.

A presentare Mangano a Berlusconi, era stato Marcello Dell’Utri.

Dell’Utri aveva conosciuto Berlusconi a metà degli anni 60' quando si incontrano, alla facoltà statale di legge.

Dell'Utri torna poi in Sicilia, mentre Berlusconi, rimasto a Milano, inizia la sua carriera di imprenditore edile, con soldi di cui non si è mai saputa la provenienza.

Mangano ad Arcore più che uno  stalliere, è un ospite di riguardo.

Siede a pranzo e cena con Berlusconi e invita ad Arcore i suoi amici siciliani, che poi i pentiti indicheranno come mafiosi latitanti.

Quando i magistrati a Dell'Utri domandano chi fossero, lui risponde che non erano tipi a cui fare domande!

Durante la permanenza alle “dipendenze” di Berlusconi, Mangano organizza il rapimento del principe D’Angerio, ospite dello stesso Berlusconi.

Nonostante fosse stato informato dai carabinieri del coinvolgimento del suo stalliere nel sequestro di persona, Berlusconi non licenziò Mangano e continuò a tenerlo per ancora due anni.

Fu poi Mangano stesso a voler andare via, anche se Dell'Utri e Berlusconi tentarono di fermarlo.

Il pentito Salvatore Cancemi , dichiarò che la FININVEST di Berlusconi, attraverso Marcello Dell'Utri e Mangano, pagava annualmente a Cosa Nostra, un pizzo di 200 milioni di lire.

Nel 80' Mangano viene arrestato da Giovanni Falcone.

Quell’anno a Londra si sposa il boss internazionale Jimmy Fauci. Tra gli ospiti, c’era Marcello Dell’Utri.

1) Vittorio Mangano: condannato all'ergastolo per duplice omicidio; condannato per Mafia nel processo "Spatola" istituito da Falcone; ulteriore condanna per traffico internazionale di droga nel maxi processo istituito da Falcone e Borsellino.
2)  Marcello Dell'Utri: condanna definitiva a 2 anni, una in appello a 2 anni per estorsione mafiosa, ed una in primo grado per associazione mafiosa. Condannato a 9 anni.

1979 Pizza Connection è il nome di una indagine sul traffico di droga tra Italia e Stati Uniti avviata il 12 luglio 1979.

La morfina, proveniente dai paesi mediorientali, giungeva nel palermitano. Lì c'erano le "raffinerie" di droga, che la trasformavano in eroina, destinata al mercato americano, newyorkese in particolare. L'indagine è durata 4 anni; ma la svolta nella lotta alla micidiale eroina si ebbe quando la "commissione", la famosa cupola dei capi creata da Lucky Luciano, decise di eliminare il boss Carmine Galante, in contrasto con la commissione stessa perché voleva tenere sotto il suo controllo l'intero business della droga Sicilia-New York.

Dopo questa uccisione le indagini ebbero una svolta sorprendente come individuazione degli obiettivi da combattere: sia alla fonte (Totò Riina e i suoi "Corleonesi" che nel frattempo avevano preso il controllo delle raffinerie di eroina di Palermo) e alla destinazione, le insospettabili pizzerie aperte o rilevate dai siciliani fatti arrivare in quantità da Carmine Galante come i fratelli Miki ed Antony Lee Guerrieri parenti dell'ex boss milanese Giuseppe Guerrieri che a New York gestivano tutto l'import e lo smercio all'ingrosso dello stupefacente per John Gotti, capo della famiglia Gambino.

