La Banda Giuliano
Segreti di Stato:

Era del bandito Giuliano quel corpo?
Sarà riesumata la salma del bandito Giuliano
La decisione è stata presa dalla procura di Palermo.
L'esame ha l'obiettivo di verificare
se quelli sepolti sono effettivamente i resti del "re di Montelepre"

Sarà riesumata il 28 ottobre la salma del bandito Salvatore Giuliano. Lo ha disposto la procura di Palermo che ha dato l'incarico all'anatomopatologo Livio Milone. Lo scopo è verificare se quelli sepolti siano effettivamente i resti del "re di Montelepre". Milone eseguirà sulle spoglie l'esame del Dna confrontando quello del cadavere con quello di alcuni familiari in vita di Giuliano.

Tra i discendenti ancora in vita di Giuliano c'è il nipote, Giuseppe Sciortino, figlio di una sorella, sentito nei giorni scorsi come testimone. L'indagine è stata aperta dopo la presentazione di un esposto da parte dello storico Giuseppe Casarrubea, archiviato negli anni scorsi e ora riaperto su iniziativa del procuratore aggiunto Antonio Ingroia: lo storico sostiene che vi sono parecchi elementi di contraddizione che inducono alla necessità che la magistratura accerti come stanno realmente le cose. Il cadavere potrebbe essere quello di un'altra persona e il bandito ne avrebbe approfittato per fuggire. La morte del bandito risale al luglio del 1950.
 
Giuliano, il Dna svelerà il giallo del bandito
I magistrati chiedono la riesumazione del corpo: "Lì non c'è il bandito".
Oggi il più antico dei misteri d'Italia è a una svolta. Dagli esiti imprevedibili
ATTILIO BOLZONI

PALERMO 15 ottobre 2010 - Se qualcuno ha fatto carte false per seppellire un altro cadavere lo scopriremo molto presto. Perché in Sicilia, che è terra di misteri, stanno per tirare fuori i suoi resti dalla bara. Ossa, denti e la polvere di un uomo che forse non è quello che ci avevano detto tanto tempo fa. A sessant'anni dalla sua morte si scoperchia la tomba di Salvatore Giuliano. Oggi i medici legali del Policlinico di Palermo riceveranno l'incarico ufficiale per la riesumazione e, fra qualche giorno, in una cappella del piccolo cimitero di Montelepre sarà disvelato l'ultimo segreto del bandito che uccideva i contadini e sognava la Sicilia come una stella - la quarantanovesima - della bandiera americana.

È lui o non è lui? È davvero del siciliano più famoso del dopoguerra quel corpo martoriato dalle pallottole che, all'alba del 5 luglio 1950, era steso in mezzo al suo sangue in un cortile di Castelvetrano? È il leggendario e sanguinario Turiddu quello che hanno infilato in una cassa di legno o uno dei tanti sosia che il capobanda, scaltro e crudele, usava alla bisogna? Per trovare la verità sulla morte vera o presunta del "colonnello" dell'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia, pupo nelle mani di mafiosi e di agitatori politici, la prossima settimana apriranno la sua bara e preleveranno un campione di Dna per confrontarlo con quello dei suoi discendenti.

Uno, Pino Sciortino, il nipote, abita ancora a Montelepre dove ha un albergo-museo - il Giuliano's Castle - in onore del celebre zio. Tre o quattro altri parenti, li hanno già rintracciati negli Usa. È un pezzo di storia che riemerge dall'aldilà, un enigma che da qualche mese è diventato ancora materia d'indagine giudiziaria. "Abbiamo preso questa decisione per non lasciare dubbi su quel cadavere, abbiamo ricevuto una denuncia circostanziata, per il momento s'indaga intorno all'ipotesi di morto ignoto ucciso con premeditazione", spiega il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che il 5 maggio scorso ha trovato sulla sua scrivania un rapporto della Questura di Palermo con un esposto firmato dallo storico Giuseppe Casarrubea - figlio di uno dei tanti sindacalisti assassinati dalla banda Giuliano - e dal ricercatore Mario J. Cereghino. Era un invito "a intraprendere un'attività conoscitiva per accertare la vera identità della persona uccisa nel cortile dell'avvocato Di Maria (Castelvetrano) rispondente al nome di Salvatore Giuliano, autore di omicidi commessi in Sicilia nel periodo che va dal 2 settembre 1943 e fino al 5 luglio 1950". La richiesta dei due studiosi è partita dopo dieci anni di ricerche, soprattutto su un paio di filmati e una dozzina di fotografie che ritraevano il bandito con i suoi sgherri. Immagini a confronto, quelle con Giuliano vivo e quelle altre con Giuliano morto, che hanno cominciato a far venire i primi sospetti agli storici e non solo a loro. Le foto più significative - cinque, il bandito fotografato all'obitorio e il bandito fotografato nel cortile di Castelvetrano - sono finite per altre vie nei laboratori del professore Alberto Bellocco, docente di medicina legale all'Università Cattolica di Roma, che dopo averle esaminate ha dato il suo parere: "Ho seri dubbi che le foto possano essere attribuite allo stesso cadavere".

Così è nata l'inchiesta giudiziaria (coincidenza, il fascicolo è stato ufficialmente aperto il 5 luglio del 2010, proprio nel sessantesimo anniversario) sul cadavere del bandito di Montelepre e così i magistrati sono arrivati alla conclusione che bisognava aprire quella tomba. Dopo avere ascoltato Casarrubea e Cereghino, interrogato testimoni e periti e "fonti" che gli inquirenti non vogliono ancora scoprire, il procuratore aggiunto Ingroia - insieme ai sostituti Francesco Del Bene, Marcello Viola, Lia Sava e Paolo Guido, che sono tutti i pm che hanno competenza territoriale per le vicende di mafia fra il Trapanese, dove c'è Castelvetrano, e la parte occidentale della provincia di Palermo, dove c'è Montelepre - ha incaricato il capo della polizia scientifica Piero Angeloni di "comparare" foto ed emettere un verdetto. Impresa difficile, immagini di qualità scadente, un'indagine che richiederà tempi molto lunghi. In attesa del risultato finale i magistrati di Palermo hanno preferito andare subito al cimitero e provare a capire cosa è accaduto più di mezzo secolo fa tra Castelvetrano e Montelepre, valli e colline di una Sicilia che in quegli anni ha vissuto furori indipendentisti e conquiste mafiose, che ha sofferto fame e pianto morti. Il primo commento di Casarrubea alla notizia della riesumazione del cadavere di Giuliano: "La procura si sta muovendo nella direzione giusta, nonostante il tempo trascorso finalmente ne sapremo di più su un giallo che è all'origine della storia della nostra Repubblica. L'esame del Dna ci dirà chi è sepolto in quella tomba".

Chi ci sarà là dentro? Ci saranno gli avanzi dell'uomo che lottava per "una Sicilia ai siciliani" e sparava a Portella della Ginestra, che assaltava caserme e camere del lavoro, o ci sarà "il sosia di Altofonte", quel ragazzo che gli somigliava tanto da sembrare un suo gemello e che già era descritto con dovizia di particolari nelle cronache degli Anni Cinquanta? Una messa in scena, la sua vita e una messa in scena anche la sua morte. Dal mito di un Robin Hood nostrano "che ruba ai ricchi per dare ai poveri" a burattino al servizio dei potenti boss di Monreale, da confidente e alleato dei pezzi grossi dell'Arma e del ministero dell'Interno a vittima dei patti più indicibili fra Stato e mafia e servizi americani, i primi, solo i primi di una lunga trama. Gli incontri con Ciro Verdiani, l'Ispettore generale della pubblica Sicurezza in Sicilia che alla vigilia di un Natale incontra il bandito nel suo regno - fra le colline di Sagana - portandogli in dono un panettone e una bottiglia di Marsala. Le lettere del capitano Antonio Perenze a Gaspare Pisciotta ("Caro amico mio..."), il cugino traditore di Giuliano che poi muore avvelenato all'Ucciardone. Gli intrighi con il colonnello Ugo Luca del Cfrb, il Comando Forze Repressione Banditismo. Tratta con tutti e tutti trattano con lui. Ma dopo le elezioni politiche del '48, Salvatore Giuliano, è un uomo scomodo per i suoi complici, comincia sentirsi abbandonato dallo Stato e comincia a negoziare, pensa a una fuga, a lasciare la Sicilia per sempre. Manda segnali. Il 19 agosto del 1949 la sua banda uccide sette carabinieri a Bellolampo, è l'avvertimento a polizia e Arma, non si fida più di loro. E minaccia di vuotare il sacco sulla strage di Portella, undici morti e ventisette feriti il primo di maggio del 1947. Il processo di Portella - siamo nel giugno del 1950 - è alle porte e il ministro degli Interni Mario Scelba trema. Neanche quattro settimane dopo trovano il cadavere del bandito (il suo?) nel cortile di Castelvetrano. È una finzione, i carabinieri di Luca raccontano di un conflitto a fuoco dove Salvatore Giuliano cade. Il giornalista de L'EuropeoTommaso Besozzi smaschera le menzognere ricostruzioni della sbirraglia e attacca il suo articolo con parole che resteranno nella memoria di tre generazioni di reporter italiani: "Di sicuro c'è solo che è morto". Dopo sessant'anni, oggi, non abbiamo certezza neanche di quello.

Chi ci sarà lì dentro? Se qualcuno ha fatto carte false per seppellire un altro cadavere, Salvatore Giuliano, nato a Montelepre il 16 novembre del 1922, chissà dove avrà consumato la sua esistenza di "indesiderato". Qualcuno dice che l'hanno portato sull'isola greca di Samos. Qualcun altro ricorda che l'hanno visto imbarcarsi a Selinunte, quattro giorni prima del 5 luglio 1950, su un peschereccio che faceva rotta per la Tunisia. Dall'Africa sarebbe poi volato verso la sua amatissima America. Ma un ultimo testimone racconta - e probabilmente questa confessione è già agli atti dell'inchiesta giudiziaria - che anche Padre Pio fosse convinto che "un povero figlio di mamma" era morto al posto del bandito. E che lui, Salvatore Giuliano, in una mattina di quella lontana estate fosse arrivato a San Giovanni Rotondo travestito da frate cappuccino
 


Era del bandito Giuliano quel corpo?
28 luglio 2010 Anna Petrozzi
Riaperte a Palermo le indagini sulla morte del re di Montelepre,
vicenda chiave per molti misteri del passato.

E’ stato grazie ad un esposto dello storico Giuseppe Casarrubea che la Procura di Palermo ha aperto un fascicolo
di “atti relativi” sulla morte di Salvatore Giuliano, da sempre avvolta nel mistero. 