Si scoprirà in seguito, che il nome di Silvio Berlusconi compare già in questa indagine. Così come, compare il nome di Franco Della Torre, un cittadino svizzero che, secondo Scelsi, Procuratore di Bari, avrebbe usato ancora una volta il vecchio trucco utilizzato in precedenza per riciclare i narcodollari, per ripulire i soldi provenienti dal contrabbando che vede coinvolto il Montenegro,

15 febbraio 1983 la Banca Rasini sale agli onori della cronaca, per via dell'"Operazione San Valentino". La polizia milanese effettua una retata contro gli esponenti di Cosa Nostra a Milano, e tra gli arrestati figurano numerosi clienti della Banca Rasini, tra cui Luigi Monti, Antonio Virgilio e Robertino Enea. Si scopre che tra i correntisti miliardari della Rasini vi sono Totò Riina e Bernardo Provenzano e lo stesso stalliere Vittorio Mangano. Anche il direttore Vecchione e parte dei vertici della banca vengono processati e condannati, in quanto emerge il ruolo della Banca Rasini come strumento per il riciclaggio dei soldi della criminalità organizzata.

I giudici di Palermo, anche a seguito delle rivelazioni di Michele Sindona e di altri "pentiti", indicano la stessa banca Rasini come coinvolta nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa

Michele Sindona nel 1984, quando il giornalista del New York Times, Nick Tosches, chiese a Sindona (poco prima della misteriosa morte di quest'ultimo): «Quali sono le banche usate dalla mafia?». Sindona rispose: «In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in Piazza dei Mercanti». L'unica banca presente a Piazza dei Mercanti, al tempo, era inequivocabilmente la Banca Rasini.

Il padre di Silvio Berlusconi, Luigi Berlusconi fu prima un impiegato alla Rasini, quindi procuratore con diritto di firma, ed infine assunse un ruolo direttivo all'interno della stessa. La Banca Rasini, e Carlo Rasini in particolare, furono i primi finanziatori di Silvio Berlusconi all'inizio della sua carriera imprenditoriale. Silvio e suo fratello Paolo Berlusconi avevano un conto corrente alla Rasini.

La Banca Rasini risulta anche nella lista di banche ed istituti di credito che gestirono il passaggio dei finanziamenti di 113 miliardi di lire (equivalenti ad oltre 300 milioni di euro nel 2006) che ricevette la Fininvest, il gruppo finanziario e televisivo di Berlusconi, tra il 1978 ed il 1983.

1983: la Guardia di finanza, nell'ambito di un'inchiesta su un traffico di droga, aveva posto sotto controllo i telefoni di Berlusconi. Nel rapporto si legge: «È stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane. Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie e opererebbe sulla Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo...». L'indagine nel 1991 fu archiviata.

Sempre agli inizi del ’90, viene fatta interrompere un’indagine della polizia svizzera, condotta dal commissario Fausto Cattaneo, proprio quando stava raccogliendo prove importanti su come i narcotrafficanti riciclavano il loro denaro.

La testimonianza di Cattaneo, accanto a quella del giornalista Sidney Rotalinti, denuncia i traffici di droga verso l'Europa e il riciclaggio di grandi capitali attraverso grandi gruppi finanziari come quello Fininvest.

Nome dell’operazione era “Mato Grosso”.

Nei rapporti di polizia ticinesi il nome di Berlusconi comparve all'inizio degli anni '90 ai margini dell'operazione Mato Grosso. Nel gennaio 1991 alla Migros Bank di Lugano, fallì una grossa operazione di riciclaggio di denaro di un cliente e fu arrestato il brasiliano Edu De Toledo. La procura federale, il comando di polizia e la procura ticinesi inviarono e fecero infiltrare nell’organizzazione il commissario di polizia ticinese Fausto Cattaneo.

Cattaneo scrisse nella sua relazione del narcotrafficante brasiliano Juan Ripoll Mary, il quale nel descrivere le sue operazioni di riciclaggio tramite 4 società di Panama rappresentate anche a Lugano, avrebbe affermato: "Il denaro che arriva dall'Italia proviene dall'impero finanziario di Silvio Berlusconi".

Stranamente, Carla del Ponte e le autorità di giustizia e di polizia competenti, archiviarono il caso.
 
Queste le interviste rilasciate da Cattaneo e Rotalinti:
1° filmato
2° filmato
   
3° filmato
4° filmato
   

Carla del Ponte, da Giudice del Canton Ticino, merita di essere ricordata per il depistamento e per il fallimento di molte indagini critiche, come quella del Mato Grosso, del Ticinogate, e del Russia Gate.