Il corpo del famigerato bandito era stato ritrovato all’interno del cortile dell’abitazione dell’avvocato Gregorio De Maria (deceduto di recente all’età di 98 anni), a Castelvetrano, il 5 luglio 1950 e la versione fornita al tempo sulla dinamica della sparatoria con i carabinieri che lo aveva ucciso non è mai stata considerata convincente.
Oggi, dopo ben 60 anni, grazie ai costanti sforzi dello studioso, si potrebbero riaprire nuovi scenari non soltanto sulla scomparsa del “re” di Montelepre, ma sull’intero contesto in cui maturò dato che la vicenda Giuliano è intimamente connessa con la prima delle stragi a scopo politico della storia repubblicana, quella di Portella della Ginestra. Casarrubea, con l’ausilio del ricercatore Mario José Cereghino, ha pubblicato diversi libri sull’argomento basati anche su documenti inediti appena desecretati dagli archivi Usa dell'Office of Strategic Services che ricostruiscono il legame di Giuliano, non solo con la mafia e i potentati del tempo, ma persino  con i neo-fascisti inseriti nella Decima Mas del principe Borghese e con i servizi segreti.
Oltre ai due scrittori i magistrati, coordinati dall’aggiunto Ingroia, hanno sentito il giornalista dell’Ansa Paolo Cucchiarelli e il dottor Alberto Bellocco, il medico-legale che, dopo aver comparato le foto del cadavere del bandito, ha avanzato l’ipotesi che possa trattarsi di un sosia e non di Giuliano.
Nell’articolo che vi proponiamo qui di seguito, a firma dello stesso Casarrubea, vengono ripercorsi tutti i passaggi necessari alla comprensione della vicenda nella sua complessità. Se con un test del dna si potesse accertare l’identità del cadavere sepolto, come auspica l’autore, già si potrebbe fare un passo avanti nell’accertamento di una verità che è all’origine di molte altre ancora in attesa di essere scoperte.
 


Salvatore Giuliano: di sicuro c’è solo che (forse) è morto
26 giugno 2010 Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

Ricorre, il prossimo cinque luglio, il 60° anniversario della “morte” di Salvatore Giuliano. Molti si preparano alla commemorazione dell’evento anche se dovrebbero avere il pudore di tacere, visto che ad essere ricordato è un criminale incallito con quattrocento fascicoli e procedimenti penali aperti sul suo conto. Le accuse: stragi, insurrezione armata contro i poteri dello Stato, assalto contro i lavoratori in festa e le sedi della sinistra politica e sindacale, uccisione di carabinieri e civili, molti del suo stesso paese, Montelepre. Il bandito è trovato morto all’alba del  5 luglio 1950 nel cortile dell’avvocato De Maria, a Castelvetrano. Ma oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, forti dubbi nascono sulla “morte” di questo bandito politico che inaugura con  Portella della Ginestra, la lunga catena dello stragismo italiano. 

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Di fronte a uno Stato che ha sempre fatto carte false, è doveroso dubitare persino di ciò che appare evidente. Specie se questa evidenza riguarda i personaggi che ne sono, a vario titolo, protagonisti. Come il “bandito” di Montelepre Salvatore Giuliano. Il primo attore italico sulla scena del terrorismo nostrano e anche il primo ad essere ufficialmente ammazzato, all’età di appena ventotto anni.

A certificarne la morte è il giornalista Tommaso Besozzi. Fa molta strada prima di arrivare come un militare in avanscoperta, sulla scena del combattimento. E, quando arriva, più che certezze raccoglie dubbi. Li descrive tutti in un articolo destinato a fare la storia del giornalismo italiano: “Un segreto nella fine di Giuliano. Di sicuro c’è solo che è morto”, uscito sul n. 29 de “L’Europeo” del 1950.

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Si inaugura così la stagione del grande giornalismo di inchiesta, con gli organi di stampa che si spostano sui luoghi dei delitti e trasformano i reporter in combattenti per la verità. Esposti in prima linea, come in un vero e proprio conflitto bellico.

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Sono i primi anni della Repubblica e quel cadavere che giace nel cortile De Maria, dove il bandito avrebbe trascorso l’ultima notte della sua vita, ne dichiara l’inaffidabilità e la spregiudicatezza. Il mistero sulle circostanze di un conflitto a fuoco mai avvenuto e la certezza di un omicidio annunciato e brutalmente eseguito. Come profetizzato qualche anno prima dal leader comunista siciliano Girolamo Li Causi.

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Ma chi è veramente questo morto? E, soprattutto, chi sono i protagonisti di questa vicenda oscura?

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Ad aiutarci a districare questo primo grande mistero del dopoguerra ci sono venuti in aiuto, negli ultimi dieci anni, migliaia di carte provenienti dagli archivi americani, inglesi e nostrani. Materiali che raccontano, ad esempio, la scoperta di un Servizio ultrasegreto – “l’Anello” o “Noto Servizio”– agli ordini diretti dell’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.  Come ci racconta Stefania Limiti nel volume “L’Anello della Repubblica” (Chiarelettere, 2009). I suoi obiettivi sono ben definiti: ostacolare le sinistre e condizionare il sistema politico con mezzi illegali, ma senza sovvertirlo. Questa organizzazione ultrasegreta non è stata una meteora: ha operato dal 1945 fino all’ inizio degli anni Ottanta.

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Certo, se in quella torrida estate del 1950, Salvatore Giuliano – alla vigilia del processo di Viterbo, per gli eccidi siciliani della primavera 1947 – si fosse deciso a vuotare il sacco, sarebbe crollata l’Italia. A cominciare dalle sue nuove istituzioni repubblicane.