Non va inoltre dimenticato, come la stessa tentò d’intralciare le indagini del Giudice Giovanni Falcone quando indagava sulle Banche luganesi e sui loro rapporti con i boss mafiosi, cercando di nascondere i possibili collegamenti tra le finanziarie di Chiasso e i Caruana-Cuntrera.

Un’altra importantissima intervista, per comprendere quanto accadeva in quegli anni, è:
l’ultima intervista rilasciata dal Giudice Paolo Borsellino.

Di lì a poco, Falcone, Borsellino e le loro scorte, verranno fatti saltare in aria con il tritolo.

Silvio Berlusconi venne anche indagato per le stragi.
 
 
 
  Anche  Paolo, fratello minore di Silvio,  pregiudicato per truffe da decine di milioni di euro,
ha un “incontro ravvicinato del terzo tipo” con ambienti mafiosi e individui dediti al traffico di stupefacenti:
Questa la storia:

Decoder, Paolo Berlusconi e il socio di Cosa Nostra
Giuseppe Caruso/ Milano UNITA 21 FEBBRAIO 2008 
Mafia, soldi sporchi, incentivi pubblici e interessi privati. Tutto cio' risulterebbe nell'inchiesta
sul misterioso rapimento di Giovanni Cottone ex socio di Paolo Berlusconi. 

SOLARI.COM In questa società per la vendita di decoder Giovanni Cottone possedeva il 49% del capitale, il 51% era del fratello del leader di Forza Italia. Poi qualcuno ha cercato di rapire Cottone, la Procura ha indagato e ha scoperto la pista del riciclaggio e degli investimenti mafiosi. E anche altro... 

di Giuseppe Caruso  

Mafia, soldi sporchi, incentivi pubblici e interessi privati. C’è tutto questo sullo sfondo dell’inchiesta sul misterioso rapimento fallito ai danni di Giovanni Cottone, fino a pochi mesi fa socio al 49% di Paolo Berlusconi nell’azienda Solari.com. Adesso un pentito di quel rapimento, il suo uomo di fiducia per quattro anni, svela: «Giovanni Cottone faceva parte della malavita». Solari. com è la società salita all’onore delle cronache in quanto beneficiaria della legge che destinava un contributo statale all’acquisto dei decoder per il digitale terrestre. Il governo guidato da Silvio Berlusconi a quel tempo aveva fatto le cose in grande: non solo aveva previsto denaro pubblico per il fratello del premier (la Solari aveva iniziato a distribuire i decoder Amstrad del tipo mhp nel gennaio 2005, in concomitanza con il lancio del servizio pay per view Mediaset premium), ma addirittura si era premurato, attraverso alcuni articoli della legge Gasparri, di far sì che in Sardegna, regione pilota dello switch off (la definitiva transizione dal sistema televisivo analogico a quello digitale terrestre) l’unico decoder in grado di ricevere il segnale fosse proprio l’mhp distribuito dalla Solari.com. Il risultato era stato quello di far più che raddoppiare il fatturato dell’azienda (passata a 141 milioni di euro in un anno) e di ricevere diverse interrogazioni parlamentari a riguardo, che vedevano come primo firmatario il senatore dell’allora Ulivo Luigi Zanda. L’indignazione per quel regalo familiare era molta, ma sarebbe stata maggiore se si fosse saputo chi era in realtà Giovanni Cottone, il proprietario dell’altra metà della Solari. 