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Questo è un thriller che inizia in un’altra estate, quella drammatica del ’43, quando un picciotto “dal carattere forte e determinato” – come scrivono i Servizi americani di stanza in Sicilia – inaugura la sua carriera terroristica nelle fila della rete nazifascista del Principe Valerio Pignatelli e delle Ss di Herbert Kappler. In breve, il “re di Montelepre” entrerà nei commandos della Decima Mas di Borghese  inviati al Sud, con il nome di battaglia di “Giuliani”. Come egli stesso si firma di fronte a testimoni di sicura fede. Ad esempio, il giornalista Igor Man che lo intervista nella primavera del ’45 per la rivista “Crimen”. I Servizi militari alleati (Cic), al comando del colonnello americano Hill Dillon, lo definiscono “leader of a fascist band in Sicily”. Ma è nel dopoguerra che “Giuliani” si mette agli ordini dell’X-2 di Roma, il controspionaggio Usa guidato dal capitano James Angleton. L’obiettivo è uno solo: liberare l’isola dall’“infezione bolscevica”. Come Giuliano stesso scrive in diversi appelli a sua firma diffusi in quegli anni. Fino alle stragi siciliane del maggio-giugno 1947.

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Sono anni in cui il Sis, il Servizio informazione e sicurezza, lo segnala a capo delle Sam (Squadre armate Mussolini) e dei Far (Fasci di azione rivoluzionaria) di Pino Romualdi, ex vicesegretario del Partito fascista repubblicano della Rsi. In queste carte c’è anche lo “Scugnizzo di Palermo”, Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo, che la polizia considera “un Giuliano e mezzo”. Nel giugno ‘47 un lungo rapporto del Sis ci dice che Giuliano è “a totale disposizione delle formazioni nere”. E non è forse casuale che in una foto pubblicata nel volume di Pasquale Chessa, “Guerra Civile” (Mondadori), un giovane milite della Decima Mas – ritratto assieme al comandante Junio Valerio Borghese e al tenente Mauro De Mauro, in Galleria a Milano, il 10 aprile 1945 – presenti una forte somiglianza con Salvatore Giuliano. Ovvero, il “tenente Giuliano” o “Giuliani” più volte segnalato dal colonnello Hill Dillon, in quelle stesse settimane.

Sono temi, questi,  ampiamente trattati nel volume “Lupara Nera” (Bompiani, 2009).



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Non sono da meno le carte desecretate a Londra e a Washington sul capitano Antonio Perenze e sul colonnello Ugo Luca, entrambi dell’Arma. Del primo, gli americani scrivono che nell’agosto ‘46 lavora a contatto con l’X-2 di Roma e che, su mandato del capitano del Cic Philip J. Corso,  si incontra con Kappler detenuto a Forte Boccea. I Servizi Usa ottengono da Kappler e da Karl Hass gli elenchi degli agenti nazifascisti attivi in Italia fino alla fine della guerra e che ora servono per combattere il “bolscevismo”. Da qui la centralità della figura di Perenze in tutto l’affaire Giuliano. Su Luca il materiale abbonda. Lo spionaggio americano ci rivela che è sempre stato  “vicino” al regime fascista e a Mussolini in persona e che in tale veste compie delicate missioni in Turchia, Spagna e in Medio Oriente fin dall’inizio degli anni Trenta. Anche l’Fbi si occupa di Luca. Nel 1959 segnala che intrattiene rapporti a Napoli con il superboss mafioso Lucky Luciano.

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Insomma, il “re di Montelepre” si mette a capo di un esercito clandestino anticomunista. Con i suoi squadroni della morte attacca contadini e militanti socialisti, comunisti e sindacali. Mantiene la parola data a suo tempo a ministri, terroristi neofascisti, agenti dei Servizi italiani e americani. Come il “giornalista” Mike Stern, che è solito incontrare “Turiddu” in piazza San Silvestro a Roma fin dal 1945. Ma Stern si vedrà con Giuliano anche l’8 maggio ’47, una settimana dopo l’eccidio di Portella della Ginestra.  E’ l’inizio della fine del capobanda. Non serve più. L’Italia si avvia a diventare centrista e tale rimarrà per molto tempo.

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Perchè si arriva alla messa in scena di Castelvetrano, la notte tra il 4 e il 5 luglio 1950? Perchè Perenze redige un rapporto giudiziario totalmente falso? Certo perchè protetto da Luca e dall’Unione patriottica anticomunista (Upa), composta unicamente da ufficiali dell’Arma. Questo organismo occulto, attivo dall’autunno ’46, ha un ruolo fondamentale nelle operazioni sotterranee contro la giovane democrazia italiana. Ce lo conferma, tra gli altri, l’inchiesta di Riccardo Longone pubblicata su “l’Unità”, organo ufficiale del Pci, all’inizio del ’47. Il giornalista ci svela l’esistenza delle manovre per un colpo di Stato e la dipendenza diretta dell’Upa dai Servizi di Angleton.

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Sarebbe stato quindi prudente diffidare degli strani eventi di quella notte di luglio. Persino di quel cadavere che i Carabinieri dissero senza mezzi termini appartenere al famoso bandito di Montelepre.

Dopo le elezioni politiche del ’48, Giuliano si sente abbandonato dallo Stato col quale, da ex terrorista nazifascista, ha iniziato a trattare per trovare una via di fuga in Italia o all’Estero. Ma non succede nulla. Tutti fingono di non sentire. E a “Turiddu” saltano i nervi. Alza il tiro e il risultato è la strage di Bellolampo, il 19 agosto 1949, sullo stradale Palermo-Montelepre. Muoiono otto carabinieri.

E’ un chiaro messaggio per il colonnello Luca. Quando l’ispettore generale di Ps in Sicilia, Ciro Verdiani, accorre sul luogo dell’eccidio, con lui c’è anche il futuro capo del Comando forze repressione banditismo (Cfrb).

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Altro personaggio equivoco, questo Verdiani. Secondo le carte del Sis, nell’estate ’46, quando ricopre l’incarico di questore di Roma, è in contatto con alcuni membri della banda Giuliano: Silvestro Cannamela, ex membro dei commandos della Decima Mas al Sud, e con il catanese Franco Garase, alias “lo zoppo”, referente della banda Giuliano nella capitale, a Firenze e ad Arezzo.

Luca, quindi, è in Sicilia prima ancora di essere investito dei suoi poteri. Forse sta ambientandosi prima di assumere l’incarico di capo del Cfrb, il 27 agosto 1949. Con Bellolampo, Giuliano lancia un messaggio preciso ai vertici occulti dell’Upa e, indirettamente, al ministro dell’Interno Mario Scelba. Non è casuale, visto che le carte inglesi desecretate nel 2005 e da noi pubblicate in “Lupara Nera”, ci raccontano che gli uomini di Scelba si incontrano segretamente a Roma con i capi del fascismo clandestino (Augusto Turati in testa) e con i vertici della Polizia e dei Servizi italiani, sotto l’ombrello protettivo del capitano Philip J. Corso dell’Intelligence Usa.

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Giuliano, insomma, ricorre ancora una volta al terrorismo per trattare. Minaccia di vuotare il sacco. Ovvero verità inconfessabili come i legami tra  Cosa nostra e lo Stato, il ruolo stragista dei Servizi di Angleton e Corso, la funzione degli ex uomini delle Brigate Nere e della Decima Mas al Sud, il ruolo occulto de  l’”Anello” facente capo a De Gasperi e a Scelba.

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La sostituzione di Verdiani con Luca è funzionale alla nuova linea del governo. Se Giuliano vuole trattare, trattiamo pure, sembrano dire i vertici dello Stato. Il momento è delicato. Si avvicina la data d’inizio del processo di Viterbo per le stragi del ’47 in Sicilia. Il bandito potrebbe cantare, preso alla gola. Salterebbe il banco. Ecco perchè Luca è l’uomo giusto al momento giusto. Con lui  non ci sono più gli eserciti in mobilitazione permanente, i soldati che in massa circondano villaggi e paesi arrestando centinaia di persone. Ora invece entrano in azione gli uomini dei Servizi segreti italiani, sotto la copertura del Cfrb. Sono nuclei in borghese addestrati più all’intelligence che all’uso delle armi, secondo il modello sperimentato negli anni precedenti da Luca e Perenze. Soprattutto all’estero.

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Da questo momento nulla è affidato più al caso. Il giornalista Jacopo Rizza  intervista Giuliano il 17 novembre ‘49 in una masseria nei pressi di Salemi, per la rivista “Oggi”. Verdiani  lo incontra  un mese dopo a cena, portandosi dietro panettone e marsala. Il reportage esce in tre puntate tra il 22 dicembre ’49 e il 5 gennaio ’50. E’ uno scoop mondiale e le foto, scattate a decine da Italo D’Ambrosio e Ivo Meldolesi, fanno il giro del mondo in ventiquattro ore. Giuliano ora appare sorridente e tranquillo e si fa riprendere da una cinepresa in un contesto arcadico.

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Ma perchè un terrorista sanguinario, ricercato da sette anni, decide esporsi in maniera così plateale? Qualcosa non quadra. Scrive il cognato di Giuliano, Pasquale ‘Pino’ Sciortino, considerato l’intellettuale della banda: “Un sosia di Giuliano, un giovane di Altofonte, eccezionalmente somigliante a Turiddu, aveva l’incarico di farsi vedere in giro, di mettersi in vista, di farsi notare. Il suo compito era quello di comportarsi in maniera tale da dare l’impressione alla gente di trovarsi alla presenza di Giuliano. Questo giovane, sosia di Turiddu, sparì da casa per sempre un giorno prima della ‘ammazzatina’ di Turiddu a Castelvetrano, e non se ne seppe più nulla”. E aggiunge: “Nelle quasi duecento foto scattate e nel film girato da D’Ambrosio e Meldolesi, Giuliano appariva tranquillo, sicuro di sè e leggermente ingrassato” (Cfr. Sandro Attanasio e Pasquale ‘Pino’ Sciortino, Storia di Salvatore Giuliano di Montelepre, Palermo, Edikronos, 1985, p. 209). I due autori notano, in ultimo, che l’aria spavalda dimostrata dall’uomo che appare nelle foto “non si confaceva con il carattere riservato del ragazzo di Montelepre”.

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Ma non è solo il marito di Mariannina Giuliano, sorella di Turiddu, a mettere in dubbio molti eventi di quei mesi. A parlare, questa volta, è la signora Elisa Brai, proprietaria dell’agenzia fotografica Pubbliphoto di Palermo. La signora, figlia di un famoso fotografo siciliano, ci ha raccontato di avere incontrato più volte Sciortino tra il 1984 e il 1985, quando questi frequentava la sua agenzia per selezionare alcune foto da pubblicare nel volume sopra menzionato. Sciortino le rivela che a morire a Castelvetrano non è stato Turiddu ma un sosia, e che è proprio questo sosia ad essere stato sepolto nella tomba di famiglia a Montelepre.

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Non è l’unica novità. La signora Brai ci ha svelato altri dettagli. Negli anni Novanta, quando preparava il libro “Il carabiniere e il bandito” (Mursia), l’ex maresciallo dei Cc Giovanni Lo Bianco, uno dei tre firmatari del Rapporto depistante sulla strage di Portella della Ginestra, raccontò alla signora Brai che Salvatore Giuliano, nei primi mesi del ‘50, viveva sotto falsa identità in casa di una aristocratica siciliana in via Marinuzzi a Palermo. Naturalmente sotto la protezione dell’Arma. Insomma, sia Giuliano sia il suo luogotenente Gaspare Pisciotta sono nelle mani dei Carabinieri. Così come Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo, è il confidente numero uno del capo dell’ispettorato di Ps in Sicilia, Ettore Messana.