Il mistero svelato 

A svelare il mistero ci ha pensato uno degli uomini che nel giugno scorso aveva tentato di rapirlo, di nome Giuseppe Sanese, professione ufficiale: buttafuori. Gli altri arrestati erano stati la moglie di Cottone (in via di separazione) Giuseppina Casale, Antonio Cottone (uomo d’onore, zio di Giovanni), Giovan Battista Rosano (altro uomo d’onore, da tempo in affari con Cottone) ed il poliziotto Alfredo Li Pira. Il piano del gruppo era di rapire Giovanni Cottone, farsi consegnare almeno 40 milioni di euro ed eliminarlo. Un sequestro molto simile, secondo gli inquirenti, a quello che ha portato all’uccisione del finanziere Gianmario Roveraro. Il piano era saltato perché la moglie di Cottone, Giuseppina Casale (descritta in un informativa della guardia di finanza come «persona in contatto con i salotti della Milano “bene” ma al contempo con la malavita palermitana») era stata sottoposta ad intercettazioni ambientali da parte del Gico palermitano per questioni relative al traffico di droga. Questi avevano informato gli omologhi milanesi, che erano intervenuti, arrestando il gruppo. Sanese era stato per più di quattro anni l’uomo di fiducia dello stesso Giovanni Cottone e collaborando con gli inquirenti ha svelato non solo i dettagli del sequestro fallito, ma anche i rapporti di Giovanni Cottone con Paolo Berlusconi e con la mafia. Gli interrogatori di Sanese sono avvenuti alla presenza dei pubblici ministeri Mario Venditti ed Alberto Nobili e del gip Guido Salvini, il 7 e l’11 giugno del 2007, e sono contenuti nella richiesta di rinvio a giudizio. Anche per le parole di Sanese, la procura di Milano ha aperto un’inchiesta su un’altra intricata vicenda, quella della truffa da almeno 40 milioni di euro che Cottone avrebbe realizzato ai danni di Paolo Berlusconi. Un capitolo oscuro di cui ci occuperemo nei prossimi giorni. 

Il racconto 

Ecco cosa dice Sanese ai magistrati. «Ho conosciuto Giovanni Cottone tramite Giovan Battista Rosano, che era compare, amico intimo di mio nonno. Rosano, che nella zona in cui abita a Palermo, che noi chiamiamo Borgo Nuovo, è molto rispettato, a Milano è molto amico dei Taormina, dei Carollo, dei Fidanzati (tutti clan mafiosi ndr). Una volta ha ucciso un uomo a coltellate... Rosano era il garante delle cavolate che il Cottone combinava. L’altro garante era lo zio del Cottone, Antonio, che lo ha cresciuto ed educato. I due, Rosano e Antonio Cottone, erano compari dello stesso gruppo mafioso. Perché ce l’avevano con Giovanni Cottone? Per diversi motivi. Il fatto più grave è quello del 1995. Giovanni Cottone era stato sequestrato dai catanesi perché aveva fatto un buco da 400 milioni. I catanesi poi gli hanno spaccato mani, mascelle e lui si è rivolto per salvarsi a Giovanni Rosano, lo zio Giovanni come lo chiamava lui, che è accorso con lo zio Antonio. Gli hanno salvato la vita, gli hanno evitato legnate, come