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Per non parlare delle analisi sulle fotografie del cadavere di Castelvetrano compiute qualche anno fa dal prof. Alberto Bellocco (Università cattolica del Sacro Cuore di Milano), autore di oltre mille perizie legali in tutta Italia negli ultimi trent’anni. Secondo Bellocco, si rilevano differenze significative nelle immagini che ritraggono quel corpo senza vita. E’ un tema sul quale ritorneremo.

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I punti oscuri, insomma, abbondano in questa vicenda. A sessant’anni dal fantomatico conflitto a fuoco di Castelvetrano del luglio ’50, basterebbe che la Magistratura ordinasse l’esame del Dna sul cadavere che risulta sepolto nella tomba della famiglia Giuliano a Montelepre, e su quello dei suoi parenti più stretti. Ecco perchè, il 5 maggio scorso, abbiamo scritto al Questore di Palermo chiedendo che le autorità competenti facciano le verifiche del caso. Lo dobbiamo a tutte le vittime delle stragi siciliane di quegli anni infami, che ancora oggi non hanno avuto giustizia alcuna dallo Stato.
 


Quell’ultima notte di Turiddu
3 luglio 2010 Giuseppe Casarrubea Mario J. Cereghino

L’entità del fenomeno Giuliano si può sintetizzare in pochi, scarni numeri: 34 caserme assaltate; 100 carabinieri uccisi; 411 delitti accertati, tra i quali diverse stragi di civili e numerosi omicidi di gente inerme; armi, munizioni e vettovagliamenti militari sufficienti ad armare 2000 uomini. Un milione al giorno il costo delle attività del Comando forze repressione banditismo (Cfrb), al quale va aggiunto il vitto e il salario di ufficiali e militi. Due miliardi di vecchie lire il costo complessivo della lotta contro il fuorilegge; 589 banditi arrestati in sette anni.

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Del “re di Montelepre” si occupa la stampa di tutto il mondo. Ma è solo dopo le stragi siciliane del 1947 che il bandito comincia a suscitare una curiosità mai registrata prima nell’opinione pubblica. In quegli anni infami nessuno poteva sospettare ciò che gli archivi inglesi, americani e italiani ci hanno restituito dopo il 2000 e che abbiamo raccontato in vari libri. La gente comune però, armata di buon senso, si chiede chi sia veramente questo criminale, da chi prenda ordini, di quale organizzazione faccia realmente parte, chi lo abbia protetto e come si sia potuto difendere da quanti avrebbero preferito vederlo morto.

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Con il titolo “Nessuno ha mai visto il bandito Giuliano” Tommaso Besozzi inizia la sua inchiesta sul brigantaggio in Sicilia, pubblicata su “L’Europeo” a partire dal 13 luglio 1947. Sono trascorsi due mesi e mezzo dalla strage di Portella della Ginestra e i dubbi che le cose siano andate diversamente da come sono state raccontate dalle autorità dell’epoca cominciano a serpeggiare in varie redazioni giornalistiche.

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Besozzi è un reporter a cinque stelle. Come un segugio, nelle settimane successive agli eccidi di quella primavera segue piste ben precise, guidato dal suo fiuto di grande cronista. Ci racconta, ad esempio, assieme a Ludovico Tuccu, gli strani movimenti del superboss Lucky Luciano nella provincia di Palermo. Parla anche della sua famosa Dodge rossa, a bordo della quale i testimoni degli assalti alle Camere del lavoro del 22 giugno 1947, scorgono alcuni giovanotti elegantemente vestiti, armati di tutto punto.

Ma in quell’articolo del 13 luglio, intitolato non a caso “Nessuno ha mai visto il bandito Giuliano”, Besozzi avanza pesanti dubbi sull’identità stessa del capobanda monteleprino. L’occasione gli è data dal rapimento, ad opera della banda,  di Giuseppe Geraci, un facoltoso uomo d’affari palermitano sequestrato per chiederne il riscatto. In quasi venti giorni di prigionia Geraci non vede mai in faccia il famoso Robin Hood siciliano e interpellato dal giornalista afferma: “E che ne sai tu se Giuliano era più vicino a me quando stavo a Roma? Chi l’ha mai visto Giuliano? Chi sarebbe in grado di distinguerlo da un altro picciotto qualunque?”.

L’articolo è molto chiaro. Due mesi dopo Portella i Carabinieri hanno nel loro schedario ufficiale soltanto una foto del bandito risalente a sei anni prima, quando Giuliano aveva diciott’anni. Besozzi incalza: “Come lui ce ne sono altri diecimila in Sicilia, capigliatura nera e impomatata, due occhi scintillanti, un viso dalla pelle abbronzata e dall’espressione comune”. E conclude: “Insomma chi l’ha mai visto?”.

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Anche all’inizio del processo di Viterbo, nel giugno 1950, i giudici hanno difficoltà a identificare l’imputato numero uno. Di foto non ne circolano. L’unica, scattata in data incerta, in mano ai Carabinieri, è quella in cui il bandito appare in sella a un cavallo. All’Arma, secondo il giornalista Renzo Trionfera, l’ha consegnata Salvatore Ferreri, il famoso Fra’ Diavolo, numero due della banda e primo confidente dell’ispettore di Ps, Ettore Messana.

Ma quell’unica immagine è il risultato di uno sforzo di intelligence, mentre le forze dell’ordine non hanno di fatto schedari dei principali ricercati dalla legge.