raccontano loro, ma hanno dato 200 milioni in contanti ai catanesi. E Giovanni Cottone non li ha mai restituiti. «Qual era il mio ruolo a Milano?». Continua Sanese: «Facevo una finta sicurezza per Giovanni Cottone, perché poi l’interesse era portare capitali all’estero. Ogni settimana, ogni quindici giorni, portavo delle valigette con dei soldi all’Ubs, dove mi aspettava una persona e depositavo questi soldi (anche un miliardo di vecchie lire alla volta) e rientravo poi a Milano. Erano valigette Samsonite nere, con combinazione. Il compenso per questo lavoro era di un milione di vecchie lire. L’ho fatto per una decina di volte». Al «Mangia & Ridi» «Formalmente lavoravo presso il suo locale, che era il “Mangia & Ridi”. I soci del “Mangia & Ridi” erano Paolo Berlusconi, Giovanni Cottone e Roberto Guarneri. Già in quel periodo era in società con Paolo Berlusconi, stavano assieme ventiquattro ore al giorno. Infatti Katia Noventa, che era l’ex di Paolo Berlusconi, e la signora Casale, erano sempre insieme, cenavano e mangiavano sempre insieme. Se Berlusconi sapeva delle attività del Cottone? Quando ne parlavano a tavola, ne parlavano tranquillamente... Dicevo del “Mangia & Ridi”. In quel periodo nel locale andava tantissimo tirare di cocaina, lo facevano tutti. Cottone all’epoca mi ha presentato uno spacciatore di Opera, io andavo a prendere la coca davanti al carcere di Opera, i soldi me li dava lo stesso Cottone. Io mi preoccupavo di prepararla e dividerla e la davo a Claudio, l’ex direttore del “Mangia & ridi”. I camerieri servivano la coca a tavola ai vari artisti che venivano, vari vip che venivano, i soldi poi venivano contati da me e Claudio e divisi al 50% col Cottone. Siamo riusciti a prendere anche venti milioni delle vecchie lire in una sera» «Se Cottone faceva parte della malavita? Faceva parte della malavita, veniva anche il figlio di Nitto Santapaola (capo della mafia catanese negli anni ottanta ndr) a cena con noi, mi sono trovato a cena con i Vernengo (potente clan mafioso palermitano ndr). Sempre al “Mangia & Ridi”, nel ‘98, ‘99. Queste cose le so perché ero sempre accanto al Cottone. Lui fa comodo per pulire tanti soldi, questo è sicuro. In ristoranti, alberghi, comprare immobili...queste cose qua. Investiva soldi di altri che provenivano sicuramente da proventi illeciti... Con Paolo Berlusconi hanno realizzato anni fa una società in Germania, mi ricordo perché in quel periodo parlavano sempre con Paolo di questa cosa grossa che stavano facendo in Germania» «Come nasce la fortuna economica del Cottone? Come lui vanta, dallo spaccio di soldi falsi nei paesi del Nord Africa e poi da una mega truffa di gioielli e da una ricettazione grossa di rapine di gioielli, anche in via Montenapoleone. I gioielli li ho visti io, tanto oro l’ho portato in Svizzera. E poi tanta elettronica rubata, ricettazione di elettronica. I furgoni li scaricavo io». 