Di uno o più sosia, o di controfigure di Salvatore Giuliano da utilizzare al momento opportuno per fingerne la morte, parlano negli anni ’80 Pasquale ‘Pino’ Sciortino, il cognato di Giuliano, e il giornalista Sandro Attanasio, come abbiamo detto nel post del 27 giugno 2010 intitolato: “Salvatore Giuliano: di sicuro c’è solo che (forse) è morto”. Una ipotesi, questa, non isolata. Nel numero de “L’Europeo” dell’11 dicembre 1960, intitolato “L’ho ucciso io, urlò Pisciotta. La verità sulla drammatica notte in casa De Maria”, Trionfera scrive:

“Mentre i carabinieri preparavano una trappola in cui farlo cadere, lui [Salvatore Giuliano] meditava adeguate contropartite nei confronti del Comando forze repressione banditismo (Cfrb). Come riferirono alcuni confidenti, egli stava macchinando un’azione complicatissima. Aveva incaricato i suoi collaboratori di cercare un giovanotto che avesse pressappoco la sua età e la sua corporatura. Una controfigura, insomma, alla quale Turiddu avrebbe riservato una sorte crudele”. Tale mossa avrebbe avuto come effetto immediato l’interruzione delle ricerche del bandito, permettendogli di dileguarsi.

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Il progetto che ci viene svelato da Trionfera sembra trovare la sua definitiva attuazione nella messa in scena del luglio 1950 a Castelvetrano. Sta di fatto che, compiute le stragi del 1947 e dopo essersi impegnato nella campagna elettorale per le politiche del 1948, Giuliano pretende che si stia ai patti. Ma da questo orecchio nessuno lo vuole sentire. Gli dà ascolto solo il vecchio ispettore di Pubblica sicurezza Ciro Verdiani che lo avvicina in tutte le maniere, attraverso Cosa Nostra, e in particolare la famiglia Miceli di Monreale. Verdiani fa quello che può nel cercare di controllare il capobanda, ma i suoi tentativi sono vani. Giuliano ha già cambiato tattica dopo le elezioni del ’48 e alle promesse non mantenute della Dc e della mafia risponde uccidendo in modo plateale due tra i suoi più autorevoli rappresentanti: Leonardo Renda ad Alcamo e Santo Fleres a Partinico, nel luglio 1948. Di questo mutamento ci parla Trionfera su “L’Europeo” del 4 dicembre 1960 (titolo ‘Il grande agguato’): “L’8 di aprile del ’49, all’alba Giuliano fece attaccare una pattuglia di Carabinieri nella zona di Torretta (alla periferia di Palermo). Morì un milite fulminato da una revolverata. Altri otto restarono più o meno gravemente feriti. Il 2 luglio successivo fu assaltata una camionetta della polizia a Portella della Paglia. Il bilancio di questa seconda azione fu ancora più tragico: rimasero sul terreno cinque agenti”.

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L’offensiva raggiunge il suo culmine la notte tra il 19 e il 20 agosto 1949. E’ attaccata a colpi di mitra la caserma dei Cc di Bellolampo, a metà strada tra Palermo e Montelepre. Il presidio dà l’allarme telefonico. Partono autoblindo e gipponi. Ma, giunti sul posto, non trovano nessuno. Di banditi neanche una traccia. Iniziano i rastrellamenti ed è solo all’alba che Verdiani ordina a tutti il rientro a Palermo. A questo punto entrano in azione altri due gruppi di attentatori. Scavano sullo stradale una buca e vi collocano una mina contenente diversi chili di tritolo. Il detonatore è collegato a un lungo filo di ferro manovrato a distanza. Quando il convoglio attraversa quel tratto, i terroristi fanno esplodere la mina. Un gippone salta in aria. I morti sono sette, i feriti, terribilmente mutilati, una ventina. Si inaugura così l’archetipo del terrorismo contemporaneo in Italia che tanti lutti provocherà nei decenni successivi.

Con questi morti il bilancio dei carabinieri uccisi dal capobanda, dal 1943, sale a cento. Ma non è tutto. Un altro gruppo di banditi si apposta a Passo di Rigano e al passaggio della macchina di Verdiani spara all’impazzata lanciando bombe a mano. L’ispettore ne esce vivo per miracolo.

Secondo Trionfera, che ne parla nello stesso articolo sopra citato, il bandito, a questo punto, si sente forte e ritiene di potere aprire una trattativa definitiva per chiudere a suo vantaggio la battaglia che sta conducendo, a modo suo, contro lo Stato. Giuliano quindi torna a incontrarsi con Verdiani e al contempo cerca di agganciare il colonnello Luca, dal 27 agosto ’49 capo del Cfrb.

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Quello che accade dopo è noto. Ma bisogna fare attenzione a mettere i tasselli in ordine logico dando priorità a ciò che sembra restare in secondo piano. E sullo sfondo leggiamo i seguenti fatti: Verdiani, nonostante non abbia più nessuna funzione, rimane in Sicilia e incontra più volte il bandito. Contemporaneamente alcuni giornalisti, guidati da Jacopo Rizza, si mettono sulle tracce di Giuliano. L’iniziativa parte dall’editore Giorgio De Fonseca che la mattina del 7 ottobre 1949, negli uffici della Rizzoli (editore del settimanale “Oggi” in via Barberini a Roma), propone a Rizza di andare a intervistare Giuliano. Del gruppo fanno parte Italo D’Ambrosio e Ivo Meldolesi, entrambi fotoreporter dell’agenzia Meldolesi della capitale. Fissano il loro quartier generale all’hotel Sole di Palermo, ma si recano spesso a Partinico, dove si incontrano con un mediatore che li mette in contatto con Giuliano. L’incontro avviene in una masseria, a circa dieci chilometri dal bivio per Salemi. I giornalisti sono forniti di macchine fotografiche e cinepresa. Alla fine, il 17 novembre 1949, si trovano faccia a faccia con il bandito in una stalla, dove Giuliano arriva con Pisciotta. Giuliano svela al giornalista la sua intenzione di volere espatriare, come aveva già fatto Sciortino, nell’estate del ’47, e gli confida di aver compilato un diario dettagliato sulle vicende degli ultimi anni (“La Settimana Incom illustrata”, 16 aprile 1961).