La misteriosa truffa a Paolo Berlusconi 

LA SOLARI.COM, i decoder e il suo «buco», quei 40 milioni di euro «soffiati» al fratello del leader di Forza Italia ma di cui proprio lui nega l’esistenza. Il rebus del rapimento al suo socio. E il sequestratore che dice: «Del raggiro subìto Berlusconi sapeva tutto, ho sentito una telefonata» C’ è un capitolo misterioso nel rapporto d’affari tra Giovanni Cottone e Paolo Berlusconi. È quello che vuole chiarire l’inchiesta aperta dal pubblico ministero Mario Venditti per truffa ai danni di Paolo Berlusconi e che vede come indagato proprio il suo ex socio Giovanni Cottone. L’inchiesta ha preso il via per quanto emerso dalle intercettazioni ambientali che hanno portato all’arresto del gruppo che voleva rapire Cottone e soprattutto per quanto dichiarato da Giuseppe Sanese nei due interrogatori del 7 e dell’11 giugno del 2007. Il dato particolare di questa vicenda è che Paolo Berlusconi ha sempre negato di essere al corrente della truffa, nonostante sia Sanese nel suo interrogatorio, sia Giuseppina Casale (moglie di Cottone e mente del sequestro) in un intercettazione ambientale dicano il contrario. Eppure in ballo ci sono almeno 40 milioni di euro, una bella cifra. Soprattutto se si tiene conto che la Pbf, la cassaforte del fratello del leader del Pdl, aveva mandato in archivio il bilancio 2006 con un buco di 37 milioni, aperto non solo dalle difficoltà de Il Giornale (che aveva salvato l´esercizio cedendo la sede alla Fininvest) ma soprattutto dai 63 milioni bruciati dalla Solari.com. Le perdite della controllata nell´elettronica di consumo avevano messo in allarme il collegio sindacale, tanto da chiedere un intervento di ricapitalizzazione al socio di controllo. La situazione dei conti della Pdf ha reso poi necessario l’intervento dell’avvocato Roberto Poli, oggi presidente dell’Eni, già protagonista in altre occasioni come consulente a fianco delle società del gruppo Berlusconi. L’avvocato Ghedini, legale di Paolo Berlusconi, contattato dall’Unità lunedì scorso, ha dichiarato che «dai conti della Solari.com non risulta niente di anomalo. Aspettiamo notizie dalla procura». Anche l’avvocato di Giovanni Cottone, Jacopo Pensa, ha spiegato al nostro giornale che «si tratta di un buco dovuto a normali perdite di una società in difficoltà. Non c’è stata nessuna truffa da parte del mio cliente». Ma come detto, i protagonisti del mancato rapimento affermano che Paolo Berlusconi fosse perfettamente a conoscenza del fatto, tanto che l’obbiettivo del gruppo criminale era proprio quello di impadronirsi della cifra truffata. Giuseppina Casale (definita dal Gico di Palermo in ottimi rapporti con i salotti della Milano “bene” e con la malavita palermitana) in un intercettazione ambientale con lo zio di Cottone, Antonio, racconta di una sua telefonata con Paolo Berlusconi. I due, come racconta Sanese, erano in ottimi e datati rapporti. Ecco il testo della telefonata della Casale iscritta negli atti di richiesta di rinvio a giudizio: «Perché (Cottone) viene a Palermo, inizia a fare “io mi compro tutta Palermo con i miei soldi...ha rubato...ha rubato a Paolo settantacinque milioni di euro e Paolo l’unica cosa che mi ha detto, mi ha chiamato mi fa: “Accetto che tu fai la separazione, appena che tu fai la separazione io a questo lo metto in mezzo alla strada». Sanese racconta più dettagliatamente come Berlusconi fosse a conoscenza della truffa e spiega come sarebbe avvenuta. Cottone e la Casale nel periodo precedente al fallito sequestro si erano a lungo frequentati. Ecco il testo, anch’esso contenuto negli atti di rinvio a giudizio: «Perché tutti sanno di questa nota truffa che (Cottone) ha fatto a Paolo Berlusconi di 40 milioni di euro, almeno 40 milioni di euro che sono venuti a mancare a Paolo Berlusconi...dice: “come l’ha fatta?”. Io sentivo parlare a casa, che c’erano innanzitutto i pezzi dentro l’Amstrad, ha fatto una serie di di forniture di elettrodomestici dell’Amstrad (la marca dei decoder ndr), tutta con roba fasulla dentro e anziché mettere il materiale originale...e poi usava il meccanismo dei container...lo stesso che faceva con me in Svizzera. Cioè faceva entrare tre container, ne dichiarava due e uno lo vendeva. Ed ha fatto questa mega truffa, ha fatto questo buco a Paolo di almeno 40 milioni. Io poi ho visto una registrazione che aveva sul telefonino la Casale, che mi ha fatto ascoltare l’ultima telefonata che aveva fatto con Paolo Berlusconi, dove Paolo diceva: “Senti, senti tu continua così...” e che Paolo alla fine, dopo tutto lo sdegno, diceva “lo voglio vedere ridotto...ha tradito la mia amicizia ventennale” e non mi ricordo le parole di preciso, ma mi ricordo benissimo che lo voleva ridotto sul ciglio della strada a chiedere l’elemosina. Io la voce di Paolo Berlusconi la conosco bene, ci ho parlato tantissime volte. Se voleva fare un’azione legale? L’azione che voleva fare Paolo non lo so, la Casale mi ha raccontato ma io non ero presente quindi...i rapporti tra la Casale e Paolo Berlusconi? Ottimi rapporti, erano entrambi contro Cottone, tanto che la Casale ha detto a Paolo Berlusconi, dice: “Se dovessi fare qualcosa a mio marito, aspetta che prima avvenga la separazione”. Perché la Casale inizialmente voleva procedere per via legale».


Riepilogo:

- Silvio Berlusconi dal 1974 al 1976 ospita nella villa di Arcore il noto mafioso, Vittorio Mangano, intimo del suo segretario Marcello Dell’Utri, già oggetto di denunce e arresti. Due arresti, effettuati proprio in casa del premier;

- Primi anni ’80 il nome di Berlusconi viene fuori durante l’indagine denominata “Pizza Connection”;

- Nell’83 la Banca Rasini, che insieme al suo fondatore, Carlo Rasini, furono i primi finanziatori di Silvio Berlusconi, assurge agli onori della cronaca a seguito di un’inchiesta sul il riciclaggio dei soldi della criminalità organizzata e si scopre così che gli esponenti di “Cosa Nostra” (Riina, Provenzano, Calò, Mangano), avevano lì i loro conti correnti;

 

- Sempre nel 1983, la Guardia di Finanza, nell’ambito di un’inchiesta sul traffico di droga, mette sotto controllo i telefoni di Berlusconi (non c’era né il lodo Alfano, né altri decreti “ammazza intercettazioni”) e in una relazione scrive che “ il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane. Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie e opererebbe sulla Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo..”;

- Nel ’91 a  Lugano, fallì una grossa operazione di riciclaggio di denaro e la procura federale, il comando di polizia e la procura ticinesi , fecero infiltrare nell’organizzazione il commissario di polizia ticinese Fausto Cattaneo, il quale nella sua relazione  scrisse del coinvolgimento della Fininvest in grosse operazioni di riciclaggio;

- Il Giudice Falcone, prima di essere ucciso, indagava già sulle Banche luganesi e sui loro rapporti con i boss mafiosi;

- Paolo Berlusconi, gestiva in società un ristorante, all’interno del quale l’attività prevalente era lo spaccio di sostanze stupefacenti, e che annoverava clienti di spicco, come il figlio del boss Nitto Santapaola;

- L’uomo che organizzò il riciclaggio dei narcodollari dell’operazione “Pizza Connection”, è lo stesso citato per riciclaggio nelle relazioni dell’operazione “Montecristo”, che vede coinvolto il primo ministro del Montenegro, paese che, avendo chiesto di poter entrare a far parte dell’Unione Europea, ha in Berlusconi l’unico sponsor;

- Berlusconi si avvale della facoltà di non rispondere ai giudici dell’antimafia, che chiedono di sapere la provenienza dell’equivalente di 300milioni di euro, arrivati da parte di un misterioso donatore  alle finanziarie Fininvest, tra il 1975 e il 1983.

Conclusioni:

- Berlusconi è vittima della malasorte e tutti quelli che lo circondano sono mafiosi, narcotrafficanti e uomini dediti al riciclaggio, solo per un fortuito caso;

- I soldi (equivalenti a 300mln di euro), furono donati a Fininvest da qualcuno che ritenne la società un’opera pia dedita alla beneficenza. Le date, che forse destarono  tanti sospetti, furono in verità un’altra disgraziata coincidenza;

- Forse neppure Riina, Provenzano, Santapaola, Calò e Mangano, sono o erano mafiosi ed essendo viceversa uomini misericordiosi e timorati di Dio, sono stati vittime del male e di un complotto ordito in loro danno.

In un contesto di questo genere, ha ancora un senso svolgere delle indagini e coinvolgere il povero signor Berlusconi, colpito da tanta sfortuna, in inchieste banali quali quella sulle escort e sul consumo di modeste quantità di cocaina?

Evidentemente, di tanta sfortuna, si è resa conto pure l’opposizione, che non ha mai utilizzato questi argomenti.

Solo Bossi, senza riguardo alcuno e senza pietà per un pover’uomo tanto sfortunato, aveva commissionato un’indagine investigativa, salvo poi essendosi resosi conto dell’incredibile casualità, da attribuire tutta alla sfortuna, che legava Berlusconi a simili loschi traffici, tornare a essere il suo più fedele alleato.



Fonte: http://www.lavalledeitempli.net/libera-informazione/silvio-berlusconi-un-uomo-tanto-sfortunato

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Ma dopo l'arresto del padrino, i boss puntarono su Forza Italia e Silvio Berlusconi.