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Ma c’è qualcosa che non torna nella cronistoria di quanto accade in quella stalla nei pressi di Salemi. In un articolo scritto per la rivista “Oggi” (“Come penetrai nel covo di Giuliano”, 17 dicembre 1959) Ivo Meldolesi ci fornisce dettagli che si discostano dalla versione di Rizza. A cominciare dalle date. Per Rizza, come abbiamo visto, i preparativi dell’incontro risalgono al 7 ottobre ’49 e si chiudono con l’intervista del 17 novembre. Il tutto su iniziativa dell’editore De Fonseca. Meldolesi invece scrive che “la grande avventura” inizia a Roma il 9 novembre quando lo stesso Meldolesi ne parla con Ugo Zatterin, a capo della redazione romana di “Oggi”. A partire assieme a Meldolesi e a d’Ambrosio, doveva essere proprio Zatterin, ma questi passa il testimone a Jacopo Rizza, perchè – dice – ha la “mamma ammalata”.

Ultima, macroscopica discrepanza rispetto alla versione di Rizza sta nella data dell’incontro. Secondo Meldolesi avviene, infatti, il 10 dicembre ‘49. Ovvero più di tre settimane dopo quella indicata da Rizza. Come spiegare questa divergenza?

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Sul settimanale “Oggi” del 20 luglio 1950, nell’articolo “Tre ipotesi sulla fine di Giuliano”, il giornalista Enrico Roda scrive che all’inizio di quell’anno i giornali pubblicano la notizia che Giuliano è fuggito in America. Il Cfrb è costretto a divulgare un comunicato ufficiale per smentire la voce, spiegando che il bandito si è semplicemente “trasferito in altra zona”. Qualunque sia questa zona, è chiaro che è mutato lo scenario. Più ristretto di quello monteleprino e palermitano, meno sottoposto ai riflettori della stampa e di occhi indiscreti. Insomma,  tra l’autunno del ‘49 e l’inizio dell’estate del ’50 si svolge una trattativa occulta. Infatti, in un articolo pubblicato da “Oggi” il 26 aprile 1951, non firmato, si legge: “Ci furono incontri tra Giuliano ed esponenti del Cfrb? Durante queste settimane, questo è certo, si notò un gran movimento attorno a Villa Carolina, nei pressi di Monreale, e le squadriglie rimasero per quindici giorni a riposo nelle caserme. Luca forse pensava ad avere un memoriale di Giuliano sulla strage di Portella della Ginestra e non era restìo, come egli stesso confessò ad un giornalista che lo aveva intervistato subito dopo la morte di Giuliano, ad incontrarsi direttamente col bandito”.

Certo è che Cosa nostra non rimane alla finestra a guardare lo spettacolo. A questo periodo risale un fitto carteggio tra Verdiani, Giuliano, Pisciotta, Perenze, Miceli, capimafia questi ultimi di Monreale, datata tra febbraio e giugno ’50. Ma non solo: “Bisognava poi aggiungere l’elenco dei viaggi effettuati da Palermo a Roma e viceversa dall’inseparabile coppia Ignazio Miceli- Domenico Albano, tra l’agosto del ’49 e il 5 luglio del ’50. [...] E’ abbastanza evidente che nei mesi che precedono la morte di Giuliano si svolge una frenetica azione sotterranea che ha i suoi referenti nelle principali cosche mafiose della Sicilia occidentale e, attraverso di queste, in certi ambienti romani controllati dal Ministero dell’Interno di cui Verdiani è la punta più vistosa” (Casarrubea, Salvatore Giuliano, Milano, FrancoAngeli, 2001, p. 150). Nel luglio 1951, durante una deposizione resa al processo di Viterbo, Verdiani aggiunge dettagli ancora più inquietanti: “Nella seconda decade di maggio ’50, io informai del rapporto avuto con Giuliano la Direzione generale di Ps. Mi si disse di non occuparmi pù della faccenda Giuliano per essere sopravvenuta una nuova organizzazione”.

In definitiva le trattative occulte iniziano dopo la strage di Bellolampo e, alla vigilia di Castelvetrano entra in scena una nuova misteriosa identità che prende il sopravvento su tutto e tutti, anche sulle funzioni del Cfrb, con la mediazione di Cosa Nostra. Di quale organizzazione si tratta?

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Dunque, una trattativa è ammessa anche dai testimoni oculari del tempo e non c’è dubbio alcuno che, da entrambe le parti, ci sia stata la massima collaborazione per ottenere quanto si sperava. Per Giuliano l’agognata libertà, per Luca la certezza che documenti scottanti sui sette anni di Turiddu e in particolar modo sulle stragi della primavera del ’47, non sarebbero mai venuti alla luce.

Questa fu la misura dello scambio e lo Stato dovette scendere a patti, come più volte aveva fatto fin dal 1943. Che le cose siano poi andate in questa direzione, ossia che la trattativa sia andata a buon fine, è ciò che la magistratura dovrebbe finalmente appurare.